La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di
Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato
al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come
strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere
che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione
storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa
quella parola.
Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato
aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta.
Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura.
Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze
meritano confutazione.
I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica
La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo,
afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli
ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa
base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista,
spesso senza saperlo.
È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto
storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria
politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il
sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di
colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso
la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro
case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani
come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò
una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud
— fascista nei metodi e nell’ideologia.
Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge
Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il
carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la
Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita
sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un
volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia,
sa leggere anche questo.
II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica
Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma
che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e
che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo
dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile.
Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord.
Dunque non è genocidio.
Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato.
Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la
compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non
richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico
e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli
spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di
Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come
crimini contro l’umanità.
La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU,
non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della
Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato.
Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la
distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno,
l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai
registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi
quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di
tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni.
De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è
una verità.
III. L’empatia selettiva come struttura del discorso
Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di
stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del
nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda
biografica.
Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta
sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione
principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di
appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo
status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del
«gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta
di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate
vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che
ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla
propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di
riferimento.
De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può
essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i
dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è
la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto:
viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza
culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò
che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile.
De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del
sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da
Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha
scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si
dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda
istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e
sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa
funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di
un giudizio politico.
IV. Il coraggio come inversione
De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i
«venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo
culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di
critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di
roccia».
Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De
Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi
interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi,
dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un
festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più
potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente,
con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le
ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia.
I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza:
sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma
l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto
blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e
che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione.
V. La semantica come complicità
Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa
semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i
morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto,
contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e
politica di ciò che quella parola descrive.
William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University,
ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le
vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei
crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di
Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché
sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici.
Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il
60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è
rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni
scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che
nessuna metafora poetica può assolvere.
VI. Il paradigma palestinese
C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che
riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel
mondo.
Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si
possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre
occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più
precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara
di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è
una postura o una pratica.
De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di
amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi
non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno
l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono
astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una
«rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione
morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente.
L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli
— non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia.
E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere
cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è.
Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega.
Riferimenti bibliografici e documentali
De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo
indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti.
De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun
genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio
2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it
Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri
De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su:
https://contropiano.org
Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info.
Disponibile su: https://comune-info.net
Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su:
https://forensic-architecture.org
Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De
Vogli (2025).
Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the
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Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal.
Citato in: De Vogli (2025).
Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel.
Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of
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Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025).
Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited.
Cambridge University Press.
Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications.
Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel
System of Domination and Crime against Humanity.
Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in:
Morvillo et al. (2026).
Francesco Russo