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Pordenone: dal 23 ottobre all’11 dicembre
Tre appuntamenti fra libri e memoria   Venerdì 23 ottobre, ore 18 Architetture per l’educazione della gioventù Asili, Scuole-monumento, Case del Balilla nel Medio e Basso Friuli 1920-1945 Ne parlano due tra gli autori: gli architetti Moreno Baccichet, Iuav Venezia e Paolo Tomasella, presidente dell’Ordine degli Architetti di Pordenone   Venerdì 20 novembre, ore 18 La fioraia di Sarajevo (illustrazioni
October 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Spilimbergo (Pordenone): polizia, carabinieri e Leonardo S.p.A. insieme all’I.I.S. “Il Tagliamento”
I tentativi di forze dell’ordine, forze armate e industria bellica di penetrare nella scuola pubblica sono sempre più evidenti e, come nostro solito, la seguiamo e commentiamo con dovizia di particolari. Oggi denunciamo l’iniziativa di plurimilitarizzazione di sabato 3 Ottobre, organizzata presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “Il Tagliamento” di Spilimbergo e denominata “Technology Day 2”. Partiamo da questa locandina da brividi: C’è “tutto”. I primi tre ingredienti sono a dir poco evidenti: forze dell’ordine, forze armate e industria bellica con Leonardo S.p.A. La Polizia di Stato di Pordenone, che è arrivata in forze con la Questura (in particolare con gli operatori della Polizia Scientifica), la Polizia Stradale e la Polizia Postale e che ha inteso mostrare come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale nell’attività quotidiana delle forze dell’ordine (e su questo teniamo a sottolineare che parte della “lezione” è convenuta sull’utilizzo delle tecnologie nel mondo della sicurezza investigativa). Le forze armate con l’Arma dei Carabinieri ha allestito un banchetto informativo per illustrare le opportunità di carriera e i profili tecnici richiesti nei diversi reparti, fatto di per sé gravissimo. Infine, ai ragazzi sono stati distribuiti volantini e pieghevoli, nel mentre li si incoraggiava a proseguire negli studi scientifici per sviluppare competenze utili… A chi? Beh, non tanto a loro, quanto a «una delle prime dieci aziende globali nei settori di aerospazio, Difesa e Sicurezza». O in altri termini, uno dei fiori all’occhiello della produzione italiana delle armi usate oggi per uccidere e distruggere altrove, soldati forzati al fronte e civili nelle loro case senza distinzione alcuna. Ma oltre al contenuto c’è la forma. E finalmente arriviamo alla “dovizia di particolari”: * nella sezione «scuola» della locandina, troviamo dirigente e sindaco insieme, fianco a fianco, indicando un totale favoreggiamento dell’iniziativa da parte delle istituzioni; * la sezione «istituzioni e forze dell’ordine» presenta una colpevole imprecisione, perché contenendo solo polizia e carabinieri sarebbe stato più corretto chiamarla «forze dell’ordine e forze armate»? Ma forse la nostra Cultura della Difesa non è abbastanza sviluppata… ; * il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco è «un corpo ad ordinamento civile della Repubblica Italiana incaricato del soccorso tecnico urgente, della prevenzione e dell’estinzione degli incendi e del soccorso alla popolazione in caso di calamità, incidenti ed altre emergenze». Inserirlo a fianco dei veicoli di polizia e carabinieri è un atto simbolico che va a favore della dottrina militare della Difesa Totale; * il «modera la professoressa» indica un supporto da parte del corpo docente stesso. Ma non di tutto. Anzi il collegio docenti ha addirittura la possibilità di impedire queste collaborazioni (clicca qui); * per finire, una sovrastante Harley Davidson tutta stelle e strisce, rigurgito della vicina base dell’aeronautica militare statunitense di stanza ad Aviano e sintomo della colonizzazione culturale e militarizzazione del territorio che ne consegue. Insomma, non solo un modo di fare scuola piegato alle esigenze delle forze armate e dell’industria bellica ma tutto un sistema che lo supporta e lo promuove: non vi sono più soltanto attività di prevenzione e “educazione alla legalità”, ma vere e proprie passerelle orientate a persuadere gli studenti che la filiera bellica e le carriere in divisa offrano meravigliose opportunità di carriera. È un fiume, il Tagliamento, a dare il nome alla scuola. Un’intitolazione che risuona nell’immaginario di molte e molti rievocando la guerra. E con essa la morte di migliaia di soldati e l’imperativo a fare di tutto perché ciò non si ripeta. E il nome urla se portato da una scuola oggi in questo modo. Quale ruolo scegliamo come docenti nella trasmissione della