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Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di coloro che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso una elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Essi hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! (In fondo trovate le slide dell’intervento). Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. CARLO GREPPI: «IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine, e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’ importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto (in basso) che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà, infatti, tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola: sono la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. LUIGI DANIELE: «NON ESISTE UNA GUERRA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA. GUERRA E DEMOCRAZIA SI COMBATTONO SEMPRE, TALVOLTA ALL’ULTIMO SANGUE. LA GUERRA È IL TERRENO PIÙ FERTILE DEI TOTALITARISMI». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Infine, Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, dunque, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Qui alcune immagini del Convegno Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi a Torino. Convegno Torino 2026 In fuga dalla guerraDownload Il trauma della guerra_Torino 2026Download economia_guerra_torino SchettinoDownload UN SENTITO RINGRAZIAMENTO VA ALLE RELATRICI E AI RELATORI CHE HANNO ACCETTATO DI PARTECIPARE AL NOSTRO CONVEGNO NAZIONALE, MA ANCHE ALLE CIRCA 600 PERSONE CHE HANNO SEGUITO E APPREZZATO L’INIZIATIVA. IL VOSTRO SUPPORTO, ANCHE CON UNA PICCOLA DONAZIONE, È FONDAMENTALE PER CONTINUARE A LAVORARE NELLA DIREZIONE PACIFISTA E ANTIMILITARISTA. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.cobas-cesp-veneto.eu -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente