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R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
R-esistenze migranti: soggetti, non pedine
Fragili, disperati, senza risorse. O, al contrario, un pericolo per la sicurezza e l’ordine sociale. Quando si parla di migranti, il racconto si riduce quasi sempre a questo: miseria o minaccia. Le due visioni si intrecciano di continuo, creando un’immagine stereotipata che cancella l’individuo. Davanti alla complessità della tematica, è necessario superare la narrazione binaria per comprendere chi sia il migrante che lascia la sua terra. Sabato 3 ottobre 2026, si è tenuto al Centro Studi Sereno Regis l’incontro R-esistenze migranti all’interno dell’ottava edizione del Festival della Nonviolenza /Eirene Fest Torino. Obiettivo era presentare due libri legati al tema della migrazione in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina di Fassin e Defossez e L’immigrazione meridionale a Torino di Fofi. Per contestualizzare e spiegare i testi, ma soprattutto per farli dialogare, sono intervenuti quattro esperti: William Bonapace (storico, fondatore dell’associazione On Borders), Maria Perino (sociologa, autrice su On Borders, socia di Adl a Zavidovici), Gianfranco Crua (attivista, fondatore di Carovane Migranti) e Michael Eve (sociologo, promotore di Porta delle Culture). Umanità in esilio, come hanno spiegato bene Bonapace e Perino, è un testo che parla del confine alpino italo-francese (Oulx-Briançon), ma in realtà pone una riflessione generale sulle frontiere come espressione di una differenza: quella tra chi può passare e chi no. La frontiera non è solo una linea geografica, ma un mezzo di separazione tra gli individui. Questa separazione è anche visibile nel divario tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “solidali”. Le prime applicano le direttive statali di chiusura; i secondi sono i gruppi o gli individui che resistono alle direttive e che seguono una logica di accoglienza nei confronti dei migranti. Il tema della violenza, più o meno radicale, esercitata dalle forze dell’ordine ai confini, è un punto fondamentale: secondo gli autori del libro, non rappresenta un’anomalia locale, ma è sintomo di un indebolimento dei valori democratici globali. In breve, capire le frontiere significa comprendere un po’ le nostre società. Eve e Crua riflettono sul secondo saggio, L’immigrazione meridionale a Torino. Il contesto è molto diverso: si tratta di un libro che analizza l’ondata migratoria italiana durante il boom economico. Goffredo Fofi denuncia l’impreparazione delle istituzioni nel gestire l’arrivo dei migranti dal Meridione, ma non solo: racconta un cambiamento; la migrazione, infatti, è sinonimo di passaggi come quelli dalla vita contadina al lavoro operaio e di mutamento nelle relazioni tra gli abitanti della città che si interfacciano con una “comunità” del sud molto diversa dalla propria. Quando si analizza il fenomeno migratorio, ci si dimentica spesso della centralità della trasformazione. Bonapace ricorda, tra le tante cose, che l’arrivo dei migranti dal sud Italia ha portato il sindacato e il Partito Comunista Italiano a un ripensamento di se stessi. Il tema è semplice: la migrazione porta in avanti le società, le fa evolvere. Arrivati a questo punto, si può dire che i due libri, legati a contesti molto specifici, riescono a parlare in modo universale. Che si tratti del migrante sul fronte alpino o di quello proveniente dal Sud Italia, emergono due punti interessanti. Innanzitutto, la migrazione è un fenomeno normale: Eve ci tiene a sottolinearlo. Una cosa è normale quando “segue la norma, è conforme alla norma, è quindi consueta, ordinaria, regolare” (Treccani). Sì, l’immigrazione è conforme alla norma perché è parte integrante della storia dell’umanità, nei suoi svariati contesti. Oggi ci aiuterebbe studiare la storia da un punto di vista migratorio: non solo per comprendere la frequenza del fenomeno, ma soprattutto l’importanza che questo riveste nella trasformazione e nell’equilibrio delle società. Nell’intervento viene riportato un esempio: in Italia stanno aumentando i giovani che proseguono con studi lunghi e sono sempre meno disposti a svolgere lavori a qualificazione bassa. Il migrante, che arriva nel nostro paese ed è disoccupato, accetta invece di ricoprire quei ruoli che i giovani universitari quasi disdegniamo di esercitare. Non soffermandosi ulteriormente su questo primo punto, diventa interessante, invece, mettere in evidenza una questione che è emersa e che già si anticipava all’inizio: l’immagine che si ha del migrante. I due libri sembrano quasi mettere in discussione la raffigurazione diffusa del migrante come miserevole o minaccioso. Si provi a immaginare un migrante: si vede una persona che è obbligata a lasciare la propria terra per intraprendere un viaggio lunghissimo, rischiando la vita, in modo da arrivare in un paese “sicuro” dove poter trovare delle condizioni di vita migliori. Ma il problema di quest’immagine sta nel concetto di obbligatorietà a cui è associata. Per molti persone, il migrante è un poveretto che merita compassione a causa del viaggio che ha compiuto e dell’obbligo che l’ha portato ad abbandonare terra e famiglia. Un’interpretazione simile generalizza il vissuto di ogni singolo migrante, ponendolo in una dimensione di universalità: “Tutti i migranti sono uguali perché il loro percorso è bene o male lo stesso”. Questa concezione dimentica l’individuo singolo che si “nasconde” dietro al termine che  lo definisce. In secondo luogo, mettere la compassione in primo piano rende il migrante un oggetto dell’emotività: si prova pena e si semplifica la complessità dell’individuo che si ha di fronte. Il singolo migrante, però, non è una pedina: ha un valore e una profondità in quanto essere umano. Sicuramente si ritrova nell’urgenza di agire quando lascia il proprio paese; tuttavia, quest’urgenza non è frutto solo di obbligatorietà, ma anche di una scelta. Talvolta chi sostiene l’arrivo di migranti irregolari, nel rispondere a chi vorrebbe “remigrarli”, tende a celare questa soggettività per fare leva sul piano della tenerezza: “Sono persone che non hanno nulla, in balìa degli eventi, senza possibilità di scegliere”. Questa verità è parziale: la scelta c’è. Una persona, prima di decidere di imbarcarsi e mettere in pericolo la propria vita, pondera bene in che luogo spostarsi: per esempio nei giovani, come viene evidenziato nell’intervento, influisce spesso il sogno di un’Europa vista sui social. Il dibattito sull’immigrazione potrebbe spostarsi dal “sono obbligati a venire qui” allo “scelgono di venire qui, anche contro la loro volontà perché in condizioni sicure e stabili forse rimarrebbero sulla propria terra”. La dimensione della volontarietà non va nascosta perché scomoda, va anzi evidenziata: proprio in virtù di una scelta sono esseri umani e in quanto tali meritano di essere accolti nel paese che scelgono. Centro Sereno Regis
October 11, 2026
Pressenza
R-esistere non è importante…è l’unica cosa che conta!
