Oltre la deterrenza. Con TPNW: nuove prospettive per la sicurezza nucleare globale
L’attuale fase storica è segnata da un livello di instabilità globale senza
precedenti recenti, efficacemente rappresentato dall’immagine del Doomsday
Clock, divenuto simbolo della crescente vulnerabilità sistemica dell’umanità.
Non si tratta di una metafora astratta, ma della traduzione visiva di una crisi
concreta: quella dei meccanismi di regolazione internazionale, in particolare
nel campo del controllo degli armamenti nucleari.
Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo indebolimento delle
architetture di sicurezza costruite durante e dopo la Guerra fredda. Questo
processo ha trovato una delle sue espressioni più significative nella fine del
New START, ultimo grande trattato bilaterale tra Stati Uniti e Federazione Russa
volto a limitare gli arsenali nucleari strategici. Tuttavia, tale evento non
costituisce un episodio isolato, bensì il punto di arrivo di una più ampia
tendenza alla disarticolazione dei regimi di controllo, che ha coinvolto anche
altri strumenti fondamentali, segnando una regressione rispetto ai progressi
ottenuti nei decenni precedenti.
In questo contesto, emerge con urgenza la necessità di riconsiderare il ruolo
dei nuovi strumenti giuridici internazionali, tra cui il Trattato sulla
proibizione delle armi nucleari (TPNW). Ridurre questo accordo a una semplice
iniziativa normativa risulta limitante e fuorviante. Il TPNW si configura
piuttosto come un quadro articolato di sicurezza collettiva, che agisce non solo
sull’obiettivo finale dell’eliminazione delle armi nucleari, ma anche sulla
riduzione immediata dei rischi.
Il trattato introduce infatti una dimensione dinamica, legittimando una serie di
“misure intermedie” volte a contenere la probabilità di una catastrofe nucleare.
Questo aspetto è cruciale, poiché il rischio atomico non dipende esclusivamente
da decisioni intenzionali, ma può derivare anche da errori di calcolo, incidenti
tecnici o escalation incontrollate – fattori che la storia ha dimostrato essere
tutt’altro che teorici.
All’interno di questa cornice, la proposta avanzata dalla Repubblica Popolare
Cinese per un trattato multilaterale sul principio di “Non Primo Uso” (No First
Use, NFU), presentata nel documento ONU NPT/CONF.2026/PC.II/WP.33, assume un
significato che va oltre la dimensione negoziale immediata.
Essa può essere interpretata come una leva strategica all’interno di un più
ampio processo di ridefinizione delle norme e delle pratiche nucleari.
Da un lato, la proposta offre un possibile terreno di convergenza tra Stati
dotati di armi nucleari e Stati non nucleari, introducendo un impegno che, pur
non prevedendo l’eliminazione degli arsenali, ne limita significativamente il
ruolo operativo. Dall’altro, rappresenta un segnale di trasformazione del
discorso strategico dominante.
L’adozione del principio di “Non Primo Uso” implica infatti una ridefinizione
della funzione delle armi nucleari, progressivamente sottratte alla logica della
deterrenza attiva e ricondotte a un ruolo residuale. Questo passaggio è
cruciale, poiché mette in discussione uno dei pilastri dell’ordine nucleare
contemporaneo: l’idea che tali armi possano svolgere una funzione difensiva
legittima attraverso la minaccia del loro impiego.
Se gli Stati nucleari si impegnano formalmente a non utilizzare per primi l’arma
atomica, riconoscono implicitamente i limiti e le contraddizioni di questa
logica, aprendo la strada a una sua progressiva delegittimazione.
In questa prospettiva, la proposta cinese non va valutata unicamente in termini
di fattibilità o adesione politica, ma anche come elemento normativo e
discorsivo capace di incidere sulle strutture profonde della deterrenza
nucleare. Essa si inserisce in un processo più ampio di trasformazione delle
norme internazionali, in cui strumenti come il TPNW e iniziative come il NFU
contribuiscono, ciascuno con modalità diverse, a ridefinire i parametri della
sicurezza globale.
In un contesto segnato dalla crisi dei meccanismi tradizionali di controllo,
tali sviluppi rappresentano non solo alternative possibili, ma passaggi
necessari verso una concezione della sicurezza meno dipendente dalla minaccia
della distruzione reciproca e più orientata alla prevenzione del rischio e alla
cooperazione internazionale.
Nota:
Un momento di riflessione, confronto e approfondimento sul significato della
pace e del disarmo nucleare e convenzionale si è svolto alla Biblioteca Chiesa
Rossa a Milano, dove un pubblico attento ha partecipato a un incontro dedicato
alle dinamiche dei conflitti contemporanei e alle prospettive di convivenza
internazionale.
Al centro del dibattito gli interventi di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, che
hanno proposto una lettura ampia del concetto di pace, inteso non solo come
assenza di guerra ma come costruzione quotidiana di relazioni, diritti e
giustizia sociale.
All’incontro hanno preso parte anche Antonio Arini, Tiziana Ferrante, Michela
Fiore e Marco Sannella, contribuendo a un confronto articolato che ha toccato i
temi dell’educazione alla pace, del ruolo delle istituzioni e della
responsabilità della società civile.
L’iniziativa, promossa con il coinvolgimento di ANPI ed Emergency, ha
rappresentato un’importante occasione di analisi e dialogo, in un contesto
internazionale segnato da tensioni e conflitti armati.
Nel corso della serata è emersa l’esigenza di rafforzare una cultura della pace
capace di superare le dinamiche di contrapposizione, puntando su cooperazione,
solidarietà e rispetto dei diritti umani come basi per un equilibrio più stabile
a livello mondiale e internazionale.
Laura Tussi