Le tre violenze
Johan Galtung ha completato la definizione delle tre forme di violenza (diretta,
strutturale e culturale) nel 1990, con la pubblicazione del saggio “Cultural
Violence” sul J. Peace Research.
La violenza diretta è quella ben comprensibile a tutti: uno schiaffo, un
insulto, una aggressione, un furto, una violazione della propria persona.
Come si reagisce positivamente ad essa? Col sangue freddo, con l’empatia, con
una aggiunta creativa che svuota la tensione, ecc. In breve, tutto quello che si
insegna nei trainings non violenti.
Più difficile da farsi riconoscere è la violenza strutturale: un disoccupato non
pensa che a Strasburgo programmano la disoccupazione in modo che gli industriali
abbiano sempre mano d’opera disponibile a volontà; chi deposita i soldi in banca
non pensa che essi saranno quella moneta fresca che dà luogo ad una finanza che
permette di speculare per centinaia e migliaia di volte sui beni materiali di
base della povera gente nel mondo; chi per trovare un impiego va a fare il
militare non pensa che diventa corresponsabile di questo panorama di morte che
ci circonda e che con la deterrenza nucleare minaccia il suicidio della umanità.
Guai quindi a dimenticare quello che anche Shantidas ha sempre sottolineato: il
peccato strutturale, rispetto al quale i peccati individuali perdono di
significato (l’unico comandamento che egli ricorda è quello del “non uccidere”
al fine di invitare alla conversione dalla guerra come violenza strutturale
esemplare). Shantidas ha dato il suo contributo a smascherare la violenza
strutturale del suo tempo quando negli anni ’50 ha denunciato i Due Blocchi che
dominavano il mondo e che erano complementari l’uno all’altro (Quattro Flagelli
1959, §§1-24).
Come si reagisce ad essa positivamente? Si può tentare istintivamente, ma le
strutture sono solide proprio rispetto alle reazioni di questo tipo (ad es. i
programmatori di Strasburgo hanno la polizia disposizione per bloccare eventi di
questo tipo), Si può tentare affettivamente, parlando con la massima empatia ad
un responsabile; ma al massimo si convertirebbe quel singolo responsabile, ma la
struttura resisterebbe. Occorre costruire una analisi della situazione in
termini chiari e precisi: questo è il gradino con cui si difendono le strutture;
la gente normale non è capace di costruire una analisi sociale adeguata alla
situazione; una struttura spadroneggia proprio perché in genere la gente non si
mette al livello della istituzione. In conclusione occorre una risposta che
oltre che alla propria umanità faccia appello anche alla propria intelligenza
con una riflessione che sia adeguata alla situazione; altrimenti si batte il
martello là dove non c’è il chiodo.
Infine c’è la violenza culturale che è ancora più sottile e meno riconoscibile,
ma non meno disastrosa delle altre due. Qui anche Galtung, secondo il mio
modesto parare, non è stato chiaro, quando l’ha definita come il sostegno che la
cultura dà alla violenza strutturale. Sicuramente c’è questa violenza: ad es. la
violenza della propaganda dei consumi, la quale sostiene il capitalismo
commerciale; o la violenza scolastica rispetto al sistema di potere esistente
(se non altro perché non lo fa conoscere come sistema di potere). Ma c’è di più:
la violenza culturale autonoma, che pretende di non avere alternative. Ad
esempio la violenza ideologica della Chiesa che dichiarava eretico chiunque
leggeva il Vangelo in volgare (vedi i valdesi), o la violenza della moneta che
fa valutare qualsiasi cosa con il suo costo. E’ questa violenza che le Nouvelles
de l’Arche stanno sottolineando quando dedicano un numero al razzismo o al
patriarcato: violenze che sono nell’aria che respiriamo e che per scoprirle e
possibilmente evitarle dobbiamo fissarci l’attenzione. Oggi soprattutto c’è la
violenza della scienza, che si impone alla mente come strada inevitabile della
umanità; e la violenza della tecnologia che pervade il nostro mondo umano come
avanzamento irreversibile. Su questo tipo di violenza Lanza del Vasto ha dato un
grande contributo quando ha denunciato la violenza massima del nostro tempo;
quello della Scienza e della Tecnica. Al suo tempo questa violenza culturale si
scaricava solo sull’esterno della persona umana (radio, TV, automobile, ecc.);
oggi essa si presenta nella sua massima potenza: l’Intelligenza artificiale,
capace di rivoltare la civiltà umana come un calzino (fino a far sognare il
transumanesimo o a far temere il dominio di una gerarchia di robot). Essa
dimezzerà le disponibilità del mercato del lavoro, sconvolgerà il sistema
educativo scolastico, creerà un Servizio segreto mille volte più potente di
quello degli 007, riempirà con armi nuove tutti i vuoti di armi intermedie tra
un coltello e una bomba atomica, creerà un campo di battaglia del tutto
artificiale dove si scontrano robot e sofisticate pianificazioni strategiche.
Oggi chiunque ha in mano uno smartphone, fin da bambino è legato alla IA.
Secondo il testo di Apocalisse 13, la saggezza sta nel saperle chiamare per
nome, prima di tutto la Scienza. E Shantidas sa trovare il nome: è la ricerca
dell’infinito; non quello dei rapporti umani, ma quello sul piano animale delle
infinite cose da godere, delle infinite strutture sociali da partecipare, delle
infinite potenzialità dell’intelligenza umana (e artificiale) da scoprire. La
chiave della liberazione è il “ritorno all’evidenza” della natura umana nella
sua semplicità e nei suoi rapporti diretti.
In conclusione, la risposta alla violenza diretta è la creatività nei rapporti
umani, la risposta alla violenza strutturale richiede l’intelligenza della
situazione; la risposta alla violenza culturale richiede l’essere nel mondo ma
non essere del mondo, cioè una conversione alla propria anima e la lotta contro
ogni assolutismo e ogni progresso irreversibile, proprio come fecero Gandhi e
Shantidas nei rispettivi tempi.
Antonino Drago