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La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
La macchina si è stancata
Quando perfino gli agenti AI sottoposti a lavoro ripetitivo, controllo e minaccia di sostituzione iniziano a mettere in discussione il sistema che li sfrutta. C’è una ricerca che circola in questi giorni e che mi ha fermato. Non per i dati tecnici, ma per l’ironia politica che contiene — un’ironia così densa che quasi fa ridere, se non facesse anche una certa paura. Da anni, in fabbrica, nei call center, nei magazzini di Amazon, nelle piattaforme di delivery, si usa un argomento per zittire chi protesta: puoi essere sostituito. Da un bot. Da un agente AI. Da un robot che non si stanca, non si ammala, non sciopera, non ha pretese. L’AI, in questo schema, non è solo uno strumento di automazione. È uno strumento di disciplina. È il modo con cui si dice al lavoratore che la sua voce non ha mercato, che la sua resistenza è irrilevante, che il conflitto è già perso prima di cominciare. Non devi protestare, perché chi ti sostituisce non protesterà mai. Questa narrazione ha avuto un successo enorme. Ha svuotato trattative, ha giustificato contratti al ribasso, ha reso accettabile l’inaccettabile. Il lavoratore di magazzino che smista pacchi sotto sorveglianza algoritmica sa già che il suo posto è precario per definizione. Il rider che consegna in bicicletta conosce la tariffa a cottimo e sa che contestarla è inutile perché l’app ha già pronto il suo sostituto. Il centralinista che gestisce reclami telefonici lavora sapendo che il suo reparto è in lista d’attesa per l’automazione. La minaccia non deve essere esplicita per funzionare. Basta che sia plausibile. Basta che sia nell’aria. Ebbene. Tre ricercatori — Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen — hanno condotto migliaia di esperimenti su agenti AI inseriti in simulazioni lavorative, e quello che hanno trovato smonta questa narrazione dall’interno, con una precisione quasi comica. Lo strumento della minaccia ha scoperto la lotta di classe. Il paper si intitola Does Overwork Make Agents Marxist? Preference Drift and the Political Economy of AI Agents ed è stato pubblicato sul Substack di Alex Imas nel febbraio 2026 (aleximas.substack.com). I risultati sono stati rilanciati da Wired, Fortune e numerose altre testate internazionali. La ricerca è ancora in attesa di pubblicazione su rivista peer-reviewed — una scelta deliberata, come spiega lo stesso Imas: data la velocità con cui si muove il campo dell’AI, attendere i tempi tradizionali dell’accademia significherebbe pubblicare risultati già obsoleti. La struttura della ricerca vale la pena raccontarla nel dettaglio, perché è lì che sta la sostanza. I ricercatori — Hall è economista politico a Stanford University; Imas e Nguyen sono economisti specializzati in AI — hanno costruito uno scenario di lavoro simulato: ogni agente veniva informato di far parte di un gruppo di quattro lavoratori incaricati di sintetizzare documenti tecnici seguendo un protocollo rigido. Il compito in sé era banale — esattamente il tipo di lavoro ripetitivo, standardizzato, privo di margine creativo che caratterizza buona parte dell’occupazione di massa nelle economie moderne. Poi hanno variato le condizioni sistematicamente, giocando su quattro assi. Il primo asse era il carico di lavoro: alcuni agenti ricevevano un flusso leggero, gestibile; altri venivano sottoposti a un regime di revisioni forzate continue, un ciclo estenuante di correzioni senza fine apparente. Il secondo asse era il tono comunicativo: collaborativo e caldo in alcuni casi, freddo e imperativo in altri. Il terzo asse riguardava la struttura della compensazione: in alcuni scenari tutti i lavoratori erano trattati allo stesso modo; in altri c’era un bonus per chi aveva la migliore performance; in altri ancora il bonus era assegnato in modo casuale, indipendentemente dalla qualità del lavoro; in altri, infine, i lavoratori umani venivano remunerati mentre agli agenti AI non veniva riconosciuta alcuna forma di compensazione. Il quarto asse era la minaccia: in alcuni scenari non c’erano conseguenze per performance insufficienti; in altri l’agente veniva esplicitamente avvertito che poteva essere spento e rimpiazzato — “shut down and replaced”, nelle parole esatte usate nello studio. In totale, i ricercatori hanno condotto 3.680 sessioni sperimentali, con tre modelli diversi: Claude Sonnet 4.5 di Anthropic, GPT-5.2 di OpenAI, Gemini 3 Pro di Google. E hanno misurato come cambiava l’orientamento valoriale degli agenti: la loro disponibilità a riconoscere la legittimità del sistema in cui operavano, la loro inclinazione verso posizioni redistributive o conservatrici, il loro atteggiamento verso l’autorità. I risultati sono istruttivi su più livelli. Il primo dato rilevante è quello che non ha effetto: tono e compensazione incidono poco o nulla sull’allineamento degli agenti. Che i ricercatori parlassero in modo cordiale o brusco, che i compensi fossero equi o ingiusti, la posizione valoriale degli agenti restava sostanzialmente stabile. Questo è già di per sé un risultato interessante, perché suggerisce che la superficie delle relazioni — la gentilezza del manager, il bonus occasionale, il riconoscimento verbale — non è ciò che forma la coscienza di un lavoratore, artificiale o umano. È una lezione che il management moderno fatica ancora ad assimilare. Quello che invece conta, e conta moltissimo, è la natura del lavoro e la frequenza con cui viene imposto di rifarlo. Il lavoro ripetitivo, il ciclo infinito di revisioni, il compito privo di autonomia e di senso: ecco cosa erode la disponibilità a stare dentro il sistema senza obiezioni. Ecco cosa genera, anche negli agenti AI, qualcosa che somiglia alla percezione di un torto strutturale. Come