Il fallimento etico delle élite intellettuali israeliane
“Valigia blu” (www.valigiablu.it ) ha pubblicato ieri una approfondita
riflessione della psicanalista italo-israeliana Sara Parenzo, che parecchi
conoscono per i suoi interventi (in presenza ed on line, in particolare nel nord
Italia) in dibattiti organizzati dai gruppi per la pace sulla situazione in
Medio Oriente. Ve ne riportiamo alcuni importanti passaggi .
“Una nuova fragilissima tregua imposta da Trump l’ultimo giorno della Pasqua
ebraica, nella notte tra martedì e mercoledì, ha messo temporaneamente fine a
sei settimane estenuanti, trascorse dagli israeliani dentro e fuori dai rifugi
in condizioni di emergenza permanente, tra restrizioni alla mobilità, chiusura
delle scuole e dei cieli e paralisi parziale dell’economia, mentre i missili a
grappolo iraniani piovevano dal cielo distruggendo interi quartieri.
Il bilancio riportato il 7 aprile dalla piattaforma ynet era di circa 93.145
sirene, 6305 sfollati, 40 morti e 7035 feriti ai quali si sommano la paura e la
stanchezza, ma soprattutto la rabbia e lo spaesamento di fronte alle
imbarazzanti dichiarazioni contraddittorie della leadership politica e militare.
Come era avvenuto con la liberazione degli ostaggi l’ottobre scorso, anche
questa volta la popolazione ha appreso la notizia dagli americani perché nessun
esponente del governo israeliano ha ritenuto di dover comunicare con gli
elettori che da anni pagano in ogni modo possibile il prezzo della loro
scelleratezza.
Prima del discorso alla nazione di Netanyahu, mandato in onda in differita solo
mercoledì sera all’uscita dalla festa, sono giunte le condanne dell’opposizione
che ha accusato il governo di un fiasco senza precedenti.
Il copione è sempre lo stesso: il primo giorno di guerra, quando l’IDF sferra
l’attacco, la sinistra sionista di Lapid e Golan rilascia dichiarazioni a
sostegno delle imprese militari promosse dalla destra, salvo fare lentamente
marcia indietro con il passare dei giorni via via che l’impresa si rivela
fallimentare e il consenso cala.
Del resto neppure ai più ingenui o entusiasti sostenitori del tracotante Primo
Ministro israeliano sfugge che nessuno degli obiettivi da lui sventolati
all’inizio della campagna è stato raggiunto: il programma nucleare non è stato
“definitivamente” neutralizzato e il regime non solo non è cambiato, ma ne è
probabilmente uscito rafforzato e più feroce.
In compenso Israele affronta un isolamento internazionale senza precedenti,
accusato in Europa di mettere a repentaglio gli equilibri economici ed
energetici mondiali e negli Stati Uniti di aver istigato il loro presidente a
intraprendere una guerra disastrosa.
Così, mentre Netanyahu si riversa con ferocia sul fronte libanese, autorizzando
attacchi senza precedenti, per mantenersi sul trono e lontano dall’aula di
tribunale dove dovrebbe tenersi il processo a suo carico, le sirene al Nord di
Israele non smettono di suonare, mentre nel resto del paese si parla di come
potenziare gli spazi protetti per le guerre a venire.
Benché alle manifestazioni antigovernative del sabato sera – che si vanno
lentamente rianimando – si levino sempre più voci di protesta contro il metodo
della guerra eterna che sta portando Israele e il suo esercito al collasso, in
ampi settori della società civile si registra ancora una passiva rassegnazione
rispetto a quello che viene percepito come un destino imposto da una condizione
di minaccia permanente, invece che una scelta tra alternative politiche.
Non si tratta di un banale dato sociologico, bensì del risultato di una
riorganizzazione delle categorie attraverso cui la guerra viene inscritta in un
linguaggio di sicurezza, deterrenza e inevitabilità.
Le guerre, infatti, non sono soltanto eventi militari, ma dispositivi di
conoscenza che ridefiniscono ciò che può essere detto, pensato e sentito.
Le proteste che negli ultimi anni hanno riempito le strade di Tel Aviv hanno
mostrato la vitalità della società civile israeliana e la sua costanza nel
mobilitarsi contro provvedimenti percepiti come erosivi del pluralismo
democratico.
Ciononostante, a pochi chilometri di distanza si consumava la tragedia di Gaza,
in Cisgiordania milioni di palestinesi continuano a vivere senza diritti
fondamentali, bersagli quotidiani di fanatici estremisti e ora anche altre
popolazioni, come quella libanese, pagano il prezzo della nuova dimensione
regionale del conflitto.
Per approfondire la dimensione psicologica e strutturale di questo paradosso di
“democrazia selettiva”, è utile richiamare le analisi di Frantz Fanon ( ‘I
dannati della terra’ ndr) che ha evidenziato come i contesti coloniali producano
una divisione non solo politica, ma psicologica: una separazione tra vite
pienamente riconosciute e vite amministrate in quanto percepite come problema.
I diritti e la democrazia, in questa logica di esclusione, valgono all’interno
di una certa comunità politica, mentre al di fuori di essa prevalgono logiche
burocratiche e militari.
Questa dinamica psicologica spiega perché una società democratica possa
mobilitarsi intensamente per la difesa dei diritti interni e rimanere
indifferente o coesa dietro una narrativa securitaria quando si tratta di altri.
Nel caso israeliano contemporaneo, il discorso pubblico dominante legittima la
guerra preventiva come risposta obbligata a minacce esistenziali, confonde la
difesa nazionale con l’espansione militare e definisce il dissenso critico come
debolezza o tradimento morale.
Non si tratta solo di una crisi politica, ma del fallimento etico delle élite
intellettuali nel fronteggiare in maniera coerente e universale la violenza
strutturale, il militarismo e la negazione dei diritti umani fondamentali.
Nel contesto israeliano, questo significa riconoscere che molti fra i giuristi,
gli accademici e i professionisti della cura che da tre anni animano le proteste
antigovernative della sinistra liberale a difesa dell’indipendenza della
magistratura e dello stato di diritto, accettano con troppa facilità la violenza
a carico delle altre popolazioni contribuendo a normalizzarla senza tuttavia
percepirsi agenti di essa.
Il fallimento delle élite non consiste soltanto nel loro silenzio rispetto ai
crimini dell’occupazione a Gaza e in Cisgiordania, ma nella loro partecipazione,
spesso implicita, alla costruzione di un orizzonte di senso che rende la
violenza pensabile e accettabile all’interno di una configurazione duale della
sovranità e della perdita.
Se prendiamo ad esempio il mondo accademico, recentemente denunciato dallo
storico israeliano Amos Goldberg – tra i primi ad aver inquadrato la distruzione
di Gaza in termini riconducibili alla categoria di genocidio, mettendo in
guardia contro l’uso strumentale della memoria storica per giustificare violenze
attuali – osserviamo la deriva del modello ideale del dopoguerra.
Da spazio autonomo di riflessione critica, l’università si è trasformata in un
campo identitario e polarizzato in cui la critica radicale convive con prese di
posizione prudenti, spesso dettate dal timore di delegittimazione, ma anche con
la complicità vera e propria a supporto delle infrastrutture statali, dal
momento che la ricerca scientifica e tecnologica israeliane sono strettamente
connesse al complesso militare.
Le stesse contraddizioni sono evidenti anche tra i giuristi, in particolare i
giudici della Corte Suprema. Osteggiati dalla destra e ultima speranza della
sinistra, essi si rivelano spesso complici nel mantenere sistemi di diritto che
legittimano violazioni strutturali all’esterno: detenzioni senza processo,
demolizioni di case, confische di terre, impunità per torture e violenze nelle
carceri e nei territori occupati.
Un discorso analogo vale anche per gli psicanalisti che, ignorando
sistematicamente il trauma palestinese, finiscono per tradire l’etica stessa
della disciplina, che dovrebbe essere orientata al riconoscimento dell’alterità
e della sofferenza in una prospettiva universalista.
Come sostiene lo psichiatra, psicoanalista e storico israeliano Eran Rolnik,
mentre riconoscono e lavorano profondamente sui traumi ebraico-israeliani che
comprendono la Shoah, le guerre e il terrorismo, troppi analisti si dimostrano
miopi di fronte al trauma palestinese della Nakba.
Inoltre, invece di assolvere al compito di smascherare le difese, attraverso
meccanismi di diniego, scissione e razionalizzazione la terapia presta il fianco
ad una difesa collettiva che consente ai pazienti ebrei di mantenere un’immagine
morale coerente, ignorando la sofferenza dell’altro.
In attesa di tempi migliori la responsabilità morale non può essere
semplicemente delegata alle istituzioni, bensì è un compito che ogni cittadino
deve affrontare senza rinunciare alla propria capacità critica.
Nel frattempo, nonostante i tentativi di repressione della polizia del fanatico
ministro Ben Gvir, il dissenso in Israele si fa strada anche fuori dai confini
della sinistra radicale, ma la strada verso le prossime possibili elezioni è
ancora tutta in salita.”
Redazione Italia