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Il tempo sospeso dei CPR
Mentre il governo spinge per la realizzazione di nuovi CPR, cresce il bisogno di un piano di azione per superare il sistema della detenzione amministrativa. Da settimane si discute della possibilità che vengano realizzati nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri. È di fine aprile la notizia dell’appalto da 41,2 milioni per la realizzazione di un nuovo Cpr a Castel Volturno 1. Ma si parla con insistenza anche di un nuovo Cpr a Trento, a Bologna e a Pallerone, frazione del comune di Aulla in provincia di Massa-Carrara. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: IL 16 MAGGIO A TRENTO SI TORNA IN PIAZZA «La vera sicurezza nasce dalla cura, non dalle galere etniche» Redazione 30 Aprile 2026 Quell’idea di realizzare un Cpr in ogni regione, già dichiarata dal ministro Piantedosi da tempo, con l’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza sta avendo un’accelerata. Di fronte a questa “nuova ondata di sadismo contro i migranti”, riprendendo l’espressione utilizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS nel comunicato del 29 gennaio 2026 sulle ‘politiche italiane improntate al sadismo verso i migranti’, si sono sollevate diverse voci contrarie, le più variegate, presidenti di regione, sindaci, vescovi, associazioni, movimenti. Insomma, non solo gli attivisti storici della galassia No Cpr hanno alzato la voce contro questi progetti, ma una pletora di soggetti istituzionali e no, molto più variegata ha inteso far sentire la propria contrarietà. L’ampliamento del fronte del NO alla costruzione di nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri, è una notizia positiva che però deve innescare una riflessione. A ben vedere, infatti, le posizioni espresse non sembrano tutte andare verso la stessa direzione e, come si dice dalle mie parti, “il diavolo sta nei dettagli”. In questo senso divengono emblematiche le parole pronunciate dal presidente della Regione Toscana – Giani – che fonda la sua opposizione alla realizzazione del Cpr di Pallerone su ragioni di sviluppo economico e turistico del territorio che sarebbero mortificate dalla realizzazione di un Cpr perché, dice il presidente, assieme “ai cittadini stranieri non comunitari, irregolari o destinatari di un provvedimento di espulsione (…) arrivano poi amici, parenti, congiunti: un flusso di persone incontrollato che, come accade in ogni struttura di questo genere, richiama spesso persone che hanno commesso reati, soggetti borderline, e quindi degrado”. Sorvolando sul numero esagerato di luoghi comuni e false informazioni contenute nella dichiarazione del presidente della Regione Toscana, non si può però sorvolare su una questione che fa da sfondo a queste dichiarazioni e che merita di emergere. Mi riferisco al tema tutto politico del futuro del sistema della detenzione amministrativa e dei Cpr. Un dibattito che mentre a destra è definitivamente risolto, nel senso che nessuno si sogna di mettere in discussione il sistema attuale di detenzione amministrativa, se non per auspicarne un potenziamento, per richiederne maggiore durezza e risolutezza. A sinistra, ad essere intellettualmente onesti, il dibattito appare ancora non risolto. Così, al di là delle encomiabili posizioni personali di questo o quel parlamentare, di questo o quel esponente politico, manca ancora una chiara dichiarazione di intenti e un piano d’azione per arrivare, in caso di vittoria elettorale, alla chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. La chiusura dei Cpr non è questione semplice e immediata anche perché l’Europa purtroppo non ci sta aiutando, piuttosto il contrario. Ma proprio perché il tema è dannatamente complesso, non è intellettualmente corretto evitare la discussione, rimandarla, nascondersi dietro uno slogan. Non basta dire “chiudiamo i Cpr”, perché occorre poi anche essere in grado di immaginare e realizzare un sistema di gestione dei flussi migratori e, più in generale, un sistema di accoglienza che non sia fondato su hotspot e CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR, UNA SETTIMANA ORDINARIA DI ORRORE: SCIOPERI DELLA FAME, MINORENNI DETENUTI E GESTI DISPERATI Dalle immagini da Macomer ai minori illegalmente rinchiusi a Milano: cronaca della “normalità” Redazione 28 Aprile 2026 Chi vuole provare ad immaginare un futuro senza Cpr ha il dovere di far partire una riflessione seria sul percorso da seguire per arrivare al risultato sperato. Ed ecco che le strade iniziano