Global Sumud Flotilla, conferenza stampa e presidio alla Farnesina: “Violazioni e arresti illegali”Davanti al Ministero degli Esteri, alla Farnesina, si è svolta questa mattina la
conferenza stampa indetta dalla Global Sumud Flotilla, accompagnata da un
presidio a sostegno degli attivisti fermati nei giorni scorsi da un’operazione
militare israeliana in acque internazionali. Un’iniziativa che ha unito denuncia
politica, iniziativa giuridica e pressione diretta sulle istituzioni italiane ed
europee.
Quanto avvenuto rappresenta un ulteriore e grave salto di qualità nella
normalizzazione della violazione del diritto internazionale e nell’uso della
forza contro missioni civili e umanitarie. L’attacco alla flottiglia, le
modalità dell’abbordaggio e le condizioni denunciate dagli attivisti non sono
episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro più ampio di guerra permanente e
progressiva erosione delle garanzie giuridiche internazionali, in cui i governi
occidentali, Italia compresa, continuano a mantenere una posizione ambigua e
sostanzialmente inerte.
La conferenza stampa ha restituito un quadro gravissimo. Il team legale che
assiste gli attivisti ha parlato apertamente di “trattamenti inumani e
degradanti”, denunciando almeno 32 feriti tra le persone fermate durante
l’operazione e nelle ore successive. Le testimonianze raccolte descrivono oltre
40 ore di detenzione e violenze, definite dagli stessi attivisti come “un
incubo”, con pestaggi, pressioni psicologiche e condizioni di forte privazione.
Particolarmente delicata la situazione di due attivisti tuttora detenuti in
Israele: Saif Abukeshek e Thiago Ávila. Secondo quanto riferito dai legali nel
corso della conferenza stampa, entrambi si troverebbero in isolamento, senza
adeguato accesso alla difesa, ai familiari e alle autorità consolari.
Sul piano giuridico sono state annunciate diverse iniziative: un ricorso urgente
alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, esposti alla Procura di Roma e
ulteriori azioni che chiamano in causa anche la Grecia per il ruolo svolto nella
gestione successiva all’intercettazione della flottiglia. Centrale resta anche
la questione della presenza di una nave battente bandiera italiana, elemento che
– secondo i legali – implicherebbe una responsabilità diretta dello Stato
italiano nella tutela dei propri cittadini.
Il nodo politico emerso dalla conferenza è altrettanto netto. Gli interventi
hanno definito quanto accaduto come un vero e proprio “sequestro in acque
internazionali”, respingendo ogni tentativo di criminalizzazione della missione.
La Flottiglia viene rivendicata come iniziativa pacifica e umanitaria,
finalizzata a rompere il blocco e l’assedio su Gaza e a riportare al centro il
rispetto del diritto internazionale.
Le richieste rivolte al governo italiano sono state esplicite: non bastano
dichiarazioni formali, ma serve un intervento immediato e concreto per la
liberazione degli attivisti e per una posizione chiara di condanna delle
violazioni denunciate. Al centro della critica anche la percezione di una
sostanziale inerzia diplomatica da parte delle istituzioni italiane ed europee.
Il presidio davanti alla Farnesina ha rappresentato quindi un momento di
pressione politica diretta, volto a trasformare una vicenda internazionale in
una questione politica interna ed europea. Nei vari interventi è stata ribadita
la necessità di rompere ogni ambiguità e di assumere una posizione netta contro
le violazioni del diritto internazionale e contro la repressione delle
iniziative solidali con la popolazione palestinese.
Sul piano delle prospettive, è arrivato un messaggio chiaro anche dalla
dimensione internazionale della mobilitazione. Nel corso della conferenza è
stato trasmesso un collegamento dalla Grecia, attraverso il quale un attivista
ha confermato la ripartenza della Flotilla e l’intenzione di riorganizzare e
rafforzare la missione nei prossimi giorni. Dalle reti internazionali è arrivato
quindi un segnale politico preciso: la mobilitazione non si ferma, ma si
rilancia.
In questo quadro, la giornata di oggi assume un significato politico più ampio.
Non si tratta soltanto della denuncia di un singolo episodio, ma dell’apertura
di una vera e propria vertenza che chiama in causa la tenuta del diritto
internazionale e la capacità dei movimenti sociali e politici di costruire una
risposta all’altezza della fase. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane
si pone con forza la necessità di costruire una mobilitazione ampia, radicata e
internazionale, capace di unire la lotta contro la guerra, contro le politiche
di repressione e per la difesa dei diritti fondamentali dei popoli. Non si
tratta di iniziative simboliche, ma della costruzione di un percorso
continuativo di pressione politica e sociale, che sappia intrecciare piazze,
reti solidali, organizzazioni politiche e realtà associative.
Pertanto, sarà decisivo riuscire a trasformare questa vicenda in un punto di
aggregazione più largo, capace di parlare non solo ai settori già mobilitati, ma
anche a quelle parti della società che oggi assistono con crescente
preoccupazione alla deriva bellicista e all’indebolimento degli strumenti di
tutela del diritto internazionale. In questo senso, la sfida è quella di dare
continuità alla mobilitazione, coordinandola a livello europeo e internazionale
e costruendo momenti di iniziativa comune che sappiano mettere in discussione le
responsabilità politiche dei governi, a partire da quello italiano. Solo
attraverso un salto di qualità organizzativo e politico sarà possibile incidere
realmente sugli equilibri in campo e riaffermare la centralità della pace, del
diritto e della giustizia internazionale.
Giovanni Barbera