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Ceuta: una richiesta di libertà contro il regime di frontiera europeo
A Ceuta, un’enclave spagnola in Marocco, sono entrate in pochi giorni tra 50 e 60 mila persone dal Marocco senza visti né permessi. Ad oggi si contano almeno 84 persone morte (ma si stima che potrebbere essere 200), rendendo questo uno degli eventi più letali per la popolazione locale negli ultimi anni, a cui aggiungere i feriti di cui non si conta l’entità. Nel frattempo, il governo spagnolo ha rimpatriato quasi tutte le persone entrate, come affermato dal ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska[1]. Questo avvenimento ha immediatamente dato luogo a una serie di interpretazioni della situazione, che hanno avuto la caratteristica comune di non considerare o al massimo lasciare sullo sfondo queste persone e i loro interessi, bisogni e desideri. La categoria di guerra ibrida Al centro delle spiegazioni sono state poste soprattutto ragioni geopolitiche, come quella che individua in una strategia a guida israeliana l’organizzazione di questi arrivi per mettere in crisi il governo spagnolo e quella che inserisce tali arrivi nella più generale guerra per il controllo dei mari tra Mediterraneo e Golfo Persico. Queste analisi utilizzano o si rifanno al concetto di guerra ibrida, dunque all’uso delle migrazioni come arma da parte di alcuni Stati contro altri Stati o governi[2]. È la stessa categoria che ha impiegato l’Unione Europea per inquadrare i tentativi di ingresso in alcuni Stati europei dai confini con la Bielorussia e la Russia, definendoli come un’arma del governo di Putin per destabilizzare[3] il continente. A queste ragioni si è aggiunta la propaganda, dal contenuto esplicitamente razzista o orientato a ribadire la distanza dalle politiche di regolarizzazione del Governo Sanchez. Il Governo italiano è giunto a sospendere lo spazio di libera circolazione (cosiddetto accordo Schengen) con la Spagna, nonostante l’inizio dei rimpatri verso il Marocco e, soprattutto, il fatto che le enclave di Ceuta e Melilla sono fuori dalle regole dello spazio Schengen. Razzismo e disumanizzazione Ovviamente, la propaganda razzista si è esaltata. Le parole utilizzate sono state quelle solite: invasione, assalto, allarme. La televisione spagnola ha proposto parole di guerra per inquadrare questi arrivi, assecondando il processo dominante di disumanizzazione brutale delle persone immigrate o richiedenti asilo che le riduce a mostri. Un intreccio di processi La realtà sul campo è, invece, più articolata. Prima di tutto c’è la storia, non tanto quella coloniale, da cui residuano Ceuta e Melilla, ma quella delle politiche spagnole della frontiera che sono l’avanguardia delle politiche migratorie europee fondate sulle esternalizzazioni; dunque, su accordi con altri Stati per gestire, controllare e reprimere le migrazioni. La Spagna ha inaugurato dai primi anni ’90 queste politiche, poi divenute tipiche dell’intera Unione Europea, comprendendo anche l’enclave di Ceuta per la quale è in vigore un accordo di rimpatrio con il Regno del Marocco dal 1992. In questa politica la Spagna è divenuta l’avanguardia europea delle politiche fondate sull’esternalizzazione delle frontiere e sull’uso di tecnologie di controllo sempre più sofisticate. I muri di Ceuta e Melilla sono divenuti un riferimento per le polizie di tutto il mondo per la costruzione e il controllo di tali strutture fortificate. Poi, dentro questa storia, c’è l’attualità, che è un intreccio di fattori che comprendono le relazioni internazionali, i desideri delle persone, la crisi economica e dei diritti umani interna al Marocco, i cambiamenti giuridici in Spagna. Per comprenderlo bisogna affidarsi a chi interviene e fa ricerca da tempo, come Ana Lopez Sala del Centro di ricerca nazionale CSIC e le organizzazioni solidali attive sul terreno, e tenere insieme emigrazione e immigrazione, come ci ha insegnato Abdelmalek Sayad. Intrecciando una conversazione che ho avuto con Ana con i comunicati delle organizzazioni locali[4] si comprende che è necessario prima di tutto riconoscere il malcontento presente tra i giovani marocchini e la povertà che è in costante aumento, ricordando, tra l’altro, che, dopo la pandemia, il Marocco ha chiuso la frontiera e molte persone che prima si mantenevano lavorando a Ceuta non possono più attraversarla con i passaporti di frontiera. Questo è particolarmente evidente nel Marocco settentrionale, nelle aree di Tangeri e Tétouan, dove, in modo cronico, aumentano le differenze sociali e le disuguaglianze interne. I giovani del nord non riescono più a mantenersi e vedono crescere sempre di più la ricchezza delle élite marocchine. Alcuni di questi giovani, negli ultimi tre anni, sono morti nel tentativo di attraversare il confine a nuoto, perché i perimetri di frontiera sono ormai praticamente invalicabili e l’accesso via mare rappresenta per molti l’unica possibilità. Da almeno tre anni ci sono giovani che muoiono nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina, anche se questo ha sempre fatto poca notizia. È un’enorme catastrofe umanitaria, ma non è un fenomeno dell’ultima settimana: è una tragedia continua che non si scopre oggi. Nel 2024 sono stati documentati diversi casi di giovani morti nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina. Ne riporto alcuni di cui si hanno notizie certe. Il 9 marzo 2024 un ragazzo è morto annegato mentre cercava di attraversare