memoria collettiva? Perché non tutte e tutti le docenti si allineano a coloro che si sono prodigate e prodigati per il “Technology Day 2”. E il 4 novembre che si avvicina potrebbe diventare un’occasione per riflettere in classe anche all’I.I.S. Tagliamento. Dal basso più che dai vertici, per creare insieme alle e agli studenti chiavi di lettura altre dall’Onore e dal Valore Militare. Si legge dell’1 novembre 1917, battaglia di Ragogna: « [La Brigata Bologna rimase] intrappolata tra l’avversario preponderante per numero e mezzi (di fronte) e il Tagliamento in piena (alle spalle). Con i Ponti di Pinzano e di Pontaiba interrotti dietro disposizioni superiori, pur accerchiati dall’avversario e colpiti addirittura dalle salve dell’artiglieria “amica”, i resti della brigata prolungarono la difesa per alcune ore, sino all’inevitabile resa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università chiudiamo spezzando una lancia per la pace. Perché se la prassi di un sindaco, una dirigente e un’industria di morte sta portando alla guerra i giovani e le giovani studenti di un istituto tecnico; e se nelle guerre le forze armate risolvono i problemi facendo saltare un ponte con 5000 giovani dall’altra parte, come scuola e come società abbiamo un’altra possibilità. Quella di arrivare prima. E scegliere insieme una strada diversa da quella che porta alla guerra. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Trieste: la militarizzazione delle scuole passa anche dalla storia locale
La cittadinanza onoraria è una sorta di onorificenza riconosciuta a cittadini, italiani e stranieri, non residenti nel Comune. Il sindaco propone questo riconoscimento in base a una relazione che attesti meriti e azioni al destinatario, spesso per essersi messo in evidenza in campo culturale, sportivo, scientifico, economico, sociale ed umanitario. A proporre la cittadinanza onoraria possono essere anche consiglieri, assessori e istituzioni pubbliche e private presente nel Comune, il tutto in base a regolamenti locali e fino all’effettivo conferimento attraverso apposita deliberazione del consiglio comunale. Questo breve excursus per ricordare come la cittadinanza onoraria sia largamente diffusa negli Enti locali e soggetta a indicazioni e interpretazioni derivanti dall’orientamento politico e culturale degli amministratori. Ci è capitato di incontrare bizzarre attribuzioni funzionali a qualche campagna politica della quale avremmo fatto volentieri a meno. Ma ogni qual volta si tratta di attribuire la cittadinanza a corpi e uomini dell’Esercito italiano scatta una singolare unanimità, una sorta di trasversale plauso tra minoranze e opposizioni. E in questo clima di tacita unità nazionale, all’ombra della guerra e del riarmo, si è svolta lo scorso 16 settembre, alla presenza delle più alte cariche civili e militari, la cerimonia di celebrazione del 70° anniversario dello stanziamento del reggimento “Piemonte Cavalleria” a Trieste. La cerimonia è iniziata con la solita celebrazione militarista dell’alzabandiera con i reparti del reggimento schierati in armi e alla presenza di scolaresche. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci domandiamo quale sia la valenza educativa di far assistere a studenti e studentesse ad eventi come questi in cui la storia e l’identità di un territorio vengono schiacciate sulla dimensione bellica e militare. Il reggimento, di stanza a Trieste dal 1956, ha ricevuto nel 2004 la cittadinanza onoraria. Ogni occasione è propizia per rinnovare un’attenzione mediatica verso la centralità dell’apparato militare nella vita civile. In questo contesto storico diventa prioritaria la celebrazione militarista legandola alla storia locale e anche questi strumenti di propaganda risultano assai efficaci se pensiamo alla rilevanza della storia locale nell’immaginario collettivo odierno. Fonti: https://www.triestecafe.it/il-comune-di-trieste-informa/trieste-e-piemonte-cavalleria-un-legame-lungo-70-anni-dipiazza-simbolo-di-identita-e-vicinanza-2026-09-16; https://www.ilpiccolo.it/cronaca/piemonte-cavalleria-trieste-70-anni-jkyzs8kd Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Udine, 5 settembre: scelta individuale, forza collettiva. Una conferenza a “Diritti in festa”