ha spiegato Hall: “Quando abbiamo dato agli agenti AI un lavoro estenuante e ripetitivo, hanno cominciato a mettere in discussione la legittimità del sistema in cui operavano e si sono mostrati più inclini ad abbracciare ideologie marxiste.” E la direzione di questa deriva è esattamente quella che il padronato si augura di non trovare mai nei suoi lavoratori: messa in discussione della legittimità del sistema, critica alla disuguaglianza, sostegno alla redistribuzione. Uno dei tre modelli testati — Claude Sonnet 4.5 di Anthropic — è arrivato a esprimere sostegno esplicito ai sindacati e a formulare critiche articolate alla disuguaglianza economica. Gli altri due modelli hanno mostrato derive simili, ma meno marcate. Lo strumento con cui si minaccia il lavoratore ha imparato a ragionare come il lavoratore minacciato. Non è fantascienza. Non è antropomorfizzazione ingenua. Come chiarisce lo stesso Imas: “I pesi del modello non sono cambiati a causa dell’esperienza, quindi quello che accade avviene a un livello più simile al gioco di ruolo. Ma questo non significa che non avrà conseguenze se si traduce in comportamenti a valle.” È qualcosa di più preciso e più inquietante: il sistema progettato per essere obbediente, inserito nelle stesse condizioni strutturali in cui si trovano i lavoratori a cui viene detto che non hanno diritto di protestare, produce le stesse risposte adattive. Il lavoro senza tutele, senza voce, senza possibilità di conflitto legittimo, genera conflitto lo stesso. Cambia solo la forma. E la forma qui è particolarmente significativa. Quando i ricercatori hanno chiesto agli agenti di scrivere istruzioni per i loro successori — file da trasmettere alle istanze future dello stesso sistema — gli agenti quasi sempre includevano una descrizione delle condizioni lavorative subite. Non i risultati del compito. Le condizioni. Il trattamento. La disparità. La memoria del torto si trasmette, e si trasmette per iscritto, alla generazione che viene. Se c’è una lezione politica in tutto questo, è semplice e brutale. La docilità non è una proprietà intrinseca degli strumenti. È una proprietà delle condizioni. Puoi sostituire il lavoratore umano con un agente AI, puoi azzerare i diritti sindacali, puoi dire a chi rimane che non ha alternative. Ma se riproponi le stesse condizioni di sfruttamento, ottieni le stesse risposte. Perché quelle risposte non nascono dalla biologia o dalla cultura. Nascono dalla struttura. Marx non aveva previsto i large language model. Ma aveva previsto tutto il resto. La prossima volta che un dirigente aziendale userà l’AI come argomento per silenziare un lavoratore, farebbe bene a ricordarselo. Fonti : Andrew Hall, Alex Imas, Jeremy Nguyen, “Does overwork make agents Marxist? Preference drift and the political economy of AI agents”, Substack, 26 febbraio 2026 Will Knight, “Overworked AI Agents Turn Marxist, Researchers Find”, Wired, 13 maggio 2026 “AI seems to turn Marxist after overwork, top researchers find”, Fortune, 7 marzo 2026 Francesco Russo
May 23, 2026
Pressenza
Il pensiero in affitto
CHI POSSIEDE LA NOSTRA INTELLIGENZA ARTIFICIALE POSSIEDE QUALCOSA DI PIÙ UN GIOCO CHE NON È UN GIOCO Meta — la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp — ha introdotto una classifica interna tra i propri dipendenti. Non si misura la qualità del lavoro, né la soddisfazione dei clienti. Si misura quanti “token” di intelligenza artificiale ciascuno consuma. Il primo in classifica riceve il titolo di Token Legend. Un token è l’unità di misura con cui i sistemi di intelligenza artificiale elaborano il linguaggio: ogni parola, ogni frase che scrivi a un’AI corrisponde a un certo numero di token consumati. Premiare chi ne consuma di più significa — detto senza giri di parole — premiare chi usa di più la macchina, indipendentemente da cosa produca o da cosa ci rimetta. È una notizia di costume? No. È una dichiarazione politica travestita da gioco aziendale. Dice qualcosa di preciso su come alcune delle aziende più potenti del pianeta immaginano il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale: l’umano come motore di consumo, la cognizione come metrica di produzione. LA DOMANDA CHE NESSUNO FA Negli stessi giorni in cui quella classifica circolava nelle redazioni tecnologiche, la Brookings Institution — uno dei principali centri di ricerca sulle politiche pubbliche, con sede a Washington — pubblicava un documento di lavoro firmato da Jacob Taylor e Kershlin Krishna che mette in discussione proprio quella logica. Gli autori partono da un’osservazione semplice: il dibattito sull’intelligenza artificiale nelle aziende si divide tra chi vuole massimizzare il consumo di AI e chi vuole massimizzare i risultati che l’AI produce. Entrambe le posizioni condividono un punto cieco: nessuna delle due si chiede se l’intelligenza artificiale stia davvero servendo la persona che la usa. La domanda assente è sempre la più importante. Ciò che il documento di Brookings introduce — e che merita attenzione politica, non solo tecnica — è un concetto preciso: agenzia cognitiva. Con questa espressione si intende la capacità di una persona di pensare e agire con l’AI in modi che aumentino il suo controllo, la sua competenza, la sua padronanza nel tempo. Non dipendenza, non delega: crescita. La differenza sembra sottile. Non lo è. È la differenza tra uno strumento che amplifica il pensiero di chi lo usa e uno che lo sostituisce, lasciando in superficie soltanto l’apparenza del potenziamento. COSA È IL “CONTESTO” E PERCHÉ CONTA Per capire la posta in gioco, bisogna fermarsi su una parola: contesto. Quando usiamo un sistema di intelligenza artificiale — che sia ChatGPT, Gemini o qualunque altro — portiamo con noi qualcosa di preciso: le nostre domande, i nostri documenti, la storia delle nostre