il confine marittimo; il corpo è stato recuperato nelle acque prossime a Ceuta[5]. Il 7 luglio 2024 è stato recuperato il corpo di un altro giovane morto durante il tentativo di ingresso a nuoto, con dispositivi di galleggiamento[6]. Nel dicembre 2024 la Guardia Civil ha recuperato altri corpi di giovani migranti deceduti durante tentativi di attraversamento a nuoto[7]. Nel 2025 è proseguita e si è aggravata queste serie di morti giovani. I ritrovamenti di corpi sono aumentati nel corso dell’anno: a settembre la Guardia Civil aveva recuperato almeno 25 cadaveri nelle acque di Ceuta, in gran parte di persone che avevano tentato l’attraversamento a nuoto[8]. A metà settembre il numero era salito a 31[9]. A dicembre 2025 le autorità locali riferivano di 44 persone migranti morte sulle coste di Ceuta durante l’anno, più del doppio rispetto al 2024, quando i corpi recuperati erano stati 21[10]. Il numero reale delle vittime potrebbe, nondimeno, essere superiore, considerando le persone disperse in mare e non recuperate. Nonostante ciò, queste persone sono sempre state respinte. Tuttavia, dopo una durissima battaglia legale, una sentenza della Corte Suprema, la 814 del 2026, ha vietato le espulsioni rapide (la cosiddetta devolución en caliente) di coloro che riescono ad arrivare a nuoto. A questa situazione si sono aggiunte nuove tensioni con il Marocco, legate al miglioramento delle relazioni della Spagna con l’Algeria, che storicamente ha mantenuto una posizione favorevole al Sahara Occidentale, al cui interno l’élite marocchina utilizza la propria popolazione come strumento politico. NOTE [1] MARLASKA CIFRA LAS ENTRADAS EN UNAS 60.000 Y ASEGURA QUE “CASI TODOS ELLOS HAN SALIDO YA DE CEUTA” [2] AD ESEMPIO, UN ARTICOLO DI COMMENTO DE EL PAIS SI INTITOLA: “QUANTO ACCADUTO A CEUTA NON È IMMIGRAZIONE, È UN ATTACCO IBRIDO”: LO OCURRIDO EN CEUTA NO ES INMIGRACIÓN, ES UN ATAQUE HÍBRIDO | OPINIÓN | EL PAÍS [3] AD ESEMPIO: L’ARMA DEI MIGRANTI PER LA GUERRA IBRIDA RUSSA. DOPO LA FINLANDIA, TENSIONE LUNGO LA FRONTIERA DEI PAESI BALTICI – HUFFPOST ITALIA [4] PER QUESTI RINVIO A HTTPS://WWW.CEPAIM.ORG/COMUNICADO-CEUTA-CUANDO-PROTEGER-VIDAS-ES-PROTEGER-LA-CONVIVENCIA; CEAR PIDE AL GOBIERNO QUE AGILICE SU RESPUESTA Y GARANTICE LOS DERECHOS EN CEUTA – CEAR E, SPECIALMENTE, ALL’ANALISI DEI COLLETTIVI DI CEUTA ATTIVI DA VENTI ANNI SUL TERRENO COLECTIVOS SOCIALES DE CEUTA EXIGEN UNA “ACOGIDA DIGNA” DE LOS MIGRANTES Y DENUNCIAN UN “CONTINUO ESTADO DE CRISIS HUMANITARIA”. [5] HTTPS://WWW.RTVE.ES/NOTICIAS/20240309/MUERE-AHOGADO-MIGRANTE-OTRO-REPUNTE-ENTRADAS-IRREGULARES-A-NADO-CEUTA/16007219.SHTML. [6] HTTPS://ELFARODECEUTA.ES/INMIGRANTE-MUERE-CRUZAR-CEUTA-MANGUITOS-NINO-MARSAVE-GUARDIA-CIVIL/ [7] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-SEGUNDO-CUERPO-VIDA-JOVEN-MIGRANTE-DOMINGO-20241222170017.HTML. [8] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-APARECE-CADAVER-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-25-VA-ANO-20250905125444.HTML [9] HTTPS://EFE.COM/ESPANA/2025-09-13/HALLAN-CADAVER-JOVEN-MIGRANTE-CEUTA/. [10] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-CUERPO-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-44-2025-20251203145025.HTML. Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Palermo, la Belle Époque non ammette vittime: cronaca dei lavori in via Volturno dell’impresa Utveggio
L’inaugurazione di castello Utveggio dello scorso 24 luglio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, è stata l’occasione per rileggere l’opera di Michele Utveggio (1866–1933), imprenditore edile che a partire dalla Belle Époque ha segnato la città di Palermo con la realizzazione di costruzioni destinate a diversi usi, tra cui il «Grande Albergo» merlato sul monte Pellegrino, ultimato negli anni Trenta. Nel 1991 la storia di questa sua ultima, ardita impresa è stata illustrata in modo magistrale, per l’editore Sellerio, da Michele Collura (1920-1987), pronipote di Utveggio e docente di disegno e rilievo nella Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. All’interno del volume ritroviamo anche un puntuale elenco degli altri fabbricati di Utveggio, a cominciare dal «Palazzo in via XX Settembre angolo via Carducci su progetto proprio e per proprio conto» con  decorazioni sul prospetto di Ernesto Basile, realizzato nel 1899. Infatti, a scopi abitativi e per la borghesia cittadina, oltre a erigere villini unifamiliari nelle aree di espansione della città, l’imprenditore costruì palazzi residenziali in quartieri già urbanizzati come quello tra via Roma e via Ingham o in prossimità del Teatro Massimo, dove intorno al 1915 realizzò la propria dimora e i tre «palazzi in via Volturno sull’area ricavata dalla demolizione del Baluardo (Bastione di San Vito) acquistata dal principe di Baucina e demolito dallo stesso Utveggio». In verità l’abbattimento delle Mura di San Vito era avvenuto dodici anni prima, come testimoniano due fotografie datate 1903 all’interno del volume di Collura, tratte «dall’album che l’impresa Utveggio esponeva nella propria sede a documentazione della propria attività edilizia». Le immagini mostrano l’inizio e la fine dei lavori di smantellamento del Bastione  su via Volturno ma è dai giornali dell’epoca che rinveniamo notizie dettagliate in merito a questa iniziativa imprenditoriale e soprattutto relative ai costi in termini di vite umane che i lavori di demolizione comportarono. Il giornale “L’Ora” del 6-7 di maggio 1903 