Davide Cammarrone / Storia di terremoto, artisti e artigiani
I Maestri di Gibellina è stato pubblicato per la prima volta nel 2011, anno di
morte di Ludovico Corrao, figura centrale di questa storia. Corrao fu
parlamentare, e legale per parte civile di Franca Viola, la prima donna in
Italia a rifiutare, nel 1965, il matrimonio riparatore dopo uno stupro;
contribuì a far cancellare il delitto d’onore dal Codice penale (cosa che
avvenne nel 1981). Corrao fu eletto sindaco di Gibellina due anni dopo quel
processo, sul finire del 1968. Qualche mese prima, nella notte del 14 gennaio,
un terremoto aveva distrutto vari centri della valle del Belice, tra cui
Gibellina, e causato quasi 400 morti. In quella fase di emergenza, dove tutto
era volto a (far figurare) una rapida ricostruzione, Corrao si rivolse a
qualcosa che in circostanze di quel tipo di solito viene messo da parte in nome
di urgenze più pressanti. Propose di costruire il futuro di Gibellina ripartendo
non dall’economia o dall’industrializzazione ma dalla cultura e dall’arte,
rovesciando la vocazione della Gibellina storica, votata a una povera realtà
contadina. Per costruire la nuova città coinvolse architetti, urbanisti,
pittori, scenografi e artisti di fama nazionale (Alberto Burri, Pietro Consagra,
Ludovico Quaroni, Franco Purini, Arnoldo Pomodoro, Mario Schifano, Mimmo
Paladino e altri). Promosse le “Orestiadi” di Gibellina, una innovativa rassegna
teatrale, e il Museo delle Trame Mediterranee. Creò una città che era, è,
“anzitutto un’idea”, come dichiara Davide Camarrone nella prefazione,
“germogliata nel ricordo di ciò che è stato”.
La storia di quel paese scomparso, e della sua ricostruzione su un piano
completamente differente, è raccontata da Cammarone, giornalista, a partire
dagli artigiani che nella pratica hanno realizzato le opere degli artisti.
L’arte di Gibellina Nuova è infatti antica nell’operato, con maestri progettisti
(i vari Consagra, Burri…) e maestri esecutori, ovvero artigiani di altissimo
livello, già operativi nella zona prima del terremoto. È una vicenda senza
confronti – anche perché si tratta dell’unica città italiana di nuova fondazione
nel dopoguerra – che è utile ripercorre quest’anno che Gibellina è Capitale
italiana dell’arte contemporanea.
Dopo il terremoto, gli abitanti che non emigrarono in Australia o Venezuela –
come veniva caldamente consigliato dalle istituzioni – vissero in una
baraccopoli a Rampinzeri, a poca distanza dal paese vecchio. Qui sarebbe dovuta
sorgere la nuova città; Il presidente Saragat aveva emesso un decreto per
vietare la ricostruzione sulle rovine, considerate troppo pericolose. La visione
di Corrao, al contrario, non era solo di costruire delle abitazioni sostitutive
di quelle crollate: ma liberare la gente dalle case povere e minuscole di prima,
riflesso di una esistenza ridotta all’osso e subordinata ai grandi proprietari
terrieri. «Una replica della città antica», scrive Corrao, «significava
condannare quel mondo a rivivere le condizioni di un tempo», ovvero ad abitare
il dolore, la disperazione, l’isolamento. La nuova Gibellina fu invece costruita
a venti chilometri di distanza, nel territorio di Salemi, più vicina
all’autostrada e alle vie principali, coinvolgendo le imprese e i lavoratori
locali. Fondarla sulla cultura, tenendo distanti gli appaltatori esterni, ha
significato rendere l’arte, per la prima volta, veramente di tutti, non
confinata nelle chiese come in Gibellina vecchia. Per questo è stata necessaria
una rivoluzione dei modi di produzione. A Gibellina non c’erano artisti, ma
artigiani che provvedevano alle necessità quotidiane. Sono loro ad essere
diventati scultori, fabbri, costruttori, scalpellini, ceramisti, realizzando
materialmente le opere, le idee, le intuizioni dei maestri. Nel farlo, sono
diventati essi stessi artisti, riscoprendo vecchie tradizioni e reinventandone
di nuove. Ad esempio, la “Grande Stella” di Consagra, che vuole riprodurre un
astro luminosissimo che Goethe scrisse di aver visto durante il suo “Viaggio in
Sicilia”, è stata costruita in laminato di acciaio inossidabile, petalo per
petalo, nell’officina dall’impresa Copre.In. di Egisto Artale, che ha poi
realizzato la struttura di fondazione e saldato i petali in verticale su una
impalcatura alta 27 metri.
Gli artigiani di Gibellina hanno costruito il gigantesco aratro di Pomodoro, le
macchine sceniche utilizzate nelle Orestiadi e tante altre opere che oggi
definiscono il volto nuovo, per taluni un po’ straniante, della città. Secondo
qualcuno il tentativo di rifondare la città nell’arte non è completamente
riuscito. Gibellina racconta però un’utopia formale ed etica rivoluzionaria; ed
è un raro esempio di cultura urbana, in età contemporanea, non legata al
restauro di borghi storicizzati. «A Gibellina», scrive Camarrone, «è nata una
città che, dopo la cancellazione del suo passato, si è appropriata del senso del
Moderno: che nel Moderno ha cercato una giustificazione della propria
esistenza».
È la scelta di non reiterare il passato e non conservarlo a vista, di usare un
colpo basso del destino (il terremoto) come opportunità per stravolgere il
proprio abito consueto. Di “archeologia del futuro” ha parlato a proposito
Alberto Burri, autore dell’opera che forse più ha contribuito a diffondere il
nome di Gibellina nel mondo. Burri è stato l’unico artista a decidere di operare
su Gibellina vecchia, su quello che ne restava. Propose di compattare le
macerie, armarle con il cemento e coprire tutta la superficie (circa 80.000
metri quadrati) di cemento bianco, come un sudario. I blocchi, alti 1,6 m., sono
separati da vie che ricalcano quelle del paese. L’opera è stata realizzata tra
il 1984 e il 1989, e completata nel 2015. Qualche rudere è ancora presente a
qualche centinaio di metri dal “Cretto”, ma la maggior parte degli isolati sono
stati modellati e cementificati, al pari della memoria storica. Burri ha scelto
di far diventare le rovine del vecchio paese un monumento, mantenendone la forma
ma nello stesso tempo realizzandone una copia trasfigurata. Lo ha fatto perché
quei resti incorporavano delle memorie tristi: non solo quella tragica del
terremoto, ma anche quelle delle vite povere, del feudo, dei lavoratori schiavi
e braccianti mai proprietari, delle rivolte per la conquista della terra.
«Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa» scrive Camarrone. Un sudario
che copre e nasconde, pur permettendo il ricordo; perché l’elaborazione del
lutto si ha quando si chiude il coperchio della bara e non si vede più il
cadavere.
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da Pulp Magazine.