Mariana Enriquez / «Arrête! C’est ici l’Empire de la Mort»
Mariana Enriquez, nata a Buenos Aires nel 1973, ha fatto del gotico una forma di
lettura del reale: nei suoi libri (molti dei quali tradotti in italiano)
l’orrore nasce dalla violenza politica, dalla povertà, dalle periferie, dai
corpi marginali, dalle sparizioni. In Qualcuno cammina sulla tua tomba i
cimiteri sono certamente materia per appassionati, ma soprattutto archivi
materiali della storia e delle sue rimozioni. «Il mio cimitero preferito non
esiste più», scrive Enriquez. I cimiteri, anche quando sembrano luoghi immobili,
destinati a custodire ciò che è finito, sono invece spazi instabili, minacciati,
trasformati, rubati, turistificati, cancellati. Non appartengono soltanto ai
morti. Sono luoghi dove i vivi continuano a intervenire: spostano ossa,
costruiscono mausolei, inventano leggende, cancellano colpe, organizzano visite
guidate, vendono souvenir, recintano fosse comuni, dimenticano i nomi.
Il libro è una raccolta di viaggi nei cimiteri, da Staglieno a Genova alla
Recoleta, da Highgate a Praga, da New Orleans all’Avana, fino ad altri luoghi
più remoti e meno prevedibili. Nell’epilogo compare anche l’elenco dei cimiteri
che Enriquez vorrebbe vedere prima di morire. Ne viene fuori una mappa
provvisoria, un atlante personale, sentimentale, gotico e politico della morte.
Il primo capitolo, dedicato a Staglieno, è di fatto una scena originaria.
Mariana Enriquez è in Italia con la madre, incontra a Genova un giovane
violinista di strada, Enzo, del quale si innamora istantaneamente e con lui
visita il cimitero monumentale. Le statue di Staglieno, con la loro sensualità
esibita, la loro necrofilia borghese, i loro angeli ambigui e le donne morte
quasi offerte allo sguardo, diventano il luogo di una doppia educazione: erotica
e funebre. Qui nasce il suo amore per i cimiteri.
Da quel momento Enriquez cammina tra i morti con un passo tutto suo: colto e
pop, documentato e insolente, capace di passare da Marx ai Manic Street
Preachers, da Marie Laveau a Nicolas Cage, da Radclyffe Hall a Harry Potter, da
Anne Rice alle Catacombe di Parigi, da Bon Scott degli AC/DC al gemello nato
morto di Elvis. È un’autrice punk e bastian contrario: ama l’artista liberty
Mucha, che molti snob disprezzano perché troppo popolare; detesta Kafka proprio
mentre visita Praga; si fa fotografare a Highgate davanti alla tomba di Marx con
il cappotto leopardato, in omaggio ai Manic Street Preachers. La cultura alta e
quella bassa non sono separate: nei cimiteri convivono, perché i morti non
rispettano le gerarchie del gusto. Qualcuno cammina sulla tua tomba è
un’autobiografia per tombe: ogni cimitero le permette di raccontare una parte di
sé, un amore, una band, un’amicizia, una paura, una lettura, una città
desiderata o respinta.
A volte la morte è spettacolo. Accade a Graceland, dove la tomba di Elvis è un
santuario industriale perfettamente organizzato. Accade a Savannah, dove la
celebre Bird Girl, una bambina immobile e frontale che regge con le braccia
aperte due piatti per l’acqua o il mangime degli uccelli, è stata resa famosa
dal film di Clint Eastwood Mezzanotte nel giardino del bene e del male,
sottratta al cimitero e trasferita in un museo: il successo ha consumato il
mistero che pretendeva di celebrare. Accade a New Orleans, dove il vudù è culto,
turismo, commercio, leggenda; dove la tomba di Marie Laveau convive con la
piramide bianca e faraonica che Nicolas Cage ha predisposto per sé. Enriquez sa
vedere il ridicolo, ma non lo liquida mai del tutto. Il cattivo gusto, nei
cimiteri, è spesso una forma di verità.
