XXI* Memorial Ceremony dei Combattenti per la Pace: Chen Alon e Sulaiman Khatib ci raccontano come è cominciata
Pochi giorni ci separano dalla Memorial Ceremony che ogni anno rappresenta il
momento più significativo per i Combattenti per la pace. Quest’anno lunedì 20
aprile, a rispondere all’appello ci saranno ben 58 pubbliche postazioni in tutto
il mondo, di cui 11 tra Israele e Palestina – oltre alle registrazioni
individuali di cui si saprà alla fine. Significativa la risposta pervenuta da
parecchie città europee, in aggiunta al forte network di supporto da tempo
attivo negli Stati Uniti. E succederà qualcosa anche a Melbourne in Australia e
persino in Sudafrica, in collegamento da Johannesburg e Cape Town.
L’importanza di questo appuntamento sta nella coincidenza con una data cruciale
per il calendario israeliano: lo Yom Hazikaron, giorno in cui lo Stato di
Israele onora i caduti nelle tante guerre della sua breve storia. Ogni anno la
cerimonia ufficiale inizia verso sera con una sirena, che dal muro occidentale
di Gerusalemme raggiunge tutto il Paese e per qualche minuto tutto si ferma:
attività commerciali, veicoli in transito, programmi radio-televisivi che
cominciano a trasmettere il lungo elenco dei deceduti… in tutto il Paese si
spegne ogni rumore e ci si mette in pausa. La commemorazione si conclude il
giorno seguente verso mezzogiorno, solo per confluire in una data ancor più
patriottica e solenne, lo Yom Haaztamaut, ossia la Festa dell’Indipendenza.
Immaginiamo dunque cosa possa essere stato per i Combattenti per la Pace
decidere di inaugurare proprio in quella data la propria esistenza come
movimento, in condivisione con ex militanti (ex detenuti nelle carceri
israeliane, per cui terroristi) palestinesi. Come infatti mi confermano Chen
Alon e Sulaiman Khateeb, co-fondatori del movimento: che i lettori di Pressenza
hanno già incontrato in passato, e che raggiungo per telefono nelle rispettive
postazioni.
Chen: “Per gli israeliani quello è sempre stato un giorno di silenzio e
raccoglimento, ma in effetti ciò che si onora in quella data dedicata alla
memoria dei tanti deceduti è l’ineluttabile necessità della guerra. E infatti
sin da quella prima edizione della Joint Memorial Ceremony nel 2006, e più
ancora nelle successive man mano che l’appuntamento guadagnava consensi, le
polemiche, talvolta violente come l’anno scorso in una sinagoga di Ra’anana, non
sono mancate: l’idea di sfidare quell’unilaterale celebrazione del dolore,
arrivando a suggerire un rispecchiamento nel dolore del nemico come chiave di
superamento del conflitto è proprio agli antipodi del mainstream.
Dunque sì, la scelta di inaugurare la nostra esistenza come movimento proprio in
quel modo, con quel pubblico evento che poi avremmo chiamato Memorial Ceremony,
fu significativa. L’idea venne suggerita da Buma Inbar, ex militare che nel 1995
aveva perso il figlio amatissimo Yotam: saltato per aria insieme a sei compagni
in un campo minato, durante la lunga guerra in Libano. Una perdita che Buma era
riuscito a superare unendosi al Parents Circle Families Forum (che lui stesso
aveva contribuito a fondare). E’ una pratica, quella del PCCF, che da tempo Buma
desiderava amplificare proprio in quel modo, con una Commemorazione ai Caduti
Alternativa rispetto a quella ufficiale. Idea che naturalmente sposammo: il
tutto si svolse al Teatro Tmu-Na di Tel Aviv: parteciparono circa 600 persone e
lo considerammo un successo, il sintomo di un’esigenza di confronto che non era
solo nostra.
Da allora l’evento è diventato l’appuntamento più importante del nostro
movimento e anno dopo anno è cresciuto enormemente. Durante la pandemia abbiamo
inaugurato la fruizione in streaming che ci ha permesso di raggiungere
tantissimi interni di case negli Stati Uniti. E nell’edizione del maggio 2023
non meno di 15.000 persone si sono ritrovate in un parco di Tel Aviv, nonostante
le rumorose proteste fuori dai cancelli… fino a raggiungere l’attuale dimensione
globale. Devo però ammettere che ci volle un po’, perché questa nostra Ceremony
riuscisse a rispecchiare con il giusto equilibrio entrambe le narrazioni del
conflitto: non solo superando l’iniziale prevaricazione della parte israeliana,
ma curando molto quell’aspetto che mi piace definire ‘l’estetica dell’etica’,
ovvero scegliendo accuratamente di usare alcuni termini invece di altri;
evitando l’uso di foto, riprese video, elementi grafici che rischierebbero di
enfatizzare una certa narrazione a scapito dell’obiettivo principale, che è
quello di riconoscersi fra esseri umani, incontrarsi in uno spazio di ascolto
autentico e reciproco, in un processo di ri-umanizzazione di colui/colei che
normalmente vedresti come nemico. Ma sul piano pratico, il problema resta quello
di assicurare un equo numero di testimonianze in presenza da entrambi i fronti.
