Vannacci e i regimi di traduzione della crisidi ROBERTA POMPILI.
Negli ultimi mesi il dibattito attorno a Roberto Vannacci si è mosso tra due
polarità prevedibili. Da una parte la denuncia delle sue posizioni sessiste,
omofobe e nazionaliste e dall’altra la loro rivendicazione come espressione del
“buonsenso” contro il politicamente corretto. In entrambi i casi il rischio è lo
stesso: assumere Vannacci come un fenomeno eccezionale invece che come un
sintomo della congiuntura.
Da questo punto di vista, gli interventi che hanno invitato a prendere sul serio
il fenomeno hanno avuto il merito di spostare la discussione dal personaggio
alle condizioni della sua affermazione. La questione non riguarda infatti il
carattere più o meno provocatorio delle sue dichiarazioni, ma il tipo di
consenso che esse riescono a organizzare. Adesso forse, però, possiamo compiere
un ulteriore passo.
In altri termini noi oggi non dobbiamo limitarci a chiederci perché Vannacci
raccoglie consensi, ma possiamo interrogare il modo in cui il suo discorso rende
leggibile una crisi che attraversa molte società contemporanee. Viviamo dentro
una congiuntura segnata dall’intensificazione delle interdipendenze e dalla
crisi delle istituzioni che le organizzano: la precarietà abitativa prolunga la
dipendenza economica dalle famiglie; la crisi dei servizi scarica sulle
relazioni private una quota crescente di lavoro di cura; l’accesso al welfare si
fa più difficile; la salute mentale emerge come questione di massa; la guerra
torna a occupare il centro dello spazio pubblico.
Contemporaneamente il genocidio di Gaza ha mostrato il collasso delle promesse
universalistiche che avevano accompagnato l’ordine liberale degli ultimi decenni
e allo stesso tempo, la vita quotidiana richiede una quantità crescente di
lavoro invisibile di riproduzione. Dentro questo scenario, l’offensiva
anti-femminista non appare come un fenomeno marginale. Al contrario essa
costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui la crisi viene
interpretata e organizzata politicamente: per questo la figura di Vannacci
acquista significato. La sua forza non consiste semplicemente nel proporre un
ritorno a un ordine tradizionale. Un ordine tradizionale integro, in realtà, non
esiste più. Le trasformazioni del lavoro, delle famiglie, delle relazioni di
genere e della composizione sociale sono troppo profonde perché sia possibile
immaginare una semplice restaurazione. Ma perché proprio l’antifemminismo
diventa uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui la crisi contemporanea
viene raccontata? Come fanno processi così differenti – precarietà,
trasformazioni della famiglia, crisi della riproduzione, fragilità delle
mediazioni sociali – a convergere in una narrazione che individua nel femminismo
uno dei propri principali bersagli? Ciò che il discorso reazionario offre è
qualcosa di diverso. Esso offre un particolare regime di traduzione della crisi.
Con questa espressione non intendiamo una semplice operazione ideologica. Ogni
società deve continuamente tradurre la complessità delle proprie interdipendenze
in forme intelligibili, problemi riconoscibili e soluzioni praticabili. La
politica è sempre anche una lotta per l’interpretazione e l’organizzazione del
reale.
In questo regime di traduzione autoritario e regressivo le crisi della
riproduzione vengono così tradotte in crisi della famiglia, le trasformazioni
delle relazioni di genere diventano crisi della maschilità, mentre le difficoltà
della cooperazione sociale vengono tradotte in perdita di autorità, le
interdipendenze globali diventano minaccia esterna; la pluralità delle forme di
vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Ancora la pluralità delle
forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Chiaramente in
questa operazione il femminismo occupa una posizione centrale. Non perché sia la
causa delle difficoltà contemporanee, ma perché negli ultimi decenni ha
rappresentato una delle principali forze capaci di politicizzare la riproduzione
sociale, rendendo visibili il carattere storico e conflittuale
dell’organizzazione della vita, della famiglia, della cura e della differenza
sessuale.
Basterebbe osservare la proliferazione di comunità digitali costruite
esplicitamente attorno all’ostilità verso il femminismo. Non si tratta più
soltanto di polemiche episodiche o di provocazioni mediatiche. Decine di
migliaia di persone si riconoscono stabilmente in pagine, gruppi e canali che
individuano nel femminismo il principale responsabile delle trasformazioni
contemporanee. Il fatto che una pagina costruita attorno allo slogan “meglio una
di meno che una femminista di troppo” riesca a raccogliere oltre 54.000 aderenti
non rappresenta un’anomalia folkloristica della rete. Segnala piuttosto
l’esistenza di una comunità affettiva e politica che trova nell’anti-femminismo
una chiave di lettura della propria condizione.
La questione non riguarda semplicemente l’odio verso le donne o verso il
femminismo. Riguarda il modo in cui esperienze molto differenti – precarietà,
perdita di status, incertezza, trasformazioni delle relazioni affettive, crisi
delle forme tradizionali della maschilità – vengono tradotte in un racconto
coerente che individua un responsabile e promette una ricomposizione dell’ordine
sociale. Da questo punto di vista, il successo di Vannacci non deriva dalla
persistenza di un ordine tradizionale ormai intatto. Deriva dalla capacità di
offrire una forma regressiva di organizzazione dell’interdipendenza. Di fronte
all’estensione delle connessioni sociali e alla crisi delle mediazioni che le
sostengono, il suo discorso promette di ricondurre la cooperazione entro
gerarchie familiari, sessuali e nazionali presentate come naturali.
La sua operazione non consiste dunque nel negare la complessità del presente.
Consiste piuttosto nel renderla governabile attraverso la semplificazione e per
questo limitarsi alla denuncia morale rischia di essere insufficiente. La
questione politica decisiva riguarda i regimi di traduzione che oggi contendono
il significato della crisi. Da una parte, forme autoritarie che organizzano la
vulnerabilità attraverso identità, gerarchie e appartenenze esclusive.
Dall’altra, la possibilità di costruire istituzioni capaci di sostenere
l’interdipendenza senza trasformarla in subordinazione.
Forse è su questo terreno che dovremmo misurare la portata del fenomeno
Vannacci. Non come residuo di un passato che ritorna, ma come sintomo di una
battaglia contemporanea sulle forme attraverso cui la società traduce, organizza
e governa la propria crisi. Se l’antifemminismo e figure come Vannacci riescono
oggi a organizzare consenso, non è soltanto per la forza delle loro parole. È
perché riescono a tradurre una crisi reale in un racconto politico coerente. La
questione che si apre allora non è soltanto come contrastare questi regimi di
traduzione, ma quali istituzioni, quali pratiche e quali forme di organizzazione
collettiva siano oggi capaci di produrne altri.
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