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Genocidi invisibili alle frontiere d’Europa
Nella prefazione di Jason W. Moore a «Libertà di Movimento» di Gennaro Avallone 1, edito da DeriveApprodi, 2026, si legge “ogni nuova fase dell’imperialismo inventa nuovi modi per condurre genocidi“. Nell’introduzione, Gennaro Avallone, professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno, dichiara l’intento esplicito del volume, ossia, confrontarsi con uno ‘spazio euristico‘, costituito di margini e punti di osservazione mobili e complessi (Sassen. 2007), adottando il punto di vista delle persone che migrano e guardando alle migrazioni attraverso la lente della brutalità e della tortura. All’evidenza che la libertà di movimento dipenda dal luogo in cui si nasce e che la mobilità transnazionale per la superclasse non rappresenti un fatto di vita o di morte, filo rosso che lega introduzione, prefazione ed interviste è, non solo, la restituzione del confine – nella fase apocalittica del capitalismo – come ‘terreno di prova del nostro attuale ordine economico’, altresì, la sua flessibilità nel coniugarsi a ‘processi di controllo che attaccano le libertà umane fondamentali e la sopravvivenza individuale o collettiva attraverso cui si realizzano piccole guerre e genocidi invisibili’ (Scheper-Hughes, Bourgois, 2003). Il sud migra. Gruppi di immigrati rispondono a deprivazioni, di risorse e d’economie; rappresentano l’inferenza delle grandi società di petrolio e multinazionali, volte al capitalismo selvaggio che, visibilmente ‘separano chi comanda le risorse planetarie da chi è schiacciato dal peso dei disastri climatici‘ (p.10); altri conseguono a oppressioni e soppressione politiche che continuano ad espellere dall’Africa e dall’Asia; altri sono terrorizzati da guerre e persecuzioni e torture; decimati da invasioni e colonizzazioni: tutti, in fondo, ‘una classe lavoratrice senza patria‘ (p.6), un equipaggio eterogeneo 2 che vive la forme fondamentali della violenza sovrana – espropriazione, sfruttamento, disciplina e punizione – in una ‘crisi unica‘, quella dell’ecologia-mondo capitalista (p.6) che contrappone una classe operaia globale ad una predatrice (p.13). Qui, il confine che ci separa dalla ‘popolazione colpita dal disastro‘, dalla ‘popolazione sfollata’ o dalla ‘popolazione di rifugiati’ è la frontiera tra First World eThird World in quanto ‘confine del capitale‘, su cui si adoperano strategie di welfare e strategie di warfare vicendevolmente. Nella scomposta frattura di ordine neocoloniale che calcifica la dipendenza del Terzo Mondo, libertà di movimento vuol dire fare i conti con i pericoli del transito, con le tecnologie schierate, con le frontiere munite per combattere una ‘guerra di classe razzializzata‘ (p.10). Eppure, per uomini, donne e bambini, giovani e meno giovani, per la gente comune, la classe operaia, una ‘necessità estrema’, quella di muoversi, allorquando, per Soumaila Diawara: ‘chi parte non lo fa per lusso‘ (p. 118). A rendere ragione del ‘terrorismo di routine’ esercitato sulle persone in movimento, le testimonianze di attiviste ed attivisti impegnati, a vario titolo, nel monitoraggio delle frontiere e delle violenze esponenziali ad esse collegate – dentro e fuori il Mediterraneo – da cui emerge univocamente un progetto di ordine imperialista-coloniale ‘caratterizzato da relazioni e istituzioni giuridiche, politiche ed economiche la cui logica perpetua strutturalmente il vantaggio neocoloniale’ (Achiume, 2019). DAL CONTINUUM SICUREZZA … La mobilità assume articolazioni diverse: per chi migra è rifiuto attivo e fuga, apertura e possibilità, è cercare una vita migliore ‘di fronte a ciò che si vede come la forza della morte’ (Rediker, 2025), è diritto all’autodeterminazione socio-economica; per gli Stati Europei, di riflesso, combacia con la politica della paura quotidiana governata per mezzo di dispositivi morbidi, in cui ‘crimini di pace’ creano sicurezza e sostengono la dominazione politica ed economica del primo mondo. Nel 2015 la crisi migratoria, con oltre un milione di migranti e rifugiati – principalmente siriani, afghani e iracheni – giunti in Europa via mare, disvelava un mondo diviso da profonde disuguaglianze. Le scelte europee per contenere una mobilità così mutata si schierarono sul nesso immigrazione-crisi-sicurezza e si preparavano a gestire il disastro con nuove tecnologie e ‘norme concernenti gli assetti spaziali volti alla regolazione della vita umana’ (Jones, 2009). Nella ricostruzione di Nancy