Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vitaIl 12 maggio abbiamo ricordato su questo sito l’anniversario dell’uccisione di
Giorgiana Masi, colpita alle spalle da un agente in borghese nel 1977, secondo i
metodi di controguerriglia teorizzati da Kossiga. Il 23 maggio un corteo e una
festa indette dal Comitato Certosa ricorderanno la morte di Ciro Principessa,
assassinato nel suo quartiere di Torpignattara il 19 aprile 1979 da un fascista
del giro stretto di Delle Chiaie, come a dire da un altro pezzo dello Stato
“deviato”. Ciro e Giorgiana: due militanti (dalle biografie diversissime) di un
biennio sanguinoso, due testimoni di lotta e di speranza.
Nel nostro campo abbiano spesso avuto morti e sconfitte – una lunga serie che
comincia almeno a Parigi nel giugno 1848 e che, passo a passo, ha costruito una
realtà di classe e di popolo sempre più solida. Ma non è stata mai nostra
abitudine soffermarci sulla morte e sul martirio, i caduti li citiamo come
testimoni della vita e messaggeri del futuro, rifuggendo da lugubri riti di
lamentazione e vendetta quali accompagnano le celebrazioni di Acca Larenzia o di
Ramelli.
Al !Viva la muerte! che corre da Millán-Astray alle mani tese negli appelli
Presente! noi contrapponiamo una gestione vitale del ricordo. Sappiamo bene che
l’indignazione che cambia lo stato delle cose si alimenta delle sofferenze delle
generazioni che ci hanno preceduto ben più che dall’immaginare i nostri liberi
nipoti.
> Le rammemorazioni costruiscono un calendario dell’avanzata delle lotte che è
> più di una commemorazione dei santi e dei defunti, è un calendario di
> accelerazione: esse non misurano il tempo come orologi ma anticipano il corso
> storico nella lotta quotidiana, fanno esperienza della rottura della
> continuità ripetitiva del tempo mostrando fuggevolmente quanto di alternativo
> sarebbe possibile. Perciò teniamoci caro il calendario dei tumulti e dei
> caduti, non per lamentare ma per riscattare il passato.
Esordiva una quasi dimenticata canzone partigiana del 1944 che cade a proposito
nell’anniversario della Semaine sanglante del 21-28 maggio 1871: «Non siam più
la Comune di Parigi, che tu borghese schiacciasti nel sangue…), ma abbiamo
imparato e oggi è il giorno della riscossa. Non era vero, purtroppo, e altre
rivoluzioni sono finite male, ma quell’atteggiamento resta valido e ogni volta
si dovrà ricominciare da capo con quello spirito.
Ciro Principessa aveva avuto un’adolescenza un po’ malandrina a Torpigna, come
tanti ragazzi della Fgci di allora, nelle borgate e nei rioni di un centro
ancora non colonizzato da Airbnb, qualche furto, due anni di carcere minorile,
la diserzione dal servizio militare, poi “il Nespola” cambia vita, mantenendo il
look d’epoca (capelli lunghi, abbigliamento tutto bianco alla Tony Manero (la
Febbre del sabato sera è del 1977), vive di lavoretti saltuari, diffonde
l’”Unità” la domenica mattina, frequenta la sezione del Pci “Nino Franchellucci”
virando il ribellismo originario in coscienza di classe e impegnandosi nel
lavoro di massa. Occupa nel 1978 un ex-mobilificio abbandonata via di Porta
Furba e vi organizza una specie di centro sociale.
> Un percorso antropologico comune in quegli anni anche ai ragazzi dei gruppi
> extraparlamentari, una biografia che potrebbe appartenere a un militante di
> Lotta continua o ai Tiburtaros – certo, le linee politiche erano ben diverse
> nella sostanza, anche se il Pci di prima della Bolognina si teneva dentro
> contraddittoriamente forze che di fatto non seguivano tutte le implicazioni
> della linea della dirigenza.