a biforcarsi, perché, mentre per alcuni non si può prescindere da una posizione netta e intransigente che si fonda sulla immediata chiusura di luoghi che, in quanto intrinsecamente patogeni (come ripete spesso il dott. Nicola Cocco), sono incompatibili con i principi delle nostre società, per altri, il risultato della chiusura dei Cpr può essere immaginato come punto di arrivo di un processo, le cui tappe però non sono definite. Per correttezza nei confronti di chi legge, dichiaro immediatamente di appartenere alla prima categoria. Faccio questa precisazione con la consapevolezza che la posizione più intransigente porta con sé non pochi problemi da affrontare e da risolvere. Faccio questa precisazione perché credo che le due posizioni debbano confrontarsi e ragionare insieme per individuare la migliore strategia, soprattutto se il fine rimane comune, ma anche consapevole che il rischio che stiamo correndo è quello di una normalizzazione della detenzione amministrativa e del sistema Cpr. L’adesione a una posizione maggiormente intransigente è frutto dell’esperienza maturata in questi anni e a una serie di riflessioni che non vogliono rappresentare un dogma ma, piuttosto, innescare un dibattito. Un dibattito che può partire dal domandarsi se realmente vi possano essere interventi migliorativi del sistema Cpr, se sia accettabile un sistema di privazione della libertà personale in assenza di un reato, se il trattenimento non determini un peggioramento delle condizioni di vita degli stranieri sia dal punto di vista psico-fisico, sia dal punto di vista della possibilità di integrazione. Ed è proprio rispondendo a queste domande che la posizione più intransigente diviene quasi naturale. Ma non solo. Il dibattito sulla detenzione amministrativa va arricchito di altre riflessioni altrettanto importanti, a cui non sempre viene dato il corretto spazio e la giusta attenzione, ovvero la reificazione dello straniero. Approfondimenti/Il progetto/CPR, Hotspot, CPA CONTROFUOCO. PER UNA CRITICA ALL’ORDINE DELLE COSE (N° 2, GIUGNO 2025) «Alle frontiere della detenzione. Genealogie, politiche, lotte»: il nuovo numero della rivista di Melting Pot 22 Luglio 2025 Lo straniero sottoposto al trattenimento in un Centro di Permanenza perde la sua umanità, viene trasformato da persona a cosa. Un segno chiaro di questa trasformazione è la riduzione della persona a un numero identificativo, la perdita di identità che passa dal possesso di un nome e di un cognome, la riduzione a un fascicolo (fascicolo processuale, fascicolo sanitario, fascicolo degli eventi critici). L’utilizzo di un codice per identificare lo straniero trattenuto è non solo spersonalizzante ma anche umiliante. Il numero toglie la individualità della persona, cancella la storia, elimina il suo essere persona unica, portatrice di una storia, di un passato, di un insieme di relazioni e, anche di cadute, di errori, di fallimenti. Come scritto dal dott. Mauro Palma (già Garante Nazionale) “nei luoghi di privazione della libertà, qualunque siano la loro specificità e le motivazioni per cui le persone sono in essi ristrette, l’anonimia è quasi una costante” 2. L’anonimia di cui parla il dottor Palma, non è frutto solamente di disattenzione e superficialità, non è soltanto frutto del desiderio di sminuire e umiliare lo straniero, è anche il prodotto di processi culturali o, meglio, di mancanza di strumenti culturali per comprendere la gravità di tali processi di de-umanizzazione. Ma l’anonimia non è solo la privazione del nome. Vi è uno stretto collegamento tra lo status detentivo e l’utilizzo del tempo come strumento repressivo ed oppressivo. All’interno del Cpr il tempo viene in rilievo sotto due profili differenti. Il tempo viene in rilievo per la sua perdita di significato e viene in rilievo come strumento di oppressione. Il tempo dentro il Cpr viene svuotato di significato, non ha uno scopo, trascorre lentamente tra apatia e frustrazione. È un tempo che cannibalizza le speranze del trattenuto, che annichilisce, che fiacca lo spirito. Non è un caso che all’interno di queste strutture l’utilizzo di psicofarmaci siano una costante drammatica. Non è un caso che i trattenuti soffrano di problemi di insonnia e di irrequietezza. Non sono casuali le rivolte, gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Il tempo privato di una prospettiva diviene un nemico subdolo che piega la mente dei trattenuti. Le giornate trascorrono nella speranza di una notizia positiva ma in assenza di qualsiasi distrazione capace di