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Flotilla. Il  Re è nudo?
Fin dalla sua prima missione, la Flotilla ha suscitato reazioni contrastanti: ammirazione e sostegno da un lato, diffidenza, disprezzo e derisione, dall’altro. In quell’occasione, la nostra Presidente del Consiglio ha rilasciato dichiarazioni volte a delegittimarne lo scopo, dimostrando di non voler riconoscere la finalità che gli attivisti hanno sempre espresso con chiarezza: tenere gli occhi su Gaza, fermare il genocidio. A dispetto, infatti, delle polemiche sul termine, esso emerge dalle molteplici azioni compiute da Israele: dal contingentamento delle derrate alimentari ai veri e propri blocchi degli aiuti umanitari; dagli attacchi militari contro i civili fino alle dichiarazioni di esponenti governativi israeliani, come il ministro di ultradestra Amihai Eliyahu, che ha esplicitamente parlato di “cancellazione” di Gaza.  I detrattori della Flotilla hanno deriso la missione derubricandola a “crociera” o, come dichiarato dal Presidente del Senato, inutile, “propagandistica a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”… Parole di un cinismo sconcertante.  Eppure, nonostante non sia riuscita a far arrivare gli aiuti alla popolazione della Striscia, la Flotilla ha centrato il proprio intento: spingere l’opinione pubblica a “tenere gli occhi su Gaza”. Anche chi fino a quel momento aveva scelto di distogliere lo sguardo si è ritrovato davanti alle immagini di Thiago e Saif in catene al tribunale israeliano; alle immagini di centinaia di attivisti umiliati e costretti dai soldati israeliani a mantenere la “stress position” – ripiegati su se stessi, con i polsi legati, strattonati e malmenati. Ha già dovuto ascoltare i primi racconti, tutti accomunati dalla stessa conclusione: ciò che hanno subito è nulla rispetto a quanto subiscono i Palestinesi, a cui il democratico Stato di Israele ha recentemente riservato un ulteriore “trattamento d’onore”: la pena di morte ad populum, corollario di conclamata apartheid.  Tra il pubblico scherno e l’ammirazione, questi uomini e queste donne, con mezzi pacifici e nonviolenti,  hanno messo i loro corpi al servizio di altri corpi: corpi offesi, stremati dalla fame, feriti, mutilati, maltrattati o ormai privi di vita. Hanno donato il proprio tempo per sensibilizzare il mondo su come scorra il tempo di un popolo sotto assedio: un tempo ritmato dal fragore delle esplosioni e degli spari, dalle corse affannose per sfuggire a droni e bombe o sottrarsi allo sguardo dei soldati; un tempo sospeso nell’attesa di qualcosa da mettere sotto i denti. Hanno prestato la propria voce a chi non ha più un luogo da cui far risuonare la propria: né una casa, né una scuola, né un’università, né un luogo di lavoro o di ritrovo. Tutto è stato raso al suolo: ciò che, un tempo, pur stretto tra muri invalicabili e un mare proibito, custodiva ancora la vita. E quella voce non può più neanche essere affidata ai giornalisti che, con coraggio e caparbietà, hanno raccontato al mondo la testimonianza di quell’orrore, prima di esserne travolti e uccisi. Questa “gratuita e irresponsabile iniziativa”, ha invece messo a nudo la “non responsabilità” (in termini etimologici) di chi poteva e non ha fatto nulla, rilevando, al contrario, la “responsabilità”, cioè la capacità di  “risposta”, da parte di civili di ogni parte del mondo: gente comune, giovani e meno giovani, determinati nell’esprimere la propria indignazione di fronte a un genocidio, nel portare la propria solidarietà, nel risvegliare le coscienze e nel fare pressione sui governi.  Di fronte a quelle immagini, qualche espressione di disappunto giunge ora da alcuni esponenti del nostro governo: vera conversione? Difficile a credersi, visto che la situazione a Gaza è vecchia di decenni ed è già esplosa da quasi tre anni. Sicuramente imbarazzo di fronte a un’opinione pubblica molto sensibile alla questione palestinese, in particolare i giovani. Sia ciò per motivi elettorali o altro, a distanza di 75.000 morti e migliaia di arrestati, si comincia, finalmente – e ancora con estrema timidezza – a parlare di interventi nei confronti di Israele.   