Test INVALSI e personalizzazione: la riproduzione delle disuguaglianze
Da tre decenni le riforme scolastiche seguono una logica unica, ben riassunta in
un recente articolo, il cui autore è un economista: la scuola non funziona, i
dati dei test standardizzati lo dimostrano, la soluzione sta nell’ottimizzare
l’insegnamento. In Italia questa agenda assegna ai test INVALSI un ruolo sempre
più centrale: misura delle competenze individuali, bussola per le risorse PNRR,
parte del curriculum digitale degli studenti e oggi anche indicatore predittivo
di probabili insuccessi futuri. Eppure quei test riproducono puntualmente la
mappa geografica sociale ed economica del paese. La risposta dei governi è:
“personalizzazione” -tutor artificiali, potenziamento delle soft skills,
orientamento verso filiere differenziate – e non fa che istituzionalizzare
quella segmentazione, legittimando la costruzione tramite i dati di una sorta di
“biografia cognitiva” digitale per ogni studente, che lo qualifica in termini di
presunte fragilità, eccellenze, “talenti”. Ma senza agire sulle cause
strutturali dei divari, la retorica dell’ uguaglianza guidata dai dati conduce
non solo al fallimento annunciato, ma alla riproduzione e alla conservazione con
maggiori giustificazioni di prima.
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L’intervento “La scuola che non riduce i divari. Aumentare le risorse non basta”
scritto dall’economista Trento (e prontamente rilanciato) offre una sintesi
“da manuale” del discorso pubblico sulla scuola a sostegno delle politiche
educative di circa tre decenni. Un’agenda che, con poche differenze e in maniera
spesso disorganica, è stata applicata in tutti i paesi capitalisti sviluppati: i
corposi documenti dell’OCSE prodotti da fine anni 90 ad oggi sono utili per
farsene un’idea.
Gli argomenti di quel discorso, in breve, sono questi.
La scuola non funziona. Ce lo dicono i dati dei test standardizzati, non solo e
non tanto in termini di media quanto di varianza. I test INVALSI censuari (2,5
milioni di studenti ogni anno) descrivono una distribuzione delle “competenze
cognitive” non uniforme. La scuola non riesce a colmare i divari. Che fare,
dunque? Le risorse, i salari dei lavoratori, le infrastrutture contano poco. Ciò
che conta è il miglioramento interno del sistema: ciò che l’insegnante fa, e
come lo fa, in classe. E quindi le ricette sono: più formazione dei lavoratori,
didattica “orientata alle competenze”, intervento personalizzato sugli studenti
“in difficoltà”, nuove tecnologie.
È questa la logica apparentemente ferrea, perché lineare e legittimata da dati
quantitativi, che ha inchiodato la scuola italiana all’agenda di riforme che ben
conosciamo. Le politiche derivate dai finanziamenti del PNRR sono fondate sui
dati dei test: gli esiti dei test hanno guidato l’attribuzione delle risorse e
rappresenteranno -più o meno esplicitamente- il traguardo rigoroso di
valutazione della loro efficacia.
Proviamo a entrare nel merito di questo discorso.
1. Il presupposto dell’argomentazione è di tipo economico (“il legame tra ciò
che il sistema assorbe e ciò che produce”) e l’unica logica applicabile è quella
dell’efficienza nella produzione di capitale umano. Il richiamo ai valori di
uguaglianza è quindi tutto interno al quadro contabile di risorse/risultati
misurabili tramite i test: la scuola diventa equa se produce risultati equi nei
test.
2. I dati standardizzati sono assunti come misura delle competenze cognitive
degli studenti e i livelli INVALSI conseguiti diventano indicatori individuali
irrinunciabili per chi abbia a cuore l’equità del sistema-scuola.
3. Non si discute come e cosa, concretamente, misurino quei test, né si discute
di quante risorse la costruzione e la messa in opera della metrica richiedano.
Il fatto che anno dopo anno gli esiti riproducano robustamente la mappa sociale,
economica e culturale dei contesti di provenienza degli studenti non induce
nemmeno lontanamente a considerare l’ipotesi di farne a meno, per utilizzare
indicatori sociodemografici consolidati (ISTAT) ma non ingombranti sul piano
educativo e didattico
4. Se si crede che la qualità della scuola derivi dalla distribuzione del
capitale umano misurato dalla metrica INVALSI, allora basterà individuare con
sempre maggiore precisione (nuovi costrutti, nuove tecnologie di misura, nuove
correlazioni possibili, ad esempio grazie all’Intelligenza Artificiale) gli
allievi più fragili e “trattarli” singolarmente. Garantire un livello minimo di
competenze di base, certamente. Ma anche orientarli verso “filiere” più consone
(riforma dei tecnici e professionali), o accompagnarli con tutor artificiali
(sperimentazione sull’Intelligenza Artificiale del Ministro Valditara per i
“fragili”) o potenziarne soprattutto le soft skills (sperimentazione sulle
competenze non cognitive, per scuole con alti tassi di “profili di studenti a
rischio di insuccesso”).
La chiamiamo “personalizzazione”. Di fatto, stiamo affidando alla logica
capillare dei dati standardizzati la definizione di politiche pubbliche da cui
derivano azioni differenziate e stiamo istituzionalizzando la segmentazione
sociale e digitale degli studenti, di cui costruiamo una sorta di “biografia
cognitiva” qualificandoli in funzione di presunte fragilità o eccellenze. Il
tutto, con un’aggravante. Gli esiti dei test vanno assumendo valore predittivo
(ad es. editoriale INVALSI “Prevedere l’insuccesso scolastico si può” del
25.5.25), come misura della probabilità del rischio di insuccesso scolastico del
singolo. Eppure, contenuti dei test, gestione dell’incertezza degli esiti, delle
soglie tra un livello e un altro, tecniche automatizzate di correzione sono
tutti aspetti non trasparenti né accessibili pubblicamente. Si considerano
tecnici, quindi di poco interesse per i cittadini, e tuttavia sono aspetti
profondamente politici, soprattutto se attribuiamo agli esiti INVALSI valore
certificativo (D.lgs 62/17) e per di più li inseriamo nel curriculum digitale
dello studente (L.164/25). È quello che accadrà ai futuri “maturandi”. Se i
dati INVALSI diventano strumento e criterio di definizione e valutazione delle
scelte pubbliche, il risultato è il governo tecnocratico della scuola, la
scomparsa della politica e anche della democrazia. Non c’è democrazia senza
dibattito pubblico sui fini e sui mezzi, e non solo sull’efficienza. Le
procedure d’urgenza del PNRR e l’approvazione forzata dei vari bandi di “Scuola
Futura” nei collegi docenti, pena la minaccia di commissariamento, sono un buon
esempio dello stato della democrazia e dell’autonomia scolastica oggi.
L’articolo è apparso su Domani del 23.4.26.