25 aprile 2026: a Roma si spara alla Memoria
La primavera romana non era mai sembrata così luminosa come questa mattina. Da
Piazzale Ostiense, sotto l’ombra austera della Piramide Cestia, una marea umana
ha risposto all’appello della Memoria. Bandiere e striscioni dell’ANPI e di
varie organizzazioni, fazzoletti tricolori, famiglie, giovani e anziani hanno
trasformato il cuore della capitale in un fiume di speranza. Un corteo che è
arrivato al Parco Schuster, accanto alla Basilica di San Paolo, in un clima di
gioia civile, tra canti partigiani e slogan che parlavano di futuro,
Costituzione e libertà.
Ma l’idillio è stato spezzato. In un pomeriggio che avrebbe dovuto consegnare
alla storia un’immagine di unità, è tornato il rumore sinistro di uno sparo. Per
fortuna, non era un’arma da fuoco, ma solo una pistola ad aria compressa. Ma il
simbolo, quello sì, è di piombo. Colpire due iscritti all’ANPI — uno al viso e
al collo, l’altra alla spalla — nel giorno della Festa della Liberazione, non è
solo un gravissimo atto di violenza, ma è anche un segnale politico chiaro. È il
ritorno della violenza fascista che alza il tiro, forte di un clima che non
nasce nel vuoto.
Questi colpi non sono stati esplosi da dita isolate. Esiste un “grilletto
morale” che viene premuto ogni volta che un esponente delle istituzioni, magari
seduto sulle poltrone più alte dello Stato, decide di sporcare il valore
universale del 25 aprile. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo
indegno: alte cariche che hanno definito questa data “divisiva”, che hanno
cercato di equiparare vittime e carnefici o che hanno scelto un silenzio
ostinato pur di non pronunciarsi sulla parola “antifascismo”.
Quando chi dovrebbe rappresentare la democrazia sceglie di strizzare l’occhio a
nostalgismi o di declassare la Resistenza a “festa di parte”, sta di fatto dando
il permesso ai violenti di uscire allo scoperto. La delegittimazione
istituzionale è il concime su cui cresce l’aggressione fisica. Se lo Stato non
riconosce i propri padri fondatori, chi si sente orfano della democrazia si
sente autorizzato a colpire.
Mentre al Parco Schuster si concludevano i comizi e l’eco di “Bella Ciao”
risuonava ancora tra gli alberi, l’agguato ha riportato Roma indietro di tanti
decenni. La gravità del fatto è inaudita proprio per la sua apparente
“leggerezza” tecnica: usare un’arma ad aria compressa significa voler umiliare
oltre che ferire; significa trattare la Memoria come un bersaglio da luna park,
trasformando il dissenso politico in un atto di caccia all’uomo.
I militanti dell’ANPI feriti sono il simbolo di un’Italia che ancora oggi deve
proteggersi per il solo fatto di esistere e di ricordare. Non si può derubricare
l’accaduto al gesto di uno squilibrato. Lo squilibrio è nel sistema, in un
discorso pubblico che ha smesso di erigere barriere invalicabili contro il
fascismo, permettendo che esso rientri sotto mentite spoglie – o peggio, sotto
forma di proiettili sparati da un’arma ad aria compressa che però pesano come
macigni sulla nostra democrazia.
La Roma che stamattina ha sfilato dalla Piramide è la risposta più forte che si
possa dare. Migliaia di corpi, sorrisi e voci che non si faranno intimidire da
vigliacchi che colpiscono nell’ombra delle strade laterali. Tuttavia,
l’indignazione non basta. È necessario che la politica faccia un passo indietro
dall’abisso. È necessario che chi ricopre ruoli istituzionali chieda scusa per
le dichiarazioni vergognose di questi giorni e riconosca che, senza il sangue
dei partigiani, non avrebbe il diritto di sedere in quei palazzi.
Oggi a Roma non sono stati solo feriti vigliaccamente due militanti dell’ANPI,
ma è stata presa di mira la Costituzione stessa. Se permettiamo che il 25 aprile
diventi un giorno in cui aver paura di indossare un fazzoletto rosso, avremo già
perso un pezzo di quella libertà che oggi celebravamo. Per fortuna, la marea di
Piazzale Ostiense dice ben altro: dice che la Resistenza continua e che la
memoria è un’arma molto più potente di qualsiasi pistola. Anche di quelle che,
purtroppo, hanno ricominciato a ferire.
Foto di Mauro Zanella
Giovanni Barbera