alleviare le sofferenze della vita ristretta, dell’essere chiuso in gabbia, dell’essere privato di rapporti sociali. In un contesto così opprimente la semplice telefonata o il colloquio con il legale diviene motivo di svago, di distrazione, di sollievo. Pensare che il colloquio con un difensore sia auspicato come momento di frattura nel tempo piatto del Cpr, rappresenta la drammaticità della condizione vissuta. Ma il ruolo cardine del tempo come strumento di repressione è ancora più evidente se si analizzano le vicende processuali che si accompagnano alla detenzione amministrativa. In questo caso il tempo diviene strumento non solo di oppressione ma anche di diseguaglianza. Il tempo processuale è diversamente coniugato nella realtà a seconda dei soggetti che agiscono. Ad esempio, i tempi degli avvocati sono perentori, rigidamente compressi, mentre i tempi dei giudici sono discrezionali e dilatati. Analizzando le dinamiche della detenzione amministrativa occorre domandarsi se il sistema processuale sia al servizio della giustizia o al servizio della politica e, nel caso specifico, della pubblica amministrazione. È singolare, ma, purtroppo, comunemente assunto, che nei procedimenti di convalida e proroga del trattenimento sia consentito alle Questure di avere sempre un giudice pronto a fissare un’udienza e a celebrare la stessa in 48 ore. Mentre, quando a richiedere l’udienza sia il difensore, anche con provvedimenti di urgenza corroborati da solidi presupposti giuridici e fattuali, non si riesce mai a trovare un giudice pronto ad una celebrazione celere del procedimento. I ricorsi d’urgenza, le istanze di riesame, la fissazione delle udienze dei ricorsi riguardanti le richieste di protezione internazionale di stranieri ristretti nei Cpr hanno tempi di attesa assurdamente dilatati. Eppure le esigenze di urgenza ci sono, eppure le persone per cui vengono presentati questi ricorsi sono ristretti, privati della libertà, gettati in strutture dove la violazione dei più elementari diritti è all’ordine del giorno. Eppure i giudici sono gli stessi, gli uffici che devono elaborare le richieste della Questura e quelle degli avvocati sono identici. Ecco allora che anche dal punto di vista processuale il tempo assume il suo peso e diviene uno straordinario strumento di oppressione a danno degli stranieri privati della libertà e ristretti nei Cpr. Lungi dall’essere una dimensione neutrale, naturale, uguale per tutti, il tempo diviene strumento atto a creare diseguaglianza. Il tempo è allora un dispositivo politico e uno strumento di esercizio del potere che piega la giustizia a scopi politici. Pratiche amministrative lente, procedimenti giurisdizionali in attesa di una fissazione di udienza o con udienze fissate a distanza di settimane o mesi, consentono a chi ha il potere di esercitare un controllo discrezionale sulla libertà degli stranieri ristretti nei Cpr. Eppure, nel sistema giudiziario il tempo dovrebbe rappresentare una garanzia di equilibrio e di parità. Invece, nella pratica, il tempo processuale può trasformarsi in uno strumento di oppressione. La durata dei procedimenti, le attese, i rinvii e l’incertezza prolungata incidono profondamente sulla vita delle persone coinvolte, spesso indipendentemente dall’esito finale del giudizio. La lentezza processuale, riservata soltanto ad alcune tipologie di procedimenti, assume così una funzione punitiva anticipata, ma rappresenta anche una precisa scelta del giudice. Una scelta punitiva per il trattenuto. Tutto questo non può essere normalizzato e non può neppure essere combattuto dall’interno. Abbattere un sistema così radicalmente iniquo e oppressivo richiederebbe una serie di riforme drastiche del sistema giuridico e non solo. Ecco perché si rende necessaria un’azione politica mirata e precisa che abbia come unico fine la chiusura di una stagione iniziata nel biennio 97/98 e durata fin troppo. Una stagione fallimentare che deve concludersi con la chiusura dei Cpr e che non può avere altra alternativa. 1. Il nuovo Cpr di Castel Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti, Luca Rondi – Altreconomia (29 aprile 2026) ↩︎ 2. Da Giustizia e Pene, La privazione della liberà: il proprio nome, il proprio tempo”, di Mauro Palma, 2 luglio 2024 ↩︎
Avvocati e rimpatri: un incentivo contro diritti e deontologia
«Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore; ma l’avvocato no! L’avvocato non può essere un puro logico né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé; assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie». (Piero Calamandrei) Oggi più che mai è necessario ricordare queste parole, scritte da una delle figure più influenti del Novecento nello studio e nella pratica del diritto, di fronte a progetti ispirati dall’idea che l’avvocato sia invece un “soldato di ventura” pronto a vendersi al miglior offerente. La norma introdotta con un emendamento nell’ultimo decreto sicurezza che prevede un incentivo agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari è infatti una offesa all’intera categoria, è una offesa ad una professione nobile, è una offesa alla dignità di chi ancora crede nella giustizia. Infatti, con un emendamento proposto dalla maggioranza di governo in sede di approvazione al Senato del DDL n. 1818 1, è stato modificato l’art. 14-ter d.lgs. 286/98 prevedendo sia la collaborazione del Consiglio Nazionale Forense (organismo nazionale di rappresentanza dell’avvocatura) nel procedimento di rimpatrio assistito della persona straniera, sia l’attribuzione di un compenso di € 615,00 all’avvocato che contribuisca effettivamente al rimpatrio della persona straniera. Insomma, si è introdotta una previsione che consente agli avvocati di ricevere dallo Stato un contributo di 615,00 euro qualora favoriscano con la loro intermediazione il rimpatrio dei cittadini stranieri assistiti. L’emendamento in questione rientra in un quadro normativo più generale di riforme che l’attuale maggioranza sta attuando allo scopo di smantellare un sistema di garanzie previste per rendere effettivo il diritto di difesa di tutti, ricchi o poveri, italiani o stranieri. Così, dopo aver smantellato il sistema del patrocinio per i meno abbienti rendendo la difesa non più appannaggio di tutti e non più un diritto inviolabile per tutti, ora l’attenzione è diretta a scardinare il principio costituzionalmente garantito della inviolabilità della difesa. Il contributo di 650,00 euro in favore degli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, rappresenta così un grave attacco alla funzione stessa svolta dal difensore nel nostro ordinamento giuridico. L’idea che un difensore di un migrante possa ricevere un compenso dallo Stato non per la difesa del migrante ma per perseguire uno scopo politico dello stesso Stato, crea infatti un gravissimo cortocircuito del sistema anche con pesanti ricadute di carattere etico e deontologico. L’avvocato, infatti, in base all’articolo 24 del codice deontologico «nell’esercizio dell’attività professionale deve conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti di ogni genere, anche correlati a interessi riguardanti la propria sfera personale». È evidente che la previsione di un compenso come quello promesso dallo Stato, mina l’indipendenza e la libertà del difensore, costituendo il contributo previsto una indebita pressione e un illecito condizionamento da parte dello Stato. La previsione contenuta nell’emendamento al DDL 1818 ha suscitato immediate reazioni 2. Guida legislativa DL “SICUREZZA”, AVVOCATI E MAGISTRATI CONTRO GLI INCENTIVI SUI RIMPATRI E L’ABROGAZIONE DEL GRATUITO PATROCINIO Il difensore sarebbe trasformato in uno strumento delle politiche di remigrazione Redazione 20 Aprile 2026 Tra queste, proprio l’Organismo Congressuale Forense, chiamato direttamente in causa dal testo normativo, ha evidenziato che «il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e le funzioni dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia ed appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito». Parole chiare che riportano l’attenzione sul ruolo dell’avvocato e sulla sua importanza rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche, ma anche sul problema della effettività del diritto di difesa accordato alle persone migranti in posizione di irregolarità. Le ragioni politiche dei singoli governi non posso giustificare riforme che minano il nostro ordinamento andando a colpire principi fondamentali posti a tutela dei soggetti più deboli. Quei soggetti che con più difficoltà riescono ad ottenere giustizia e che con più fatica riescono a far sentire la loro voce. Il diritto ad una difesa effettiva e completa diventa sempre di più un’utopia a causa di questi interventi legislativi che dimostrano quanto sia facile cancellare i diritti e indebolire le garanzie. Oggi delle persone migranti e domani di chi altro ancora? 1. Atto Senato n. 1818 ↩︎ 2. Inaccettabile proposta del Governo che mina l’indipendenza dell’avvocatura e lede il diritto di difesa delle persone straniere, Asgi (20 aprile 2026) ↩︎