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Intervista Radio Onda Rossa ad Antonio Mazzeo su esercitazioni militari con droni e sottomarini in Salento
Rilanciamo l’intervista che Antonio Mazzeo, docente, giornalista e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha rilasciato lo scorso 8 luglio 2026 a Radio Onda Rossa sull’enorme operazione di esercitazioni militari della NATO che interessa il Salento e il mar Adriatico di cui ha parlato anche in un articolo qui. Nell’audio viene anche approfondito come la militarizzazione sia portata avanti sempre più attraverso e per gli interessi dei grandi produttori di armi, così come dimostra il vertice NATO di Ankara, in cui sono presenti anche politici italiani del “campo largo”, che sembra una grande fiera del settore militare. Un chiaro segnale pacifista, antimilitarista e nonviolento dovrebbe consistere nel prendere le distanze dalla NATO, un’alleanza militare resa inutile dalla smantellamento del Patto di Varsavia e che, piuttosto, oggi viene brandita come minaccia per la sicurezza e l’instabilità in Europa e nel mondo intero. Del resto, come ricorda Antonio Mazzeo, i devastanti processi di riarmo e militarizzazione sono bipartisan, sostenuti sia dal centrosinistra sia dal centrodestra. Una vera forza politica alternativa dovrebbe farsi carico di questi temi e con responsabilità prendere posizione sulla presenza di forze militari straniere sul nostro territorio. Clicca qui per l’intervista su Radio Onda Rossa. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Salento e Adriatico centro della sperimentazione di droni navali e sottomarini NATO
LE ACQUE DEL SUD DELLA PUGLIA OSPITERANNO FINO AL 10 LUGLIO LE ATTIVITÀ DELLA PRIMA FASE DELLA TASK FORCE X – CENTRAL MEDITERRANEAN. Il sud della Puglia e le acque limitrofe ospitano dal 22 giugno scorso le attività della prima fase della Task Force X – Central Mediterranean (TFX CentMed), che proseguiranno fino al 10 luglio. L’esercitazione militare, promossa dal NATO Allied Command Transformation (ACT), il Comando alleato alla guida dei programmi di sviluppo strategico e tecnologico dell’Alleanza Atlantica con quartier generale a Norfolk (Virginia) e dallo Stato Maggiore della Difesa italiano, viene descritta come uno “dei test operativi più avanzati” della NATO, per “testare, integrare e adottare nuove tecnologie e capacità”. In occasione della TFX CentMed saranno sperimentate «per la prima volta e in modo simultaneo, capacità nei cinque domini – terrestre, marittimo, aereo, cyber e spaziale – con l’ulteriore integrazione di dati provenienti dall’ambiente underwater e dallo spettro elettromagnetico». All’esercitazione in terra salentina partecipano unità militari di Italia, Croazia, Lettonia, Slovenia e Stati Uniti d’America. «L’obiettivo – spiega lo Stato Maggiore della Difesa – è la validazione di un sistema di sistemi capace di integrare, interconnettere e rendere interoperabili piattaforme, sensori, sistemi pilotati e non pilotati». Più di un centinaio di droni aerei, terrestri, navali e sottomarini impiegati nei war games, più alcuni aerei radar e velivoli di intelligence, riconoscimento e sorveglianza in dotazione alle forze armate dei paesi partecipanti. Come sempre più accade in occasione di esercitazioni militari nazionali e internazionali, a Task Force X – Central Mediterranean è prevista la presenza di non meglio specificate «realtà industriali del settore della difesa nell’ambito delle attività di sperimentazione operativa», in vista di collaborazioni future  e “potenziali sinergie” a livello nazionale e in ambito NATO. «Task Force X conferma il ruolo dell’Italia come attore di riferimento nella trasformazione e nell’innovazione dell’Alleanza», enfatizza lo Stato Maggiore della Difesa. «L’esercitazione rappresenta una risposta strategica e innovativa alle sfide emergenti, contribuendo al rafforzamento della difesa multidominio e della deterrenza sul Fianco Sud della NATO, area sempre più centrale per la sicurezza alleata. TFX CentMed promuove il processo di integrazione, complementarietà, ridondanza e resilienza della NATO, rafforzandone l’efficacia operativa». È tuttavia il NATO Allied Command Transformation (ACT) a spiegare le ragioni per cui è stato deciso di svolgere l’esercitazione in territorio e nelle acque pugliesi. «Il Mediterraneo centrale è strategicamente importante perché incrocia l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente, dove le vulnerabilità delle infrastrutture critiche e le sfide alla sicurezza sempre più complesse richiedono una consapevolezza costante e un coordinamento effettivo», riporta l’ufficio stampa del comando NATO di stanza in Virginia. «Task Force X Central Mediterranean dimostrerà come le forze tradizionali e i sistemi senza pilota possono operare insieme all’interno di una singola cornice operativa (…) Per la prima volta, noi stiamo sperimentando il modello Task Force X nel Fianco Sud della NATO, con la guida dell’Italia e il contributo degli Alleati. Ciò è come la NATO apprende e si adatta: testando tecnologie emergenti in condizioni operative realistiche, integrando sistemi con equipaggi e senza pilota, trasformando ciò in capacità che l’Alleanza può adottare e scalare rapidamente». Buona parte delle esercitazioni in ambito terrestre e navale si tengono presso il poligono di Torre Veneri (comune di Lecce), compreso fra le località di Frigole Mare, San Cataldo e la strada provinciale 133 “Litoranea Salentina” e nello specchio di mare antistante l’area addestrativa. Si tratta di un’area di impareggiabile bellezza ambientale e paesaggistica utilizzata periodicamente per esercitazioni a fuoco e test di mezzi di guerra, sotto la giurisdizione della Scuola di Cavalleria dell’Esercito italiano, con sede a Lecce. Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato su www.pagineesteri.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi
Immagine in evidenza da Rawpixel La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime. Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie. La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate. La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro. Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici. Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità. L’ELEMENTO STRATEGICO E MILITARE C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar. In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti. Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche. Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa. Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico). In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica. CONFUSIONE AMERICANA Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda. Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate. Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale. NUOVE MINACCE E NUOVE SOLUZIONI Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare. È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando. In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa. E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati. In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando. L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.
April 29, 2026
Guerre di Rete