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Il paralogismo di Erri
(Seconda persona singolare, presente della voce del verbo errare). Cosa vuol dire Sionismo La parola” sionismo” indica il diritto di Israele a esistere come Stato. Chi sostiene la necessità di due Stati, Israele e Palestina, è naturalmente sionista, poiché considera Israele uno dei due Stati. Chi, invece, sostiene la cancellazione […] L'articolo Il paralogismo di Erri su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca ignora volutamente cosa sia il sionismo
Il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila, mentre la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia parlano di “genocidio”, lo scrittore Erri De Luca ha rilasciato un’intervista a Israel Hayom — il quotidiano fondato dal miliardario trumpiano Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — in cui si dichiara “sionista” e dice che definire “genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale” (qui una traduzione dell’intervista a De Luca). Dopo i numerosissimi commenti critici sui social, Erri De Luca è tornato a chiarire la sua posizione, via Facebook: “Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista.” Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da renderla accettabile a chiunque. Dalle dichiarazioni, Erri De Luca dimostra non solo di non conoscere la storia, ma di non conoscere nemmeno il significato del termine “sionismo” e di continuare a perseverare nella sua ignoranza narrativa, tentando di risignificare in modo autoreferenziale e personalistico un termine (vedasi: “… è per me sionista”) che ha già la sua definizione. Il fatto che lui non lo conosca (o lo voglia volutamente manipolare e distorcerne il significato) non significa che per il restante della popolazione informata, cosciente e che si occupa di Palestina, il significato della parola “sionismo” non sia chiaro. Sebbene nasca in realtà nel 1600, il sionismo si concretizza come ideologia politica nazionalistica nel 1800, nata dall’ebreo ateo Theodor Herzl, il cui fine è la costruzione artificiale del “popolo ebraico” (leggasi “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand) e l’affermazione del suo presunto diritto all’autodeterminazione del “popolo ebraico” e il supporto alla formazione di uno “Stato ebraico” in qualsiasi parte del mondo. Originariamente le zone in cui si voleva far nascere lo Stato ebraico sono state molteplici: Argentina, Uganda, Madagascar ed altre ancora. Solo alla fine si è pensato alla Palestina come “terra ideale”, riesumando la diaspora ebraica del 70 d.C. e rifacendosi alle citazioni del Tanakh e della Bibbia, che parlano di “Terra di Israele” come la “Terra Promessa”. Il sionismo ha piegato il messaggio ebraico della “terra promessa” ai suoi fini, in quanto per gli ebrei si sarebbe potuto tornare alla “terra promessa” solo con la venuta del Messiah, cosa che gli ebrei stanno ancora aspettando. La retorica della “terra promessa” ha giustificato la creazione dell’Entità sionista d’Israele attraverso la colonizzazione della Palestina storica, tentando, almeno a partire dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno. Dopo la pubblicazione del saggio Der Judenstaat (lo Stato ebraico) all’inizio del 1896, Theodore Herzl fece seguire il Primo Congresso Sionista, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Il sionismo ha avuto il via libera grazie alla Dichiarazione Balfour del 1917, un documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero ottomano da realizzarsi all’indomani della prima guerra mondiale, in cui l’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour (ultraconservatore, massone e dichiarato antisemita) scriveva a Lord Rothschild (inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica del Regno Unito e referente del movimento sionista) che il governo del Regno Unito guardava con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano. Le motivazioni di tale dichiarazione non erano filantropiche né tantomeno filo-ebraiche, ma anzi erano viste come l’occasione per Balfour, dichiaratamente antisemita, di sbarazzarsi degli ebrei inglesi, dando inizio a migrazioni più o meno volontarie. La colonizzazione della Palestina è stata permessa, in modo massiccio, proprio dagli Accordi di Haavara tra Germania nazista ed ebrei