Alcuni esponenti dell’area progressista invocano soltanto adesso l’interruzione degli accordi e degli scambi militari e commerciali; la destra compattamente non ne fa menzione. Il tutto in un contesto europeo che, salvo rarissime eccezioni, tra cui la Spagna, continua a rimanere silente o a limitarsi a discutere di sanzioni contro singole persone: Ben Gvir o i coloni, come se non fossero essi stessi il braccio operativo dell’ideologia di Stato. Gaza comincia ora ad essere ‘vista’ e, assieme ad essa, quel fazzoletto di terra scientemente separato nella geografia fisica dell’area, la Cisgiordania, dove orde di coloni continuano le loro violente spedizioni sulle terre e le case palestinesi, in barba ad ogni accordo internazionale.  È un vero punto di svolta? Forse no. È però un inizio — tardivo e insufficiente — da cui ripartire per costruire un reale cambio di rotta. Questo sarà possibile se la comunità internazionale troverà il coraggio di agire, ristabilendo il diritto e la pace e affrancandosi dal ricatto con cui Israele tiene in scacco il mondo (con gli USA). Lo si deve prima di tutto ai Palestinesi: quelli ancora in vita e quelli che non ci sono più. Lo si deve ai giovani, da entrambe le parti. Interrompere questo genocidio significa, infatti, spezzare il vortice di violenza e odio di cui anche gli stessi israeliani sono ostaggio. Giovani prestati alle azioni più ignobili, mimetizzati in quelle divise militari appesantite da armi che ne imprigionano i corpi. Senza volto, celati dietro le maschere; senza sguardo, se non quello ridotto a strumento per prendere la mira. Giovani sacrificati alla ragion di Stato, plasmati dall’ideologia e risucchiati in una spirale di crudeltà di cui non sappiamo quanto siano davvero consapevoli, fuorché apprendere di alcuni che, non sopportando il peso di tutto questo orrore, si suicidano.  Lo si deve a coloro che sperano oltre ogni speranza, a quegli israeliani e palestinesi che scommettono su una vita basata sulla conoscenza e il rispetto reciproco: gli uomini e le donne del villaggio di Wahat al Salam/Nevè Shalom; gli ex combattenti da entrambe le parti di Combatants for Peace; le donne israeliane di Women Wage Peace e le donne palestinesi di Women of the Sun che cercano di tessere la rete della solidarietà; i Rabbis for Human rights che aiutano i palestinesi dando loro protezione nelle terre oggetto delle incursioni dei coloni; tutti i disertori  di Mesarvot che, a costo della galera, si rifiutano di continuare ad uccidere; medici, infermieri, membri di ONG che a rischio della vita, sono sul territorio per cercare di dare aiuto e sollievo. Lo si deve a tutti noi.   Qualunque sarà l’esito di questa guerra a senso unico, il progetto scellerato di Netanyahu sta portando a ciò che Anna Foa chiama il “suicidio” morale, politico e strategico di Israele. Forse il punto di rottura è iniziato e una crepa sta iniziando a scalfire la granitica impunità di Israele, ma sicuramente la strada è lunga: anche a occupazione conclusa, intere generazioni, da una parte e dall’altra, dovranno infatti fare i conti con il dolore e l’odio e una grossa ferita dovrà essere rimarginata nel rapporto tra Israele e i popoli del mondo.  Occorre una rinascita della politica, ormai morta perché in mano a tecnocrati e ai diktat della grande finanza. Occorre la partecipazione attiva di cittadini e cittadine. Gli eventi hanno reso chiaro che nessuno può dire di non interessarsi alla politica, o che non è affar suo: il baratro in cui siamo piombati ha creato un movimento di massa che non va disperso: variegato, arcipelago dalle isole a volte non comunicanti, ha comunque indicato la volontà di pace e giustizia tra i popoli. La Flotilla è stata il NO al sopruso del potere e il SI’ alle popolazioni che, dovunque nel mondo, hanno diritto di vivere in pace e giustizia. Le mani alzate sono il NO alle armi. Tutto ciò non va disperso ma trasformato in azione politica.  Mentre si va verso un mondo multipolare, a ciascuno di noi è richiesto di non distogliere lo sguardo e di contribuire con ciò che può e sa fare. Non tutti abbiamo il coraggio dell’impresa, ma tutti possiamo spingere i governi e le istituzioni verso un cambio di paradigma che metta al centro una politica di pace e nonviolenza cui formarsi e formare. Il tempo ci potrà dire cosa siamo stati in grado di fare per noi e le future generazioni. Redazione Palermo
May 23, 2026
Pressenza
