La Cina è in vantaggio sui robot umanoidi
Immagine in evidenza da Unitree
A fine marzo, l’azienda cinese AgiBot ha annunciato di aver prodotto in serie il
suo robot umanoide numero diecimila. La startup con sede a Shanghai, fondata da
alcuni ex ingegneri di Huawei, è nata nel 2023 con l’obiettivo di sviluppare
humanoid robots per applicazioni industriali e di servizio. Dopo una prima fase
di ricerca e prototipazione, nel 2024 ha avviato la produzione di massa dei
primi modelli operativi, avviando una rapida scalata industriale che l’ha
portata a raggiungere le cinquemila unità prodotte nel 2025 e poi al traguardo
delle 10mila macchine: tutto nell’arco di tre anni.
Qualche settimana prima di questo traguardo, sul palco del Gala del Capodanno
lunare – lo show televisivo più seguito in Cina – una schiera di robot dalle
sembianze antropomorfe si è esibita in perfetta sincronia con ballerini in carne
e ossa, eseguendo con naturalezza una coreografia fatta di mosse di kung fu e
danza. In questo caso, i “device” erano soprattutto di un’altra azienda
concorrente: Unitree Robotics. Dietro la suggestione della performance, tra
capriole a mezz’aria e calci acrobatici, si è intravisto un segnale chiaro: la
dimostrazione plastica del vantaggio accumulato in una corsa tecnologica che
Pechino ambisce a dominare su scala globale. La vera partita legata al mercato
dei robot umanoidi, tuttavia, non si gioca sui palchi: si gioca nelle fabbriche
e nei centri logistici. In altre parole, nel cuore pulsante dell’economia reale.
Nell’ultimo decennio la Cina ha identificato nella robotica uno dei cardini
della propria trasformazione economica. Il settore era già stato inserito tra le
priorità nel piano industriale Made in China 2025, anche se in una prima fase
l’attenzione si era concentrata prevalentemente sull’automazione industriale
tradizionale. Oggi, invece, il focus si sta spostando proprio verso gli humanoid
robots: macchine progettate per operare negli stessi contesti degli esseri umani
e per svolgere attività che richiedono adattabilità, coordinazione e capacità di
interazione con l’ambiente reale.
PREZZI, SUPPLY CHAIN E OPEN SOURCE
Alla base di questo ambito salto tecnologico c’è, naturalmente, l’intelligenza
artificiale. L’integrazione tra sistemi di visione, linguaggio e movimento sta
dando forma alla cosiddetta embodied AI: algoritmi che non si limitano a
elaborare dati, ma agiscono fisicamente nello spazio attraverso un corpo
robotico. In un Paese alle prese con l’invecchiamento della popolazione e con
una forza lavoro in progressiva contrazione, questa prospettiva assume un valore
strategico. I robot vengono infatti sempre più considerati una possibile
risposta alla carenza di manodopera e uno strumento per incrementare la
produttività industriale.
I numeri aiutano a mettere in prospettiva il fenomeno. Nel 2025 le spedizioni
globali di robot umanoidi si sono fermate poco sopra le 13mila unità, pur
registrando una crescita superiore a cinque volte rispetto all’anno precedente.
I dati parlano di un business ancora microscopico, ma in fortissima
accelerazione: secondo la società di ricerca Omdia, il settore potrebbe crescere
rapidamente fino a raggiungere circa 2,6 milioni di unità vendute entro il 2035,
mentre UBS stima che la popolazione globale di robot umanoidi potrebbe superare
i 300 milioni entro il 2050. Una ricerca di Citigroup si spinge persino oltre,
parlando di oltre 600 milioni entro la metà del secolo. In questo scenario, la
Repubblica Popolare si è ritagliata una posizione dominante: nel 2024, AgiBot ha
spedito oltre 5.000 unità, mentre Unitree Robotics ha superato le 5.500 nel
2025.
La principale leva competitiva dei modelli cinesi sta nel prezzo. Unitree
propone modelli entry-level attorno ai seimila dollari, mentre AgiBot offre
versioni ridotte dei propri sistemi per circa 14mila dollari. Tesla, con il
progetto Optimus, ha indicato un range tra i 20mila e i 30mila dollari senza
aver ancora avviato una produzione su larga scala. A gennaio, dal palco del
World Economic Forum di Davos, Elon Musk ha indicato la fine del 2027 come
orizzonte per il lancio del modello; nel frattempo, l’azienda ha già annunciato
l’obiettivo di avviare le linee produttive entro l’anno in vista della
commercializzazione. L’esperienza, tuttavia, ci insegna che le tempistiche di
Musk tendono a slittare e lui stesso ha più volte riconosciuto una propensione
sistematica a promettere scadenze più ambiziose di quanto poi riesca a
mantenere. Sul fronte statunitense, anche Figure AI ha iniziato a consegnare i
propri modelli (Figure 02) a clienti paganti in scenari industriali, ma senza
aver comunicato ancora un listino pubblico e operando solo tramite contratti su
misura.
Un altro vantaggio decisivo è la catena di approvvigionamento. Negli ultimi anni
la Cina ha dato vita a una supply chain hardware estremamente efficiente, spinta
soprattutto dall’exploit del settore dei veicoli elettrici e dell’elettronica di
consumo. La produzione di batterie, sensori, attuatori e altri elementi
elettronici può avvenire in tempi brevi e con costi contenuti, permettendo alle
imprese di sviluppare e testare rapidamente nuovi prototipi e di immetterli sul
mercato con una rapidità difficilmente replicabile in altri contesti.
Uno dei fattori chiave spesso dimenticati, invece, è il software. “I cinesi
hanno saputo intercettare per tempo un trend che ha dato loro un vantaggio
competitivo enorme: l’open source”, spiega Bruno Siciliano, professore ordinario
di Automatica e robotica all’Università Federico II, luminare tra i massimi
esperti europei del settore, insignito nel 2024 dell’IEEE Ras Pioneer in
Robotics and Automation Award, tra i più prestigiosi riconoscimenti a livello
mondiale. “L’intuizione brillante è stata realizzare piattaforme aperte per la
condivisione di dataset per gli algoritmi che controllano il robot”.
In Cina l’adozione dell’open source sta creando da tempo un ecosistema
collaborativo e, al tempo stesso, propulsivo. Lo abbiamo imparato con Deepseek:
modelli AI aperti e a basso costo sviluppati anche da aziende come Alibaba,
Moonshot AI e MiniMax stanno rapidamente scalando le classifiche globali di
utilizzo su piattaforme come Hugging Face e OpenRouter. Anche sul fronte della
robotica, startup come RoboParty hanno aperto l’intero stack – dall’hardware al
software fino ai dataset – dei propri robot umanoidi, favorendo la nascita di
una comunità di sviluppatori sempre più gremita e interconnessa.
Un fenomeno, quest’ultimo, che rappresenta “l’unico vero modo di competere con
gli Stati Uniti”. Bruno Siciliano dirige il Prisma Lab, laboratorio
dell’Università di Napoli specializzato in robotica industriale, meccatronica e
automazione, che ha in dotazione “un robot umanoide di Unitree Robotics, con cui
stiamo sviluppando tecniche di controllo per la deambulazione e, soprattutto,
per l’esecuzione di operazioni di contatto in cooperazione con esseri umani.
Stiamo lavorando su approcci avanzati di model predictive control che integrano
algoritmi di intelligenza artificiale open source. Possiamo farlo proprio perché
abbiamo acquistato una piattaforma dedicata open source, dal costo comunque
significativo: circa 100mila euro”.
IL PROBLEMA DELLE MANI
Dal punto di vista prettamente tecnico, la difficoltà di introdurre dei robot
umanoidi nella dimensione industriale riguarda soprattutto il tatto. È quello
che Elon Musk ha definito “the hands problem”: senza mani realmente versatili,
un robot resta limitato e l’utilizzo universale in ambienti sconosciuti resta
una chimera. Replicare la mano umana significa integrare controllo di precisione
e percezione distribuito: alcuni dei prototipi statunitensi più avanzati, come
quelli sviluppati alla Northwestern University, utilizzano sensori nei
polpastrelli che misurano variazioni elettriche per inferire il contatto. Ma la
complessità tecnologica resta, e afferrare una penna richiede di ricevere
feedback attraverso varie parti delle dita, non solo sulla punta.