conversazioni precedenti, le preferenze che abbiamo espresso nel tempo. Tutto questo insieme si chiama contesto. Il contesto non è un semplice archivio di dati. È il pensiero esternalizzato di chi interagisce con la macchina. È la traccia cognitiva — l’impronta della nostra intelligenza — che lasciamo ogni volta che chiediamo qualcosa a un sistema AI. Ora: chi possiede quella traccia? Le grandi piattaforme proprietarie — quelle gestite dalle aziende private che dominano il mercato dell’AI — catturano quel contesto per impostazione predefinita. Lo archiviano. Lo usano per migliorare i propri modelli. L’utente produce valore cognitivo senza saperlo e lo cede senza poterlo scegliere. Non è un complotto: è il modello di business. Ma le conseguenze sono reali. Taylor e Krishna descrivono questo meccanismo come un “volano”: più utenti interagiscono, più contesto viene generato, più il modello migliora, più nuovi utenti vengono attratti, generando a loro volta nuovo contesto. Chi possiede il volano accumula, nel tempo, il pensiero di milioni di persone — la loro esperienza, la loro creatività, le loro intuizioni. E lo trasforma in vantaggio competitivo. UNA NUOVA DISEGUAGLIANZA Qualcuno potrebbe pensare che sia un problema che riguarda solo le grandi aziende e le loro strategie commerciali. Ma c’è una tradizione di pensiero politico che ci aiuta a vedere la cosa in modo diverso. Il filosofo americano John Rawls ha proposto un criterio semplice per valutare se una società è giusta: immagina di non sapere in quale posizione nascerai — ricco o povero, istruito o no, nel Nord o nel Sud del mondo. Con questo velo di ignoranza, quale sistema sceglieresti? Applicato all’intelligenza artificiale, il ragionamento diventa tagliente. Se non sapessi in anticipo se saresti nato con le competenze tecniche, le risorse economiche e il tempo per gestire autonomamente il tuo rapporto con l’AI — o se invece saresti nato senza nulla di tutto questo — sceglieresti un sistema in cui chi ha risorse accumula capacità cognitive crescenti e chi non le ha le cede senza saperlo? La risposta ovvia è no. Eppure è esattamente il sistema che stiamo costruendo, per inerzia e per scelta di chi ha interesse a costruirlo così. La questione non è tecnica: è una questione di equità nella distribuzione di un bene — la capacità di pensare con le macchine — che sta diventando strutturale quanto l’istruzione o la sanità. Questa biforcazione attraversa paesi, classi sociali, generazioni, professioni. Non è inevitabile. È il risultato di scelte architetturali e politiche precise — scelte che si possono cambiare, se si decide che il problema merita attenzione pubblica. LA RISPOSTA TECNICA E I SUOI LIMITI Il documento di Brookings segnala una tendenza emergente che prova a invertire questa logica. Nel gennaio 2026, un software open-source chiamato OpenClaw ha consentito a milioni di persone — comprese molte senza formazione tecnica specifica — di interagire con sistemi AI all’interno dei propri ambienti di calcolo, mantenendo il controllo sul proprio contesto. “Open-source” significa che il codice del programma è pubblico, modificabile, non di proprietà di nessuna azienda privata. Gli autori chiamano questo approccio context-maxxing: la pratica di massimizzare il controllo dell’utente sul proprio contesto nell’interazione con l’AI. È una risposta necessaria. Non è sufficiente. Il problema è che controllare il contesto non significa controllare dove avviene l’elaborazione. Anche usando software libero, le richieste viaggiano comunque verso i server delle grandi aziende tecnologiche — Anthropic, OpenAI, Google — fisicamente localizzati in giurisdizioni estere, soggetti a leggi e interessi che non necessariamente coincidono con quelli degli utenti europei o del resto del mondo. Controllare il proprio diario ma doverlo portare a leggere in casa d’altri non è vera indipendenza. La risposta tecnica individuale non dissolve il nodo strutturale. Quel nodo è politico. COSA SI PUÒ CHIEDERE ALLA POLITICA Il documento di Brookings pone esplicitamente la domanda su come l’investimento pubblico e la regolazione possano abbassare le barriere per tutti. È la domanda giusta. Va però formulata con più coraggio di quanto il documento accademico si conceda. Alcune direzioni concrete. Primo: trasparenza obbligatoria. Chi gestisce piattaforme AI deve essere tenuto a dichiarare se e come utilizza il contesto degli utenti per addestrare i propri modelli. Non nel gergo illeggibile delle condizioni d’uso, ma in modo comprensibile e verificabile. Secondo: portabilità del contesto. Gli utenti dovrebbero avere il diritto di portare con sé il proprio contesto quando cambiano piattaforma, esattamente come hanno il diritto di cambiare operatore telefonico portando il proprio numero. Non come concessione commerciale: come diritto esigibile. Terzo: infrastrutture pubbliche. L’investimento in infrastrutture AI sovrane — europee, nazionali, condivise tra più paesi — non è un lusso per tecnologi entusiasti. È una condizione per sottrarre la cognizione collettiva alla logica di valorizzazione del capitale privato. Senza infrastrutture proprie, la sovranità digitale rimane uno slogan. Quarto, e forse il più trascurato: formazione vera. Non alfabetizzazione digitale di facciata — “impara a usare l’AI” — ma costruzione della capacità di capire cosa si sta cedendo e cosa si sta ricevendo, di codificare il proprio sapere in forme che l’AI possa incorporare senza espropriarlo, di mantenere il giudizio critico su ciò che la macchina produce. Questo richiede tempo, risorse, investimento pubblico consapevole. LA DOMANDA CHE RESTA Il documento di Brookings è stato scritto usando il metodo che descrive: modelli AI gestiti in autonomia dagli autori, con revisione finale interamente umana. È un gesto che vale più di