titolava: «La grave disgrazia di stamane. Due operai sepolti sotto una frana», liquidando l’accaduto come una fatalità e facendo leva, invece, sulla necessità di Utveggio «di trasformare in pochi mesi quell’inutile e sinistro rione delle Mura di San Vito, in un nuovo arioso e bel quartiere di palazzine moderne», secondo le politiche urbanistiche della classe dirigente palermitana e dei Florio, proprietari del quotidiano “L’Ora”. Più dettagliata, invece, la vicenda che si snodava nel lungo articolo del “Giornale di Sicilia” dal titolo: «Il disastro al Bastione di S. Vito. Due operai seppelliti sotto una frana». Il baluardo che si dispiegava lungo la via Volturno «dal Teatro Massimo sino a circa cinquanta metri da Porta Carini» non era –  anche secondo questo giornalista  – un monumento storico e artistico di pregio: «ma là nei pressi del nostro maggior Teatro e in una delle vie esterne più spaziose, più linde, più gaie, rappresentava una di quelle stonature estetiche che […] non s’era trovato modo di sopprimere». L’antica costruzione, era stata acquistata dal «capomastro Utveggio» dai principi di Baucina per 70.000 lire, ma in realtà «alla firma dell’atto di compra» il costruttore aveva dato un anticipo di 40.000 lire e «si era impegnato di pagare le rimanenti lire 30.000 nel prossimo agosto».  La prima idea dell’imprenditore era di «costruire un grande albergo con un café chantant, quasi nel centro del Bastione, poiché l’estremità destra doveva essere acquistata dal Municipio» per aprirvi una strada che, «tagliando la via delle Mura di S. Vito», sarebbe dovuta arrivare nella piazza del Mercato degli Aragonesi e «per l’estremità sinistra, prospiciente alla parte posteriore del Teatro Massimo», aveva intrapreso una trattativa con un privato, il signor Gioacchino Basso.  Si trattava di un ottimo affare, tenuto conto che delle 70.000 lire che si era impegnato a pagare, ne pretendeva 30.000 per gli oltre 800 metri quadrati che interessavano il signor  Basso e 30.000 per l’area richiesta dal Municipio, sia per la nuova strada che per rendere più grande lo spiazzale dietro al Massimo. Mentre le trattative con il Comune si erano arenate per le esagerate richieste economiche di Utveggio,  i  lavori di demolizione erano stati avviati e «il terreno, dai tre lati interni del Bastione, era stato tagliato a picco, anziché a piano inclinato, come la più elementare prudenza consigliava». Addirittura, riportava il cronista, uno dei carrettieri assoldati per il trasporto del materiale di risulta del cantiere «osservando il terrapieno posteriore» aveva previsto «il pericolo e dato l’allarme» già il giorno prima della tragedia «ma la sua voce non fu ascoltata, e il disastro […] avvenne, troncando nel fior degli anni la vita di un giovane vigoroso come un toro e privando dell’unico sostegno la famiglia di un altro disgraziato operaio». Ai lavori di scavo da mesi partecipavano giornalmente «una ventina di operai, quasi tutti semplici terrazzieri». Tuttavia la fatica era tanta e il salario così basso che «spesso molti» di loro «dopo pochi giorni, si assentavano rinunciando al lavoro». In merito alla direzione del cantiere, nell’articolo veniva spiegato che «per forma, era stata assunta dal comm. Ernesto Basile; ma di fatto era esercitata dal proprietario del terreno» e dal suo «soprastante», il muratore Nunzio Brusca che abitava proprio in via Volturno. Quella mattina le due vittime – Giovanni Sammarco di anni 20, abitante a Palermo, e Giovanni Lauricella, di 45 anni, di S. Giuseppe Iato –  erano giunti tra i primi: Lauricella, dopo diversi mesi di disoccupazione era stato arruolato quello stesso stesso giorno; il giovane Sammarco era stato assunto il giorno prima.  Avevano appena preso avvio i lavori quando «il garzone carrettiere Andrea Gargano di anni 14» emetteva un grido mentre «parecchie tonnellate di terra cadute dalla sommità del terrapieno, dal centro sino all’estremità sinistra» seppellivano i due operai. Nessuno accorreva «in aiuto dei due disgraziati che soffocavano sotto l’enorme ammasso di terra»,, anzi Utveggio e Brusca «non pensavano che a salvarsi, allontanandosi rapidamente e rendendosi irreperibili»; solo il fratello del soprastante si recava dai pompieri per comunicare la disgrazia. Dopo aver accertato «le cause del disastro, il delegato Capizzi e il maresciallo Delle Foglie», erano andati a cercare Utveggio e Brusca nelle rispettive abitazioni che avevano faticato a trovare «giacché tutti gli operai addetti ai lavori rifiutarono di dare qualsiasi informazione» e così entrambi i responsabili del cantiere «avevano già preso il largo». L’indomani della tragedia, il “Giornale di Sicilia” riportava la dichiarazione del «prof. comm. Ernesto Basile» che teneva a precisare di aver «soltanto disegnato per il signor Utveggio il prospetto d’una casa da pigione» che avrebbe dovuto sorgere nel sito del Bastione Baucina mentre non aveva «assunto né la direzione di questo lavoro di là da venire» e tanto meno le demolizioni, di cui disconosceva «ogni procedimento». Infine dichiarava di non essersi recato «sul sito, né mai alcuna disposizione» in tal senso aveva ricevuto dal titolare dell’impresa.  «Chi (era) dunque l’ingegnere?» Chiedeva Giuseppe Paternostro dalle pagine de “La Battaglia” del 10 maggio 1903, denunciando «una vera e propria infrazione della Legge da parte dell’Ufficio dei Lavori Pubblici per negligenza o per compiacenza». E infatti «nella pratica» i disegni a firma dell’ingegnere sarebbero dovuti passare «all’approvazione della Commissione Edile» e una volta acquisita  l’autorizzazione «il capomastro o impresario o assuntore» avrebbe dovuto chiedere «la licenza di iniziare i lavori», rilasciando all’Ufficio dei Lavori Pubblici «una dichiarazione dell’ingegnere responsabile dell’opera». Utveggio cosa aveva fatto nel merito? Tenuto conto che Basile aveva fornito solo i disegni «della erigenda casa» e che non vi fossero stati altri ingegneri ingaggiati dall’impresa? Il giornalista era portato a pensare che l’appaltatore o non avesse pagato il disegno oppure avesse dato al professore Basile solo «un modesto Fiore»; quindi, confidando sulle proprie capacità e per risparmiare, Utveggio aveva presentato alla Commissione Edile solo «quel tale disegno del Basile». La Commissione Edile dinanzi alla firma prestigiosa non aveva esaminato la pratica, approvando; anche l’Ufficio dei Lavori Pubblici vedendo «la notissima firma dell’illustre architetto» non aveva richiesto «per non incomodarlo – la solita dichiarazione»; così la licenza era stata concessa e Utveggio «applicando i criteri empirici di capomastro» aveva avviato i lavori. Tuttavia non si trattava «delle solite escavazioni di fondamenta o delle solite elevazioni di mura in pietra d’Aspra», questa volta era «un lavoro tutto nuovo per il signor Utveggio» e la sua esperienza non lo aveva assistito: si era verificata una frana in cui avevano perso la vita due operai. Chi era, dunque, «il responsabile voluto dalla legge?» Nessuno! Esclamava Paternostro, che giudicava lo svolgersi dei fatti «mostruoso» e «delittuoso», concludendo con un’ulteriore riflessione che riportiamo per intero: «Se poi noi volessimo anche sentimentalizzare potrei vedere in questo casuale connubio di illustri disegnatori, di capimastri economi e di uffici municipali compiacenti, un monopolio che condanna alla inezia, alla mancanza di lavoro, alla fame, tanti giovani ingegneri che escono dalle Università pieni di ingegno, di buona volontà e di attitudine e poi vanno a finire (come ne ho conosciuto uno io a Roma) conduttori di tram elettrico! Io posso infine comprendere che l’avidità del lucro e la presunzione di sé possa condurre uno speculatore privato a frodare la legge, ma che gli uffici Municipali che sono creati a tutela degli interessi collettivi si prestino al gioco per compiacenza o per negligenza è enorme, è roba da galera!» Un anno dopo, l’8 maggio 1904, sempre “La Battaglia” riportava la notizia che «la Corte di appello di Palermo, presieduta dal Cav. Sofia e su appello del P.M.» aveva condannato Michele Utveggio e Nunzio Brusca a dieci mesi di detenzione e 1600 lire di multa ciascuno, oltre che ai danni alle parti lese, quali responsabili di doppio omicidio colposo, in seguito al disastro del Bastione di Santo Vito, nel quale erano rimaste vittime i due poveri operai Sammarco Giovanni e Napoli Giovanni inteso Lauricella, per una frana verificatasi in un terrapieno ai piedi del quale i due operai lavoravano alle escavazioni dei fossi, che dovevano servire per buttarvi le fondamenta di una casa che il detto Utveggio per suo conto doveva costruirvi». In prima istanza il Tribunale li aveva assolti «per non provata reità, non ostante che fosse rimasto accertato che lo stesso Utveggio ed il Brusca non soltanto avevano fatto a meno dell’opera dell’ingegnere come i regolamenti municipali» prescrivevano ma «neppure avevano partecipato all’autorità comunale il cominciamento dei lavori per la sorveglianza che questa era tenuta ad esercitare». Inoltre «il disastro era avvenuto per imperizia ed imprudenza dei detti Utveggio e Brusca in quanto al terrapieno non era stata data la necessaria scarpata, e si era pure mancato di provvedere alle opere necessarie di puntellamento e cautele per assicurare il terreno soprastante ai fossi».  Grazie agli avvocati Vittorio Palmeri, Ernesto Savagnone e Luigi Barba, i familiari delle vittime, infine, avevano avuto giustizia e pubblicamente, tramite “La Battaglia – giornale socialista”, ringraziavano i tre giuristi «per l’opera amorosa e disinteressata da loro prestata»; ma la cronaca dell’impresa di Utveggio in via Volturno è, sin qui, rimasta sepolta sotto la polvere dorata della Belle Époque come le due vittime sotto i cumuli di terra del Bastione di San Vito.   Ketty Giannilivigni
August 2, 2026
Pressenza
2/ Sicilia in fiamme e assetata: mafia, politica, “sgovernance”. I dati scientifici smentiscono la propaganda di Schifani
Attribuire ogni responsabilità degli incendi al cambiamento climatico rischia di trasformarsi in un comodo alibi. Il riscaldamento globale costituisce il contesto nel quale gli incendi diventano più devastanti, ma non può giustificare l’assenza di manutenzione dei boschi, le inefficienze delle reti idriche, il degrado degli invasi, il consumo indiscriminato di suolo o la cronica carenza di pianificazione territoriale. La crisi climatica impone un salto di qualità nelle politiche pubbliche. Richiede una pubblica amministrazione capace di integrare adattamento climatico, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse idriche, pianificazione forestale e contrasto all’illegalità ambientale. Significa passare da una cultura dell’emergenza a una cultura della prevenzione, nella quale ogni euro investito prima del disastro evita costi economici, ambientali e sociali molto più elevati dopo il suo verificarsi. La vera sfida non consiste semplicemente nello spegnere gli