Nel secondo giorno del Festival della Nonviolenza/Eirenefest emerge la molteplicità delle forme torinesi di lotta. Alcune considerazioni molto interessanti sono state elaborate sabato 3 ottobre alla tavola Rotonda “R-esistenze in città” che si è svolta presso la sede di Volere La Luna di Via Trivero, nell’ambito del Festival della Nonviolenza e della resistenza civile/Eirenefest Torino 2026. Sono intervenuti i rappresenti di diverse realtà locali: Maria Cariota (Assemblea Pellerina), Ortensia Romano (Vanchiglia Insieme), Maria Teresa Silvestrini (Scuola per la Pace), Sara Munari (Torino per Gaza), Maria Matteo (Assemblea Antimilitarista) con il saluto di Giovanni Limone (Volere la luna) e coordinati dal professor Dario Padovan (sociologo, Università di Torino). Dopo l’apertura di Giovanni Limone, proprio il sociologo, nel suo incipit, ha indagato il significato della parola resistenza, partendo da quello più immediato: fare quello che qualcuno non vuole che si faccia (una persona, una categoria sociale, un popolo) e, applicandolo al periodo attuale, chiedendosi cosa voglia dire resistere al giorno d’oggi. Diventa anzitutto necessario mettere in relazione il pensiero (cioè l’identificazione chiara e precisa dell’oggetto) con la pratica di resistenza. Padovan coglie la continuità con il passato nelle pratiche di genocidio e di ecocidio, essenza dei processi di deumanizzazione e denaturalizzazione, annichilimento e distruzione progressiva di esseri umani e di ambienti. Il primo atto di r-esistenza diventa quindi “ri-umanizzare le relazioni personali”, economiche, ecologiche, reintegrando il rapporto dell’Umanità con la natura. Subito dopo, la rappresentante dell’Assemblea Pellerina No Ospedali ha posto l’accento sulla difficoltà di confronto con degli interlocutori, in primis le istituzioni, che agiscono spesso ignorando le leggi che dovrebbero vincolarle nei rapporti con i cittadini, ad esempio non rispettando l’obbligo di produrre valutazioni ambientali e strategiche e privando la cittadinanza del dibattito pubblico e del confronto. Alle azioni intraprese dal Comitato quali l’approfondimento delle tematiche, con ricorso ad esperti del settore, interrogazioni, osservazioni ed integrazioni, non ci sono state risposte che, invece, ai sensi della legge sull’amministrazione trasparente, sarebbero dovute arrivare nel breve periodo. Un altro aspetto di violenza, stavolta economica, è il ricatto con cui viene prospettata la possibilità, in caso il ricorso al Tar venga respinto, che il Comitato venga condannato al pagamento di tutte le spese processuali. Da questa situazione si può uscire solo con “condivisione e solidarietà”. La rappresentante di Torino per Gaza sottolinea la matrice comune di tutte le realtà presenti nella lotta e nella resistenza contro il sistema oppressivo. La lotta del popolo palestinese è il paradigma di una lotta tra oppressi che lottano per la libertà ed oppressori che lottano per la supremazia totale. Ci insegna che la resistenza è anche adattamento, come la capacità del popolo palestinese di squarciare il velo di omertà (e la sistematica eliminazione fisica dei giornalisti) imposto da Israele e dall’informazione mainstream, semplicemente iniziando a riprendere gli orrori della vita quotidiana e metterli su Instagram. Altri aspetti interessanti da lei evidenziati sono il progressivo riconoscersi come Umanità resistente ad un sistema cancerogeno e la crescente diffidenza nei confronti dei media, con la ricerca da parte delle persone, anche se non schierate politicamente, di fonti attendibili ed alternative alla narrazione di regime a cui ormai si inizia a non credere più. Questo porta ad una riflessione sul significato di libertà: è ormai piuttosto evidente che essere liberi non significa vivere in Europa, avere potere d’acquisto ed andare a votare, ma che il senso sia ben altro, in primis vivere con dignità e costruire relazioni solidali con i propri simili. La delegata di Scuola per la pace denuncia la “Controriforma” in atto da più di 30 anni, che ha portato al progressivo smantellamento della scuola pubblica, depauperata di risorse materiali ed intellettuali, ormai costruita per “formattare” le soggettività di insegnanti e studenti, trasformati rispettivamente in piccoli burocrati ed in piccoli automi obbedienti. Come conseguenza della mancanza di senso critico, rischia di passare quasi inosservato il tentativo di preparare le nuove generazioni al bellicismo, strutturando anche nella scuola il concetto di “guerra come normalità”. Anche la scuola, come tutta la società, viene bombardata da messaggi bellicisti, sviluppati attraverso un’invasione di forze dell’ordine e forze armate a tutti i livelli, dai pattugliamenti esterni alle aree scolastiche all’utilizzo di militari e poliziotti nel ruolo di “formatori” o, per i più piccoli, con attività ludiche quali la visita a mezzi militari (tra cui carri armati). La strategia comunicativa del Ministero della Difesa è piuttosto esplicita (si trovano online i Piani Annuali di Comunicazione) e punta a far “interiorizzare” nella popolazione italiana la necessità della difesa armata e violenta come “architettura cognitiva di resistenza nazionale”. L’esempio è quello dello Stato di Israele che, fin dalla sua nascita, ha lavorato su tutti i livelli sociali e culturali al fine di creare una società bellicosa, violenta e guerrafondaia. Le voci critiche nelle scuole esistono, ma il problema è il collegamento tra i gruppi e la pubblicizzazione