La refusenik Ayana Gerstmann al secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva di Kassel
L’11 e il 12 aprile si è tenuto a Kassel (Germania), il secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva e la militarizzazione della società tedesca. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Ayana Gerstmann, refusenik israeliana, hanno contribuito intervenendo alla sessione dedicata alla prospettiva internazionale. Mentre la Germania ha approvato la nuova legge sulla leva a dicembre 2025, Crosetto aveva promesso per marzo 2026 una proposta di legge per la sua reintroduzione in Italia. La fase critica sviluppatasi però con l’attacco all’Iran a livello internazionale e con la vittoria del NO al referendum ha rallentato i piani. Risulta così che la Germania si trovi in un certo senso in una situazione che anticipa quella italiana. La nuova legge tedesca è in linea con il cosiddetto “modello scandinavo” di reclutamento, con quanto fatto da parte di altri stati europei negli ultimi anni e con la dottrina militare della Difesa Totale: l’obiezione di coscienza in senso classico, come rifiuto al servizio militare, è prevista e parte integrante del sistema bellico. Il servizio civile infatti a cui si aderisce “rifiutando” la leva è fatto in modo tale da preparare anche la società civile a sostenere i conflitti, sia attraverso le loro competenze civili (senza mai né imbracciare né vedere armi!) sia attraverso un lavorio ideologico che porta alla creazione del Nemico e alla naturalizzazione della guerra. Un tale servizio civile fa il paio con la militarizzazione delle scuole, che in Germania come in Italia cerca di agire attraverso interventi di forze armate e dell’ordine nelle aule e addirittura attraverso l’introduzione di materie scolastiche come la “difesa nazionale” in Lituania, ore settimanali al pari di letteratura o geografia in cui però si “gioca” a fare orientamento o si impara la storia (e l’eroismo) delle forze armate. Forse è per questo che in Germania come in Svezia hanno il concetto di obiezione di coscienza totale, che prevede non solo il rifiuto del servizio militare (obiezione di coscienza classica) ma anche il rifiuto di ogni forma di partecipazione allo sforzo bellico del proprio paese. In particolare, per esempio, il rifiuto della schedatura della popolazione in età da leva tramite questionari o visite mediche e il rifiuto dei lavoratori di contribuire alla guerra, che sia trasportando armi nel caso delle e dei portuali, producendo il sapere funzionale a produrle nel caso di ricercatori e ricercatrici universitari, o permettendo alle forze armate di entrare nelle scuole nel caso di docenti. Il congresso di Kassel è stato organizzato da cinque realtà antimilitariste tedesche, fra cui Società Tedesca per la Pace – Resistenti di Guerra Uniti (DFG-VK) e Disarmare Rheinmetall (Rheinmetall Entwaffnen). DFG-VK è un’organizzazione storica tedesca (fondata nel 1892) per l’obiezione di coscienza. Rheinmetall Entwaffnen è un’organizzazione del 2018 che in un certo senso trova corrispondenza nei nostri portuali. Fanno azioni di boicottaggio alla produzione e al trasporto di armi. Organizzano anche un campo estivo all’anno che vede migliaia di partecipanti e che è stato recentemente oggetto di forte repressione da parte dello stato tedesco. L’obiettivo con cui è stato lanciato il congresso era quello di costituire una rete di solidarietà al movimento giovanile tedesco di rifiuto della leva. L’idea è: “Come adulti, è nostra responsabilità mettere a disposizione dei giovani tutte le risorse di cui potrebbero necessitare e a cui abbiamo più facile accesso in quanto adulti”. Nella pratica questo significa, come si legge anche dalla dichiarazione finale del congresso: supporto economico (per esempio per il pagamento anche delle sanzioni comminate a chi rifiuta di compilare il questionario), supporto legale e supporto informativo (dal “Che faccio quando mi arriva la lettera per andare a compilare il questionario?” al “Cos’è la cognitive warfare?”). Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, siamo stati invitati a condividere il lavoro di ricerca di Serena Tusini sul ritorno della leva in Europa (presentato durante il Convegno Nazionale dell’Osservatorio dell’anno scorso e da marzo disponibile anche online) e la situazione italiana per quanto riguarda ritorno della leva e militarizzazione della società. Il nostro intervento si è inserito senza soluzione di continuità dopo quello di Ayana Gerstmann, una ragazza refusenik israeliana. Con il supporto legale, mediatico e non solo dell’organizzazione israeliana Disertori (Mesarvot), Ayana ha attraversato due mesi di carcere per poi esser giudicata incapace di intendere e rilasciata. Riportiamo alcune cose che abbiamo trascritto mentre parlava, per noi notevoli se viste alla luce della Difesa Totale. « Il fondamento della società israeliana è l’esercito: lo considerano la cosa più importante della società. Si ritiene che la cosa più importante sia l’eroica lotta dei soldati nell’esercito. Sono quasi considerati sacri, specialmente coloro che sono morti per difendere il Paese.» « Si può essere cittadini a pieno titolo solo se si è stati soldati per alcuni anni. Altrimenti, non si è degni di far parte di questa “insiemezza”.» « È molto difficile opporsi a questo. Ci sono conseguenze sociali. Non ti trattano bene. Anche le persone che hanno problemi di salute e che l’esercito non ha voluto, anche quelle persone vengono guardate con sospetto.» « L’ingiustizia, ciò che sta accadendo in Cisgiordania, non è nota. Molte persone non lo sanno. Pensano che sia un’altra bugia dei progressisti che vogliono solo diffondere menzogne sull’IDF. Molte persone non sanno cosa sta succedendo qui. I media in Israele quasi non ne parlano.» « È molto difficile prendere una decisione indipendente sul fatto di entrare o meno nell’esercito. È così chiaro che fa parte della vita di ogni persona, è il percorso normale: scuola, esercito, università. La gente non pensa che ci sia un’altra opzione.» E invece, grazie ad un’obiezione di coscienza totale e collettiva, un’altra opzione c’è. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
May 2, 2026
Pressenza
Passato, presente e futuro nella prospettiva della nonviolenza
Sabato 9 maggio a Fontaneto d’Agogna sul tema “Una scelta per la pace. L’obiezione di coscienza ieri, oggi, domani”  interverranno alcuni esponenti di rilievo nel ‘mondo’ del pacifismo e della nonviolenza: Ermete Ferraro, Pasquale Pugliese, Laila Simoncelli, Matteo Zappa, Norberto Julini, Zaira Zafarana e Massimo Diana in presenza e in videocollegamento Olga Karach e Yona Roseman. Il convegno aperto al pubblico è organizzato da gruppo MIR di Borgomanero, Associazione per la Pace di Novara, Laboratorio per la Pace di Galliate e Associazione Pace e Convivenza di Sesto Calende, che con questa loro iniziativa si rivolgono in particolare ai giovani e ai loro educatori. Nel contesto di una situazione internazionale degenerata a causa delle guerre in Europa e Medio Oriente e della conseguente corsa al riarmo da parte delle istituzioni europee che sta concretizzando il progetto di un ripristino della leva militare, l’iniziativa nasce con l’intento di porre al centro del dibattito una visione di società in cui si possa esercitare un’altra difesa, quella nonviolenta, e in cui la pace concretamente si possa costruire con le istituzioni nazionali e locali. E un modo di costruire la pace è quello di esercitare un fondamentale diritto umano: quello all’obiezione di coscienza alla guerra e, in particolare, al servizio militare. In Italia la sospensione della leva ha in un certo qual modo “congelato” l’obiezione di coscienza, ma il disegno di legge per il ritorno di un servizio militare obbligatorio rende più che mai urgenti azioni concrete, quali un’obiezione di coscienza preventiva, per esercitare questo diritto. «La guerra è di fatto decisa da pochi potenti ricchi maturi e al sicuro, ma viene agita in prima linea dalle giovani generazioni – precisa Laura Bergomi dell’Associazione per la Pace e Convivenza di Sesto Calende – Per rompere il silenzio pubblico sui temi del diritto all’obiezione di coscienza e della nonviolenza, invitiamo quindi a partecipare al convegno del 9/5/26 a Fontaneto d’Agogna sia i/le giovani, in nome del loro diritto al futuro, sia tutte le persone che vivono e operano con le giovani generazioni, nelle istituzioni scolastiche e sociali e nelle relazioni quotidiane». Per le/gli insegnanti infatti sarà possibile avere un attestato di partecipazione al convegno. «Pensiamo che l’obiezione di