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L’attualità del pensiero di Edward W. Said sulla fine del processo di pace in Palestina
A quasi un quarto di secolo di distanza torna di grandissima attualità una raccolta di articoli dell’accademico palestinese Edward W. Said (1935-2003), anglista, docente di inglese e letteratura comparata, per quarant’anni presso la Columbia University di New York, tra i quali quello qui sotto, rilanciato in un post (https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/) dal giornalista palestinese Bassam Saleh, inviato dell’agenzia Alnahar News. L’articolo è contenuto ne la Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo (The End of the Peace Process: Oslo and After, 2000), trad. di M. Nadotti, Collezione Campi del Sapere, Milano, Feltrinelli, 2002, libro ad alto tasso di preveggenza. In dissenso aperto con Arafat, dopo aver collaborato con l’OLP per decenni e duramente critico nei confronti di ciò che reputava una vera e propria “svendita” del popolo palestinese operata dal trattato di Oslo, Edward E. Said è conosciuto anche per l’elaborazione del concetto di “orientalismo”: uno strumento di analisi critica a 360° del nostro perdurante e patologico eurocentrismo, da inserire a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di una moderna antropologia culturale: un’eurocentrismo che si declina, peraltro, anche nella crescente islamofobia di questi ultimi anni all’ origine del plateale appoggio filo-sionista dell’attuale destra al potere in Italia ma anche dell’accondiscendenza di ampi spezzoni all’interno della galassia della sinistra cosiddetta “riformista”. Nell’articolo si ricorda inoltre che la politica degli insediamenti non fu appannaggio unicamente della destra ma a partire dal ’67 proprio di quel partito laburista e di quell’area di sinistra che ancora oggi promuove un colonialismo di insediamento secondo l’approccio del kibbutz, proprio per non farsi scavalcare da “destra” dalle comunità ebraiche estremiste, così come è stato recentemente denunciato in alcuni articoli del quotidiano israeliano progressista Haarezt e qui sintetizzati sempre da Bassam Saleh (https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/). Dopo il 1967, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza portò alla creazione di un sistema militare e civile per i palestinesi, concepito per soggiogarli e realizzare l’egemonia israeliana, un’estensione del modello su cui si fondava Israele. Gli insediamenti furono istituiti alla fine dell’estate del 1967 (e Gerusalemme fu annessa), non da partiti di destra, bensì dal Partito Laburista, membro dell’Internazionale Socialista. L’emanazione di centinaia di “leggi degli occupanti” violò direttamente non solo i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche le Convenzioni di Ginevra. Queste violazioni spaziavano dalla detenzione amministrativa alla confisca di massa di terre, alla demolizione di case, allo sfollamento forzato, alla tortura, all’abbattimento di alberi, agli assassinii, alla censura di libri e alla chiusura di scuole e università. L’espansione degli insediamenti illegali continuò senza sosta, mentre la politica di pulizia etnica si estese ad altre terre arabe per accogliere immigrati ebrei provenienti da Russia, Etiopia, Canada, Stati Uniti e altri paesi. Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel settembre 1993, la situazione dei palestinesi è andata progressivamente peggiorando. Per i palestinesi è diventato impossibile spostarsi liberamente, è stato loro impedito l’accesso a Gerusalemme e imponenti progetti di costruzione hanno alterato la geografia del paese. La discriminazione è stata pianificata meticolosamente in ogni aspetto. Non c’è dubbio che il dilemma morale che si pone a chiunque tenti di affrontare il conflitto israelo-palestinese sia profondo. Gli ebrei israeliani non sono coloni bianchi come quelli che colonizzarono l’Algeria o il Sudafrica, sebbene siano stati impiegati metodi simili. Sono giustamente considerati vittime di una lunga storia di persecuzioni occidentali, principalmente antisemite e cristiane, culminate negli orrori quasi inimmaginabili dell’Olocausto nazista. Ma per i palestinesi, il loro ruolo è quello di vittime. Questo spiega perché i liberali occidentali, che hanno pubblicamente sostenuto il movimento anti-apartheid, il movimento sandinista in Nicaragua, Bosnia, Timor Est, il movimento per i diritti civili in America, la commemorazione armena del genocidio turco e molte altre cause politiche simili, si siano astenuti dal sostenere pubblicamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Quanto alla politica nucleare israeliana, alla sua campagna di tortura legalizzata, all’uso di civili come ostaggi o al suo rifiuto di concedere ai palestinesi permessi di costruzione sulle loro terre in Cisgiordania, queste questioni non sono mai state sollevate nella sfera pubblica liberale. Ciò è dovuto in parte alla paura e in parte al senso di colpa. Una sfida ancora maggiore risiede nella difficoltà di separare le popolazioni palestinese e israeliana, ormai intrecciate in innumerevoli modi, nonostante l’enorme abisso che le separa. Molti di noi, che da tempo si battono per uno Stato palestinese, comprendono che un tale “Stato” (le virgolette sono appropriate!), qualora emergesse dalla catastrofe di Oslo, sarebbe debole, economicamente dipendente da Israele e completamente privo di qualsiasi reale potere o sovranità. Inoltre, l’attuale mappa della Cisgiordania rivela che le aree autonome sono frammentate e isolate (la loro estensione attuale non supera il tre per cento della Cisgiordania, mentre il governo di Netanyahu continua a rifiutarsi di concedere loro un ulteriore tredici percento). Queste aree assomiglierebbero quindi a dei Bantustan, controllati dall’esterno da Israele. L’unica soluzione sensata, pertanto, è che i palestinesi e i loro sostenitori riprendano la lotta contro i principi fondamentali israeliani che discriminano i non ebrei nella Palestina storica. Questa mi sembra la richiesta logica di qualsiasi campagna per la giustizia palestinese, piuttosto che l’occasionale, esitante e debole richiesta di separazione tra le due parti da parte del movimento israeliano “Peace Now”. Nessun principio dei diritti umani, per quanto flessibile, può essere conciliato con la discriminazione praticata da Israele nei confronti dei non ebrei, principalmente contro i palestinesi. Non c’è speranza di riconciliazione tra Palestina e Israele se non si affronta la contraddizione tra l’ideologia isolazionista di Israele, sia sul piano religioso che etnico, e le esigenze di una vera democrazia. Eludere questo problema, minimizzarlo a parole o ricorrere a vaghe definizioni di “pace” non porterà altro che sofferenza e angoscia sia ai palestinesi che agli israeliani nel lungo periodo. Stefano Bertoldi
September 6, 2026
Pressenza
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
3,5%: quando la nonviolenza vince
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO a Erica Chenoweth! Non tutti conoscono Erica Chenoweth, che invece, a mio parere, merita attenzione. Erica Chenoweth è una docente universitaria statunitense, insegna alla Harvard Kennedy School ed al Radcliffe Institute for Advanced Study. Si occupa di azione nonviolenta e resistenza civile e presso l’Harvard’s Carr Center for Human Rights Policy dirige addirittura un Laboratorio