delle iniziative che possono creare esempi virtuosi “di imitazione”. Passando al comitato Vanchiglia Insieme, la sua evoluzione si può forse sintetizzare con un commento della sua rappresentante, verso la fine dell’intervento: “Siamo nati per organizzare le feste per bambini, stiamo acquisendo una consapevolezza politica”. Vanchiglia Insieme nasce infatti per rispondere alla necessità di ricreare legami sociali nel quartiere, quando ad un certo punto viene loro tolto lo spazio fisico di relazione e di organizzazione. L’attività diventa la necessità di riconquistare, in maniera non violenta, gli spazi negati, ri-abitando il quartiere occupato dai militari, con l’obiettivo di restituirne gli spazi agli abitanti, primi tra tutti i bambini . Diventa dunque necessario acquisire competenze e conoscenze, costruendo riflessioni e visioni alternative a quell’immagine artificiale di pericolosità che rende necessari controlli accurati, da parte delle forze dell’ordine, anche sui partecipanti ad una sessione collettiva di filatura con l’uncinetto. Un’attività importante diventa impostare una narrazione “diversa”, coinvolgendo e creando reti di cittadini, evitando la polarizzazione delle posizioni come invece sta tentando di fare la stampa mainstream. Viene preso ad esempio il “caso” delle piste ciclabili scoppiato recentemente e purtroppo a causa di eventi luttuosi, in cui i media stanno cercando di criminalizzare e mettere gli uni contro gli altri gli automobilisti, i ciclisti ed i pedoni che invece hanno l’interesse comune di avere strade sicure e quindi tutto l’interesse a collaborare tra loro. L’Assemblea antimilitarista, sottolineando la vocazione internazionalista del movimento contro la guerra, richiama l’attenzione sulla necessità di decostruire il luogo comune “Italiani brava gente”, ricordando che l’Italia, nel suo trascorso coloniale, si è comportata esattamente come tutti gli altri Stati, compiendo stragi efferate nei confronti di Slavi, Trentini, Ladini, Sloveni, Croati, Libici, Eritrei, Somali ma che non ha fatto i conti con il suo passato genocida. In tempi più recenti, la missione in Somalia Restore Hope del 1996 (in cui era presente, tra gli altri, Roberto Vannacci) ha visto i soldati italiani protagonisti di diversi atti violenti sulle popolazioni. Con la stessa indifferenza di allora, oggi gli Italiani stanno compiendo delle azioni spietate nel Mediterraneo nei confronti dei migranti. Come reagire? Secondo l’Assemblea obiettivo prioritario è lottare per la chiusura delle fabbriche di armi a Torino e contro il ripristino della leva obbligatoria. Qualcuno dal pubblico ha poi sottolineato la mancanza nel dibattito di una componente della r-esistenza sui luoghi di lavoro. Ciononostante, come evidenziato dal grande sciopero del 3 ottobre 2025, ci sembra doveroso mettere in rilievo che questo incontro ha percepito e valorizzato la presenza di mille rigagnoli di r-esistenti che scorrono dalla stessa parte, purtroppo quasi sempre paralleli tra loro. La grande scommessa sarà riuscire a farli confluire in uno stesso, unico, poderoso fiume che segni un confine ed un argine alla “deumanizzione” ed alla “denaturalizzazione” che imperversano bruciando territori, persone e coscienze. Gianluca Gabriele
October 8, 2026
Pressenza
Ora e sempre R-Esistenze. Al via il Festival della nonviolenza e della resistenza civile
L’evento iniziale di Eirenefest Torino|Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile, VIII edizione 2026 si è svolto venerdì due ottobre presso la Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis a partire dalle ore 1730. Alla tavola rotonda Ora e sempre R-esistenze, coordinata da Alessandra Algostino (costituzionalista, Università di Torino, Volere la luna) sono intervenuti Carlo Mezzalama (Fridays For Future), Claudio Borsello (Ultima Generazione), Riccardo Olivieri (Metamorfosi pedagogiche), Luca Mastrosimone (sociologo, Università di Torino) ed Eleonora Priori (ricercatrice precaria). Alessandra Algostino parte dalla centralità della violenza nel panorama internazionale a tutti i livelli; a partire dai conflitti attivi in cui la violenza è manifesta per arrivare al concetto di pace attraverso la forza centrale nell’impostazione strategica attuale dell’Unione Europea. Questa impostazione si ripercuote a cascata in tutti i contesti sociopolitici attraverso la militarizzazione delle democrazie e delle società, democrazie che diventano “campi di battaglia” per vincere il potere secondo una strabordante logica di guerra. Questa impostazione compatta i popoli ed espelle violentemente i divergenti; solo per citare alcuni esempi: guerra ai migranti, esternalizzazione delle frontiere, necropolitica, esercizio della sovranità che produce morte, guerra sperimentata verso i poveri, DIASPO urbano, criminalizzazione della solidarietà, negazione del diritto alla casa, guerra contro il dissenso, violenza contro la natura, violenza economica, sociale, politica, coloniale (es Palestina e migranti), l’uso del diritto come strumento di coercizione. Questo processo si può datare all’inizio di questo millennio con un punto di accelerazione nel 2001 (in Italia con la repressione di Genova 2001, nel mondo con la guerra al terrorismo). Occorre tornare ad altre parole, ridefinire i limiti del potere economico e politico; a questo scopo sono fondamentali azioni resistenza a tutti i livelli per invertire il processo. Coniugare le forma di resistenza nei diversi campi di azione diventa il filo conduttore