incendi, ma nel costruire una Sicilia meno vulnerabile. Perché il cambiamento climatico non può più essere evitato nelle sue manifestazioni già in atto, mentre la vulnerabilità del territorio dipende ancora, in larga misura, dalle scelte della politica e dalla qualità delle istituzioni. Nessun territorio può impedire l’arrivo di un’ondata di calore. Ogni territorio, però, può decidere quanto essere preparato ad affrontarla. Ed è proprio in questa scelta che si misura la responsabilità di una classe dirigente. I NUMERI DELLA CRISI: UN CLIMA SEMPRE PIÙ ESTREMO Ogni dibattito pubblico sulla crisi ambientale dovrebbe partire dai fatti. I dati scientifici, infatti, consentono di distinguere ciò che dipende da processi globali da ciò che è riconducibile alle responsabilità delle istituzioni. Nel caso della Sicilia il quadro è particolarmente eloquente: la crisi climatica costituisce il contesto entro il quale si sviluppano gli incendi, ma la loro intensità e le loro conseguenze sono amplificate da criticità strutturali che riguardano la gestione del territorio. Il Mediterraneo è riconosciuto dall’Ipcc come uno dei principali climate hotspot del pianeta. L’aumento della temperatura media nell’area è superiore alla media globale e la Sicilia rappresenta uno dei territori europei maggiormente esposti agli effetti del riscaldamento climatico. Negli ultimi vent’anni le ondate di calore sono diventate progressivamente più frequenti, più intense e più durature. Nell’estate del 2023, in provincia di Siracusa, sono stati registrati valori prossimi ai 49 °C, tra i più elevati mai rilevati in Europa. Parallelamente, le precipitazioni tendono a concentrarsi in episodi brevi e violenti, alternati a periodi di siccità sempre più lunghi. Questa nuova dinamica climatica riduce la disponibilità idrica, aumenta lo stress della vegetazione e crea condizioni ideali per la propagazione degli incendi. GLI INCENDI NON SONO PIÙ UN’EMERGENZA OCCASIONALE I dati del sistema europeo “Effis” (European Forest Fire Information System) mostrano come l’Italia sia ormai stabilmente uno dei Paesi mediterranei più colpiti dagli incendi boschivi e la Sicilia rappresenti uno degli epicentri di questa emergenza. Negli ultimi anni decine di migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e siti appartenenti alla rete Natura 2000 sono stati interessati dal fuoco. Non si tratta più di eventi eccezionali ma della manifestazione ricorrente di una vulnerabilità strutturale. Ogni ettaro percorso dal fuoco produce effetti che durano decenni: perdita di biodiversità, erosione del suolo, diminuzione della capacità di assorbire anidride carbonica, riduzione della disponibilità idrica, maggiore rischio di frane e impoverimento del paesaggio. L’incendio, dunque, non rappresenta soltanto una catastrofe ambientale, ma anche un enorme costo economico e sociale. LA CRISI DELL’ACQUA L’acqua costituisce l’indicatore più evidente della distanza tra gli effetti del cambiamento climatico e la capacità delle istituzioni di adattarsi. Secondo i dati Istat e Ispra, le reti acquedottistiche siciliane disperdono mediamente oltre il 50% dell’acqua immessa, con valori che in numerosi comuni superano il 60%. Ciò significa che oltre metà della risorsa disponibile viene perduta prima ancora di raggiungere famiglie, imprese e aziende agricole. Parallelamente, numerosi invasi artificiali hanno progressivamente perso parte della loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Il risultato è paradossale: mentre il cambiamento climatico riduce la disponibilità della risorsa idrica, una quota enorme dell’acqua già disponibile continua a essere dispersa o non può essere immagazzinata. La crisi climatica, quindi, non crea soltanto nuovi problemi: rende molto più gravi quelli che esistevano già. IL SUOLO: UNA RISORSA CHE CONTINUA A SCOMPARIRE Il suolo rappresenta una delle principali infrastrutture naturali di adattamento al cambiamento climatico. È il suolo che assorbe l’acqua piovana, immagazzina carbonio, sostiene la biodiversità, regola il microclima e garantisce la fertilità agricola. Secondo il Rapporto Ispra 2024, l’Italia continua però a consumare territorio a un ritmo superiore rispetto al decennio precedente, impermeabilizzando circa 78 km² in un solo anno. Anche la Sicilia registra una continua riduzione delle superfici agricole e naturali. La diffusione delle energie rinnovabili costituisce una priorità assoluta, ma richiede una pianificazione coerente con gli obiettivi della tutela del territorio. L’utilizzo prioritario di aree industriali dismesse, ex cave, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate consentirebbe di accelerare la transizione energetica senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico. La lotta contro il cambiamento climatico non può trasformarsi in un nuovo fattore di consumo di suolo. UNA QUESTIONE DEMOCRATICA, NON SOLTANTO AMBIENTALE La crisi degli incendi boschivi non riguarda esclusivamente la protezione dell’ambiente. Essa interroga la qualità della democrazia, l’efficienza delle istituzioni e la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali. La Costituzione italiana, dopo la riforma del 2022, riconosce all’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come principio fondamentale della Repubblica, anche nell’interesse delle future generazioni. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività; l’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale e vieta che possa arrecare danno alla salute e all’ambiente; l’articolo 44 attribuisce alla Repubblica il compito di assicurare il razionale sfruttamento del suolo e di promuovere la sua conservazione. Ne deriva che la prevenzione degli incendi, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la tutela del patrimonio forestale e il contrasto alla desertificazione non costituiscono semplici opzioni amministrative, ma rappresentano obblighi derivanti dai principi costituzionali e dagli impegni assunti dall’Italia nell’ambito dell’Unione europea e degli accordi internazionali sul clima. LA SICILIA PUÒ ANCORA SCEGLIERE La Sicilia non è condannata a bruciare. La crisi climatica è ormai una realtà con cui sarà necessario convivere per molti decenni, ma la vulnerabilità del territorio non è un destino inevitabile. Essa dipende, in larga misura, dalla qualità delle decisioni pubbliche, dalla capacità di pianificare il lungo periodo e dalla volontà politica di investire nella prevenzione anziché limitarsi a gestire l’emergenza. Ogni estate che passa senza una profonda riforma delle politiche forestali, della gestione delle risorse idriche, della tutela del suolo e della pianificazione territoriale rende l’isola più fragile e aumenta il costo umano, economico ed ecologico dei disastri futuri. Per questo la vera sfida non consiste nel disporre di qualche mezzo aereo in più o nell’annunciare l’ennesimo piano straordinario. La sfida consiste nel ricostruire una cultura del governo del territorio fondata sulla conoscenza scientifica, sulla trasparenza amministrativa, sulla legalità e sulla responsabilità istituzionale. Il cambiamento climatico continuerà a mettere alla prova la Sicilia. Ma sarà la qualità della sua governance a determinare se gli incendi resteranno una tragedia ricorrente o diventeranno, finalmente, un rischio governabile. Perché il fuoco che ogni estate attraversa l’isola non consuma soltanto boschi, coltivazioni e paesaggi. Brucia la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, mette in discussione la credibilità della politica e rivela, con crudezza, la distanza tra ciò che la scienza raccomanda e ciò che le amministrazioni realizzano. Una società matura non misura la propria capacità di governo dal numero di incendi che riesce a spegnere, ma da quelli che è stata capace di prevenire. È su questo terreno che si giocherà il futuro della Sicilia: non soltanto come territorio esposto alla crisi climatica, ma come comunità chiamata a scegliere se continuare a vivere nell’emergenza permanente o costruire, finalmente, una politica della prevenzione, della legalità e della responsabilità verso le generazioni future. LEGGI LA PRIMA PARTE QUÌ Aurelio Angelini
July 28, 2026
Pressenza
La Forza della polizia… e il mancato processo di democratizzazione
In versione parzialmente ridotta, pubblichiamo per Pressenza questo importante contributo di Carlo Caprioglio (docente di Clinica legale all’Università di Roma), dal quale si rileva – in ordine all’applicazione delle misure securitare varate dal governo in carica (tematica-principe della propaganda postfascista) –  «come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati». Come si sottolinea nel sommario di Jacobin.Italia: «L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna non evidenzia solo il clima repressivo e autoritario del governo Meloni e la razzializzazione dei soggetti colpiti, ma anche il mancato processo di democratizzazione delle forze dell’ordine che riguarda anche la sinistra»[accì] Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia. Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili. Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile. La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile. È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati. Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *CARLO CAPRIOGLIO È ASSEGNISTA DI RICERCA E DOCENTE A CONTRATTO DI CLINICA LEGALE ALL’UNIVERSITÀ ROMA LE INFORMAZIONI CIRCA L’USO DELLA FORZA, LA PERCEZIONE E LA FORMAZIONE DEGLI OPERATORI DI POLIZIA SONO FRUTTO DELLE RICERCHE REALIZZATE NELL’AMBITO DEL PROGETTO «REFORMING POLICE ACCOUNTABILITY IN ITALY (REPOLITY)» SULLA RESPONSABILITÀ DELLE FORZE DELL’ORDINE, REALIZZATO DALLE UNIVERSITÀ DI BARI E FIRENZE. I RISULTATI E I MATERIALI DI RICERCA SONO LIBERAMENTE CONSULTABILI SUL SITO DEL PROGETTO. LE OPINIONI ESPRESSE SONO DA ATTRIBUIRE ESCLUSIVAMENTE ALL’AUTORE. Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
[…]Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza, il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo i conflitti urbani diventano politicamente decisivi. Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di essere compreso nella sua materialità. Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale. Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana. Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani, lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose. La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive, orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea. Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della “città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida. Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale. Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana. Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali. Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente trasformata in rendita. Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza, controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che abitano quotidianamente la città. Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città. I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali, crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città. La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di cattura neoliberale. Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana neoliberale. Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana. Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato, il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico, i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo diseguale. Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare, i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio, aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del conflitto. DI SEGUITO LA VERSIONE INTEGRALE SU EURONOMADE Redazione Italia
May 20, 2026
Pressenza
Ancora sul 25 aprile e la Liberazione. Considerazioni sul testo di Andrea Cozzo
Ho letto con attenzione l’articolo di Andrea Cozzo, amico e collega stimato. Proprio per questo ritengo importante confrontarmi pubblicamente con il suo intervento, che muove da premesse con cui concordo in parte significativa, ma da cui seguono conclusioni che mi lasciano molte perplessità. Sulla sua affermazione iniziale siamo quasi pienamente d’accordo: aggiungerei solo che la Costituzione non nasce soltanto dall’antifascismo, ma è antifascista, in quanto prodotto storico di quel conflitto. L’antifascismo non è una delle sue origini storiche: è un suo principio costitutivo. E se quei valori sono davvero indiscutibili, risulta problematico porre come orizzonte una «via d’uscita accettabile per tutti», quasi che la memoria storica debba rendere simbolicamente conciliabile ciò che storicamente non lo è. Questo è compito della politica semmai, una politica capace di trasformare la base materiale su cui si innervano ideologie diverse, tra cui quelle di dominio che si basano sulla violenza per difendere privilegi e ricchezze sfruttando il lavoro, e non solo il lavoro, delle altre persone. Personalmente, pur comprendendo le parole di Foa e ciò che Andrea in parte condivide, vorrei dire che il fatto che i morti appartengano tutti alla stessa specie è per me solo una constatazione biologica, ma non può essere una categoria morale o politica. Di conseguenza non condivido la distinzione tra persona e azione. Se la persona è degna di senso morale le sue azioni conseguono da quella responsabilità che il suo senso morale pone in essere. Il riconoscimento della soggettività morale — fondamento di qualsiasi giudizio etico, incluso quello di Cozzo — già presuppone l’agency e dunque la responsabilità differenziata: non si può invocare la dignità del soggetto per attenuarne la responsabilità senza togliere a quel soggetto la stessa condizione che lo rende degno di considerazione morale. Giudicare la persona per le sue azioni mi pare quindi un atto eticamente fondato. Anche il richiamo alle «diverse storie culturali, esperienze, gradi di consapevolezza, condizioni materiali» mi convince poco — non perché sia sbagliato in sé, ma perché va analizzato empiricamente e storicamente, non evocato in astratto. La posizione di dominio o di sottomissione degli uni e degli altri è fondamentale e non è equiparabile. Del resto la prova empirica più eloquente è questa: nella stessa condizione di povertà e pressione del ventennio, tra i lavoratori sfruttati e i subalterni, vi fu chi scelse la resistenza e chi aderì al fascismo — per opportunismo, conformismo o paura, poco importa ai fini del giudizio storico. La stessa condizione materiale produsse scelte opposte. Il contesto condiziona le condizioni entro cui l’individuo sceglie, ma non le determina: la libertà, pur situata, resta libertà e con essa la responsabilità. La trasformazione strutturale d’altra parte non avviene attraverso scelte individuali illuminate: passa dalla pressione collettiva organizzata, dal conflitto, dalla crisi di legittimità. Spiegare non equivale ad assolvere. Né a relativizzare. Anche l’affermazione secondo cui sarebbe presuntuoso o narcisistico credere che saremmo stati contro il fascismo mi convince solo in parte. Chi ha già scelto, consapevolmente e accettandone le conseguenze, i valori per cui lotta oggi, può legittimamente affermare che avrebbe scelto allo stesso modo allora: non per presunzione, ma per coerenza con una posizione già costruita e difesa. L’incertezza controfattuale non può trasformarsi in neutralizzazione della responsabilità storica. La formula «necessaria ma non giusta», applicata alla violenza utilizzata dai partigiani, presuppone un orizzonte nonviolento come alternativa teoricamente disponibile. Ma il fascismo si impose attraverso la violenza organizzata prima ancora di diventare regime: lo squadrismo, l’olio di ricino, l’assassinio di Matteotti, l’incarcerazione di Gramsci, non furono eccessi contingenti ma il metodo costitutivo con cui una forza politica armata distrusse le organizzazioni del movimento operaio e le libertà politiche elementari. Di fronte a una simile violenza strutturata, la risposta armata non era solo necessaria: era giusta, perché era la forma proporzionata di autodifesa collettiva contro un dominio che si era già imposto con la forza. I casi di resistenza nonviolenta che Andrea cita — Napoli e Modena nel settembre 1943 — vanno