tedeschi sionisti firmato il 25 agosto 1933. L’accordo venne definito dopo tre mesi di colloqui dalla Federazione sionista tedesca, dalla Banca anglo-palestinese (sotto la direttiva dell’Agenzia ebraica) e dalle autorità economiche della Germania nazista. Fu un fattore importante nel rendere possibile la migrazione di circa 60.000 ebrei tedeschi in Palestina tra il 1933 ed il 1939. Anche qui l’obiettivo non era filantropico, ma era connotato da profondo antisemitismo: le organizzazioni sioniste d’estrema destra tedesche erano simpatizzanti del Fuhrer e il loro obiettivo dichiarato era perseguire l’obiettivo degli Accordi di Haavara, ovvero quello di spingere gli ebrei tedeschi, attraverso una propaganda idilliaca sulle possibilità di lavoro in Palestina, a migrare forzatamente in Palestina. Non a caso, se le organizzazioni ebraiche e giovanili di sinistra vennero messe fuorilegge dal Terzo Reich, le organizzazioni sioniste d’estrema destra appoggiarono il Reich e godettero del suo appoggio fino a quando non caddero vittime delle leggi razziali del 1935. Anche se poi, molti di loro diventarono collaborazionisti del Reich, come racconta molto bene Hannah Arendt nel suo capolavoro “La banalità del male”. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all’Olocausto e allo scadere del mandato britannico della Palestina: ciò portò condizioni più favorevoli per una dichiarazione d’indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 si fonda sulla nakba, ovvero la strage di palestinesi che diede origine a quello che lo storica israeliano Ilan Pappè chiama “genocidio incrementale” dal 1948 ad oggi, sfociato nell’escalation militare israeliana genocidiaria a Gaza del 2023. Il sionismo è un fenomeno che, per quanto si inserisca nei nazionalismi ottocenteschi, si concretizza come colonialismo d’insediamento caratterizzato da profondi sentimenti di anti-arabismo, etnocentrismo e suprematismo bianco. Per questi motivi, e per le sue radici ideologiche nazionaliste, il sionismo ha spaccato il mondo ebraico. Sionismo ed ebraismo sono due concetti diversi e, per quanto il sionismo si serva dell’ebraismo per giustificare se stesso, è ben diverso e distinto da esso. Moltissimi sono gli ebrei che si sono sempre dichiarati antisionisti ed hanno percepito il sionismo come un male per gli ebrei nel mondo. La stessa Hannah Arendt lo afferma. Questo è il sionismo, ovvero questa è la sua storia e questo è il suo presupposto, che esso sia di stampo religioso, messianico, revisionista (che poi è quello veramente maggioritario e simpatizzante con il fascismo storico) o liberale (alla Rabin). C’è chi continua a parlare del “sionismo buono”, quello dei famigerati kibbutz, che sarebbero delle idilliache ed edeniche comuni di stampo socialista: si tratta di una bufala. I kibbutz sono sorti su territori occupati, strappati ai palestinesi, che ben poco avevano di socialista. Sarebbe interessante invece collocarli nelle forme di comunitarismo e di rossobrunismo ante-litteram, ben diverso dagli ideali socialisti e di liberazione nazionale che hanno caratterizzato la storia di tutto il Novecento. Per il resto, i “sionisti buoni” liberali, alla Rabin, e laburisti (non a cosa la derivazione è inglese), alla Golda Meir, sono tutto fuorchè “buoni”. Sono stati parte integrante di quelli che hanno spianato la strade all’estrema destra sionista di Netanyahu, perchè la gente, alla copia, preferisce sempre l’originale: meglio un fascista originale che una copia di fascista. Questo è ciò che è il sionismo, e non significa credere nella soluzione binazionale, né tantomeno nei falliti Accordi di Oslo, che hanno sostanzialmente aperto alla colonizzazione a macchia di leopardo della Cisgiordania fino ad oggi, visto che Israele li ha sempre violati in modo sistematico. In tutto ciò Israele non è “l’unica democrazia in Medioriente”, ma un tentativo di occidentalizzare il Medioriente (meglio definita come Asia Occidentale) attraverso l’unica etnocrazia al mondo priva di Costituzione, fondata sul teocon e che non possiede nemmeno confini precisi. Quando si parla dei “confine del 1967” solitamente si fa riferimento alla Risoluzione 181 dell’ONU come se avesse disposto la spartizione della Palestina. In realtà si tratta di un errore storico, giuridico e geografico: la Risoluzione 181 dell’Onu