“Fin nel Morrocco”: esercizio di pieno e vuoto, uguale e diverso
Settimo giorno – Essaouira
Scendendo verso l’Atlantico la terra si distende nel verde della pianura mentre
il cielo ritrova, tra nubi residue, il suo azzurro. Il portaoggetti del pullman
è stipato di giacconi ormai inutili e speriamo nella clemenza del tempo per
questo nostro penultimo giorno di viaggio prima di raggiungere nuovamente
Casablanca. Già pregustiamo, dopo tanto mangiare di carni, il pesce cotto alla
brace sulla spiaggia di Essaouira, l’antica Mogador.
Intanto attraversiamo la foresta di cedri il cui legno vedremo lavorato tra i
banchi del mercato. E lo sguardo si apre dal verde della vegetazione ai tetti
della città e, finalmente, sull’azzurro del mare. E di mare sa anche il pasto
del pranzo consumato alle cinque del pomeriggio dopo aver acquistato il pesce al
mercato e avere atteso per l’ultimo turno della brace.
Per smaltire spigole, gamberi, saraghi, calamari, tonno, accompagnati dalla
tipica insalatina di pomodori e cipolla, ci concediamo un ultimo, forse, giro
tra le botteghe e le bancarelle del grandissimo mercato dentro le mura. È sempre
una girandola di colori e forme che invita a desiderare di portarsi via tutto,
così come è esposto, ma bisogna pur fare i conti con l’esiguo spazio ormai
rimasto nelle valigie e il vuoto lasciato nel portafoglio. Le ultime
contrattazioni sperano di esaurire, facendo buoni affari, i diram rimasti e
pieno e vuoto si rincorrono ancora.
Non può essere ora di cena troppo presto e, rompendo il digiuno alcolico,
troviamo un locale dove servono birra, vino e cocktail accompagnati da musica
dal vivo e successivo djset in terrazza. Possiamo scatenarci nel ballo insieme a
tutte le lingue e gli sguardi del mondo! Tornando verso il riad, nonostante
quasi tutti i locali siano ormai chiusi, troviamo lo spazio e il tempo per un
pasto veloce a mezzanotte: gustiamo lentamente una shawara col kebab prima di
sprofondare nel sonno.
Ottavo giorno – ritorno a Casablanca
Essaouira ci saluta con la pioggia del mattino ma ci concede una tregua per
un’ultima passeggiata sulle terrazze della fortezza affacciata sull’oceano e la
sua spuma di onde alte. Ci aspettano alcune ore di viaggio per tornare a
Casablanca e alla nostra ultima notte in Marocco.
Viaggiamo sotto un cielo plumbeo che conferma la necessità, percepita all’inizio
del viaggio, di scardinare preconcetti e aspettative su quest’Africa così ricca
di paesaggi diversi con tutti i suoi colori. Fa freddo in Africa e il vento
sferza la costa, come ovunque sull’Atlantico, facendo delle sue spiagge la
California africana per gli amanti del windsurf.
Si fa più biondo il fieno sulle spighe come gialle sono le piccole margherite
che schiacciano l’occhio dai bordi della strada alle sorelle del mio Sud nel
vecchio continente mentre qui noi siciliani siamo chiamati fratelli. Eppure
molti di quelli con i quali la conversazione, in una lingua mista di italiano,
inglese e francese, è andata oltre il saluto, ci parlano di famiglia che in
Italia sta al Nord: Modena, Brescia, Milano. È la grande famiglia allargata
quella di cui parlano, fratelli e sorelle, cugini e parenti più lontani. Anche
stavolta un’altra Africa di diverse migrazioni.
Diversa rotta porta la pancia delle navi stipate di auto cariche sui tetti da
Tunisi a Trapani e altre sono le imbarcazioni che dalle spiagge libiche tentano
il disperato approdo a Lampedusa. I poveri sono diversamente poveri. Fantasmi le
ombre scure che spariscono nella notte alla stazione centrale di Palermo con i
sacchetti di porzioni di cibo distribuiti da volontari e invadente presenza i
mendicanti di Essaouira con i loro stracci lerci tra i passi dei turisti o
immobili per la questua agli angoli delle strade.
Diversi ed uguali come i senzatetto sotto i portici di ogni grande città.
Intanto, prima di entrare in autostrada, attraversiamo più piccoli insediamenti
urbani dalle costruzioni basse che si sviluppano lungo la via principale, come
in tutti i paesi di provincia attraversati da auto di passaggio mentre il
paesaggio mantiene il suo sguardo di pianura.
Greggi sparse guidate da più o meno giovani pastori dagli abiti lunghi e il capo
coperto come il San Giuseppe delle statuine di un presepe si spostano nelle
distese di campi da foraggio e di erbe selvatiche. E poi di nuovo il nuovo, o
forse solo più consueto, paesaggio di Casablanca, città moderna con il suo
traffico e i fumi di smog nell’aria nonostante il vento dell’Atlantico che anche
qui si gonfia di onde da lontano.
Domani si vola a casa.
Maria La Bianca