onorati: il boicottaggio, la disobbedienza civile, la non-collaborazione agiscono attraverso pressione collettiva e conflitto, non persuasione argomentativa. Ma avvengono quando il regime è già in dissoluzione militare: non dimostrano che la nonviolenza fosse una via percorribile nei decenni precedenti, ne sono un effetto tardivo. Questo non significa glorificare la violenza né negare il valore normativo della nonviolenza come orizzonte etico. Significa riconoscere che i dominanti cedono quote di potere solo quando il costo del mantenerlo supera quello della concessione, e che tale mutamento è quasi sempre prodotto di conflitto, pressione, organizzazione collettiva. Vi è inoltre una conseguenza logica: chi dissolve la responsabilità individuale nel contesto perde la possibilità di giustificare la ribellione dei subalterni, che diventerebbe anch’essa mero prodotto del contesto invece di scelta consapevole. Sul piano astratto posso condividere che nessuna guerra sia «giusta» nel senso che nessuna è desiderabile; ma se è storicamente necessaria per abbattere un ordine di dominio violento, può essere considerata giusta rispetto al fine che persegue, a condizione che la valutazione passi per la sproporzione tra la violenza dell’oppressione e quella della resistenza, per il nesso con la difesa dei subalterni, e per la direzione storica del conflitto rispetto all’emancipazione. Ian Angus (**), nel suo lavoro sulle enclosures, lo mostra bene: i contadini messi violentemente alla fame avrebbero dovuto opporre ai recinti una migliore esegesi delle Scritture? La stessa Bibbia che predicatori e moralisti brandivano contro l’ingordigia dei nobili, salvo poi usarla per condannare la ribellione dei contadini e giustificarne la morte? La storia, talvolta, è meno pedagogica di quanto piacerebbe ai pedagoghi. Per questo nutro forti riserve rispetto alla tesi conclusiva di Andrea: la ricorrenza della Liberazione non andrebbe «agitata per zittire e vincere contro qualche nostalgico», ma celebrata con «modi e toni tali da con-vincerlo». Ma anche in questa forma circoscritta la proposta presuppone che i nostalgici siano persuadibili attraverso il tono giusto — con buona pace di Jürgen Habermas. I nostalgici non sono semplicemente disinformati: aderiscono a un sistema di valori che difende posizioni e risorse reali o immaginate. Il razzismo non è un errore cognitivo da correggere ma un rapporto sociale che risponde a interessi situati — chi sostiene la remigrazione non lo fa per ignoranza, ma perché quella posizione difende privilegi percepiti in un contesto di scarsità. Chi invece aderisce a posizioni post-fasciste per disorientamento o assenza di alternative credibili è esso stesso prodotto di condizioni materiali — precarietà, deindustrializzazione, erosione dei legami collettivi — che nessun cambiamento nel registro commemorativo può toccare. La risposta è politica e sociale, non retorica. La memoria del 25 aprile dovrebbe liberarci non tanto dalle dicotomie in quanto tali, quanto dalle semplificazioni astratte: non attenuando l’antagonismo tra fascismo e antifascismo, ma comprendendolo meglio, storicizzandolo più a fondo, riconducendolo alle strutture sociali, economiche e politiche che lo generarono. Concordo con Andrea che questa celebrazione non debba essere identitaria né ridursi a una ritualità di contrapposizione. Ed infatti per me essere antifascista è un sentire profondo per ciò che la Resistenza fu — non un’identità astratta — e per ciò che l’antifascismo significò: non solo la liberazione dal fascismo, ma la lotta contro l’oppressione, come la Carta costituzionale sancì — al di là della distanza tuttora esistente tra costituzione scritta e costituzione materiale. Essere antifascista, ricordare la Resistenza è dunque uno dei modi in cui si lotta per l’emancipazione degli oppressi. Questa memoria è fondamentale per chi vuole trasformare la realtà esistente e per non dimenticare che non tutto è uguale nella storia, e i morti non fanno eccezione.   * RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO **  IAN ANGUS, THE WAR AGAINST THE COMMONS: DISPOSSESSION AND RESISTANCE IN THE MAKING OF CAPITALISM, N.Y., MONTHLY REVIEW PRESS, 2023 ARTICOLO CORRELATO: LIBERAZIONE (ANCHE DAI NOSTRI SCHEMI DICOTOMICI) Redazione Palermo
April 28, 2026
Pressenza
Una pacificazione terrificante. L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso
La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato[versione ridotta per Pressenza]_   Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti. […] La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna).   La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. […] Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente.   Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica. La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.); Stretta sui Blocchi stradali; Il Reato Anti-Ghandi; Detenzione delle madri detenute; Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026).   Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali.   Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa.   La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice… La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. LAVINIA MARCHETTI È BIOLOGA, APPASSIONATA DI POESIA, LETTERATURA E BELLEZZA NELL’ARTE. LAVORA IN UNA GALLERIA D’ARTE MILANO DAL DOSSIER ITALIA A CURA DELLA REDAZIONE.AHIDAONLINE.COM Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza