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La sfida del disarmo nucleare
Contraddizioni ancora aperte tra revisione del Trattato di non proliferazione, proibizione globale e impegno degli attivisti antinuclearisti  La revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) rappresenta uno dei momenti più significativi della riflessione internazionale sul tema della sicurezza globale e del disarmo. Entrato in vigore nel 1970, il TNP nacque con l’obiettivo dichiarato di limitare la diffusione delle armi nucleari, promuovere il disarmo e favorire l’uso pacifico dell’energia atomica. Tuttavia, fin dalle sue origini, il trattato è stato oggetto di forti critiche da parte dei movimenti pacifisti e antinuclearisti, poiché, pur cercando di contenere la proliferazione, finisce di fatto per legittimare il possesso dell’arma nucleare da parte di alcune potenze e per mantenere il principio della deterrenza atomica come elemento centrale dell’equilibrio internazionale. Il TNP riconosce infatti ufficialmente come potenze nucleari Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, consolidando una distinzione tra Stati autorizzati a possedere armi atomiche e Stati ai quali tale possibilità è negata. Questa impostazione viene considerata da molti osservatori profondamente ingiusta e contraddittoria, perché crea una struttura gerarchica nel sistema internazionale e non stabilisce una scadenza concreta e vincolante per il disarmo totale. Inoltre, il trattato consente l’utilizzo dell’energia nucleare civile, tecnologia che può assumere una funzione “dual use”, cioè essere impiegata anche per finalità militari. Per queste ragioni, molti pacifisti ritengono che il TNP non elimini realmente il rischio nucleare globale, ma contribuisca a perpetuarlo entro una logica di controllo e gestione degli arsenali. Le conferenze di revisione del TNP, convocate ogni cinque anni, costituiscono il principale strumento di verifica dell’efficacia del trattato. In tali occasioni gli Stati firmatari discutono i progressi compiuti e definiscono nuove linee di azione. Tuttavia, questi incontri sono spesso segnati da profonde divergenze politiche e geostrategiche. Da un lato, gli Stati privi di armamenti nucleari denunciano il mancato rispetto degli impegni di disarmo da parte delle potenze atomiche; dall’altro, queste ultime giustificano il mantenimento dei propri arsenali richiamando esigenze di sicurezza, deterrenza e stabilità strategica. Questa contrapposizione ha progressivamente indebolito la credibilità del trattato e alimentato il malcontento di una parte significativa della comunità internazionale. In questo scenario si inserisce il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), adottato nel 2017 nell’ambito delle Nazioni Unite. Tale accordo rappresenta una svolta storica perché introduce, per la prima volta, un divieto esplicito e generalizzato di sviluppare, possedere, utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari. Il valore del trattato è soprattutto normativo, etico e simbolico: esso afferma il principio secondo cui le armi nucleari devono essere considerate illegittime, al pari di altre categorie di armamenti già vietate dal diritto internazionale, come le armi chimiche e biologiche. Nonostante la sua importanza, il TPAN incontra limiti evidenti. Nessuna delle principali potenze nucleari ha aderito al trattato, né lo hanno fatto molti Stati appartenenti ad alleanze militari fondate sulla deterrenza atomica. Questa assenza riduce inevitabilmente l’efficacia immediata dell’accordo e alimenta il dibattito sul rapporto tra il nuovo trattato e il TNP. Tuttavia, numerosi studiosi e attivisti ritengono che il TPAN non debba essere interpretato come alternativo al TNP, bensì come uno strumento complementare e più avanzato sul piano etico e politico, capace di esercitare una pressione morale e diplomatica sugli Stati ancora riluttanti al disarmo. Determinante, nella nascita e nell’affermazione del trattato di proibizione, è stato il ruolo degli attivisti antinuclearisti e dei movimenti della società civile. Attraverso campagne di sensibilizzazione, mobilitazioni internazionali e attività di pressione politica, essi hanno contribuito a spostare il centro del dibattito dalle logiche della sicurezza militare alle conseguenze umanitarie catastrofiche che deriverebbero dall’uso delle armi nucleari. Particolarmente significativa è stata l’azione della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2017. Questa rete globale ha saputo coinvolgere governi, istituzioni accademiche, organizzazioni sociali e opinione pubblica internazionale, dimostrando come l’impegno collettivo possa incidere concretamente sui processi decisionali globali. Gli attivisti pacifisti e antinuclearisti svolgono inoltre un ruolo culturale fondamentale. Essi contribuiscono alla costruzione di una coscienza collettiva orientata alla pace, alla nonviolenza e al rifiuto della minaccia atomica, soprattutto tra le nuove generazioni. La loro azione dimostra che il disarmo non rappresenta soltanto una questione tecnica o diplomatica, ma una scelta etica e politica che riguarda il futuro stesso dell’umanità. In conclusione, la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare in corso al Palazzo di Vetro di New York mette in evidenza le difficoltà di un sistema internazionale ancora segnato da logiche di potenza, deterrenza e diffidenza reciproca. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari rappresenta un tentativo coraggioso di superare tali limiti, proponendo una visione più ambiziosa e universalistica del disarmo globale. In questo percorso, gli attivisti antinuclearisti continuano a svolgere un ruolo essenziale, mantenendo viva la prospettiva di un mondo libero dalla minaccia nucleare. Il nodo centrale denunciato dai movimenti pacifisti e della nonviolenza attiva resta però irrisolto: il TNP, pur presentandosi come strumento di controllo della proliferazione, continua a legittimare il possesso delle armi nucleari da parte di alcune potenze e a sostenere il principio della deterrenza atomica. Per questo motivo, il futuro del disarmo dipenderà dalla capacità delle istituzioni internazionali e della società civile di trasformare la richiesta di abolizione totale delle armi nucleari da aspirazione ideale a concreta scelta politica globale.   Laura Tussi
May 9, 2026
Pressenza
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza