Una spina nel fianco
> Riceviamo e diffondiamo
Manifesto apparso nella notte a Cremona.
Una spina nel fianco.
Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il
vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota
l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al
mondo: ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi vivi, senza
mediatori di ogni risma.
Strepiti di industrie o stillicidio di dispositivi, come il chiacchiericcio
democratico, sono insopportabili perché l’immaginazione, la sedizione, la
sensibilità, la riflessione e il sogno ad occhi aperti vengono appiattiti e
sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, messaggi, suoni da
notifica, imposizioni a consumare e richiami all’ordine della guerra. La
megamacchina fagocita, la schiavitù dormiente indossa invisibili catene e la
sentita impotenza asseconda continui massacri e genocidi.
La catena di comando può esistere solo grazie alla gerarchia. La gerarchia si
basa sulla netta distinzione e separazione tra chi esegue e chi ordina. L’anello
debole di questa catena è la comunicazione fra di essi, materializzata da
sinistri strateghi e armatissimi soldati. Interrompendo questa, nulla più
potrebbe continuare.
Disertare lo scontro frontale e colpire ai fianchi permette di sottrarsi alle
logiche simmetriche della guerra, sempre svantaggiose per chi insorge. Quando si
batte il passo con gli ordini è sempre un corpo sociale o una massa di persone
che obbedisce, quando invece subentra il desiderio di rottura con il potere, i
piccoli gruppi e gli individui possono agire in maniera libera, colpendo dove
più li aggrada, rispondendo soltanto alla loro coscienza e alle loro idee.
Pensare al potere e alla sua tracotanza come qualcosa di monolitico e
inesorabile non permette agli individui di concepire degli attacchi che possono
aprire brecce e crepe nel tempo dell’oppressione, ma esse potrebbero fare
immaginare ciò che pare impossibile ora. E se un blackout ponesse le basi per
esprimere le proprie tensioni ribelli? E se il silenzio del potere facesse
sentire solo il rumore del caos?
E se una vetrina sfondata generasse l’idea di bruciare tutti i soldi di questo
mondo? E se un traliccio di alta tensione cadesse e il buio delle necropoli
rendesse possibile l’aura dei sogni reconditi mai espressi?
Il decadimento e la morte di questa società possono far nascere qualcosa di
tutt’altro. Pensiamo ad un cancro, un insieme di cellule informi e non
codificabili dal sistema stesso, le quali non collaborano e si oppongono al suo
regolare funzionamento. Il carcinoma trova sulla sua strada i linfonodi, i quali
lo bloccano e come servi, uniti nell’organicità e comunicanti fra loro
proteggono il sistema.
Talvolta, per via di un malfunzionamento, il cancro si diffonde come disordine e
non permette più al Leviatano di mantenersi. E se si immaginasse il linfonodo
come un’antenna, una telecamera, uno smartphone, un registratore, un datacenter
o un traliccio che raccoglie, controlla e scambia una quantità enorme di dati e
informazioni, le cellule cancerose, anonime e anomale, incarnerebbero ciò che
porta morte al sistema.
Se la notte prendesse le sembianze dello stupore e la solitudine della luna
incendiasse le idee chiare, per infliggere il silenzio a questa società
dell’orrore basterebbero solo qualche conoscenza, strumenti alla portata di
chiunque e tante meravigliose collere senza capi né servi.
anonime e anomale.