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Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Contrarietà al raddoppio della Galleria di Muggia e denuncia della pochezza delle indennità
La recente pubblicazione dell’avviso di avvio del procedimento espropriativo per l’opera pubblica  “Galleria di Muggia” conferma nei fatti quanto sosteniamo da sempre: ci troviamo di fronte a un’opera inutile, impattante e devastante per l’equilibrio urbanistico e ambientale di Muggia, accompagnata ora da un vero e proprio insulto economico ai danni dei cittadini coinvolti. Dalla tabella degli espropri resa pubblica dal Comune, le cifre proposte per indennizzare la popolazione e i proprietari rasentano la farsa e il ridicolo, senza contare il non rispetto della privacy con i nomi e cognomi degli interessati esposti senza le minime cautele sui giornali. Le occupazioni temporanee vengono liquidate con cifre irrisorie: si registrano proiezioni di indennizzo per l’occupazione dei terreni pari a pochi euro all’anno per tollerare cantieri, polveri, rumori e ruspe sotto casa e cifre offensive per gli asservimenti. Per molte particelle e aree comunali vengono proposti indennizzi una tantum e poche decine di euro a fronte di vincoli e servitù permanenti. Mentre le grandi opere e la speculazione inghiottono milioni di euro di soldi pubblici, ai muggesani vengono lasciate le briciole di un banchetto mai richiesto. Nessun indennizzo ridicolo potrà mai ripagare i disagi dei cantieri, lo stravolgimento della viabilità, il danno paesaggistico e la svalutazione delle abitazioni vicine all’opera. Ricordiamo inoltre che i lavori del Fugnan, tra l’altro, stanno mettendo in crisi il terziario: non pochi piccoli esercenti hanno subito un inquietante calo degli incassi che potrebbe portare a chiusure definitive. Cosa accadrà con il ben più impegnativo cantiere per la Galleria G2. Rifondazione Comunista ribadisce la propria netta opposizione al raddoppio della Galleria: NO alla devastazione di Muggia. Le vere priorità della nostra comunità sono la manutenzione del territorio e la prevenzione del dissesto idrogeologico che, in questi periodi di crisi climatica, ci obbligherebbero a ripensare al nostro territorio sviluppando il potenziamento dei servizi e del trasporto pubblico, non lo scavo di trafori impattanti. Per tutti questi motivi, Rifondazione Comunista chiama alla mobilitazione e alle osservazioni: ricordiamo a tutti gli interessati che ci sono 30 giorni di tempo dalla pubblicazione dell’avviso per presentare formali osservazioni all’Ufficio Lavori Pubblici del Comune di Muggia, sia contro l’inutilità dell’opera sia per contestare la miseria delle stime economiche. Rifondazione Comunista continuerà ad essere al fianco dei cittadini e dei comitati per fermare quest’ennesimo scempio a tutela del territorio muggesano.    Partito della Rifondazione Comunista, Circolo “Alma Vivoda” (Muggia) Redazione Italia
August 22, 2026
Pressenza
Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico
Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV. Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia? È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa. Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica. La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza. Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori. La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti. Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo. La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso. Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro. Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale. Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate. Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola. E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni. Centro Sereno Regis
July 29, 2026
Pressenza
Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte
Dibattiti, volantinaggi, un tour in diverse città italiane, incontri contro l’estrettivismo e la devastazione ambientale in tanti territori, assemblee settimanali a Messina, la campagna No Ponte negli ultimi mesi ha attraversato diversi contesti e città, partendo dalle due sponde dello Stretto di Messina, per rilanciare la mobilitazione. Dal 7 al 9 agosto si terrà un campeggio, nel pomeriggio di sabato 8 agosto il corteo, in serata, a partire dalle 8.30 in piazza del Popolo, si sarebbe dovuto tenere un concerto che è statao cancellato dopo il tragico crollo della palazzina a Messina. Pubblichiamo qui a seguire il comunicato del Movimento No Ponte in vista dell’importante mobilitazione estiva che come ogni anno ribadirà la contrarietà al devastante progetto del Ponte per rivendicare diritti, sanità, infrastrutture e difesa dell’ambiente e del territorio. A partire dalla rivendicazione della chiusura della Stretto di Messina SpA. Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e buchi neri. Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la grande imprenditoria della devastazione. Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti, fino, naturalmente, alla società concessionaria. Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali. Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023. Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14 miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche. Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura della Stretto di Messina SpA. Comunicato del Movimento No Ponte del 5 agosto in vista dell’assemblea popolare del 7 agosto e del corteo dell’8 agosto. In questi giorni la nostra città è stata scossa dalla tragedia del crollo di una palazzina nel quartiere di Pistunina, nella quale hanno perso la vita quattro persone, mentre altre due, mentre scriviamo, risultano ancora disperse. Il territorio in cui viviamo è apparso costellato da un modo molto diverso e variegato di affrontare e processare questo drammatico evento – come è inevitabile che sia, in contesti sociali ampi e complessi – e abbiamo seguito anche noi, come tutte e tutti, l’alternarsi di chi chiedeva che le attività ludiche, culturali e di intrattenimento si fermassero e chi, invece, riteneva che dovessero andare avanti, senza nulla togliere al rispetto e al cordoglio per le vittime. Questo è il contesto in cui ci troviamo mentre ci avviciniamo alla tre giorni NO ponte del 7, 8 e 9 agosto, e ovviamente noi stesse abbiamo fatto varie riflessioni al riguardo. Il dato inoppugnabile, per noi, è che quella che ci attende è una tre giorni di lotta e mobilitazione e anche i momenti apparentemente più ludici e di festa inseriti al suo interno hanno un valore politico. Pensiamo, in particolare, al concerto NO ponte, previsto per la serata di sabato: un momento che per noi non rappresenta semplicemente musica, socialità e festa (che hanno comunque un significato politico, ancor più quando avvengono in spazi pubblici, aperti a tutte e tutti), ma anche un momento dall’alto valore politico, ricco di contenuti legati alle lotte dei nostri territori. Pur fermamente convinte di tutto questo, abbiamo deciso di assumere un atteggiamento di cautela e rispetto. Il nostro è un movimento territoriale, formato dalle migliaia di persone che vivono e amano il nostro territorio e che lo difendono da abusi e speculazioni. Ed è proprio alla comunità di cui siamo parte e che nutre il nostro movimento che stiamo guardando in queste ore, decidendo di assumere la decisione di annullare il concerto NO ponte. Una decisione sofferta ma che ci sembra giusta, per non urtare sensibilità alcuna, per non apparire irrispettose e irrispettosi. In altre parole, per prenderci cura della comunità di cui siamo parte. Siamo molto grate a tutte le artiste e gli artisti che avevano accettato di partecipare al concerto: siamo grate per la loro generosità a mettersi a disposizione e per la loro comprensione rispetto ai motivi dell’annullamento. Restano, naturalmente, confermate tutte le attività di taglio più marcatamente ed esclusivamente politico e di lotta, quali il corteo dell’8 agosto, il campeggio e le assemblee. Attività che si rivelano ancora più urgenti e necessarie alla luce dell’ennesima forzatura istituzionale di queste ore: il blitz con cui Matteo Salvini ha disposto il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserendovi all’interno, come messo in evidenza da autorevoli osservatori, figure apertamente riconducibili al blocco sociale favorevole alla realizzazione del ponte. Il corteo, il campeggio e le assemblee verranno presentate alla città in conferenza stampa venerdì 7 agosto alle ore 10,30 presso la Sala Ovale “Antonino Caponnetto” del Comune di Messina, Palazzo Zanca. Assemblea No Ponte, Messina Immagine di copertina e prima immagine nell’articolo di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023. Immagine di chiusura dell’articolo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte. L'articolo Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte proviene da DINAMOpress.
July 29, 2026
DINAMOpress
[Le nuove mani sulla città] Contro le grandi opere: la lotta territoriale a Isola Sacra di FIumicino
In questa puntata di Le nuove mani sulla città abbiamo  parlato delle nostre coste e del progetto di porto croceristico nella zona del Vecchio Faro di Fiumicino e dei Bilancioni; un approfondimento a più voci sui fondi finanziari coinvolti, le vicende legali tra assurdi pareri favorevoli dei ministeri e mancate autorizzazioni e del ricorso al TAR per contrastarlo. Abbiamo cercato di raccontare la vita di un territorio che resiste nonostante questo progetto provi a schiacciarlo.