per gli interventi degli altri relatori. Carlo Mezzalama racconta che Friday for Future nasce nel 2019 per evidenziare la crisi climatica in quanto urgenza che impone la necessità di agire; il limite di aumento delle temperature di 1.5 gradi fissato negli accordi di Parigi per il 2030 è stato superato, sostituire le sorgenti fossili è sempre più urgente, ma chi si oppone a questa necessità è forte e potente. In questa azione sono fondamentali due principi guida: la nonviolenza come approccio strategico, perché occorre mettere in difficoltà il sistema fossile sfruttando le sue debolezze e la forza non è una di queste, ed un’abitudine al conflitto, sfruttando tutte le situazioni conflittuali che il sistema genera. Claudio Borsello descrive le attività di Ultima Generazione attraverso tra parole chiave: nonviolenza, repressione, resistenza. Nell’azione sociale la nonviolenza paga, soprattutto se accompagnata da una formazione specifica per affrontare le situazioni di tensione che le azioni di disobbedienza civile (blocchi stradali, azioni dimostrative ecc.) possono provocare. La repressione è selettiva in base alle caratteristiche dei singoli attivisti (età, condizione sociale, contesto); alcuni reati, come il blocco stradale, sono stati reintrodotti per contrastare queste forme di disobbedienza civile. Non sempre però le nuove regole sono applicabili a livello giudiziario: su 100 processi a carico di attivisti di Ultima Generazione ci sono state 80 assoluzioni e due condanne. I nuovi decreti sicurezza ci hanno costretto a cambiare le forme di azione e lanciare campagne contro le banche armate e l’industria bellica che è nella sua totalità il quarto produttore mondiale di CO2. Un’altra strategia è quella di costruire comunità locali formate e la formazione di organizzatori. Riccardo Olivieri porta due esempi di progetti resistenti dal basso, il collettivo informale Metamorfosi Pedagogiche, nato nel maggio 2026 all’interno del festival Altri Mondi, altri modi e l’impianto Sportivo autogestito Regaldi a Barriera di Milano. Il collettivo Metamorfosi Pedagogiche nasce dal desiderio di un gruppo di insegnanti di pensare una scuola che non sia un progettificio a partire da una domanda semplice: cos’è il benessere a scuola? Per rispondere a questa domanda e sognare una scuola differente bisogna uscire dalle aule ed attivare una comunità educante orizzontale in cui i ragazzi abbiano un ruolo attivo. L’impianto sportivo autogestito Regaldi a Barriera di Milano, quartiere complesso di Torino, consente di fare attività sportiva a basso costo costruendo, attraverso lo sport, relazioni possibili tra culture diverse; Olivieri cita l’esempio dell’almanacco Popolarissimo che raccoglie le squadre di calcio popolari che si riconoscono in una approccio antirazzista, antisessista ed antifascista; il successo dell’almanacco è stato così oltre le aspettative che è stato necessario definire una seconda edizione per includere le squadre escluse nella prima edizione. Nel suo intervento Olivieri racconta anche delle conseguenze dello sgombero del centro sociale Askatasuna e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia, soffermandosi su alcuni aspetti surreali: ad esempio sull’operazione di polizia spropositata per sgomberare sei ragazzi e due gatti e sulle reazioni scomposte all’articolo Vanchiglia come Belfast apparso sul Guardian qualche mese fa; senza dimenticare la risposta oceanica allo sgombero vista nei cortei di dicembre e gennaio che hanno riunito un attivismo carsico imprevedibile ed imprevisto come era già successo nelle manifestazioni di ottobre per la Palestina. Luca Mastro Simone si chiede come un sociologo possa intervenire sul tema delle r-esistenze e se lo chiedono quotidianamente i colleghi del suo gruppo di lavoro coordinato dal professor Dario Padoan che studiano nello specifico le questioni legate a guerra e cambiamento climatico. Nel 2025 abbiamo raggiunto il record di spesa militare mondiale di 2887 miliardi di dollari con un incremento del 41% negli ultimi dieci anni, incremento trainato soprattutto dall’Europa che ha aumentato la propria spesa del 104% nello stesso periodo raggiungendo gli 860 miliardi di dollari, cifra molto vicina a quanto speso dagli Stati Uniti. Queste cifre, che sono inimmaginabili, incidono nella nostra vita quotidiana e lo vediamo nelle nostre ricerche sul campo. Il legame tra guerra ed ecologia è piuttosto stretto tanto che alcuni autori parlano di ecologia di guerra parallelamente all’economia di guerra come presupposto per rendere possibile le guerre vere e proprie. Eleonora Priori, ricercatrice precaria, considera l’Università uno spazio da difendere perché crea anticorpi per r-esistere a tutte le brutture di cui si è parlato.  Due anni fa è nata l’Assemblea Precaria Universitaria come reazione al taglio dei fondi per l’università del 15% con una perdita di più di 20.000 posizioni (mille a Torino) e questi fondi sono stati spostati al riarmo, a dimostrazione ulteriore del legame tra destrutturazione del welfare ed aumento delle spese militari. L’assemblea nasce anche per opporsi all’atomizzazione e alla competizione esasperata dell’ambiente universitario e si avvale di tre pratiche di operative: ·         Definire un’idea di sciopero adatto all’ambiente universitario ·         Costruire un osservatorio sulla precarietà, recuperando ed organizzando i dati ·         Organizzare l’evento L’università che vogliamo il 15 ottobre prossimo Eirenefest Torino – Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile è una delle iniziative della quarta edizione della Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza. Gli interventi dei vari relatori sono stati molto sintetizzati per esigenze editoriali. Si invita a vedere il video della conferenza per una descrizione più dettagliata. Giorgio Mancuso
October 6, 2026
Pressenza
Colombia: 4ª. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza con scambio a Barrancabermeja
Nel Giorno Internazionale della Nonviolenza, la Colombia ha concluso la sua partecipazione alla 4ª. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza questo venerdì 2 ottobre, con il Forum Umanista per la Pace e la Nonviolenza tenutosi a Barrancabermeja, dove ha risuonato un impegno: “Finora si è detto: l’opera della giustizia sarà la pace. D’ora in poi diremo: l’opera della pace sarà la giustizia”. L’evento è stato organizzato dai membri del Parco di Studio e Riflessione Kolibrí con il sostegno dell’Università della Pace e ha avuto l’obiettivo di “promuovere uno scenario partecipativo e umanista che favorisca la riflessione collettiva sulla pace, la nonviolenza, la trasformazione sociale, l’ambiente e le comunità LGTBIQ+ a partire dall’educazione, dalla cultura, dalla salute e dalla partecipazione cittadina” hanno dichiarato gli organizzatori. I partecipanti hanno potuto confrontarsi con professionisti e leader sociali di spicco come Richard Alvarez Ahumada, i dottori Cecilia Umaña Cruz, José Danerys Vargas, Esther Rincón Alvarado, Elcida Martinez Peinado, Edwin Ortiz e Oscar Porras Atencia, che hanno parlato dell’importanza della Pace e della Nonviolenza attiva. Il Forum ha permesso di mettere in evidenza l’azione umana nel mondo, per “denunciare la situazione più pericolosa mai vissuta, con il rischio di una terza guerra mondiale nucleare e l’aumento della spesa per gli armamenti, mentre in zone sempre più vaste del pianeta molte popolazioni si trovano emarginate per la mancanza di diritti umani, cibo e acqua” hanno dichiarato. Un altro degli obiettivi del Forum è stato “continuare a creare consapevolezza del fatto che è unicamente attraverso la metodologia della ‘nonviolenza’ che si può ottenere la ‘pace’ e aprire il futuro all’intera specie umana; inoltre, mettere in risalto le diverse azioni positive che persone, gruppi e popoli stanno già intraprendendo per garantire l’effettiva applicazione dei diritti umani e la non discriminazione, e per promuovere la collaborazione, la coesistenza pacifica e la non aggressione. Tutto ciò riceve scarsa copertura nei mezzi di comunicazione ufficiali”. I membri del Forum Umanista per la Pace e la Nonviolenza hanno dichiarato che continueranno nel compito di “dare voce alle nuove generazioni che vogliono raccogliere il testimone e lasciare il proprio segno, instaurando la cultura della nonviolenza nell’immaginario collettivo, nell’educazione, nella politica, nella società… È arrivato il momento della coscienza nonviolenta”. Redacción Colombia
October 5, 2026
Pressenza
A Monfalcone per la Marcia Mondiale si è proiettato il documentario “How to Feed the Planet”
Nonostante la partecipazione sia stata contenuta, l’incontro ha offerto un’importante occasione di confronto e riflessione profonda sui limiti del modello agroalimentare globale.   “How to Feed the Planet” (Come nutrire il Pianeta), è un’inchiesta diretta dal giornalista Francesco De Augustinis in collaborazione con Legambiente. Il documentario affronta un interrogativo cruciale: come sfamare una popolazione mondiale all’orizzonte 2050 senza causare il collasso degli ecosistemi. Il film ha smantellato il dogma industriale secondo cui l’unica soluzione alla fame nel mondo sia l’aumento della produzione intensiva, portando alla luce dinamiche macroeconomiche e ambientali allarmanti: * Il paradosso della soia e la distruzione ambientale: L’inchiesta si è focalizzata sul caso dell’Argentina, dove immense monoculture di soia geneticamente modificata distruggono la biodiversità. Questa soia viene esportata (principalmente in Europa e Cina) come mangime. Più del 70 % della soia mondiale subisce questo processo, accelerando la deforestazione di aree vitali come l’Amazzonia e il bacino del Congo. * È stata evidenziata l’assurdità matematica dell’allevamento intensivo. Si sottraggono tonnellate di calorie vegetali perfettamente edibili dall’uomo (grano, soia, mais) per convertirle, attraverso la triangolazione Terra → Mangime → Animale → Uomo, in una quantità drasticamente inferiore di calorie sotto forma di carne. Questo modello inefficiente persiste perché il cibo è trattato come una materia primaria speculativa: le grandi lobby ottengono margini di profitto molto più alti dai mangimi che dalla vendita diretta di cereali e legumi per il consumo umano. * Il documentario traccia un filo conduttore tra la scarsità di risorse e i conflitti globali, analizzando scenari caldi come le rotte del grano in Ucraina e le crisi nel bacino del Congo. A questo si aggiunge il fenomeno del land grabbing (accaparramento delle terre), con multinazionali che sottraggono il controllo delle materie prime alle comunità agricole locali che rimangono senza terra da coltivare per la loro sopravvivenza. * È stato criticato il modo in cui concetti sani e tradizionali, come la moderna dieta mediterranea, siano stati snaturati e trasformati in pure operazioni commerciali dall’industria alimentare. Il dibattito successivo alla proiezione ha ribadito il ruolo fondamentale di associazioni come l’AIAB, Lega Ambiente, No Planet B di Monfalcone, i comitati promotori di Fiumicello Villa Vicentina e Trieste della marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, nel promuovere il cambiamento. La soluzione proposta dal regista, e condivisa dai presenti, risiede nella necessità urgente di transitare verso modelli agricoli alternativi, biologici e sostenibili locali per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, tutelando al contempo l’acqua, il suolo e gli ecosistemi del pianeta. Ed è proprio per questo che, oggi, la Marcia Mondiale si è unita  per chiedere un cambiamento radicale. L’ obiettivo della 4° marcia Mondiale a Fiumicello Villa Vicentina e a Trieste è informare i cittadini che noi siamo importanti, che abbiamo il potere e il dovere di chiedere questo cambiamento e, allo stesso tempo, di contribuire attivamente attraverso i nostri comportamenti quotidiani. Questo significa praticare la Nonviolenza attiva: dobbiamo adottare pratiche agricole e modelli economici che rispettino profondamente la Terra. Spesso, davanti a scenari globali così grandi, ci sentiamo sopraffatti e impotenti. Questo documentario, però, deve essere per noi una chiave per evadere dal carcere in cui ci lasciamo chiudere dalla quotidianità: quella velocità frenetica delle nostre vite che non ci permette più di fermarci a riflettere. Nelle nostre città lavoriamo per costruire un mondo migliore. Lo facciamo perché siamo convinti che gli incontri, gli scambi, l’informazione documentata, persino le nostre differenze e la solidarietà rappresentino la ricchezza più grande dell’umanità. Crediamo che la nostra comunità possa e debba, attraverso il dialogo, risvegliare le coscienze per cancellare la violenza delle nostre abitudini, tutte le violenze: quella verbale, fisica, psicologica e quella silenziosa. Il cambiamento personale è il primo, vero passo per uscire dalla rassegnazione o dell’indifferenza che incontriamo ogni giorno per strada. Abbiamo un grande potere e abbiamo il dovere di utilizzarlo. Il diritto di voto per primo, ma anche il boicottaggio, la scelta etica della propria banca, dell’assicurazione, del supermercato o di una marca. Ogni singola persona può fare la differenza nel suo piccolo, soprattutto quando le nostre azioni quotidiane si uniscono a quelle degli altri, tracciando insieme la strada verso la Pace che tutti desideriamo. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza
October 5, 2026
Pressenza
Roma, Festival della Nonviolenza Attiva: le foto della giornata conclusiva
Si è conclusa sabato 3 Ottobre presso ExtraLibera il Terzo Festival della Nonviolenza Attiva con le presentazioni di Eirenefest, i panel tematici, le mostre fotografiche, le proiezioni, musica e balli sempre affollati da un pubblico partecipe e attento. Ecco qua una prima rassegna di foto in aggiornamento:   Redazione Roma
October 5, 2026
Pressenza
Per strada a Longare e in piazza a Livorno sulla ‘via della pace’ tracciata da Gandhi
La Giornata Internazionale della Nonviolenza viene celebrata dal 2007 nella ricorrenza di una data emblematica, il 2 ottobre, perché il giorno in cui nel 1869 in India nacque il mahatma Gandhi, il cui lascito è condensato nelle sue ultime parole: «La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire». Come risaputo, tanto che persino Wikipedia lo riferisce, in Italia questa sua eredità è stata raccolta e “diffusa con la prima Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza e oggi è sostenuta da diverse associazioni e alcune scuole che si sono costituite in rete per promuovere pratiche di nonviolenza nell’educazione”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo la nonviolenza politica è da sempre la stella polare delle nostre azioni e campagne, e la strada concreta per costruire la pace attraverso il disarmo… Lo abbiamo dimostrato con i fatti. Il 25 settembre, insieme a CNESC e Sbilanciamoci!, abbiamo depositato al Senato 57˙136 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare Un’altra difesa è possibile, ben oltre il quorum di 50˙000 adesioni. Un risultato storico, ottenuto nonostante le difficoltà iniziali e il silenzio dei grandi media, grazie all’impegno di gruppi locali, associazioni ed enti di servizio civile in tutto il Paese – 2 OTTOBRE 2026 Alla memoria di Gandhi è dedicato il monumento posto nel giardino del ‘Palazzo di Vetro’ a New York, la sede principale delle Nazioni Unite, che lo ritrae e con incisa la scritta Non esiste una via per la pace, la pace è la via, una frase a lui attribuita perché espressiva della sua concezione di nonviolenza, che lui mise in pratica in molti modi, tra cui conducendo la ‘marcia del sale’ e praticando lo sciopero della fame. Un’idea che Gandhi ha spiegato in numerose occasioni, in particolare nel 1926 – cent’anni fa… – nel suo discorso contro la guerra in cui esordì affermando “La via della pace è la via della verità…”. > la menzogna è la madre della violenza… Non esiste una via di mezzo tra la > verità e la nonviolenza da un lato, e la menzogna e la violenza dall’altro… La > verità di pochi conterà; la menzogna di milioni svanirà come pula al soffio > del vento. [War or Peace ? / My Non-violence, M.K. Gandhi / 1960] Un secolo fa (…!!!…) il mahatma si riferiva alla verità nel presente – (…tuttora…) adesso – testimoniata da chi ‘la sa’, la conosce e non la ignora, ma soprattutto da chi la ‘vive’, perché ne subisce e patisce gli ‘effetti’: le vittime dei conflitti bellici, delle persecuzioni, delle oppressioni e delle ingiustizie, cioè dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, ora – …da un’80ina d’anni… – accuratamente documentati, e denunciati a opinione pubblica e autorità giudiziarie mediante le indagini svolte dai funzionari e relatori dell’ONU coadiuvanti da associazioni e organizzazioni non governative. Ed è la stessa verità cercata, accertata e descritta o illustrata da reporter, cronisti e film-maker indipendenti, cioè non ‘imbavagliati’, che la rivelano facendo inchieste e, così, scoprendo i segreti di stato malcelati nei traffici d’armi e altre ‘faccende’, smascherando le ipocrisie di politici e celebrità e rivelando le menzogne di governanti, generali e imprenditori corruttori o corrotti… insieme ‘soci’ complici in lucrosi affari illeciti e mandanti, pianificatori o esecutori di interventi ferali o letali e micidiali operazioni belliche. Affari, interventi e operazioni anche ‘giustificati’ con tesi demagogiche – come la teoría de los dos demonios asserita dai dittatori argentini negli anni ’70 del XX secolo – che però, purtroppo, convincono molte persone ad assecondare e persino a ‘legittimare’ provvedimenti e decreti come quelli recentemente adottati in molti stati per lo stanziamento di fondi pubblici al riarmo degli eserciti e alla ‘conversione’ delle produzioni industriali per la fabbricazione di armi e mezzi militari e in Italia – dopo il fallimento di una riforma costituzionale e dell’abrogazione dal codice penale degli articoli 613-bis e 613-ter sul reato di tortura – sulle norme per la sicurezza dei cittadini e per il contrasto all’antisemitismo ma, in realtà, ‘norme’ funzionali a normalizzare la repressione del dissenso politico e della protesta sociale. La stessa verità a cui Gandhi si riferiva nel 1926… a cent’anni di distanza… viene proclamata da numerosi pacifisti e nonviolenti che manifestano costantemente, ogni giorno o settimana, nelle strade e piazze delle città italiane: i gruppi che praticano il silenzio per la pace, le Donne in Nero che si radunano all’insegna del motto Fuori la guerra dalla storia coniato da Lidia Menapace… il collettivo di antimilitaristi che, come ogni domenica mattina dal 21 dicembre 1986 e dal 1997 anche nelle giornate del 6 e 9 agosto, ricorrenze del bombardamento di Hiroshima e di Nagasaki, oggi, 4 ottobre, ha presidiato la base americana Pluto a Longare esponendo le bandiere arcobaleno. La prima presenza all’ingresso del sito dell’AFI / American Force Italy – allora un deposito di armi tattiche nucleari – è stata organizzata da Bruno Matteo Bonato consegnando alla Questura di Vicenza la lettera in cui comunicava lo svolgimento dell’iniziativa in concomitanza alla “presenza nonviolenta dei pacifisti a Comiso”. Il testimone della staffetta è stato raccolto da numerosi altri, in seguito coordinati con gli attivisti che nell’area vicentina si sono opposti all’insediamento dell’esercito USA nell’aeroporto Dal Molin. Il gruppo pratica il presidio settimanale per chiedere che: il Governo italiano rispetti la Costituzione e in particolare l’art. 11; metodi nonviolenti e diplomazia vengano utilizzati per dirimere questioni internazionali; una commissione indipendente faccia chiarezza sui fatti dell’11 settembre 2001, a partire dal crollo dell’Edificio 7 (WTC-7); le basi militari USA su territorio italiano vengano riconvertite ad uso civile; l’Italia esca dalla NATO e aderisca al Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari e ne rispetti gli obblighi che ne derivano; la Commissione Difesa metta a calendario la proposta di legge su difesa civile e nonviolenta Un’altra difesa è possibile. Donne in Nero a Livorno: “Ieri, sabato 3 ottobre, è stato il nostro 40° presidio: 30 donne schierate CONTRO TUTTE LE GUERRE CONTRO IL GENOCIDIO. Abbiamo stretto in braccio i nostri sudari come fossero figli…”     Maddalena Brunasti
October 4, 2026
Pressenza
Gli ingredienti per fare la Pace
Novanta bambini, dai 6 ai 10 anni, insieme per una domanda grande, forse grandissima: come possiamo sconfiggere la violenza e costruire la Pace? Sono piccoli, è vero. Ma ormai da tempo sentono parlare di guerra, di conflitti, di persone costrette a lasciare le proprie case. E forse proprio per questo hanno bisogno, più che mai, di parlare di Pace. Non come di qualcosa di lontano e astratto, ma come di qualcosa che possiamo imparare a costruire ogni giorno, nelle nostre parole, nei nostri gesti, nel modo in cui guardiamo e ascoltiamo l’altro. E così insieme ad Irene L’ Abate e Claudia Baietta della Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti” abbiamo chiesto a ciascuno di loro di portare un libro. Non un libro qualsiasi, ma un libro che, tra le sue pagine, potesse nascondere un ingrediente per fare la Pace. Ne sono arrivati tanti: storie diverse, personaggi, avventure, emozioni e parole capaci di suggerire che la Pace può avere molti ingredienti. L’ascolto, l’amicizia, il coraggio, la gentilezza, il rispetto, la capacità di chiedere aiuto, il perdono, l’empatia… e soprattutto la possibilità di imparare a stare in relazione con gli altri senza ferirli. Tra le nostre riflessioni abbiamo incontrato anche la Comunicazione Nonviolenta di Marshall Rosenberg, attraverso due figure simboliche che aiutano a comprendere il nostro modo di comunicare: la giraffa e lo sciacallo. La giraffa, con il suo grande cuore, ci insegna ad ascoltare ciò che accade dentro di noi e dentro gli altri, a riconoscere i bisogni e le emozioni, a cercare parole che non feriscano.
Lo sciacallo, invece, rappresenta quella parte di noi che giudica, accusa, attacca, pretende. Quella voce che spesso compare quando siamo arrabbiati o feriti e che rischia di trasformare un conflitto in uno scontro. E allora ci siamo chiesti: quale delle due voci vogliamo allenare? Abbiamo scoperto che la Pace non significa non litigare mai. Significa imparare a litigare in modo diverso. Significa poter dire “sono arrabbiato” senza trasformare la rabbia in violenza; poter dire “ho bisogno di essere ascoltato” invece di urlare; riuscire a guardare l’altro e chiedersi: “Che cosa sta provando? Di che cosa ha bisogno?” Forse la Pace comincia proprio da qui. Da una parola scelta con cura.
Da un ascolto in più.
Da un giudizio in meno.
Da una mano tesa.
Da un bambino che scopre di avere dentro di sé la possibilità di cambiare qualcosa. Perché per cambiare il mondo, forse, non bisogna aspettare di diventare grandi. Si può cominciare oggi. E magari il primo ingrediente è proprio questo: credere che le nostre parole e le nostre azioni possano fare la differenza. Beatrice Barbieri (insegnante scuola primaria Montagnola) Redazione Toscana
October 3, 2026
Pressenza
Roma in movimento per la pace e la nonviolenza: una giornata tra sport, disarmo e incontro tra culture
Dalle rive del Tevere alle palestre di quartiere, da Palazzo Valentini a San Lorenzo: il 26 settembre la Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza ha attraversato Roma con una giornata di iniziative diverse per linguaggi e pubblici, ma unite dall’idea di portare la pace fuori dalle dichiarazioni di principio e dentro gli spazi della città, nelle relazioni e nelle scelte collettive. La mattina si è aperta con “Roma in Marcia verso la Pace e la Nonviolenza”, un percorso condiviso da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Alle 9.30 sono partiti i camminatori e, sul Tevere, canoe e gommoni; alle 10.30 è stata la volta dei ciclisti. Modi diversi di attraversare Roma che hanno finito per convergere nello stesso luogo e nello stesso messaggio. A mezzogiorno, il Pincio ha accolto il momento conclusivo della mattinata, con un flash mob dedicato alla pace e alla nonviolenza. In contemporanea, alla Palestra Sinopoli di via Boito, lo sport è diventato un altro terreno di incontro. Il minitorneo Under 13 misto “Sport per la pace” ha coinvolto ASD Giro Volley, ASSD Afro e ASD Sport a Scuola Anna Magnani. Accanto alle partite, ragazze e ragazzi hanno partecipato alla realizzazione di una panchina arcobaleno, lasciando parole e messaggi dedicati alla pace e alla nonviolenza: un piccolo segno destinato a restare oltre la giornata. Nel pomeriggio il programma si è spostato a Palazzo Valentini con il seminario “Agenda 2030 versus Prontezza 2030. Sviluppo sostenibile o economia di guerra: su quale futuro l’UE intende investire?”. L’incontro, organizzato nella Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, ha portato al centro del confronto una questione che attraversa profondamente il presente: quale futuro si costruisce quando una quota crescente di risorse, ricerca e capacità produttiva viene indirizzata verso il riarmo? Dal dibattito è emersa la necessità di immaginare non soltanto politiche di pace, ma una vera economia di pace, un’economia progressivamente disarmata, capace di spostare investimenti e competenze dalla produzione bellica alla produzione civile. In questa prospettiva, la riconversione dell’industria militare diventa una questione economica, sociale e culturale: trasformare capacità tecnologiche e produttive oggi destinate agli armamenti in risorse per la transizione ecologica, la sanità, l’istruzione, la ricerca e la tutela dei territori. Il confronto ha toccato anche i temi della proliferazione nucleare, dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma, della difesa civile non armata e della giustizia sociale, mettendo in relazione disarmo e modello di sviluppo. A intervenire, tra gli altri, il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, che ha richiamato una frase essenziale: «Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto». Una frase che ha condensato uno dei fili conduttori dell’incontro: il ripudio della guerra non può essere considerato soltanto un principio scritto nelle norme. Prima ancora di essere un obbligo costituzionale, deve diventare un obbligo etico, capace di orientare le decisioni pubbliche, le priorità economiche e le responsabilità individuali e collettive. La giornata si è poi conclusa nel quartiere di San Lorenzo, al Parco delle Stelle, con “Alla scoperta dell’Umano”, una serata dedicata all’incontro tra culture e inserita nel Festival delle Culture. Danza afro, giochi senza frontiere, una performance di danza afghana, storytelling sulla nonviolenza, laboratori e musica hanno costruito un programma rivolto ad adulti e bambini. Dalla “Danza la tua Natura Afro” alla danza afghana di Goli Azad, dalle storie di nonviolenza al laboratorio “Sentire l’umano nell’altro”, fino alla Roda de Samba conclusiva, la serata ha affidato all’arte, al movimento e alla condivisione il compito di esplorare ciò che accomuna persone provenienti da esperienze e culture differenti. Quattro appuntamenti, dunque, per una stessa giornata e una stessa domanda: come rendere concreta la pace nella vita quotidiana? Il 26 settembre Roma ha provato a rispondere mettendosi letteralmente in movimento, attraversando il fiume e le strade, facendo giocare insieme i più giovani, interrogandosi sul rapporto tra economia, riarmo e futuro e creando spazi nei quali culture diverse potessero incontrarsi. Una giornata che ha ricordato come costruire la pace significhi anche scegliere dove investire risorse, conoscenze e capacità produttive: non soltanto opporsi alla guerra, ma creare le condizioni economiche, sociali e culturali perché la guerra perda progressivamente il terreno sul quale può crescere. Redazione Roma
October 3, 2026
Pressenza