coscienza alla guerra ed al servizio militare non sia soltanto il valore di una scelta individuale, ma che rappresenti una proposta alla collettività per orientare le istituzioni ad una strategia di difesa non armata – evidenzia Elena Zanolli dell’Associazione per la Pace di Novara – Orientamento che va verso una logica che, scardinando la cultura delle armi e delle soluzioni armate ai conflitti, favorisca la convivenza tra stati a favore dello sviluppo sociale della società». «L’obiezione di coscienza non deve essere vista come un atto di vigliaccheria o di negligenza nei confronti del nostro Paese, ma è il rifiuto di ottemperare a un dovere imposto se gli effetti che ne derivino sono contrari alle proprie convinzioni etiche, morali o religiose – mette in luce Antonio Pomella del Laboratorio per la Pace di Galliate – La convinzione che solo operando il bene si crea il bene, ci spinge a trovare nuove forme di convivenza e di “lotta” per i diritti di tutti gli esseri umani, che vada oltre la logica della violenza». «L’obiezione di coscienza al servizio militare è un diritto umano – pone in rilievo Antonietta Lavista del gruppo MIR di Borgomanero – Il convegno nasce da questa consapevolezza e si propone di portare al centro il dibattito questo tema, ancora marginale nel nostro Paese, focalizzando l’attenzione sulle principali iniziative che la società civile sta mettendo in campo per creare veri e propri spazi istituzionali, affinché la pace non sia solo uno slogan da utilizzare sulle bandiere e nelle manifestazioni, bensì una condizione concreta a cui tendere e da costruire». Il presidente del MIR Italia, Ermete Ferraro, farà un intervento dal titolo “Dall’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione”. Pasquale Pugliese del coordinamento nazionale Movimento Nonviolento parlerà del tema “Se vuoi la pace prepara la pace: un’altra difesa è possibile”. Responsabile del servizio Diritti umani e giustizia della Comunità Papa Giovanni XXIII e coordinatrice nazionale della campagna Ministero della Pace, una scelta di governo, Laila Simoncelli svilupperà il tema “Ministero della Pace: resistenza collettiva della coscienza e governance nonviolenta”. Assessore alla pace del Comune di Arluno (Milano) e referente del Coordinamento Pace in Comune, Matteo Zappa condividerà la propria esperienza in materia di “Istituzioni di pace. Comuni insieme per una cittadinanza consapevole”. Norberto Julini di Pax Christi Italia illustrerà la “Nota pastorale ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’: le obiezioni di coscienza”. Esperta advocacy Onu e responsabile Relazioni internazionali MIR Italia, Zaira Zafarana, parlerà di “Obiezione di coscienza al servizio militare in contesti di guerra” e introdurrà le testimonianze in videocollegamento di Olga Karach, difensora dei diritti umani bielorussa e presidente di Our House, e di Yona Roseman, obiettrice di Mesarvot, rete di giovani obiettori israeliani, e in presenza di Massimo Diana, obiettore di coscienza alla Caritas Diocesana di Novara e analista biografico, che parlerà di “Khudai Khidmatgar, esercito Pasthtun nonviolento”. Le due sessioni, mattutina e pomeridiana, sono moderate rispettivamente da Lorenzo Rotella, giornalista de La Stampa e presidente del Comitato Bene Comune Abbiategrasso, e Laila Simoncelli. Il convegno si tiene nella sala polivalente Grazia Deledda di Fontaneto d’Agogna, che si trova a cinque minuti dall’uscita di Borgomanero dell’autostrada A26 e raggiungibile in treno fino alle stazioni di Novara o Borgomanero e da Novara e Borgomanero con i messi dell’autolinea SAF. I lavori inizieranno alle 9:30 e si concluderanno alle 16:30, con un’iterruzione dalle 12:30 alle 14. Chi lo desidera, su prenotazione potrà pranzare in un ristorante convenzionato, distante cinque minuti a piedi dalla sede degli incontri. Per la partecipazione è obbligatoria l’iscrizione, in cui va indicata l’eventuale prenotazione per il pranzo, effettuabile compilando l’apposito modulo online – https://forms.gle/ppmH9YbEhyy4HXGS9 – oppure rivolgendosi ai recapiti e-mail borgomanero@miritalia.org e telefono o WhatsApp 349-6387859 . Informazioni sono divulgate sulla pagina Facebook MIR Borgomanero. MIR Italia - Movimento Internazionale della Riconciliazione
April 29, 2026
Pressenza