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Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
Un’arma non è un regalo
Dal revolver donato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ai leader della NATO nasce la lettera aperta del cardinale Domenico Battaglia, un invito ai “potenti della terra” a riflettere sul significato delle armi, dei simboli e della pace La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Fonti * Avvenire – “Mai una pistola in dono! È la morte trasformata in souvenir”, di Domenico Battaglia * Reuters – Turkey’s Erdogan gives NATO leaders revolver conundrum after summit * Associated Press – NATO leaders came to Turkey to discuss security. Erdogan gave them each an engraved revolver * RaiNews – Erdogan regala pistole con munizioni ai leader dopo il vertice NATO Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
Disarmare la cultura della guerra: dalla militarizzazione della società alla civiltà della cura
La costruzione della pace non passa soltanto attraverso il rifiuto delle guerre e del riarmo, ma richiede una profonda trasformazione culturale capace di contrastare la progressiva militarizzazione della società, della ricerca, della scuola e dell’università. È una riflessione che trova eco anche nelle iniziative dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università e nelle analisi del professor Michele Lucivero, che denunciano la crescente permeabilità delle istituzioni educative alle logiche militari e invitano a promuovere una cultura della pace, della cooperazione e della responsabilità civile. La critica contemporanea alla guerra si trova oggi di fronte a un bivio decisivo. Da una parte vi è la reazione immediata, necessaria e doverosa contro la materialità del conflitto: il rifiuto dei bombardamenti, dell’aumento delle spese militari, della corsa agli armamenti e di ogni forma di coinvolgimento bellico. Dall’altra emerge una consapevolezza più profonda, che invita a riconoscere come la guerra non sia soltanto l’esito di una crisi geopolitica, ma il prodotto di una subcultura che, in modo spesso invisibile, permea la ricerca scientifica, l’economia, l’educazione e l’immaginario collettivo. Contrastare questa subcultura significa andare oltre la richiesta di un cessate il fuoco. Vuol dire mettere in discussione un modello di società che ha progressivamente normalizzato la violenza, la competizione permanente e la gerarchia come strumenti ordinari di gestione dei conflitti. È proprio su questo terreno che si collocano le riflessioni dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università e del professor Michele Lucivero, secondo i quali la penetrazione delle logiche militari negli spazi della formazione rappresenta uno dei passaggi più delicati del processo di normalizzazione della guerra. La militarizzazione, infatti, non si manifesta soltanto nelle basi militari o nei teatri di guerra, ma anche attraverso i linguaggi, i programmi educativi, le collaborazioni tra istituzioni accademiche e industria bellica, fino alla rappresentazione culturale della forza come valore assoluto. Il cuore di questa militarizzazione silenziosa risiede nella costruzione di un preciso archetipo antropologico, oggi rappresentato dal mito del future warrior. Nei laboratori della ricerca militare e nell’industria dell’intrattenimento viene progressivamente elaborata e celebrata la figura del soldato-macchina: un individuo addestrato a massimizzare la prestazione bellica, reso sempre più impermeabile al dolore proprio e altrui e orientato esclusivamente all’efficienza operativa. Questo “corpo-arma” non costituisce soltanto uno strumento della guerra, ma rappresenta il punto di arrivo di una precisa concezione della maschilità, fondata sul dominio, sulla competizione e sulla rimozione della vulnerabilità. La pedagogia implicita di questo modello educa alla durezza, trasforma l’altro in un potenziale nemico e rende la violenza una possibilità ordinaria anziché un fallimento della politica e delle relazioni umane. A questa deriva tecnocratica e militarista occorre contrapporre una prospettiva radicalmente diversa, fondata sul biocentrismo e sull’empatia. Il disarmo materiale, infatti, rischia di rimanere incompleto se non viene accompagnato da un autentico disarmo culturale e psicologico, capace di smontare l’immaginario del guerriero e di restituire dignità a un modello di umanità fondato sulla