June 25, 2026
Radio Onda Rossa
Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico
-------------------------------------------------------------------------------- Alberto, pescatore, durante una battuta di pesca notturna davanti i frangiflutti installati durante i primi lavori del porto turistico a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2010, sul litorale romano, esattamente a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, è stata posata la prima pietra per la costruzione di un porto turistico. I lavori sono proseguiti per diversi anni prima di interrompersi. Nel 2022, la concessione per la realizzazione del porto è stata aggiudicata all’asta alla società Fiumicino Waterfront (parte del Gruppo Royal Caribbean), integrando al progetto originale una funzione crocieristica. L’intera area coinvolta si inserisce in un contesto delicato, di valore paesaggistico, storico e sociale. La presenza di un faro, dei bilancioni (strutture in legno per la pesca), e di un porticciolo per piccole barche da pesca, rendono questo luogo particolarmente suggestivo. A fare da cornice il fiume Tevere, la zona residenziale di Passo della Sentinella e una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), un tratto di terra caratterizzato da una palude salmastra di valore ambientale e interesse europeo. Queste immagini hanno l’obiettivo di mostrare il contesto nel quale si inserirebbe una grande opera come quella di un porto crocieristico. Un luogo dove si susseguono scene che sembrano riecheggiare nel tempo, scuotendolo; un luogo dove si mescolano persone, ciascuna al contempo straniera e autoctona, il cui stretto legame è la terra stessa. Luogo che ti torce la bocca in una smorfia e poi la lascia aperta per lo stupore, mentre racconta la storia di conflitto tra mare e cemento, che lentamente, corrode  l’eredità sotto i piedi dei vecchi e dei bambini. Siamo davvero convinti che esistano progetti di grandi opere per i quali valga la pena accettare la scomparsa di luoghi con caratteristiche uniche? Luoghi che non avremmo alcuna possibilità di trovare altrove? Siamo davvero pronti a spogliarci di tutto, venendo meno alla nostra responsabilità di preservare la terra e il mare di cui abbiamo goduto, privando le generazioni future della possibilità di fare lo stesso? L’intera area vive in uno stato di sospensione da più di dieci anni. -------------------------------------------------------------------------------- Nome del progetto: Deep Blue (autore, Adriano Marchesi) Instagram: adriano_marchesi_ph Testo e foto per Comune: l’utilizzo di terzi deve essere concordato: adrianomarchesi.photography@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Arrivo di una burrasca, Mar Tirreno 2024 Dune dei dragaggi coprono il mare, 2026 Tratto di costa interessato dal progetto del porto crocieristico, 2024 Un uomo posiziona una rete da pesca alla foce del fiume Tevere, 2026 Cementificio installato fronte mare durante i primi lavori del porto turistico, 2024 Un uomo di fronte al muro che interdice l’accesso al mare, 2025 Struttura da pesca tradizionale, nota come Bilancione, 2026 Gianfranco Miconi, detto “Attila”, dentro la sua casa, uno dei Bilancioni, 2024 Area di cantiere intorno al vecchio faro di Fiumicino, 2026 “Barrucca”, pescatore, nella sala comune del porticciolo, luogo di ritrovo, 2024 Un Bilancione alla foce del fiume Tevere, 2025 Eugenio, attivista, contrario alla costruzione del porto crocieristico, 2025 Nicola trasporta un gommone al di là di una rete, 2025 Frequentatori della zona del porticciolo e dei Bilancioni, 2024 Un cigno nella zona salmastra adiacente alla spiaggia dopo una mareggiata, 2026 Partecipanti a un evento musicale svolto nell’area dei Bilancioni, 2025 Una chiesa nell’area residenziale di Passo della Sentinella, 2026 Abitante di Passo della Sentinella, sullo sfondo il fiume Tevere, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico proviene da Comune-info.
May 4, 2026
Comune-info
Extinction Rebellion chiama: 29 maggio-3 giugno per…
… per una “Prima-vera Democrazia” Extinction Rebellion ha annunciato una settimana di mobilitazione a Roma, dal 29 maggio al 3 giugno: presidi, parate e azioni nonviolente per ribellarsi a guerre, energie fossili e derive autoritarie, all’interno di un percorso più ampio ribattezzato “Prima-vera Democrazia”. La scelta delle date è fortemente simbolica: il 2 giugno 2026 ricorre l’80° anniversario del Referendum istituzionale che