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La Global Sumud Flotilla riparte per Gaza
La Global Sumud Flotilla (GSF) dichiara la ripartenza con la conferenza stampa di Marmaris, confermando gli obiettivi della missione nonviolenta, civile e umanitaria che procederà per rompere l’assedio illegale di Israele su Gaza. La flotta riparte il 14 maggio, unendo le forze con la Freedom Flotilla Coalition per arrivare a 54 barche e circa 500 partecipanti dalle 45 delegazioni.  Così come il mondo si mobilita dopo oltre 78 anni di occupazione, pulizia etnica e apartheid palestinese, la flotilla sarà in mare navigando verso Gaza e dichiarando che la sola commemorazione senza azione non è più abbastanza. Dopo un mese in cui  il regime sionista e le sue forze di occupazione si sono caratterizzati per le violenze in mare e le azioni illegali, gli abusi e le torture documentate su attivisti per i diritti umani, la nostra flotta si è riorganizzata e ampliata in preparazione dell’ultima tappa del suo percorso verso le coste di Gaza, dove verranno consegnati cibo e aiuti alle famiglie palestinesi e ai bambini che continuano a sopravvivere sotto la brutale occupazione israeliana. Il mandato strategico per l’azione La decisione di procedere si fonda su principi fondamentali. Mentre il sistema sanitario di Gaza continua ad affrontare il collasso totale, la flotta medica della flotilla rappresenta un intervento umanitario diretto, guidato da civili. Gli organizzatori della GSF hanno sottolineato che con il tentativo del regime israeliano di rendere il blocco lo status quo permanente, il rischio strategico dell’inazione è diventato di gran lunga superiore ai rischi della navigazione. Questa decisione fa seguito al ritorno dei membri dello Steering Committee  Saif Abukeshek e Thiago Ávila, rilasciati il  10 maggio  dopo dieci giorni di detenzione illegale, abusi sistematici e torture per mano dello Stato israeliano, nonché percosse e abusi sessuali subiti dai volontari della flottiglia, illegalmente intercettati e detenuti in acque internazionali europee il 29 aprile. Il loro ritorno testimonia la mobilitazione internazionale, ma la loro liberazione non rappresenta una vera libertà finché oltre 9.500 palestinesi rimangono intrappolati in un sistema di tortura e impunità. Per la flotilla, l’imperativo morale di un’azione diretta contro il regime israeliano supera di gran lunga i rischi del silenzio di fronte al genocidio e alla pulizia etnica in corso. Parallelamente alla ripartenza via mare, il convoglio terrestre attualmente radunato in Nord Africa si appresta a raggiungere il confine Libia-Egitto; con decine di camion e centinaia di partecipanti provenienti da oltre 30 Paesi, questa missione via terra si sta muovendo attraverso la Libia verso il valico di Rafah. La missione si sta ulteriormente evolvendo verso un movimento di lotta per la liberazione dei popoli oppressi. Alcuni rappresentanti della comunità Rohingya e di altri popoli oppressi si sono uniti alla flotta, individuando la lotta per la liberazione per Gaza e per la Palestina come punto di riferimento di una rivolta globale contro il genocidio. Una sfida diretta alla complicità globale e alla pirateria di Stato Gli organizzatori della flotilla hanno condannato la complicità del governo greco, dell’Unione Europea e di altri Stati, il cui silenzio ha permesso all’esercito di occupazione israeliana di effettuare il sequestro e le illegalità in acque internazionali, a oltre 1.000 km da Gaza,  in totale impunità. Parallelamente agli assessment tecnici, alcuni esperti legali internazionali hanno finalizzato una strategia globale di riconoscimento delle responsabilità in un simposio giuridico tenutosi la scorsa settimana. Questa strategia prevede l’avvio immediato di procedimenti giudiziari e potenziali azioni presso la Corte Penale Internazionale contro Israele e i governi che forniscono copertura diplomatica e