Porsia, e ripercorrendo le analisi di Moreno-Lax (Moreno-Lax, 2023) per la quale ‘il pensiero da crisi è autoreferenziale, auto-generativo e autoavverante’, mentre la Libia crollava in una guerra civile, l’Italia si mostrava maggiormente interessata a creare accordi mortali (p.139) per fermare le partenze degli immigrati, d’esempio la Turchia, anziché tutelare i diritti umani. Questa scelta, ‘non fuori dalla politica’ (Moreno-Lax, 2023), apporta alle rotte migratorie – anche quella balcanica – cambiamenti importanti nel business del viaggio rendendo più produttiva l’ intercettazione e la detenzione (nelle carceri non solo libiche) su cui oggi si giocano i veri guadagni. A causa della progressiva securitizzazione delle frontiere, quello che era un viaggio mappato dai passatori, si snoderà nel reclutamento (dalle regioni del sud), nel trasporto, nel trasferimento e nell’alloggio dei migranti – una tratta – gestita da ‘vampiri’ (p. 76), da gruppi armati al soldo del Ministero degli interni, dalle mafie regionali (eritrea, somala, nigeriana) o dalle grandi mafie di frontiera di una violenza disumana. Come risultato del continuum crisi-sicurezza e per salvare vite umane nel Mediterraneo, le difficoltà affrontate dai migranti prodotte dalle misure di controllo ‘protettive’ adottate dall’UE, sono affidate ad una rete di apparati militari e paramilitari – telecamere e sensori, sistemi di dati, droni testati su Gaza, tecnologie di sorveglianza che lavorano sul pre-crimine -, al lavoro di Frontex (con Mali, Mauritania, Niger e Senegal) e alle dinamiche dell’esternalizzazione delle frontiere, il cui intento non è impedire l’ingresso, ma ostacolare l’uscita fin dall’inizio del percorso migratorio, concentrandosi su una revisione selettiva della sicurezza. Per il 90% delle persone che si muove internamente al continente africano (distanti da una visione eurocentrica delle migrazioni), autodeterminarsi, pertanto, equivale ad essere intercettata, rapita, ricattata e riscattata, detenuta, abusata, stuprata, picchiata, schiavizzata, respinta già nella ‘fase precoce’ dove gli esseri umani scompaiono nei deserti, nelle carceri o finiscono in fosse comuni (p. 142). Garantite da tecniche di ‘controllo senza contatto’ (prima ancora che si verifichi contatto con le autorità dello Stato interessato), queste misure ‘basate sulla deterrenza, la militarizzazione e l’extraterritorialità’ – che conformano un nuovo tipo di confine globale anti-immigrazione che si estende oltre il territorio dello Stato – limitano e negano la capacità di autodeterminazione, cruciali nel mantenere lo status quo dell’esclusione razzializzata. Sono queste le tecniche che per Callamard – e nelle memorie di questo volume – ‘hanno incorporato deliberatamente o, quantomeno, tollerano il rischio di morte dei migranti come parte di un efficace controllo degli ingressi’ (Callamard 2017). …AL CONTINUUM GENOCIDIARIO Al centro dell’approccio utilizzato da Avallone, c’ è l’attenzione ravvicinata alle violenze prodotte negli spazi normativi del confine – respingimenti nel deserto, ragazzini di 12/13/14 anni che attendono per anni in Algeria, centri di detenzione in Libia, le violenze fisiche…e poi c’è tutto quello che accade nei momenti in cui le persone sono obbligate a fermare il loro viaggio e, quindi, a stare in un campo (p. 51), centri di accoglienza e CPR – spazi attraverso cui è possibile analizzare la successione ininterrotta dagli atti di violenza in tempi normali a quelli in tempi anormali’. A fondamento, sul piano giuridico, come spiega Gianluca Vitale, vige una tecnologia governamentale, che costruisce normativamente l’irregolarità. Erigendo barriere ai flussi migratori (misti), comprendenti misure di non ingresso, ad esempio i visti; introducendo meccanismi di ‘paese terzo sicuro’ e procedure di espulsione accelerate, gli Stati membri operano attraverso la cosiddetta ‘deterrenza cooperativa’, impedendo l’arrivo dei migranti sulla terraferma, quantunque ‘il diritto di asilo – in Italia – non sia necessariamente il diritto di restare, ma almeno il diritto di poter entrare‘ (p. 98). Su questa base – e contro un sistema di diritti sovranazionale che sancisce diversamente – la libertà di circolazione è bloccata nella interdipendenza tra politico e giuridico – trasformando la vulnerabilità in docilità – attraverso cui l’Italia, in un approccio strumentale alla migrazione, si concentra sulla preservazione della sovranità e degli interessi nazionali/regionali, abilitando alcune persone e