Ogni anno siamo costretti ad appellarci alle varie corti per ottenere il
permesso di ingresso in Israele da parte dei testimoni palestinesi, il più delle
volte invano. E il particolare problema di quest’anno sarà la sicurezza: a
differenza dell’anno scorso, quando la Memorial Ceremony è riuscita a riempire
un intero teatro a Tel Aviv con simultanee proiezioni in varie altre città,
quest’anno dovremo optare per un evento a porte chiuse: data la particolare
tensione di questo periodo, l’indirizzo verrà reso noto solo a pochi e il tutto
si svolgerà per prudenza in streaming.”
Soulaiman: “Fin dalle prime edizione questa nostra Ceremony è stato un evento
unico nel suo genere, proprio in considerazione del conflitto ancora in corso, e
purtroppo con livelli di crescente gravità, con la violenza e disumanizzazione a
cui assistiamo. Un evento quindi tutt’altro che scontato, dalle forti
potenzialità trasformative per chiunque partecipa e che non esiterei a definire
sacro. Sacro per il fatto di sottolineare il valore della scelta, l’opzione di
responsabilità che come esseri umani tutti noi abbiamo. E che per me
palestinese, pensando alle consuetudini di riconciliazione dei conflitti
all’interno della società tribale che mi ha generato, risuona come tasamuh,
ovvero perdono. Difficile, ma non impossibile se solo ci pensiamo come esseri
umani, soggetti a sbagliare, ma al tempo stesso dotati della possibilità di
scegliere, decidere in che modo uscirne, consapevoli del fatto che in quello
stesso fazzoletto di terra dobbiamo convivere, possibilmente in pace.
Proprio in questa chiave è stato scelto il titolo per la Ceremony di
quest’ultima edizione We Are The Day After. Noi siamo già adesso, noi già
incarniamo, rappresentiamo, sperimentiamo, viviamo, siamo la prova vivente, di
quella cosa che succede alla fine di tutte le guerre e che si chiama pace.
Difficile immaginare che una cosa del genere possa succedere anche qui, per noi
palestinesi, dopo la catastrofe della Nakba, che dal 2000 come Combattenti per
la Pace abbiamo deciso di commemorare ogni 15 maggio con una Nakba Ceremony non
meno importante della Memorial Ceremony. Difficile fare i conti con la
devastazione, le bombe, le amputazioni, i morti, la guerra per fame, la miseria
delle tendopoli a Gaza. Difficile immaginare una pace possibile quando ogni
giorno assistiamo alla crescente violenza dei coloni in Cisgiordania, anche qui
dove vivo io, e proprio giovedì sera in pieno centro di Tel Aviv, Habima Sq, una
massiccia manifestazione ha denunciato le aggressioni subìte recentemente dagli
stessi israeliani impegnati in azioni di Presenza Protettiva, per esempio a
Qusra. Difficile non denunciare le condizioni di detenzione nelle carceri
israeliane, come faremo anche stasera a Beit Jala, per la giornata dedicata ai
prigionieri palestinesi. Ma è precisamente questo crescendo di impegno da parte
di tanti fratelli e sorelle israelian*, è questa consapevolezza della sofferenza
che sempre più pervade anche la società israeliana, che mi spinge a dire: siamo
sulla strada giusta. Da vent’anni che esistiamo come movimento qualcosa è
successo. Molti altri movimenti si sono attivati in modi simili o diversi dal
nostro. Proprio stamattina ho registrato un intervento che verrà trasmesso al
Peace Summit che per la terza volta in tre anni succederà il 30 aprile in una
grande Arena di Tel Aviv, grazie alla coalizione di ben 80 diverse
organizzazioni, con migliaia di attivisti che parteciperanno da tutta Israele e
(voli permettendo) anche da fuori. E insomma, tutte queste Memorial Ceremonies
non sono successe invano: We Are The Day After. Siamo il giorno dopo.”
Per info sulla Memorial e Nakba Ceremonies dei Combattenti per la Pace:
https://www.cfpeace.org/joint-ceremonies
Per registrarsi e partecipale (il link arriverà poco prima delle h 19 in
Italia): https://www.cfpeace.org/memorial-ceremony
Per contribuire con una donazione alla produzione dell’evento:
https://www.drove.com/campaign/69b82f0c532f12b49155832f?utm_source=droveShare&utm_medium=copy+link&lang=en&skey=.2PwY
Daniela Bezzi