non dispone nessuna partizione e non ha nemmeno raccomandato quel confine anche perché, giuridicamente, Israele non ha confini. I cosiddetti “confini pre-5 giugno 1967” non sono altro che la linea dell’armistizio con cui è avvenuta l’acquisizione giuridicamente inaccettabile del 78% dei territori palestinesi (non del 56%, come “disponeva” la risoluzione ONU) su cui ad oggi non vige alcun trattato di pace. La retorica erronea e vergognosa dei “confini del 1967” è solo un favore gratuito ad Israele che gli permette di perseverare nell’occupazione coloniale di terre non sue. Israele non ha confini, se non nei suoi progetti e nelle sue mappe coloniali risalenti a ben prima del 29 novembre 1947, ovvero con il Piano Dalet: il piano bellico stabilito dal movimento terrorista sionista d’estrema destra Haganah nel marzo 1948, stilato da Israël Ber e Moshe Pasternak, sotto la supervisione del capo delle operazioni dell’Haganah Yigael Yadin durante la guerra arabo-israeliana del 1948, con il fine di inglobare tutta la Palestina storica con parti di Siria, Giordania, Libano oltre all’intera Terra di Canaan. Israele non ha confini, se non quelli previsti dal Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevede una “grande Israele” creata un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli, con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che sono questi obiettivi. Con l’attuale “soluzione finale” a Gaza sembra che Netanyahu abbia tratto ispirazione dal Piano D e dal Piano Yinon e che li stia mettendo in atto sotto mentite spoglie. Tutti sanno cosa è il sionismo, se Erri De Luca non l’ha ancora capito o finge di non averlo capito, per di più negando il genocidio in atto a Gaza e la repressione sistematica in Cisgiordania, è problema ESCLUSIVAMENTE suo. Il tutto aggravato dal fatto che persiste nel suo negare il genocidio in atto a Gaza. Quindi lui non ha diritto ad aprire nessun dibattito: lui o non conosce o volutamente ignora una fetta di storia e continua a perseverare in questo. Non è “sionista chi sostiene la soluzione a due Stati”, ma è sionista chi sostiene il sionismo come ideale nazionalistico e come colonialismo di insediamento; come colonizzazione ed “occupazione belligerante” (come riconosciuta dall’ONU) della Palestina e delle alture del Golan con l’obiettivo della “grande Israele”; come repressione, violenza sistematica, apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese e delle minoranza non-bianche che Israele marginalizza; e come militarizzazione forzata e repressiva delle terre palestinesi. Chi collabora e sostiene tale sistema è complice di una violazione inaudita dei diritti umani, oltre a violare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Le parole di Erri De Luca, oltre a generare ulteriore confusione, rischiano di riaprire un dibattito inutile e sterile con l’obiettivo di riscrivere la storia con altre parole e definizioni: cosa che a lui piace molto. Se lui ha delle difficoltà a comprendere cosa sia o non vuole accettare che il sionismo sia un’altra cosa rispetto a quello che sostiene, deve informarsi o semplicemente stare in silenzio e non continuare a lanciare frecce nella speranza che qualcuno lo ri-citi e gli dia corda. Questo fa lui ed é disdicevole. Erri De Luca deve decidersi, o è sionista, o è per la soluzione binazionale (cosa ormai superata anche nei movimenti in solidarietà con la Palestina), o dichiararsi contro il genocidio, o continuare a fare lo “scemo di guerra”. Se vuole uscire dal suo stato di minorità, per citare Kant, potremmo aprire un dibattito, altrimenti ogni suo contributo è vano.   Ulteriori informazioni sul sionista Erri De Luca: > Il paralogismo di Erri De Luca > Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante? > Erri De Luca a Gerusalemme Lorenzo Poli
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
Erri De Luca si schianta sul genocidio
La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria. Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico […] L'articolo Erri De Luca si schianta sul genocidio su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino Dalla pelle alle parole, dai volti alle porte, ogni confine nasce prima nelle coscienze che sulle mappe: solo ricostruendo legami, responsabilità e umanità condivisa sarà possibile disarmare …