A proposito del Movimento “Progetto civico Italia” di Bettini ed Onorato, e delle regole democratiche
La politica italiana possiede la straordinaria e perversa capacità di inventarsi
formule apparentemente nuove, finendo col perpetuare vecchi schemi di potere.
L’ultimo di questi esperimenti è il “Progetto Civico Italia”, movimento lanciato
da Goffredo Bettini, da quarant’anni tattico della sinistra romana, e Alessandro
Onorato, assessore al Turismo e ai Grandi Eventi di Roma Capitale. Roma caput
mundi, insomma.
L’obiettivo da loro dichiarato è quello di mobilitare la rete degli
amministratori locali per smuovere il gigantesco bacino dell’astensionismo e
ridare voce ai disillusi dalla politica. L’idea si basa sulla convinzione che il
pragmatismo del sindaco o dell’assessore sia un buon antidoto alla distanza dei
burocrati di partito dal corpo elettorale.
Tuttavia, la scommessa poggia su fondamenta piuttosto cedevoli: nel sentimento
popolare, infatti, l’amministratore locale non è affatto percepito come
un’alternativa pura al sistema di potere burocratico; al contrario, egli è
spesso il primo e più prossimo bersaglio del dissenso quotidiano – per le buche,
i trasporti, i servizi che non funzionano – o, peggio, viene visto come il
gestore di filiere clientelari e del potere sul territorio. Il richiamo al
civismo, svuotato di una visione macroscopica, rischia di rivelarsi l’ennesima
operazione miope di marketing elettorale per raccogliere qualche voto e blindare
posizioni di rendita già acquisite. Il partito dei sindaci e degli assessori di
Bettini e Onorato, semplicemente, non è suscettibile, di per sé, di intercettare
il voto di chi si astiene; anzi.
Se si volesse davvero dare centralità a chi ha smesso di votare, la risposta non
andrebbe cercata nelle liste civiche di supporto, ma in una riforma radicale
dell’ingegneria istituzionale dello Stato. Oggi l’astensione è solo un fantasma,
privo di corporeità e significato politico, poiché il dissenso così espresso non
ha alcun peso concreto
Esso esiste, nei dati statistici dei talk-show, ma svanisce nell’istante esatto
in cui si aprono le porte dei palazzi del potere: “tamquam non esset”.
Se il dissenso manifestato con un’astensione qualificata si trasformasse in una
minaccia sistemica reale, un vincolo che costringesse in certa misura la
politica a cambiare la propria offerta, si invertirebbe la perversa dinamica top
down della politica di palazzo. Solo la rappresentatività può davvero curare una
democrazia malata.
Ed allora occorrono proposte innovative ed anche audaci, comunque capaci di
colpire i partiti, e la politica nel suo complesso, per rimetterla al servizio
dei cittadini. Bisogna che le formazioni politiche siano colpite nella
legittimazione e nelle risorse economiche, costringendole ad aprirsi e dialogare
con i cittadini ed i corpi intermedi.
Tuttavia, oggi i partiti hanno imparato a ignorare il voto di astensione e se in
un collegio elettorale si reca alle urne solo il 30% dei cittadini, il candidato
vincente ottiene comunque il 100% del potere, governando, pur legittimamente, ma
sulle macerie di una insignificante rappresentatività.
La vera svolta dunque può consistere in una legge di revisione costituzionale
che introduca un quorum di legittimità per i seggi: se l’affluenza scende sotto
una determinata soglia (ad esempio il 50%), i seggi parlamentari equivalenti
alla percentuale di astenuti dovrebbero rimanere fisicamente vuoti e
corrispondentemente dovrebbero essere ridotti gli emolumenti.
Una riforma del genere darebbe finalmente una corporeità visibile e sancirebbe
una rilevanza politica obiettiva al dissenso. Di fronte alla prospettiva di
veder svanire poltrone, stipendi, contributi pubblici ai gruppi parlamentari e
potere di nomina nelle aziende di Stato, i partiti subirebbero un trauma
democratico, finanziario e strutturale senza precedenti. Sarebbero letteralmente
costretti a cambiare la sostanza della propria offerta politica, a selezionare
candidati credibili e a presentare programmi realistici e verificabili, pur di
convincere gli scettici ed i disillusi a tornare al voto.
Accanto alla costituzionalizzazione del non-voto, la seconda leva per riattivare
la fiducia dei cittadini potrebbe consistere nell’evitare quell’indecente
teatrino sille regole elettorali che vengono scritte e riscritte, su misura.
Negli ultimi trent’anni, le maggioranze di turno hanno troppo soesso approvato
leggi elettorali a pochi mesi dal voto, con l’unico scopo di favorire sé stesse
o danneggiare gli avversari.
La contromisura ideale sarebbe stabilire un principio ferreo: una legge
elettorale approvata non può entrare in vigore se non dopo due legislature
(circa dieci anni).
Applicando quello che il filosofo John Rawls definiva il “velo d’ignoranza”, i
leader politici si troverebbero a scrivere le regole del gioco senza sapere se,
tra dieci anni, la loro forza politica sarà al governo o all’opposizione, se
sarà grande o piccola. Questo scostamento temporale costringerebbe il Parlamento
a emanare regole giuste, equilibrate, durature e comprensibili, privando i
partiti della facoltà di truccare il campo di gioco alla vigilia di una tornata
elettorale.
Il progetto di Bettini e Onorato si pone di fronte ad un problema reale, ma
propone una soluzione piuttosto discutibile: finché l’astensionismo rimarrà la
conferma “che tanto il voto non cambia nulla”, nessun escamotage potrà colmare
il baratro della sfiducia. La democrazia italiana si rigenererà solo quando il
silenzio di chi non vota assumerà una consistenza fisica e farà il rumore della
partecipazione e quando le regole base della democrazia non potranno essere
manipolate a piacimento dal potere che pretende. di perpetuarsi.
Gregorio De Falco