logistica per questi crimini, l’esplorazione di azioni legali in oltre 30 Paesi e l’ininterrotta richiesta di sanzioni e risarcimenti a Israele per il genocidio in corso contro il popolo palestinese. La GSF continua a chiedere che vengano formalmente accertate le responsabilità per le violenze e gli abusi sessuali inflitti ai partecipanti. La GSF sostiene che le missioni marittime civili sono saldamente protette dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), un quadro normativo che Israele e i suoi alleati stanno attualmente smantellando. Una sfida diretta alla codardia politica La missione rappresenta una sfida diretta ai leader mondiali che hanno offerto solo dichiarazioni e lettere di condanna ben calibrate, pur assistendo al continuo genocidio e alla riduzione alla fame di Gaza. Mentre 14 relatori speciali delle Nazioni Unite, i primi ministri di Spagna e Brasile e 19 membri del Congresso degli Stati Uniti si sono espressi, il Dipartimento di Stato americano ha minacciato i propri cittadini anziché difenderli dagli attacchi nelle acque internazionali. Questa risposta viene documentata come un fatto giuridico e politico. In assenza di un intervento degli Stati, persone di coscienza stanno agendo con i propri corpi come barriera tra la brutalità militare sionista e le vite dei palestinesi. Mentre la flotilla prende il largo, i leader del movimento e della società civile palestinese stanno coordinando momenti di mobilitazioni e proteste globali via terra, con oltre 400 azioni pianificate in 47 Paesi il 15 e 16 maggio. Global Sumud Flotilla
May 14, 2026
Pressenza
60 barche della nuova flotilla per rompere l’assedio di Gaza sono partite dalla Sicilia
È partita domenica 26 aprile, dal porto siciliano di Augusta la seconda missione della Global Sumud Flotilla (GSF), l’esercito pacifico di barche che tenterà ancora una volta di rompere l’assedio a Gaza, imporre un corridoio di aiuti umanitario e riportare l’attenzione internazionale sul genocidio tuttora in corso nella Striscia. Nonostante le difficili condizioni imposte dal conflitto regionale in Medio Oriente, la missione è più imponente della precedente: se in ottobre Tel Aviv aveva dovuto faticare per bloccare una quarantina di barche – che avevano anche contribuito a scatenare forti mobilitazioni in tutto il mondo – nelle prossime settimane dovrà vedersela con forse il doppio delle navi. Inoltre, vi sarà anche un convoglio che cercherà di arrivare al valico di Rafah via terra, per entrare nella Striscia con oltre 100 mezzi e camion di aiuti umanitari. «Sono 60 le imbarcazioni partite», ha detto Maria Elena Delia, la referente italiana della GSF a L’Indipendente. «E se ne aggiungeranno altre dalla Grecia e dalla Tunisia. Forse si uniranno, tra qualche giorno, anche le barche delle Thousand Madleens» riporta, riferendosi a uno degli altri movimenti internazionali nato con la stessa idea: forzare l’assedio israeliano. «I motivi che ci hanno spinto a partire sono prevalentemente gli stessi dell’anno scorso: Gaza continua a essere occupata, continua ad esserci un genocidio anche se “a bassa intensità”» insiste la referente italiana. «Da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco sono stati uccisi quasi 800 palestinesi; più del 60% della Striscia è occupata dall’esercito israeliano e quasi due milioni di palestinesi sono costretti a vivere in un migliaio di tendopoli in condizioni igieniche terrificanti, con una forte mancanza di cibo, acqua, cure mediche. La pulizia etnica va avanti: l’unica cosa che è davvero cambiata è che nessuno oggi ne parla più.» Anche per ripuntare i riflettori su Gaza la GSF ha scelto di tornare in mare, allargando la missione anche via terra. «Noi partiamo per arrivare, non partiamo pensando che verremo fermati. Non stiamo facendo una performance, così come non erano delle performance le precedenti flotille», ha continuato Delia. «Proveremo a rompere il blocco navale illegale che esiste dal 2007 e che di fatto detiene la popolazione di Gaza sotto una sorta di punizione collettiva. Partiamo anche per aprire un corridoio umanitario permanente e mettere in evidenza che le modalità di aggressione colonialista che la Palestina sta subendo da moltissimi decenni in questo momento sono trasferite al Libano e all’Iran. Siamo di fronte a un’espansione di quello che viene chiamato il “modello Gaza”: non possiamo ignorarla» Il convoglio terrestre che si unirà alla Flotilla tra pochi giorni partirà dalla Mauritania, per attraversare il Maghreb e arrivare al Valico di Rafah, confermando la grandezza dell’impresa di questa nuova missione. 1.000 persone delle delegazioni africane partiranno con oltre 100 mezzi di cui 50 camion di aiuti umanitari, case mobili ed autoambulanze, per unirsi a circa 400 attivisti provenienti dal resto del mondo a Tripoli, in Libia, nella prima settimana di maggio. Marco Contadini, romano, sarà uno di loro. Eco-builder, anche l’anno scorso aveva preso parte alla GSF, scendendo però a Creta. «La Flotilla sfida l’assedio dal mare. Il Convoglio Terrestre lo sfida dalla terraferma», dice a L’Indipendente. «Trasporteremo aiuti umanitari, medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, costruttori. Dalla Libia attraverseremo l’Egitto per provare a forzare il blocco a Rafah. Non sarà un viaggio facile, e avremo bisogno del supporto popolare per fare pressione sul regime egiziano,» dice. In Italia, anche “gli equipaggi di terra” si stanno organizzando: il 12 aprile, da Nord a Sud, si sono svolte assemblee regionali con l’obiettivo di sostenere le Flotille e rilanciare una mobilitazione popolare e internazionale contro il genocidio, l’occupazione e la complicità politica ed economica con Israele. Ma la GSF parte non senza difficoltà: l’attenzione mediatica è scarsa e, a differenza dello scorso autunno, si porta dietro pochi personaggi riconosciuti e politici. Inoltre, a causa della situazione geopolitica, il futuro è ancora più incerto. Le critiche arrivano anche dall’interno: è Francesca Albanese che pochi giorni fa, proprio al Congresso della Sumud, ha fatto un duro intervento contro quello che, a suo parere, la GSF rischiava di diventare, ma rilanciando anche quelli che secondo lei sono obiettivi chiari che il movimento dovrebbe avere. «Voi siete un movimento, ma un movimento, senza direzione è caos,» ha detto, parlando anche del rischio di “istituzionalizzazione”. «Un movimento deve essere effettivo. Io non sono contro all’essere “performativi”. È buono esserlo. Ma le performance, da sole, non sono sufficienti». La relatrice speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati rimette il punto sugli obiettivi: «Spero che non siate qui a parlare di “diritti”. È chiaro che i palestinesi hanno diritti. Ed è chiaro che gli Stati membri hanno obbligazioni e le imprese hanno obbligazioni di non commerciare e di non aiutare uno Stato che sta commettendo un genocidio. Quindi le vostre azioni devono essere dirette per finire completamente queste complicità». E ha specificato: «Dobbiamo interrompere le infrastrutture materiali che sostengono il sistema in maniera coordinata. Sumud non è solo “stare”. Ma è “stare” in forma efficace». Alle critiche della referente speciale ONU, Delia risponde con un ringraziamento. «Siamo grati a Francesca Albanese per tutto quello che ha fatto e continua a fare per la Palestina», ha detto a L’Indipendente. «Noi accogliamo le critiche; abbiamo però fatto le nostre valutazioni, dal punto di vista di attivisti politici e militanti. E noi pensiamo che, contrariamente a quello che è stato detto, la Flotilla l’anno scorso ha ottenuto molti risultati, anche se non siamo arrivati a Gaza. È vero che non abbiamo la certezza che ricapiti la stessa cosa. Ma come militanti sappiamo che se una cosa non provi a farla, hai già perso in partenza».   L'Indipendente
April 28, 2026
Pressenza