Per quanto Ciro non fosse un dissidente e, anzi, condannasse le tendenze alla
lotta armata che serpeggiavano alla base fino a partecipare ai funerali del
sindacalista Guido Rossa ucciso dalle Br, tuttavia non lo immaginiamo come un
attivista del Pd odierno o un simpatizzante del “campo largo”. Il salto di
qualità era giù compiuto a livello strategico e dirigente, ma non era ancora
sgocciolato fino a impregnare il tessuto di base.
Comunque quel maledetto 19 aprile 1979 Ciro si occupava della gestione della
biblioteca di sezione, quando si presentò uno sconosciuto che chiese un libro in
prestito. Gli dicono che deve registrarsi con un documento e allora afferra il
volume e scappa via. Ciro e un paio di compagni partono all’inseguimento – un
libro, in epoca pre-web, è vissuto come uno strumento di emancipazione e di
crescita –, raggiungono il provocatore e si accorgono all’ultimo minuto che
impugna una lama. Troppo tardi, Ciro, crolla a terra con due squarci al torace e
all’addome. L’aggressore fugge e viene fermato poco dopo in un bar mentre cerca
di disfarsi del coltello. Ciro ha un’arteria recisa e muore il giorno dopo
all’ospedale dopo una notte di atroce agonia.
Ma chi è l’assassino? Un fascista, certo, ma non un pischello di borgata, come
quelli della destra sociale che si diffonderanno nelle periferie a fine secolo,
sulla scia delle campagne d’odio etnico verso migranti e zingari, mentre gli
eredi del Pci si rinserrano nella zona ZTL. No, Claudio Minetti è un figlio
d’arte, la madre, fascistissima, è convivente di Stefano Delle Chiaie (il
“Caccola”), fondatore di Avanguardia Nazionale, banda eversiva strettamente
legata alla Cia e a una parte dei Servizi italiani. Il fratello maggiore,
Riccardo, è affezionato compagno d’armi dell’altro fondatore di AN, Mario
Merlino (il cui figlio, a sua volta, è il braccio destro di Fazzolari e
commissario politico di FdI presso il Ministero della Cultura – come ben si sa
dagli scazzi di questi giorni) e si è suicidato o, più probabilmente, è stato
suicidato in carcere alla vigilia della sua deposizione nel processo di
Catanzaro per piazza Fontana. Claudio segue le orme familiari e, dopo lo
scioglimento di AN, entra in Europa civiltà e transita per la solita sezione di
Acca Larenzia. Sarà condannato a 10 anni di carcere ma, grazie a una
provvidenziale dichiarazione di infermità mentale, ne sconta solo una parte.
Una genealogia diversa dallo spontaneismo “settantasettino” dei coevi Nar e del
nascente Movimento rivoluzionario popolare, che peraltro compiono azioni molto
simili in quelle roventi settimane.
Rivelatrice della situazione è la partecipazione di Berlinguer al corteo funebre
di Ciro: solidale, però il segretario commentò la recrudescenza di attentati
come una conferma dei pericoli per la democrazia e rispiegò a un perplesso
D’Alema, leader allora della Fgci, la necessità impellente del compromesso
storico.
> Oggi la commemorazione non è identitaria, del militante Pci, ma rivendica Ciro
> a una ribellione diffusa, le cui cause e sentimenti si sono trasferiti alla
> difficile situazione di oggi, segnata dalla violenza neofascista, dalla vita
> precaria dei giovani nei quartieri popolari, della loro
> composizione multietnica e moltitudinaria.
Il corteo partirà da Largo dei Savorgnan, sabato 23 maggio alle ore 14.00, e si
snoderà per le vie di Torpignattara e Certosa.
La festa si terrà a via del Mandrione 215 (ex-Stazione Casilina), dalle 11.00
alle 23.00 lo stesso giorno
La copertina è tratta dalla pagina Facebook “Comitato Certosa“
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