“La vera sfida dei robot umanoidi, è sviluppare entità che possano interagire
con gli umani in totale sicurezza”, prosegue Siciliano. “Quando vediamo i video
spettacolari dei robot che ballano durante lo spettacolo del capodanno cinese,
ci impressioniamo. Ma quelle macchine non stanno interagendo con le persone. Nel
momento in cui c’è un contatto, cambia tutto. Il vero ostacolo è il tatto: un
conto è fare movimenti ‘in freestyle’, un altro è fare una qualunque operazione
robotica, come un montaggio, in cui c’è uno scambio di forze”.
VERSO LA KILLER APP
Eppure, nonostante tutte le difficoltà, molti colossi sembrano già aver
imboccato questa direzione. Un segnale concreto arriva dall’automotive, dove i
robot umanoidi stanno entrando nelle fabbriche. Renault prevede di introdurre
circa 350 unità entro il 2027, già testate nello stabilimento francese di Douai
con il robot Calvin per la movimentazione di componenti, con l’obiettivo
dichiarato di ridurre del 30% le ore necessarie per produrre un veicolo. Le
stesse case automobilistiche cinesi, come Byd, Nio e Zeekr – marchio del gruppo
Geely – stanno testando robot umanoidi sviluppati da UBTech all’interno delle
proprie fabbriche. Questi vengono impiegati per la movimentazione dei materiali,
l’ispezione dei componenti e il supporto agli operai nelle attività più
ripetitive. In uno stabilimento Zeekr a Ningbo, per esempio, alcuni robot del
modello Walker di UBTech vengono utilizzati per trasportare scatole e parti tra
diverse linee di assemblaggio.
Anche in Europa diversi grandi gruppi industriali stanno esplorando soluzioni
simili: Mercedes-Benz, per esempio, ha avviato test con robot umanoidi
realizzati dalla startup americana Apptronik nei propri impianti, mentre BMW ha
sperimentato i robot di Figure AI nello stabilimento di Spartanburg, negli Stati
Uniti, per operazioni come la movimentazione di componenti metallici. Hyundai
Motor Group, invece, punta a introdurre migliaia di robot del modello Atlas,
sviluppati da Boston Dynamics, società acquisita dal gruppo nel 2021.
Proprio il colosso coreano dell’automotive vuole inserirsi a gamba tesa in uno
scenario competitivo che, almeno sulla carta, sembra delineare un duopolio
sempre più serrato tra Cina e Stati Uniti. L’annuncio al CES di Las Vegas di
quest’anno potrebbe segnare una svolta dirompente. Boston Dynamics ha infatti
siglato un accordo strategico con DeepMind (il laboratorio di Google che ha dato
vita a Gemini) per potenziare Atlas, attraverso l’integrazione dei modelli
Gemini Robotics. L’obiettivo è rafforzarne le capacità cognitive, migliorando al
contempo l’interazione con l’ambiente e l’autonomia operativa.
“Quello di gennaio è un annuncio importantissimo”, sottolinea Siciliano. “Questi
grossi investimenti, ovviamente, fanno da traino per tutti gli altri, innescando
una dinamica di mercato che potrebbe accelerare l’individuazione della prima
vera applicazione industriale su larga scala”, la cosiddetta killer
application capace di cambiare gli equilibri del settore. Perché sarà l’azienda
capace di sviluppare il primo prodotto di massa, realmente pervasivo, a
conquistare un vantaggio decisivo e ad aprire una nuova fase del mercato. Una
rivoluzione destinata a toccare anche l’Europa e il nostro Paese: “Oggi è
difficile fare delle stime su quando vedremo i robot umanoidi nelle fabbriche
italiane. Tuttavia, ragionevolmente, la larga diffusione entro un decennio è
verosimile”.
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