Altre volte, invece, la morte è rimozione. A Rottnest Island, paradiso turistico
dell’Australia Occidentale, l’autrice scopre che l’isola è stata per quasi un
secolo una prigione per aborigeni. Sotto un prato curato si trovano centinaia di
morti, a lungo ignorati o minimizzati. Il paesaggio da cartolina poggia su una
fossa. A Punta Arenas, il cimitero Sara Braun, definito più volte “il più bello
del mondo”, mostra la stessa ambiguità. I cipressi potati nascondono una storia
feroce: l’impero dei Braun-Menéndez, il massacro dei selk’nam, la Patagonia dei
latifondi, dei lavoratori repressi, degli indigeni trasformati prima in
ostacolo, poi in leggenda, poi in santo popolare.
Il capitolo su Martín García funziona quasi come un racconto gotico argentino.
L’isola è carcere, lazzaretto, luogo di confino politico, spazio di quarantena e
di prigionia indigena. Il cimitero ha croci inclinate, inspiegabili: difetto di
fabbricazione, simbolo settario, segno di suicidi, morti di peste, delitti,
massoneria? Nessuna spiegazione regge del tutto. La frase «qui non muore
nessuno» produce un effetto comico e sinistro insieme. Naturalmente sull’isola
si è morti, moltissimo. Ma la morte, quando riguarda gli indigeni deportati, i
malati, i prigionieri, può essere resa amministrativamente invisibile.
Anche a Parigi il libro trova uno dei suoi centri. Il Cimitero degli Innocenti
non esiste più, eppure per Enriquez è forse il cimitero assoluto: ossario,
mercato, luogo abitato, spazio di putrefazione normale, accettata, quotidiana.
Le Catacombe ne sono l’eredità ordinata, museale, sotterranea. Sopra la porta
d’ingresso dell’ossario una scritta avverte chi entra: «Fermati! Qui è l’Impero
della Morte». Nelle Catacombe l’autrice ruba un osso e lo porta con sé,
chiamandolo François.
C’è poi una tenerezza inattesa nelle pagine sul cimitero di Montparnasse,
davanti alla tomba di Ricardo Menon, con il grande gatto a mosaico realizzato da
Niki de Saint Phalle: la morte giovane, forse legata all’AIDS, è memoria
amorosa, colorata, queer, irriducibile alla tristezza composta dei cimiteri
borghesi. C’è tenerezza anche nel capitolo su La Reja, dedicato alla sepoltura
di Marta Taboada, madre di Marta Dillon, desaparecida finalmente identificata,
una riparazione minima, restituzione del corpo, del nome, della possibilità di
piangere qualcuno in un luogo preciso. Infatti non tutti i morti hanno una
tomba. Alcuni hanno mausolei, statue, portali, visite guidate, cartine, fiori,
turisti. Altri hanno fosse comuni, ossa esposte nei musei, resti spostati, nomi
cancellati, tombe senza indicazioni. Anche la morte ha le sue classi sociali, le
sue colonie, le sue periferie, le sue cancellazioni.
Qualcuno cammina sulla tua tomba non è forse un libro per tutti: lo è
soprattutto per chi nei cimiteri entra già con una propria geografia
sentimentale. I lettori appassionati aggiungeranno inevitabilmente alla lista di
Enriquez i propri luoghi prediletti, e forse si indigneranno per qualche
assenza. Ma il libro autorizza anche qualcosa di più privato: la convocazione
dei propri morti, dei propri cimiteri minori, delle tombe incontrate fuori dai
grandi itinerari. Mi sento autorizzata a ricordare il piccolo cimitero di Rio
nell’Elba, dove è sepolto Hervé Guibert, morto di AIDS nel 1991, autore di
All’amico che non mi ha salvato la vita. Guibert passava le estati all’Elba,
presso l’eremo di Santa Caterina di Rio, anche insieme all’amico Michel
Foucault. Non cercavo la sua tomba, ma quella di un amico al quale portavo –
come promesso – un fiore blu. Mi sono girata e ho visto il suo semplice loculo.
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