disabilitandone altre come forze lavoro globali e mobili. Finalità delle nostre politiche migratorie, difatti, non è fermare l’immigrazione, bensì regolarne tempo e velocità, reintegrandola in un sistema gestionale globale, funzionale a preparare l’ esercito di riserva del capitalismo, ‘il cui unico meccanismo di costruzione è…la limitazione da parte dello Stato della libertà nei suoi differenti aspetti’ (p.82). Nutrendosi di un insieme di processi che lavorano attraverso la cattura dello spazio e del tempo – come la detenzione amministrativa nei Cpr alla stregua di esperienza di socializzazione normale; l’imbrigliamento attraverso leggi amministrative; la regolamentazione dei flussi migratori per cui significa che le frontiere sono chiuse (p.91); la deportabilità nel caso non si abbia lavoro dopo gli 80 anni; le persone parcheggiate nei centri di accoglienza e hotspot (p. 50) per cui anche il sistema di asilo europeo si basa sul controllo della mobilità globale (p. 38); il sistema dei reati ostativi – la prospettiva in esame restituisce agli immigrati una forma di non tempo dove non è consentito lo spazio per l’agire, in una dipendenza che altera il rapporto tra corpo, tempo e produttività, rendendoli in occupabili e politicamente intollerabili (Bauman, 2016). Una popolazione indesiderata, a Gaza, ‘privata tanto del diritto a respirare quanto della terra‘ (p. 134), che di questo regime di mobilità ed immobilità imposte ne è laboratorio. CONCLUSIONE Di questa ‘guerra di classe contro il proletariato planetario‘ parla il corpo decoloniale, annegato e restituito dal mare, che diventa corpo ‘chiamato dai suoi cari, nominato, respirato‘ (p. 140). Se, difatti, ciò che mantiene in piedi i migranti in viaggio – per Nawal Soufi – sono le chiamate ai loro familiari’ (p. 50), per Yasmine Accardo si è reso necessario ‘mettere in luce la forza delle famiglie delle vittime in cerca di verità’ (p.138) grazie a Med.Med, in una riappropriazione e riconnessione del corpo che va letto sia come memoria viva sia come monito (p.140). Specularmente, dunque, al diffondersi dei confini – nelle stazioni ferroviarie, nelle piazze, sulle strade – come borderscape – banalità del male o zona grigia – corrisponde un moltiplicarsi di voci, volti e nomi di resistenza eroica e di impegno: succede in Libia, in Algeria e in Italia, dove, come riportano le attiviste, una umanità accomunata da azioni solidali supporta i migranti lungo quel percorso che individua nella libertà di movimento un fattore decisivo nella lotta per la vita e per la giustizia planetaria 3. Il risultato delle interviste raccolte ne La libertà di movimento è una storia dal basso, scritta da quanti solamente possono esserne e, attraverso cui soltanto si può procedere alla comprensione della storia esente dalla propaganda che ne strumentalizza le voci. È quanto sosteneva Hannah Arendt con La vita della mente, libro incompiuto, in cui si proponeva di comprendere la radicale violenza di massa del genocidio nazista. Almeno dal 2014/2015, le frontiere costruite sul nesso immigrazione-insicurezza-governo della paura hanno annientato migliaia di persone – un paragenocidio (Mbembe, 2019) – in una ‘violenza il cui abominio non ha mai fine’ (p.139). Il migranticidio non è contenuto in nessuna convenzione internazionale né nel diritto penale internazionale. Riferimenti bibliografici Achiume T., Migration as Decolonization, 2019 Bauman Z., C.B. Evans, The Refugee Crisis Is Humanity’s Crisis, 2016 Callamard A., Unlawful death of refugees and migrants: note by the Secretary-General, 2017 Jones R., Categories, borders and boundaries, 2009 Moreno-Lax V., The Crisification of Migration Law: Insights from the EU External Border, 2023 Mbembe A., Bodies as Borders, 2019 Rediker M., Canagliedi tutto il mondo, 2025 Scheper-Hughes N., Bourgois P., Violence in War and Peace: An Anthology, 2003 1. Gennaro Avallone è professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno. Tra le sue pubblicazioni sul tema, si segnala Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di Abdelmalek Sayad (ombre corte, 2018). ↩︎ 2. Nella storia atlantica di Marcus Rediker, il termine motley crew come equipaggio eterogeneo si lega al concetto di mobilità e proletariato, che nel desiderio di cambiare, affrontava il Middle Passage, dall’Africa alle Americhe ↩︎ 3. La Motley crew, connetendo la massa urbana e la folla rivoluzionaria, guidò il movimento dal basso modellando la storia sociale, promuovendo l’abolizionismo e lanciando il panafricanismo ↩︎