Mondello spiaggia libera è un’anomalia da evitare, anziché la regola naturale di un bene comune demaniale
C’è qualcosa di emblematicamente rivelatore nel fatto che la spiaggia di
Mondello sia tornata nella disponibilità dell’Italo Belga ancora prima che il
Consiglio di Giustizia Amministrativa depositasse formalmente la sua ordinanza.
Mentre le istituzioni si affannavano tra ricorsi, bandi e piani di gestione, la
società aveva già spianato l’arenile e avviato le procedure per l’assunzione di
un centinaio di lavoratori stagionali. Il fatto compiuto come strumento di
marcare, controllare e governare il territorio: una pratica in cui si riconosce
immediatamente come una delle forme più efficaci di occupazione dello spazio. La
decisione giuridica insegue la realtà materiale, non viceversa.
Il CGA, pronunciandosi in sede collegiale, ha accolto gli appelli cautelari
della società, sospendendo la revoca della concessione balneare fino al 30
settembre. La Regione aveva dichiarato la decadenza della concessione dopo che
l’interdittiva antimafia prefettizia aveva colpito la GM Edil della famiglia
Genova, fornitrice di servizi per l’Italo Belga, e dopo che la stessa
concessionaria era stata sottoposta alla misura di prevenzione collaborativa,
con la nomina di tre commissari prefettizi per dodici mesi. I giudici, pur
riconoscendo queste criticità, hanno sospeso la revoca osservando che la Regione
non aveva predisposto in tempo un’alternativa gestionale credibile e che la
prevenzione collaborativa – per sua natura – presuppone la continuazione
dell’attività imprenditoriale, costituendone garanzia di liceità e legalità.
Le contraddizioni di un’ordinanza che premia la cattiva gestione
Il vizio logico più profondo dell’ordinanza è, al tempo stesso, il più difficile
da contestare sul piano formale: la cattiva organizzazione istituzionale diventa
una risorsa per il concessionario contestato. La Regione non viene criticata per
aver tollerato le irregolarità, ma per non essere riuscita a sostituire
abbastanza in fretta chi quelle irregolarità le aveva prodotte. Il bando per
l’affidamento di tredici lotti (perché 13?) a privati – per il quale erano
arrivate cinque candidature – resta bloccato. La discontinuità amministrativa
premia la continuità di chi si voleva rimuovere.
I giudici scrivono che l’Assessorato regionale “non ha operato una corretta e
tempestiva programmazione dell’attività di gestione dell’arenile” e non ha
garantito “la continuità del servizio” né “predisposto tempestivamente strumenti
per un’ordinata e disciplinata gestione delle aree destinate alla pubblica
fruizione”. Critiche legittime, ma che producono un effetto paradossale:
l’incapacità istituzionale di organizzare il dopo finisce per legittimare il
prima, anche quando il prima era segnato da esternalizzazioni opache, da
rapporti con soggetti colpiti da interdittiva e da infiltrazioni che la stessa
Prefettura aveva ritenuto abbastanza concrete da giustificare l’invio dei
commissari.
Analoghe riserve vengono espresse nei confronti del Comune. Il “Piano Mondello”,
finanziato con trecentomila euro dal fondo di riserva, viene definito
dall’ordinanza misura episodica che il Comune era tenuto a porre in essere
comunque, “al di là del provvedimento di decadenza”: copertura finanziaria non
strutturale, una tantum, per due mesi su una stagione intera. Un intervento
insufficiente, si dice. Ma l’insufficienza del pubblico non può, da sola,
giustificare la conferma del privato contestato. Questa è la contraddizione
centrale che l’ordinanza non scioglie, ma aggira.
𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥
𝐫𝐨𝐯𝐞𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨
Il passaggio più rivelatore dell’intera ordinanza è quello in cui i giudici
osservano che, se la Regione avesse scelto di rendere la spiaggia liberamente
fruibile – restituendola alla collettività senza affidamento a un privato –
“l’odierno pregiudizio per l’interesse pubblico sarebbe risultato
inconfigurabile”. Il ragionamento è formalmente ineccepibile. Ma contiene una
premessa culturale che merita di essere smontata.
L’ordinanza tratta implicitamente la spiaggia libera come un’anomalia
organizzativa, una condizione di emergenza da evitare, anziché come la regola
naturale di un bene demaniale. Eppure, il demanio marittimo appartiene alla
collettività per definizione: la concessione privata è l’eccezione, la libera
fruizione è il principio.
𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀
𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 abbandonata: è una spiaggia pubblica, che richiede
gestione pubblica di servizi, pulizia e sicurezza, ma non la mediazione di un
operatore commerciale che ne condizioni l’accesso. Il Comune avrebbe potuto
intervenire con ordinanza sindacale, attivare i propri servizi, finanziare
l’operazione con i proventi della tassa di soggiorno, destinabile per legge alla
valorizzazione del territorio turistico. Gli strumenti c’erano. Mancava la
volontà di assumersi la responsabilità.
𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐁𝐨𝐫𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐨: 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨
𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐥𝐮𝐝𝐞𝐫𝐞
C’è una data che rende questa vicenda ancora più carica di significato simbolico
e civile. Domani ricorre l’anniversario della strage di Capaci, in cui Cosa
Nostra assassinò Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti
della scorta. 𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐭𝐚, 𝐢𝐥
𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐮𝐢 𝐢 𝐛𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐞𝐧𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚
𝐢𝐥𝐥𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐞
𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚
𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐚𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚: 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨
𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐜𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐭𝐭𝐚.
L’ordinanza del CGA non afferma che l’Italo Belga sia un’organizzazione
criminale. Ma è un fatto che la Prefettura abbia giudicato il rischio di
infiltrazione sufficientemente concreto da nominare tre commissari. È un fatto
che una società della famiglia Genova – i cui componenti lavoravano anche per
l’Italo Belga – abbia ricevuto un’interdittiva antimafia. Ed è un fatto che la
misura di prevenzione collaborativa, pur presupponendo la prosecuzione
dell’attività, nasca proprio perché quell’attività è ritenuta a rischio. Ridurre
tutto questo a una questione secondaria rispetto alla continuità del servizio
balneare 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐫𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢.
La concessione di un litorale pubblico non è un’ordinaria transazione economica.
Implica la gestione di una risorsa collettiva scarsa, la mediazione tra
interessi privati e diritti universali di fruizione. Affidarla, anche solo
temporaneamente, anche solo cautelarmente a un soggetto la cui affidabilità è
sotto scrutinio commissariale, in nome della “stagione balneare”, è una scelta
che parla della difficoltà profonda delle istituzioni italiane di tenere insieme
legalità e funzionalità, principio e pragmatismo.
La vicenda di Mondello non è un caso isolato. È la manifestazione locale di una
tensione che attraversa l’intera penisola: la difficoltà di ripensare il
rapporto tra demanio pubblico e gestione privata del litorale, in un contesto
dove le concessioni storiche hanno sedimentato interessi e dipendenze
difficilmente reversibili.
L’ordinanza congela lo status quo fino a fine settembre. Rimanda il problema
senza risolverlo. Ma la domanda che essa lascia aperta è la più importante: chi
è responsabile, in ultima istanza, di un bene comune? La risposta che questa
vicenda suggerisce: il privato, per inadeguatezza del pubblico, è esattamente la
risposta sbagliata.
Aurelio Angelini