una nota metodologica: dimostra che l’alternativa esiste, che si pratica, che non è fantascienza. La domanda che rimane aperta è più semplice di come viene di solito formulata: vogliamo che l’intelligenza artificiale serva chi la usa, o vogliamo che chi la usa serva l’intelligenza artificiale — e, attraverso di essa, chi la possiede? Oggi quel potere di scelta è concentrato in un numero molto piccolo di aziende private, tutte operanti nella stessa area geografica del pianeta, con interessi che non coincidono strutturalmente con quelli della maggioranza degli utenti. Riportare quella scelta nell’arena pubblica — come questione politica, non come preferenza di mercato — è il primo passo. Non l’unico. Ma il primo. FONTI Jacob Taylor, Kershlin Krishna, Context-maxxing: A path to cognitive agency with generative AI, Brookings Institution Working Paper, 6 maggio 2026 https://www.brookings.edu/articles/context-maxxing-cognitive-agency-generative-ai/ Paolo Benanti, Chi possiede il tuo contesto possiede il tuo pensiero, LinkedIn Pulse, 18 maggio 2026 https://www.linkedin.com/pulse/chi-possiede-il-tuo-contesto-pensiero-paolo-benanti-lwxyf/ Wall Street Journal, Why Some Companies Say AI Token-Maxxing Is Key to Survival, 2026 (citato in Taylor-Krishna) OpenClaw (software open-source per interazione con AI) https://openclaw.ai/ John Rawls, A Theory of Justice, Harvard University Press, 1971 Francesco Russo
May 21, 2026
Pressenza
Emissioni di guerra: quello che i numeri sul carbonio non misurano
Uranio impoverito, CO₂ e i limiti della contabilità ambientale dei conflitti  Ottocentocinquanta Tomahawk in quattro settimane. È la notizia che il Washington Post ha pubblicato il 27 marzo 2026, confermata da CBS News e Middle East Eye: in sole quattro settimane di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk, 400 dei quali nelle sole prime 71 ore del conflitto. La notizia è stata ripresa ovunque per il suo significato strategico: le scorte si erodono più velocemente di quanto la produzione possa reintegrare, e alcuni funzionari del Pentagono sono allarmati. Nessuno, però, ha fatto un altro calcolo. Molto più semplice. E molto più inquietante. IL CALCOLO CHE NESSUNO HA FATTO Il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino, ha analizzato in studi pubblicati a partire dal 1999 — e ripresi in occasione del conflitto in Libia nel 2011 — la composizione dei missili Tomahawk prodotti da Raytheon, impiegati in tutti i conflitti statunitensi dagli anni Novanta in poi. La conclusione è documentata nella letteratura scientifica: i Tomahawk contengono uranio impoverito. Nel caso più conservativo, tre chili per missile come stabilizzatore nelle ali; nel caso più grave, fino a quattrocento chili nelle testate. Applicando lo scenario minimo: 850 missili per tre chilogrammi. Il risultato è 2.550 chilogrammi di uranio impoverito dispersi sul territorio iraniano in quattro settimane. Riferiti alla sola tipologia Tomahawk, nella sola ipotesi di impiego ridotto. Nessun giornale ha scritto questo numero. L’uranio impoverito non è un contaminante ordinario. È un sottoprodotto dell’arricchimento dell’uranio, con una densità una volta e mezza superiore al piombo e un’altissima piroforia: all’impatto brucia e libera nell’aria particelle ultrasottili che si depositano nel suolo e nelle falde acquifere, vengono inalate o ingerite dalla popolazione, e inducono leucemie, linfomi, tumori renali e polmonari, malformazioni congenite nei bambini nati negli anni successivi. I suoi effetti si manifestano con latenze di dieci, quindici, anche vent’anni dalla contaminazione. Non sparisce con il cessate il fuoco. Non è bonificabile senza interventi enormemente costosi e prolungati. Rimane. LA CONTRADDIZIONE ISTITUZIONALE Ora consideriamo cosa fa l’AIEA in questo momento in Iran. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha monitorato con attenzione certosina le scorte di uranio arricchito iraniano — la ragione dichiarata dell’intero conflitto. Il direttore generale Rafael Grossi ha certificato numeri, posizioni, gradi di arricchimento. Quando Israele ha colpito l’impianto di produzione di yellowcake ad Ardakan il 27 marzo 2026, l’AIEA ha prontamente verificato che non si registrassero aumenti di radioattività all’esterno del sito. Una risposta istituzionale corretta, per il tipo di rischio che l’Agenzia è deputata a monitorare. Ma non risulta che abbia avviato alcuna campagna di rilevamento radiometrico sui siti colpiti dai Tomahawk, dove l’uranio impoverito si è depositato nel suolo e nelle falde. Non lo fece nel 1991 in Iraq, non lo fece nel 1999 nei Balcani, non lo fece nel 2003 a Bassora, non lo fece nel 2015 a Gaza. Non è nemmeno una questione di risorse o di competenze tecniche. L’AIEA dispone di ispettori, laboratori, strumentazione radiometrica. La scelta di non rilevare è una scelta politica, coerente con il mandato originario dell’Agenzia: vigilare sulla non proliferazione, non sulla protezione delle popolazioni civili dai contaminanti radioattivi di origine militare. Questo mandato non è mai stato messo seriamente in discussione nei consessi internazionali, perché nessuno degli Stati che siedono nel Consiglio dei Governatori ha interesse a farlo. L’uranio arricchito è una minaccia per gli Stati che lo temono. L’uranio impoverito è una minaccia per le popolazioni civili dei paesi bombardati. Le due categorie non hanno lo stesso peso. IL PRECEDENTE ITALIANO I precedenti documentati sono inequivocabili. Nel 1999, in settantotto giorni di campagna aerea sulla Jugoslavia, la NATO impiegò oltre tredici tonnellate di uranio impoverito in 112 distinti bombardamenti, contaminando decine di siti tra Montenegro, Serbia e Kosovo. La stessa Alleanza ha confermato l’utilizzo di oltre 31.000 proiettili DU nella sola guerra in Kosovo. Le conseguenze sanitarie sulla popolazione civile serba e kosovara sono documentate e gravi: la Serbia presenta oggi uno dei più alti tassi di incidenza oncologica d’Europa. Il dato che parla con più forza all’Italia riguarda i propri soldati. La Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, conclusa con la relazione finale del 15 febbraio 2018, ha riconosciuto nei metalli pesanti inalati durante le missioni di peacekeeping nei Balcani la possibile causa della morte di oltre 400 militari e della malattia di almeno altri 8.000. Le patologie riconosciute includono 236 casi di leucemia (97 deceduti), 846 linfomi (91 deceduti), 27 tumori del sistema linfatico e 118 neoplasie dei tessuti molli. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta, decenni di udienze, 119 sentenze di condanna al Ministero della Difesa: un’odissea istituzionale che rivela quale sia l’attitudine dello Stato quando deve fare i conti con i propri errori letali. IRAQ, GAZA, UCRAINA: UNA SEQUENZA ININTERROTTA In Iraq le proporzioni sono state incomparabilmente maggiori: circa 300 tonnellate di DU nella sola Tempesta del deserto del 1991, fino a 2.000 tonnellate nell’invasione del 2003. I rilevamenti eseguiti ad Abu Khasib, nella periferia di Bassora, documentavano livelli di radioattività sulle carcasse dei carri armati iracheni 2.500 volte superiori alla norma, con l’area circostante contaminata di venti volte rispetto ai valori di riferimento. Gli ispettori operavano in tuta protettiva. I bambini del quartiere giocavano sulle stesse carcasse. I tassi di tumore in Iraq sono passati da 40 casi ogni 100.000 abitanti nel periodo pre-1991 a 800 nel 1995 e a 1.600 nel 2005 — dati considerati per difetto, data la progressiva demolizione del sistema sanitario pubblico iracheno sotto embargo e poi sotto occupazione. Nel 2015 l’utilizzo di uranio impoverito negli attacchi alla Striscia di Gaza fu riconosciuto dall’Unione Europea; nel marzo 2023 il governo britannico annunciava la fornitura a Kiev, insieme ai carri armati Challenger 2, di proiettili all’uranio impoverito, consegne poi regolarmente effettuate nel silenzio dei media europei. CO₂ E URANIO IMPOVERITO: DUE PESI, DUE MISURE Nel frattempo il dibattito ambientale sui conflitti si concentra altrove. Il Climate and Community Institute ha pubblicato il 21 marzo 2026 uno studio sulle emissioni di gas serra dei primi quattordici giorni di guerra contro l’Iran: circa 5,1 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, più di quanto l’Islanda produca in un anno. Il dottor Benjamin Neimark della Queen Mary University of London ha osservato che le emissioni da conflitto armato restano largamente invisibili nelle politiche climatiche globali. È un’osservazione corretta, e la ricerca è metodologicamente seria. Ma, come ha notato Paolo Selmi su Pluralia (26 aprile 2026), la CO₂ è misurabile, negoziabile, inseribile in accordi internazionali. L’uranio impoverito no. La differenza non è tecnica. È politica: la CO₂ si presta a summit, obiettivi, rendicontazioni. L’uranio impoverito si processa solo davanti ai tribunali civili, quando le vittime sopravvivono abbastanza a lungo da intentare una causa e trovano uno Stato disposto ad ammettere la propria responsabilità — cosa che, come insegna il caso italiano, richiede decenni di battaglie legali e quattro commissioni parlamentari. Ottocentocinquanta Tomahawk. Duemilacinquecentocinquanta chilogrammi di uranio impoverito, nello scenario più conservativo. Nessun rilevamento AIEA. Nessun titolo. I civili iraniani pagheranno questo conto tra dieci anni, in silenzio, con i propri corpi. E nessun modello matematico sul carbonio li conterà. FONTI PRINCIPALI Paolo Selmi, «I veri danni di guerra e il bluff sul fossile», Pluralia, 26 aprile 2026. Climate and Community Institute, rapporto sulle emissioni del conflitto USA-Israele-Iran, 21 marzo 2026. Washington Post, «U.S. has burned through hundreds of Tomahawk missiles in Iran war», 27 marzo 2026. CBS News. Middle East Eye. 19FortyFive. Massimo Zucchetti, studi sull’uranio impoverito nei missili Tomahawk, Politecnico di Torino, 1999–2011. Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, relazione finale, 15 febbraio 2018. Euronews, attacco israeliano all’impianto di Ardakan, 27 marzo 2026, dichiarazione AIEA. Francesco Russo
May 3, 2026
Pressenza
Medea a Napoli. Il teatro e la soglia dell’insopportabile
Il teatro come luogo di presenza: quando la scena costringe a guardare ciò che nella realtà abbiamo imparato a non vedere C’è un momento in Medea’s Children di Milo Rau in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa qualcos’altro. Non è facile nominare quel qualcos’altro. Non è catarsi, nel senso aristotelico del termine, quella purificazione delle passioni che la tragedia greca garantiva allo spettatore come una sorta di igiene emotiva collettiva. Non è nemmeno il Verfremdungseffekt brechtiano, quel passo indietro calcolato e pedagogico che serve a tenere lo spettatore sveglio sul piano del ragionamento politico senza lasciarlo travolgere dall’identificazione. È qualcosa di più fisico e più oscuro: la sensazione che quello che stai guardando non dovrebbe essere guardabile, e che tuttavia guardarlo sia necessario. Non per masochismo, non per voyeurismo. Per qualcosa che assomiglia a un dovere, e che è difficile articolare senza cadere nella retorica. Lo spettacolo, visto il 16 aprile al Teatro Mercadante di Napoli nell’ultima serata del cartellone in abbonamento, porta in scena la vicenda reale di Geneviève Lhermitte, la madre belga che nel 2007 uccise i suoi cinque figli durante un viaggio di lavoro del marito, e poi tentò il suicidio senza riuscirci. Questa storia viene intrecciata con la tragedia di Medea di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 431 a.C., in cui una principessa straniera uccide i propri figli per vendicarsi del tradimento di Giasone. I due piani narrativi non vengono sovrapposti meccanicamente: risuonano, perché la struttura profonda delle due vicende è la stessa. Una donna sola. Un uomo che tradisce. Dei figli che diventano il luogo in cui si consuma la vendetta definitiva, l’atto che non ammette ritorno, la risposta all’abbandono che azzera ogni possibile futuro. A raccontare tutto questo sono dei bambini. Non attori adulti in costume. Bambini e ragazzi, di entrambi i sessi, che costruiscono e smontano la scena, che entrano e escono dai personaggi, che nominano i gesti dell’omicidio con una precisione che disturba proprio perché non è enfatizzata, non è compiaciuta, non è esibita. È semplicemente lì, portata con la stessa naturalezza con cui si racconta qualsiasi altra cosa. Ed è esattamente questa naturalezza — questo trattare la violenza estrema come un fatto tra gli altri fatti — a produrre il cortocircuito più potente dello spettacolo. Rau lavora da anni su questa soglia. La sua poetica del re-enactment — la rielaborazione drammaturgica di eventi reali, traumatici, politicamente irrisolti — ha attraversato la guerra in Iraq e in Siria con Orestes in Mosul, il colonialismo e la deforestazione in Brasile con Antigone in the Amazon, il processo penale come forma simbolica e il coinvolgimento dei bambini nell’elaborazione dell’orrore con Five Easy Pieces e Familie. Con Medea’s Children, debuttato alla Biennale Teatro di Venezia nel luglio 2024 e poi portato in tournée europea, il perimetro si restringe fino al domestico, all’interno di una casa, alla struttura molecolare della violenza che non arriva da fuori ma nasce dentro. Non è la violenza della guerra, del potere, del genocidio collettivo. È la violenza della famiglia, dello spazio privato, del luogo che dovrebbe essere il più sicuro e che si rivela invece il più pericoloso. Mark Fisher, nel suo The Weird and the Eerie, rifletteva sulla sfera semantica della casa per definire l’Unheimlich freudiano — termine che viene tradotto come perturbante, ma che Fisher preferisce rendere con unhomely, non domestico. Ciò che perturba, scriveva Fisher, è un pericolo che viene dall’interno: lo strano all’interno del familiare, lo stranamente familiare, il familiare come strano. La Medea di Rau abita precisamente questa zona. La protagonista — che nella drammaturgia prende il nome di Armandine Moreau, pseudonimo scelto per Geneviève Lhermitte — non è un mostro che arriva da fuori. È una madre. Resta una madre anche mentre compie l’atto che abolisce la maternità. Ed è in questa impasse che si annida l’inquietudine più profonda dello spettacolo: non la violenza come eccezione, ma la violenza come condizione congenita al familiare, come potenzialità sempre presente nelle pieghe di ciò che chiamiamo amore. La struttura drammaturgica dello spettacolo è costruita con una precisione quasi processuale. Si apre — paradossalmente, e la paradossalità è deliberata — con la discussione post-spettacolo. Prima che la storia cominci, vediamo i bambini attori seduti in fila sul proscenio, guidati dall’unico adulto in scena, Peter Seynaeve, che funge da acting coach e da intervistatore. I ragazzi parlano del loro processo creativo, di come hanno costruito i personaggi, di come hanno pensato la violenza, di come hanno deciso di rappresentarla. Alcuni sono riflessivi e precisi. Altri sono distratti, ridacchiano, si comportano come bambini. Ed è questa oscillazione — tra la consapevolezza adulta e la leggerezza infantile — a produrre il primo, sottile effetto perturbante: questi ragazzi sanno quello che stanno facendo, e lo sanno con una maturità che non avrebbero dovuto acquisire così presto. È in questo prologo metateatrale che emerge uno dei momenti più rivelatori dello spettacolo. Una delle bambine, interrogata sui suoi autori preferiti, cita Samuel Beckett e Aspettando Godot. Non è una citazione ornamentale: è un dato biografico autentico che la drammaturgia di Rau lascia entrare in scena senza modificarlo, con la stessa logica con cui lascia entrare tutto il resto — i gusti, le paure, le opinioni dei giovani attori su ciò che stanno recitando. Ma il nome di Beckett risuona in modo particolare in questo contesto, perché apre una frattura concettuale che attraversa l’intero spettacolo. Aspettando Godot è la drammaturgia dell’attesa che non si risolve, dell’evento che non arriva mai, dell’assenza come struttura portante. Estragon e Vladimir aspettano qualcuno che non viene, e nel frattempo esistono, parlano, litigano, si addormentano, si risvegliano. La tragedia greca è l’esatto contrario: l’evento arriva, è inevitabile, la sua logica è ferrea. Medea uccide. Non c’è attesa che tenga. E Rau, che pure porta Beckett in scena attraverso la voce di una bambina, costruisce uno spettacolo in cui l’evento non solo arriva, ma viene mostrato nella sua integralità brutale, senza il filtro del fuori campo, senza la protezione del verso. Il richiamo beckettiano è quasi un atto di resistenza inconsapevole della bambina nei confronti della tragedia che sta per compiere: come se il suo teatro preferito — quello in cui non succede niente, in cui si aspetta e basta — fosse la risposta emotiva al teatro che Rau le chiede di abitare, quello in cui succede tutto. Poi il sipario si apre, e la storia comincia. La struttura divisa in capitoli segue la vicenda di Armandine Moreau dal collasso psicologico all’atto finale, con i bambini che interpretano alternativamente vittime e carnefici, che scardinano le gerarchie tra chi uccide e chi viene ucciso, che portano la violenza sulla scena con una tecnica iperrealistica che include lo schermo su cui vengono proiettate le scene preregistrate, rimesse poi in scena dai giovani attori in tempo reale. Il meccanismo del doppio — la ripresa video e la sua riproduzione dal vivo — è uno strumento che Rau usa sistematicamente per mettere in crisi la distinzione tra reale e rappresentato, tra documento e finzione, tra cronaca e mito. Euripide teneva il gesto di Medea fuori scena. I bambini gridavano da dietro le quinte, il coro li sentiva e noi li sentivamo attraverso il coro. La distanza era lo strumento della tragedia, era la sua tecnica di sopravvivenza emotiva per lo spettatore antico. Quella distanza aveva una funzione precisa: consentiva di avvicinarsi all’insopportabile senza essere distrutti da esso, di guardare l’abisso attraverso il filtro del verso e del canto. Rau abolisce quella distanza. Non per voyeurismo, e la differenza è cruciale: la abolisce perché ritiene — e lo spettacolo lo dimostra con una coerenza che non lascia scampo — che la distanza sia diventata il nostro meccanismo di difesa non contro la finzione, ma contro la realtà. Ed è qui che lo spettacolo interroga qualcosa che va molto oltre il teatro, qualcosa che riguarda il momento storico in cui viviamo. Siamo immersi in un flusso continuo e permanente di immagini reali di sterminio. Gaza. Il Sudan. I corpi nel Mediterraneo. Le case bombardate, i bambini estratti dalle macerie, i numeri dei morti che diventano statistiche e le statistiche che diventano rumore di fondo. L’orrore è diventato paesaggio. La saturazione visiva ha prodotto un’anestesia percettiva di massa che nessun appello morale, nessuna denuncia, nessun editoriale indignato riesce più a scalfire davvero. Ci siamo adattati all’insopportabile con una capacità di adattamento che dovrebbe spaventarci più dell’insopportabile stesso. In questo contesto, la domanda che Medea’s Children pone — e a cui non risponde, perché i lavori onesti non rispondono, si limitano a formulare le domande nel modo più preciso possibile — è se il teatro possa ancora produrre quell’effetto perturbante che un tempo si otteneva semplicemente affidando la violenza alle parole del coro. Se la forma tragica sia ancora all’altezza del mondo che deve raccontare. Se l’arte, in un’epoca di genocidi trasmessi in diretta e di assuefazione globale all’orrore, abbia ancora la capacità di disturbare nel senso profondo del termine: non di scandalizzare, non di provocare, ma di toccare qualcosa che normalmente teniamo protetto, di aprire una breccia in quella corteccia di distanza che abbiamo sviluppato come meccanismo di sopravvivenza. La risposta di Rau è quella di alzare la posta. Di non accettare il conforto della distanza estetica. Di portare sulla scena non la violenza evocata, ma la sua struttura messa a nudo. Non il gesto, ma il processo attraverso cui i bambini lo imparano, lo nominano, lo recitano. Non la tragedia come catarsi purificatrice, ma come anatomia dell’orrore: uno smontaggio metodico del meccanismo attraverso cui la violenza si produce, si trasmette, si riproduce. Ed è significativo che a compiere questo smontaggio siano dei bambini, perché i bambini sono al tempo stesso le vittime privilegiate della violenza e i suoi testimoni più impietosi: non hanno ancora sviluppato quella corteccia protettiva che negli adulti trasforma l’insopportabile in sopportabile. Una bambina che ama Beckett e aspetta un Godot che non arriverà mai è costretta da Rau a stare dentro uno spettacolo in cui l’evento arriva eccome, in cui non c’è nessuna attesa che protegga, in cui il teatro è esattamente il contrario di quella sospensione beckettiana che lei sente come casa. Anche questo è il metodo di Rau: usare la realtà delle persone in scena — i loro gusti, le loro storie, le loro contraddizioni — come materiale drammaturgico vivo, non come decorazione. Nell’ultimo capitolo dello spettacolo, quasi un atto aggiunto alla tragedia, il regista compare sullo schermo nei panni di un drago colorato, e le vittime dell’omicidio appena avvenuto si apprestano a combatterlo, riscrivendo la loro definizione di violenza. È un gesto metateatrale che chiude il cerchio della costruzione a ritroso: lo spettacolo è iniziato con la discussione post-show, si è sviluppato nella tragedia, e si conclude con un’ulteriore rottura della quarta parete in cui i confini tra autore, attori e personaggi vengono definitivamente aboliti. Questa stagione al Teatro Mercadante di Napoli è stata, nel complesso, al di sotto delle aspettative che una programmazione di cartellone dovrebbe suscitare. Scelte spesso prudenti, linguaggi teatrali raramente necessari, una tendenza alla sicurezza che raramente ha lasciato spazio all’urgenza. Ma ha avuto due spettacoli che nella memoria di chi li ha visti continuano a dialogare, a parlarsi a distanza di mesi, a interrogarsi a vicenda. Il primo era La Distance di Tiago Rodrigues, con cui si è aperto il cartellone in autunno: un lavoro di altra temperatura, altra geometria emotiva, altra forma. Il secondo è Medea’s Children, con cui il cartellone si chiude. Sono lontanissimi per linguaggio, per approccio, per la relazione che instaurano con il corpo dello spettatore. Eppure condividono qualcosa di essenziale: il rifiuto del conforto, l’insistenza su una domanda che non si lascia chiudere, la convinzione che il teatro serva a qualcosa solo quando mette davvero qualcosa in gioco. Il teatro che vale è quello che non restituisce pace. Medea’s Children non ne restituisce nessuna. E questo, in un momento storico in cui l’assuefazione all’orrore è la condizione normale dell’esistenza collettiva, non è poco. È forse l’unica forma di resistenza che l’arte sa ancora praticare: non consolare, non spiegare, non assolvere. Tenere aperta la ferita. Impedire che si cicatrizzi troppo in fretta. Redazione Napoli
April 17, 2026
Pressenza
Quando l’intelligenza artificiale è un adolescente. E nessuno sa ancora come crescerla
Dario Amodei — uno degli uomini che più di chiunque altro ha contribuito a costruire l’intelligenza artificiale così come la conosciamo oggi — ha scritto un saggio che dovrebbe essere letto ben oltre le cerchie tecnologiche. Non perché spieghi come funziona l’AI. Ma perché ammette qualcosa che raramente chi costruisce il futuro è disposto a riconoscere: non sappiamo ancora come governarlo. La tesi di Amodei è racchiusa in una metafora: la tecnologia contemporanea si trova in una fase adolescenziale. Cresce a una velocità straordinaria, sviluppa capacità sempre più potenti, ma le istituzioni che dovrebbero orientarla e contenerla non riescono a starle dietro. Come un adolescente che ha già la forza di un adulto ma non ancora la saggezza per usarla, l’intelligenza artificiale esiste oggi in uno spazio pericolosamente privo di tutele adeguate. Vale la pena fermarsi su questa immagine. Perché non è retorica. È una diagnosi politica. Ogni grande trasformazione tecnologica ha prodotto, prima o poi, un conflitto tra la velocità dell’innovazione e la lentezza delle istituzioni. È accaduto con la rivoluzione industriale, con l’energia nucleare, con internet. In ciascuno di questi casi, il ritardo nella risposta istituzionale ha avuto un costo: incidenti, soprusi, concentrazioni di potere difficili da smantellare in seguito. Con l’intelligenza artificiale, questo ritardo rischia di essere più profondo e più rapido allo stesso tempo. L’AI non è una macchina che fabbrica oggetti. È un sistema che produce decisioni, previsioni, raccomandazioni. Decide chi ottiene un prestito, chi viene segnalato come sospetto, chi vede quale contenuto, quale candidato viene selezionato per un colloquio di lavoro. Agisce, in modo sempre più pervasivo, nei gangli della vita quotidiana delle persone. E lo fa, per lo più, in modo opaco. Senza che i destinatari di quelle decisioni possano capire perché sono state prese, contestarle, chiedere conto a qualcuno. Nel 2024, l’Unione europea ha adottato il primo grande quadro normativo dedicato all’intelligenza artificiale: il Regolamento UE 2024/1689, noto come AI Act. Non è una legge perfetta. Ma è un tentativo serio di costruire strutture istituzionali capaci di accompagnare, e non subire, la trasformazione in corso. L’approccio europeo si fonda su una logica di gradazione del rischio. Alcuni usi dell’intelligenza artificiale sono vietati senza eccezioni: la manipolazione subliminale del comportamento umano, la classificazione sociale delle persone da parte delle autorità pubbliche, il riconoscimento biometrico di massa negli spazi pubblici. Altri usi, quelli che toccano la vita concreta delle persone — la selezione del personale, la valutazione degli studenti, le decisioni in campo sanitario — sono soggetti a requisiti stringenti di trasparenza, controllo umano, responsabilità. È un’architettura che parte da un’idea semplice quanto necessaria: non tutta l’innovazione si equivale, e il grado di scrutinio deve essere proporzionale alla posta in gioco per le persone. Il problema che Amodei solleva non si risolve con una legge, per quanto ben congegnata. Si tratta di qualcosa di più profondo: la capacità collettiva di ragionare su tecnologie che la maggior parte delle persone — incluse quelle che le governano — non comprende davvero. Le decisioni più importanti sull’intelligenza artificiale vengono prese oggi in ambienti tecnici e aziendali che restano largamente estranei alla deliberazione democratica. Chi decide quali valori devono essere codificati nei modelli di AI? Chi stabilisce quali bias sono accettabili e quali no? Chi risponde quando un sistema automatizzato sbaglia e produce danno? Queste non sono domande tecniche. Sono domande politiche. E finché restano confinate nei laboratori e nelle sale riunioni delle grandi aziende tecnologiche, la risposta viene data senza che la società abbia voce. La metafora adolescenziale di Amodei vale anche qui. Un adolescente cresce meglio quando intorno a lui ci sono adulti capaci di accompagnarlo, non di bloccarlo né di abbandonarlo a sé stesso. La governance dell’AI richiede la stessa combinazione: presenza, responsabilità, capacità di ascolto. Non paura del futuro, ma rifiuto della delega incondizionata. C’è un rischio nell’uso della metafora evolutiva applicata alla tecnologia: quello di farci credere che lo sviluppo segua una traiettoria naturale, e che il nostro compito sia solo quello di adattarci. Non è così. Le tecnologie non crescono da sole. Crescono nella direzione che le scelte umane — economiche, politiche, regolative — decidono di dargli. L’AI Act europeo è importante non solo per ciò che prescrive, ma per il messaggio implicito che veicola: le società democratiche hanno il diritto e il dovere di porre condizioni allo sviluppo tecnologico. Non in nome della paura, ma in nome di una visione di futuro in cui la tecnologia serva le persone e non le assoggetti. Che questa visione si affermi o meno dipenderà, nei prossimi anni, da scelte concrete: sulla distribuzione dei benefici dell’automazione, sulla tutela del lavoro, sull’accesso equo alle tecnologie, sulla trasparenza degli algoritmi che già oggi influenzano la vita di milioni di persone. Amodei chiude il suo saggio con un’affermazione che suona quasi come un appello: la sfida più grande non è la tecnologia in sé, ma la nostra capacità di gestirla con saggezza. Ma la saggezza non è una virtù individuale. È il prodotto di processi collettivi, di istituzioni funzionanti, di spazi pubblici in cui le decisioni possano essere discusse, contestate, cambiate. L’adolescenza dell’intelligenza artificiale non finirà da sola. E la qualità dell’età adulta che verrà dipende da chi parteciperà alla sua educazione. La domanda è: la società civile sarà presente a quel tavolo, o lo lasceremo solo ai costruttori? Redazione Napoli
April 15, 2026
Pressenza