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I sogni, porta verso altri mondi
È stato presentato lo scorso sabato a Palermo in prima nazionale il libro di Pia Figueroa I sogni. Una porta verso altri mondi, edito da Multimage. Hanno dialogato con l’autrice al laboratorio A. Ballarò Ketty Giannilivigni e Daniela Musumeci Nella prima parte il volumetto, agilissimo ma al contempo intensissimo, ripercorre la storia dell’interpretazione dei sogni, da Artemidoro di Efeso a Freud e Yung, senza trascurare le suggestioni provenienti dalle filosofie orientali come il taoismo e dalle culture native dei continenti africano e americano, per finire con la filosofia di Silo e la psicologia di Ammann, suo discepolo. Nella seconda parte, Figueroa muovendo anche dal vissuto personale, ossia facendo proprio il posizionamento del partire da sé, ci guida lungo un percorso tanto onirico quanto reale di autocoscienza e crescita spirituale. Il metodo di Ammann, che l’Autrice ci propone, ha talune spiccate originalità. Non prevede – ed è questa la sua prima peculiarità – alcun interprete diverso dal sognatore stesso né alcuna simbologia prefissata, come invece avviene nella psicoanalisi o nelle pratiche magiche delle culture classiche e aborigene: nessun medico, nessun maestro, ciascuno è medico e maestro di se stesso, a partire da sé, appunto, dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri. La seconda novità è che il sogno non narra di un fantasma solipsistico, ma è sempre una rappresentazione sociale e relazionale, chiarifica il contesto, le tensioni e i conflitti e può contribuire a risolverli suggerendo prospettive per nominare e districare nodi e grovigli. Questo perché, nell’approccio fenomenologico, il sogno non è altro dalla realtà, ma costituisce un processo di riordino e interpretazione della realtà stessa. La realtà, infatti, non è un precostituito assetto reificato, non è uno scatolone zeppo di cose ingombranti, uno schema dato, di cui siamo spettatori estranei e inerti, ma un processo, “una totalità di rimandi”, un “mondo” di significazioni, che siamo noi ad attribuire alle cose. Il mondo di Husserl e Heidegger – e di Silo – ci coinvolge nella misura in cui lo decifriamo e ne partecipiamo; non lo creiamo, certo, ma lo interpretiamo. Il sogno è dunque un processo di riordino dei vissuti: propriocettivi, ossia legati al movimento e alla corporeità, evenemenziali, conseguenti cioè agli eventi in cui ci imbattiamo, e relazionali, generati dal rapporto con altri. Non c’è dicotomia fra sogno e realtà ma continuità ed elevazione verso livelli di comprensione sempre più profondi. Nell’approccio umanista, però, c’è ancora di più: il sogno è un ponte verso se stessi e l’autoconoscenza ma anche “un ponte verso il sacro” tramite l’introspezione. Il sacro, nella citazione che Figueroa fa di Silo, “è la traduzione in immagini di ciò che non ha immagini”; si distingue dal divino, secondo Simone Weil e Maria Zambrano, poiché sacro è tutto ciò che vive, è “una porta verso altri mondi”, come recita il sottotitolo di questo libro, mentre il divino attiene a una dimensione di trascendenza forse inattingibile e comunque inesauribile dalle singole religioni confessionali. E la via del sacro passa attraverso il lavoro interiore su di sé, l’introspezione appunto, come insegnano l’ebbrezza sufi e l’illuminazione buddista: “guarda dentro di te, tu sei il buddha”; ma anche Plotino: “ricongiungete il divino che è in voi con il divino che è nell’universo”; e Agostino: “noli foras te ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas (non desiderare di uscire fuori da te stesso, ritorna a te, nell’intimo dell’uomo abita la verità)” e ancora, trova il tempo per “deificari in otio (divenire dio, annullarti in dio attraverso lo studio e la contemplazione)”, per diventare “l’altro io di Dio” come scrive un mistico del Seicento, Angelus Silesius. E il Seicento è anche il secolo che, tra manierismo e barocco, ha fatto del sogno la cifra dell’esistenza, basti ricordare Shakespeare: “siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”, o Calderon de la Barca: “se la vita è sogno, i sogni sono solo sogni”. Figueroa suggerisce che è possibile “orientare l’attività dei sogni lucidi (ossia quelli consapevoli) verso il Sacro”. Come? Predisponendosi a “sperare l’insperato”; i sogni rivelatori del sacro, scrive, sono quelli che destano “il bisogno di ringraziare”, quel sentimento di gratitudine che affiora di fronte a un’alba o alla generosità di un albero o al riso di un bimbo o al gioco di un cucciolo e che lei ha provato, per esempio, sognando persone care scomparse o “altri spazi, altre realtà”, “un profondo senso di pienezza… un amore improvviso [che] mi riconnette al tutto. Sento l’energia fluire dentro e intorno al mio corpo. L’Insperato è il Sacro”. La lettura del testo, invero, stimola nuove suggestioni, rimanda ad altre testimonianze. Al Seicento appartiene, per esempio, anche Teresa d’Avila, rifondatrice del Carmelo, la quale pure propone un percorso di ricerca spirituale alle sue sorelle nel Castello Interiore. Le sette stanze del castello dell’anima riecheggiano gli otto passi dell’Ashtanga Yoga di Patanjali o i livelli di coscienza di Silo. Prima dimora è la preghiera (il ponte levatoio, la soglia); seconda dimora, la lotta contro i vizi e le distrazioni (le bestie feroci nel cortile); terza dimora, il retto operare, la benevolenza e la compassione senza l’orgoglio del fariseo (l’ingresso); quarta dimora è la meditazione, il raccoglimento interiore e la prima gioia spirituale (qui abbiamo già lasciato le stanze esterne e iniziamo ad addentrarci nel cuore di noi stessɘ); la quinta dimora è la metanoia, la conversione, il bozzolo si trasforma in farfalla (la farfalla gialla che sognò di essere Chaung Tze, forse), ci si spoglia dell’io. Ora l’ascesi si fa ardua. La sesta dimora, la contemplazione, il fidanzamento spirituale, implica gioie profonde e profonde sofferenze nel desiderio di amare Dio: il “dio nascosto”, come lo chiama Pascal, ci tempra con la sua assenza, con il suo silenzio, nella “notte oscura” della tentazione di cui ci dicono le bellissime poesie di Giovanni della Croce o le pagine di diario di Teresa di Calcutta. Infine: la settima dimora, l’estasi, immortalata dal Bernini, le nozze spirituali, l’unione mistica, l’irradiazione di pace e il servizio dellɘ altrɘ in letizia. Ma La Settima Stanza, come suggerisce il film di Màrta Mészàros, è anche la morte, il mutamento di stato e il compimento, è la camera a gas cui fu destinata ad Auschwitz, con la sorella Rosa, Edith Stein, filosofa ebrea convertitasi al cristianesimo ed entrata nel Carmelo, fenomenologa e allieva di Husserl, la cui tesi sulla Empatia, ben si addice al cammino interiore che ci indica Figueroa. L’elevazione al sacro, però, non è l’ultimo scopo del sogno, essa si converte in una apertura che direi ‘politica’: sognare per cambiare il mondo. “You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one” cantava John Lennon; “ciascuno cresce solo se sognato” scriveva Danilo Dolci; “I have a dream” raccontava Martin Luther King. Sognare “è un principio di creazione, di progettazione, di resistenza” scrive Francesca Albanese citando Edward Said, è dar voce “alle aspirazioni e ai sogni di riscatto di un popolo”. E Figueroa conclude così il suo libro: “Nei [nostri] tempi oscuri… di crisi ecologica, minaccia nucleare, neoliberismo spietato, povertà, discriminazione [guerre]… Ciò che manca sono grandi proposte ideologiche o visioni mistiche, idee-madri capaci di accendere i cuori e orientare l’azione, sogni audaci, creativi e ispiratori che sappiano ridare speranza… Il futuro nasce sempre dai sogni che siamo capaci di coltivare”. Daniela Musumeci
September 28, 2026
Pressenza
Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale
Pubblichiamo queste riflessioni di Tony Robinson, umanista e uno dei fondatori di Pressenza, coautore del libro Giornalismo Nonviolento e animatore per molti anni della redazione inglese di Pressenza. Il testo che propone è sicuramente destinato principalmente all’interno dello stesso Movimento Umanista ma sicuramente le sue riflessioni possono essere utili a tutta la società. Per facilitarne la lettura a tutti abbiamo aggiunto alcuni link di approfondimento su argomenti che cita e che non sono conosciuti da tutti.   A un certo punto, ogni movimento deve porsi una domanda difficile: esiste ancora come forza viva nella storia, oppure è diventato, poco a poco, la memoria della propria ispirazione? Per coloro che sono stati formati, direttamente o indirettamente, da Silo, questa domanda non può più essere rimandata. Il mondo non si è avvicinato al superamento della violenza. Al contrario, la violenza è diventata più normalizzata, più diffusa, più mediata tecnologicamente e più profondamente radicata nelle strutture economiche e politiche che organizzano la vita quotidiana. Continuiamo a generare ricchezza senza significato, informazione senza saggezza e potere senza direzione. Allo stesso tempo, la Terra stessa viene spinta verso l’esaurimento da una civiltà il cui principio organizzativo è l’accumulazione piuttosto che l’umanizzazione. E tuttavia il bisogno che ha dato origine al Movimento Umanista non è scomparso. Se mai, è diventato più urgente. -------------------------------------------------------------------------------- La doppia esigenza originaria L’impulso originario non è mai stato semplicemente politico, né semplicemente spirituale. Era un tentativo di unire trasformazione personale e trasformazione sociale in un unico progetto. Comprendeva che nessun cambiamento duraturo può derivare da una ristrutturazione esterna se l’essere umano rimane interiormente diviso, violento, impaurito e alienato. Ma comprendeva anche che un lavoro interiore separato dalla storia, separato dall’ingiustizia e dalla sofferenza degli altri, diventerebbe sterile, autoreferenziale e, in ultima analisi, complice del mondo così com’è. Questa doppia esigenza rimane decisiva. Potrebbe essere uno dei contributi più preziosi del movimento: l’insistenza sul fatto che l’essere umano deve essere trasformato sia interiormente sia esteriormente, e che nessuna delle due dimensioni può essere abbandonata senza falsificare l’insieme. Per questo motivo, sarebbe troppo semplice dire che il movimento ha fallito. Forse è più accurato dire che, al momento in cui si scrive, non è riuscito a diventare una risposta storica sufficientemente forte alla crisi della civiltà. Ma questo non significa che le sue verità fossero false, o che i semi che ha gettato nel mondo non abbiano germogliato. -------------------------------------------------------------------------------- Ciò che è già stato messo in moto Ciò che è già stato avviato può essere più significativo di quanto a volte si riconosca. Il lavoro ispirato da Silo ha portato alla formazione di circa 3.000 Maestri in quattro diverse discipline, tutte orientate ad aprire l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati e alla credenza nell’immortalità e nella certezza della trascendenza. Ha inoltre portato alla creazione di circa 50 Parchi di Studio e Riflessione in tutto il mondo, con Punta de Vacas in Argentina come casa spirituale. Questo non è un lascito trascurabile. Significa che il movimento non ha lasciato solo libri, ricordi o sentimenti. Ha lasciato pratiche, persone formate e luoghi. Ha lasciato un corpo, per quanto parziale, attraverso il quale potrebbe ancora nascere un nuovo momento storico. La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo. Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- Il vero problema è la trasmissione Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile? Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione. Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza. Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma. -------------------------------------------------------------------------------- Forme piccole, densità reale Se deve arrivare un rinnovamento, probabilmente non inizierà con grandi dichiarazioni o mobilitazioni pubbliche di massa. Inizierà in forme più piccole e dense: cerchi di pratica, riflessione e sostegno reciproco; spazi in cui il lavoro interiore e l’impegno sociale siano consapevolmente collegati; comunità che formino le persone non solo a comprendere la nonviolenza sul piano intellettuale, ma a incarnarla nelle relazioni, nel lavoro, nei conflitti e nell’azione pubblica. Questo può sembrare modesto di fronte a una crisi planetaria. Ma quasi tutto ciò che è duraturo inizia in forme che appaiono troppo piccole per l’epoca. Un movimento rinnovato avrebbe anche bisogno di un centro morale esprimibile in modo semplice e senza gergo: che la vita umana è sacra; che la violenza deve essere superata in tutte le sue forme; che la Terra deve essere umanizzata e non sfruttata; e che la trasformazione personale e sociale sono inseparabili. Se queste verità non possono essere espresse chiaramente, non possono circolare. E se non possono circolare, non possono diventare forza storica. Ma la chiarezza di intenti non basta. Il movimento deve anche imparare dai fallimenti che accompagnano ogni sforzo spirituale, etico e politico nella storia. Una delle tragedie ricorrenti dell’esperienza umana è che le istituzioni nate attorno alla liberazione vengono ripetutamente catturate da prestigio, ego, gerarchie nascoste, interessi economici e desiderio di controllo. Nessun movimento è immune da questo pericolo. Un Movimento Umanista rinnovato dovrebbe quindi dotarsi di strutture progettate consapevolmente per resistervi: trasparenza economica, rotazione delle responsabilità, leadership distribuita, protezione dalla dipendenza da individui eccezionali, e un’insistenza culturale sul fatto che qualsiasi profondità di esperienza o realizzazione ha valore solo nella misura in cui è posta al servizio degli altri. -------------------------------------------------------------------------------- La questione dei Maestri Qui la questione dei Maestri diventa particolarmente importante. Se la maestria viene intesa come compimento, come una sorta di condizione raggiunta, il movimento tenderà alla chiusura. Diventerà un cerchio di coloro che sanno, ricordano o hanno raggiunto qualcosa. Ma se la maestria viene intesa come servizio, come responsabilità di accompagnare, risvegliare, formare e trasmettere, allora i Maestri rimasti potrebbero diventare il nucleo del rinnovamento. In questo caso, ciò che è stato accumulato non è capitale simbolico, ma una riserva di esperienza vissuta che può essere messa a disposizione di un nuovo momento storico. Lo stesso vale per i Parchi. In un mondo sradicato, i luoghi contano. Un Parco di Studio e Riflessione non è solo un sito bello o significativo. Può diventare un contro-luogo rispetto alla civiltà dominante: un luogo in cui si realizza un altro ritmo, un’altra scala, un’altra immagine dell’essere umano. Un luogo dove il silenzio non è vuoto, dove la riflessione non è fuga, dove la riconciliazione non è debolezza e dove lo studio non è accumulo di informazioni ma un metodo per approfondire la coscienza. Se utilizzati bene, i Parchi non sono ritiri dalla storia. Sono laboratori per un altro futuro possibile. Ma proprio per questo non possono restare solo mete di pellegrinaggio per chi è già convinto. Devono diventare luoghi da cui l’azione umanizzante ritorna nel mondo. -------------------------------------------------------------------------------- Le discipline e la crisi di senso Anche le quattro discipline potrebbero essere tra i più grandi doni del movimento. Se permettono davvero l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati, e se aprono davvero alla certezza della trascendenza, allora rispondono a una delle crisi più profonde dell’epoca presente: il nichilismo. Viviamo in un tempo in cui molte persone sono intellettualmente sovrastimolate e spiritualmente malnutrite. Hanno informazioni, ma nessun centro di gravità. Hanno stimoli, ma nessun significato. Hanno identità, ma nessun centro interiore. Un movimento capace di offrire non solo analisi ma esperienza, non solo critica ma accesso alla dimensione sacra dell’esistenza, può possedere qualcosa di enorme importanza storica. E tuttavia anche qui la sfida è decisiva. L’esperienza spirituale da sola non crea un movimento. Molte tradizioni possiedono metodi autentici di profondità e tuttavia restano marginali perché non riescono a collegare tali esperienze a un’etica, a una forma sociale e a una missione storica accessibili alle persone comuni. La questione non è solo se le discipline funzionano. È se i frutti di tali discipline possono diventare cultura: se possono plasmare modi di parlare, agire, organizzarsi, prendersi cura, educare e lottare; se possono nutrire le persone non solo in momenti eccezionali, ma nella vita quotidiana. Per questo la necessità di unire trasformazione interiore ed esteriore resta così centrale. Se il movimento si riducesse alla ricerca di stati ispirati, tradirebbe metà della sua verità originaria. Se si riducesse ad attivismo o dottrina senza un profondo radicamento interiore, tradirebbe l’altra metà. L’intera scommessa del Movimento Umanista era che queste due dimensioni potessero e dovessero convergere. Questa scommessa resta una delle cose più importanti che ha da offrire. -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo aspettare un altro mistico? Dobbiamo allora aspettare un altro mistico ispirato che indichi la via? È possibile che figure singolari giochino sempre un ruolo nell’apertura di nuovi momenti storici. La storia umana è piena di tali figure, e non si dovrebbe sottovalutare il potere della coscienza ispirata quando si incarna in una persona. Ma un movimento maturo non può dipendere dall’attesa passiva di una salvezza sotto forma di un nuovo fondatore. Se ciò che è già stato ricevuto non può essere incarnato, trasmesso, approfondito e riattivato storicamente da esseri umani ordinari, allora il movimento non ha ancora risolto il problema della propria continuità. Ciò che serve ora potrebbe non essere un unico nuovo rivelatore, ma un risveglio distribuito: molte persone, in molti luoghi, che portano avanti un centro comune con coerenza, umiltà e perseveranza. Non la scomparsa dell’ispirazione, ma la sua diffusione. Non l’abolizione della leadership, ma la sua trasformazione in servizio. Non la ripetizione di un momento fondativo, ma la scoperta di come una verità fondativa possa generare nuove forme senza cessare di essere se stessa. Questo potrebbe essere il vero compito davanti a coloro che restano legati, in un modo o nell’altro, al silismo: non conservare le ceneri, ma proteggere e trasmettere il fuoco. Non chiedersi con nostalgia se il passato possa tornare, ma chiedersi se i semi già seminati possano trovare un nuovo terreno nella crisi attuale dell’umanità. -------------------------------------------------------------------------------- Un residuo o un inizio? Il mondo non soffre per mancanza di informazioni. Soffre per mancanza di direzione, di significato e di forme capaci di resistere alla violenza senza diventare violente a loro volta. In un mondo simile, anche un piccolo ma reale nucleo di pratica umanizzante può avere un’enorme importanza. Forse, dunque, la domanda che dovremmo porci ora non è se il Movimento Umanista abbia fallito, ma se i semi che ha piantato — le discipline, i Parchi, i Maestri, la memoria viva di una trasformazione simultaneamente personale e sociale — possano diventare il punto di partenza di un nuovo ciclo. Se possono, allora ciò che oggi appare a molti come un residuo potrebbe ancora rivelarsi un inizio. E se non possono, non sarà perché il bisogno è scomparso, né perché l’essere umano non desidera più riconciliazione, significato, trascendenza e un mondo veramente umano. Sarà perché coloro che hanno ereditato un fuoco non hanno trovato il modo di metterlo, ancora una volta, al servizio dell’essere umano. Tony Robinson
April 13, 2026
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