relazione e sulla cura. In questa prospettiva assume particolare rilievo la valorizzazione di un maschile capace di riconoscere la propria fragilità senza viverla come una sconfitta. La vulnerabilità diventa così una risorsa, una condizione che permette di sviluppare relazioni autentiche e di costruire comunità fondate sulla solidarietà. La forza non coincide più con la capacità di esercitare il dominio o infliggere la morte, ma con la disponibilità a prendersi cura degli altri, delle persone più fragili, delle nuove generazioni, degli anziani, dei malati e di chi vive situazioni di marginalità. Questa etica della cura si estende inevitabilmente oltre la dimensione umana. La stessa logica che militarizza i corpi è infatti quella che considera il pianeta come una riserva inesauribile di risorse da sfruttare e i territori come spazi da conquistare. Le guerre moderne producono devastazione ambientale, consumo indiscriminato di risorse ed enormi emissioni climalteranti, alimentando una crisi ecologica che colpisce soprattutto le popolazioni più vulnerabili. Prendersi cura della Terra significa allora opporsi contemporaneamente alla guerra, all’estrattivismo e a ogni forma di dominio sulla natura. La tutela degli ecosistemi, della biodiversità e degli equilibri ambientali diventa parte integrante di una più ampia cultura della pace. La vera obiezione di coscienza del XXI secolo, dunque, non può limitarsi al rifiuto della leva militare o delle armi. Essa si configura come un’obiezione complessiva alla militarizzazione dell’essere umano, delle istituzioni educative, delle relazioni sociali e dell’intero modello di sviluppo. Solo sostituendo la logica della competizione con quella della cooperazione e quella della forza con la pratica quotidiana della cura sarà possibile costruire una civiltà autenticamente orientata alla pace. testo pubblicato il 29 giugno 2026 da Il Faro di Roma Laura Tussi
June 30, 2026
Pressenza
EireneFest Casale Monferrato: appuntamento con Claude AnShin Thomas
Un attivista per la nonviolenza tra i più celebri al mondo, il monaco buddhista zen nel primo fine settimana di luglio sarà ospite del Centro Zen dell’Acero Rosso a Casorzo Monferrato, dove si terrà un ritiro di meditazione. Prima, mercoledì 1° luglio, dialogherà con i partecipanti all’incontro sul tema “Fare pace con la propria irrequietezza”. L’evento è incluso nel ciclo intitolato Un libro o due al mese per parlare di pace e svolto nella rassegna di EireneFest – Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza. Nato nel 1947, come tanti giovani americani della sua generazione Claude AnShin Thomas ad appena 17 anni si è arruolato volontario ed è andato a combattere la guerra in Vietnam, dove ha compiuto numerose missioni in cui sono morte tante persone e sono stati distrutti molti villaggi, e al ritorno in patria ha cominciato a combattere di nuovo… Devastato da stress post-bellico e rimorsi, ha affrontato la dipendenza dalle droghe, l’indigenza e la disperazione e ha vinto la battaglia contro l’autodistruzione praticando la meditazione. Impegnato a offrire agli altri il proprio supporto e assistenza a senza tetto, carcerati, drogati e disagiati, da molti anni testimonia che la nonviolenza insegna a trasformare la cultura della violenza in cultura della pace. In particolare lo ha dimostrato con i pellegrinaggi che lo hanno reso famoso: da Auschwitz a Hiroshima e Nagasaki, una camminata iniziata nel dicembre 1994 e conclusa nell’agosto 1995; nel 1998 la marcia da New York alla California; nel 1999 e ancora nel 2002 in Europa, ai campi di battaglia della seconda guerra mondiale e ai campi di prigionia e di sterminio; nel 2004 dal Massachusetts al Ground Zero di New York e poi al Memorial dei Veterani del Vietnam di Washington; nel 2007 lungo il confine tra USA e Messico. Nell’incontro a Casale Monferrato, racconterà di queste proprie esperienze che ha anche descritto in due libri: Alle porte dell’Inferno – Il percorso di un soldato alla guerra alla pace pubblicato nel 2004 e Una volta ero un soldato – Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo edito nel 2023. Redazione Piemonte Orientale
June 25, 2026
Pressenza
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino Dalla pelle alle parole, dai volti alle porte, ogni confine nasce prima nelle coscienze che sulle mappe: solo ricostruendo legami, responsabilità e umanità condivisa sarà possibile disarmare …