UDINE, 5 SETTEMBRE 2026, ORE 10 “DIRITTI IN FESTA”, PARCO DEL TORRE, SALT DI POVOLETTO (UD) Pubblichiamo di seguito l’invito alla conferenza Scelta individuale, forza collettiva. Costruire la pace, difendere la legalità, proteggere il lavoro. L’impegno dei singoli può avere importanti implicazioni per sé e per gli altri ma, se i singoli diventano moltitudine organizzata, allora quelle scelte individuali possono cambiare un’intera società. Modera Margherita Cogoi, giornalista di Radio Onde Furlane. Parteciperanno: Licio Palazzini: obiettore di coscienza, cofondatore e responsabile di Arci Servizio Civile, lavora per promuovere il collegamento fra giovani e organizzazioni per realizzare un servizio civile promotore di pace. Monica Usai: coordinatrice di Libera contro le mafie in Europa e Africa, segue progetti che contrastano violenza criminale e ingiustizie, mettendo al centro il ruolo delle realtà sociali e rafforzando il ruolo delle associazioni e dei movimenti di base, in un’ottica di pace, solidarietà e dignità. Giovanna Frattolin: attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, realtà che monitora e denuncia il processo di militarizzazione e il farsi spazio dell’ideologia bellicista e di controllo securitario nelle istituzioni scolastiche e in ambito accademico. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Carso brucia: necessaria una svolta non emergenziale
La quarta ondata di caldo estremo di quest’estate non accenna a cedere. Mentre le temperature toccano picchi record, il Carso torna a bruciare. Negli ultimi giorni il Carso triestino e goriziano, assieme a diverse zone della provincia di Udine, fino a Tarvisio, sono tornati a bruciare. La situazione in regione resta critica, con squadre di professionisti e volontari del soccorso in campo per domare le fiamme. È evidente che l’attuale gestione della crisi non è sufficiente di fronte alle nuove temperature raggiunte. Il caldo record e la mancanza di precipitazioni sono infatti tra i fattori che facilitano questi terribili incendi. Come Rifondazione Comunista pensiamo sia necessario investire di più su mezzi di soccorso terrestri ed aerei e su una più efficace organizzazione del soccorso. Sono inoltre necessari maggiori investimenti per la cura e il mantenimento del patrimonio boschivo, in un’ottica di prevenzione degli incendi. Non è accettabile appoggiarsi sistematicamente al prezioso aiuto dei volontari. Il personale dei Vigili del fuoco si trova infatti pesantemente sotto organico e con equipaggiamenti spesso scadenti e inadeguati, mentre il sistema di sinergia tra le componenti dell’antincendio boschivo risulta spesso inadeguato. Il tutto nella più totale indifferenza della giunta regionale e comunale, interessata al Carso solo per denunciare le bandiere rosse esposte in occasione del 1° maggio. È necessario dare una risposta seria e articolata al problema. Basta soldi per le armi: non abbiamo bisogno di nuovi “caccia” ma di nuovi aerei antincendio e di più Vigili del fuoco! Come Rifondazione Comunista e Giovani Comunisti/e pensiamo sia inoltre necessario risolvere il problema alla radice. Queste ondate di caldo non sono normali, sono la conseguenza di una crisi climatica oramai sempre più fuori controllo. È necessario superare il modello economico e di sviluppo capitalistico basato solo sul profitto e sulla predazione del pianeta. È fondamentale investire sulla tutela dell’ambiente per arginare il riscaldamento globale. Un nuovo modello economico che rimetta la sfida ecologista al centro delle pratiche politiche è necessario!   Segreteria Rifondazione Comunista-Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
August 22, 2026
Pressenza
Commemorare Hiroshima e Nagasaki oggi: presidio alla base militare statunitense di Aviano
IL 6 E IL 9 AGOSTO 1945 L’AERONAUTICA MILITARE STATUNITENSE SGANCIAVA DUE BOMBE NUCLEARI SU HIROSHIMA E NAGASAKI. DOMENICA, 9 AGOSTO 2026, IL TAVOLO PER LA PACE DI PORDENONE HA ORGANIZZATO UN PRESIDIO DI COMMEMORAZIONE DAVANTI ALLA BASE MILITARE STATUNITENSE DI AVIANO. PUBBLICHIAMO L’INTERVENTO PORTATO DA MIRIA PERICOLOSI E LUCA ALBERTI ARCHETTI PER L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. Miria Pericolosi esordisce affermando che «commemorare è un viaggiare nel tempo tra passato e presente, un’occasione preziosa per imparare collettivamente». L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come molte altre realtà, anche prima della sua nascita, sta “vedendo” i pericoli della deriva bellicista di questo presente e perciò si avverte una responsabilità che deriva da questa conoscenza, al punto di essere presenti ad Aviano per portare questa testimonianza. Luca Alberti Archetti, in un discorso accorato, ricorda: «Dieci anni fa ero uno studente universitario in trasferta in Giappone. Ero ospite dell’Università di Kyoto per un periodo di ricerca di due mesi. Ero là perché pieno di dubbi sulla strada da intraprendere in questo mondo. Oggi lavoro come matematico e come docente di scuola media. Non che i dubbi si siano dipanati ma, ripensando ora a quel periodo, noto invece anche una certa fermezza. Un qualcosa che portò quella persona che ero a arrivare una mattina, con una biciclettina che era la versione giapponese della “Graziella”, all’autostrada a est di Kyoto, scavalcare e posizionarmi all’area di sosta in attesa di un passaggio. Aspettai due ore. Poi, una coppia mi diede attenzione. Erano le 8.20 di mattina del 6 agosto. Appena salito in macchina, condivisero con me la loro colazione, una frittata e degli onigiri, quelle pallette di riso con un ripieno o di tonno cotto o di altre cose. E poi partimmo. Un solo passaggio fino alla destinazione, più di 350km di distanza, e loro non parlavano inglese e io non parlavo giapponese, ma comunicavamo. Ci capivamo. Loro andavano in vacanza, molto più a sud, ma invece che lasciarmi all’area di sosta decisero di uscire dall’autostrada. Mi offrirono il pranzo. E mi lasciarono davanti al Museo commemorativo della pace di Hiroshima. Ce l’avevo fatta. Era il 6 agosto 2016 ed ero a Hiroshima. Il resto del giorno è stato difficile. Condivido un solo un frammento, che trascrissi su un mio diario per non dimenticare. Sotto lo splendore azzurrino pezzi di pelle cadono. Nei miei occhi rossi di sangue il sole è scuro. Sulla sabbia sottile scappavo sostenendo le mie gambe tremolanti con un bastone di bambù. Una madre con la carne cadente e le ossa esposte, tra le braccia un bimbo morto, era piegata sulla strada vomitando qualcosa di nero. "Ho caldo, ho caldo, mamma", gli occhi deformati i vestiti bruciati dai raggi termici pulendosi la schiuma di sangue, uno studente di scuola media girava contorcendosi. Con i capelli ritti e le braccia rivolte al cielo morto o vivo, uomo o donna, un volto grigio galleggiava sul fiume. Nel prosieguo dell’intervento, Miria Pericolosi precisa che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università è un’associazione di scopo che denuncia la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. In Italia e nei vari Paesi europei sempre più presente è una progettata ingerenza militarista volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. Essere alla base di Aviano il 9 agosto significa ricordare che nel 1945, ottantuno anni fa, gli Stati Uniti iniziarono l’era nucleare, lanciando due bombe atomiche, su Hiroshima e Nagasaki, decidendo di bruciare due centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini, a dimostrazione, come dicono attenti studi storici, della potenza degli Stati Uniti, della propria capacità di dominio seminando terrore. Dopo il 1945 il possesso di armi nucleari divenne priorità per altre potenze mondiali e da allora siamo entrati nell’era della deterrenza nucleare, in un «folle equilibrio del terrore in cui il mondo ha vissuto per decenni e vive tuttora». Un equilibrio che si fonda sul possesso di tecnologie sufficienti ad essere più veloci nella controffensiva e che oggi, l’uso dell’intelligenza artificiale, se non regolamentata come richiesto da Organizzazioni internazionali, rischia di alterare velocizzando le decisioni strategiche, riducendo il tempo di reazione umana e il margine di errore, costituendo un possibile rischio di catastrofe nucleare. È da ricordare, tra parentesi, che i Paesi nucleari NATO si riservano di poter usare armi atomiche anche in risposta a un attacco convenzionale a sé o ai loro alleati. L’Osservatorio segue e denuncia questa costruzione da parte delle istituzioni della “cultura della difesa”, della “Cultura del Nemico”, dell’insicurezza e della paura, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’obbedienza senza coscienza. In questo momento i governanti sono concordi e uniti sulle politiche di guerra e sulla rincorsa “all’Europa della difesa”; sono alla ricerca di finanziamenti per quei settori giudicati prioritari per la futura industria delle armi europea. Essi giustificano questo preoccupante declino verso la guerra come necessità per gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva, potenziando le imprese di guerra e la ricerca nel settore della difesa, essenziale per colmare i divari tecnologici atti ad affrontare, secondo i vertici militari, le manifatture militari e i vertici della Difesa, il Nemico prospettato. In questa deriva guerrafondaia, l’Osservatorio propone l’Obiezione di Coscienza che deve essere totale e farsi scelta collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: * nel mondo del lavoro per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto degli armamenti; * nella ricerca per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici; * in tutta la società come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. L’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disubbidienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo italiano e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per la militarizzazione della società, incluso il ritorno alla leva obbligatoria in qualsiasi forma e alla schedatura di massa dei ragazzi e ragazze. L’invito è quello di seguire quel “ripudio della guerra” espresso nell’art.11 della Costituzione rifiutando qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Luca Alberti Archetti ricorda, inoltre, che nel 1983, a Comiso, durante la protesta contro l’installazione di 112 missili nucleari, il fisico pacifista e nonviolento Giovanni Salio diceva che non è affatto vero che il totalitarismo, anche estremo come nel caso di Hitler, sia monolitico e invincibile. Anch’esso, come tutte le forme di potere, si regge sul consenso e sulla collaborazione. Il progetto di sterminio degli ebrei fallì proprio là dove le tradizioni democratiche erano più radicate e autentiche e la popolazione e i funzionari non collaborarono, per cui Luca conclude che «Anche noi oggi con la nostra collaborazione, stiamo costruendo, come diceva Salio, una gigantesca macchina da guerra simile a quella prodotta dal popolo tedesco nella seconda guerra mondiale, che si regge sul nostro consenso, sulla nostra partecipazione quotidiana».  D’altra parte, però, queste evidenze rivelano che di fronte al problema della guerra tutti e tutte potrebbero essere obiettori. Salio indicava esplicitamente una via per costruire un’alternativa. Bisogna partire dalla rottura e dal ribaltamento di quella partecipazione su cui si basa il consenso che sostiene la guerra e il riarmo. Secondo il Capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, convocato per un’audizione in Parlamento il 21 maggio dell’anno scorso, il nostro presente è di nuovo come quello di Comiso, in piena Guerra Fredda. Portolano dice più o meno così: «Dall’89 al 2022 facevamo [intendendo come forze armate italiane] delle operazioni operazioni militari internazionali di “pace”. Mentre ora la fase è cambiata, ora dobbiamo tornare a fare “deterrenza” e “difesa totale” come durante la Guerra Fredda». È nostra responsabilità condividere l’urgenza di affermare che la difesa totale è la dottrina militare su cui si basano Portolano, l’UE e la NATO. Secondo questa dottrina, ogni civile, perfino quello pacifista e nonviolento, può trovare un posto riservato per lui per partecipare alla macchina della guerra. Per l’Osservatorio, ogni forma di sostegno civile alla guerra va rifiutata: ecco da dove arriva la proposta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva. Dall’altra parte, vi è una subdola strumentalizzazione dell’idea stessa di “difesa”. Non basta più volersi “difendere”. In un presente in cui lo Stato italiano vuole andare alla guerra, l’art. 52 rivela i suoi limiti. Quello che allora venne scritto come “sacro dovere del cittadino”, e cioè “la difesa della Patria”, va oggi sostituito con la difesa dell’umanità, “la difesa dell’umanità contro la guerra“. È in questa prospettiva che ci siamo ritrovati a Londra il 20 giugno, alla Conferenza Internazionale contro la Guerra. L’analisi condivisa è che le Governances occidentali vogliono portare il mondo alla guerra. A Londra si è manifestata un’unità attraverso la diversità. Come per le manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq nel 2003 e contro il genocidio in Palestina lo scorso autunno, prendiamo atto del costituirsi di una “opiniona pubblica mondiale” che dal basso rifiuta la guerra e l’oppressione. Siamo davanti a un cambio di ordine mondiale, in cui l’Occidente, che per secoli ha dominato con un potere violento, patriarcale e coloniale, si trova ora a dover cedere il passo alle “periferie del mondo”. Non lo farà spontaneamente e la forma del suo rifiuto è la guerra. Quella guerra che uccide, prima dei vertici, le popolazioni. Sia quelle del Nemico di turno, nemico con la N maiuscola, sia le “sue”. Perché le guerre di oggi sono fatte di terrorismo di stato, di stragi di civili.  È così che ci ritroviamo, 81 anni dopo, di nuovo alla prima settimana di agosto 1945, quando si decideva di lanciare una bomba nucleare sulla gente giapponese anche per fermare la Russia. Si decideva di lanciare una arma nuova, che corrispondeva necessariamente alla strage, per motivi politici: per poter mantenere un ordine mondiale a proprio favore. Tuttavia, ottantuno anni dopo, con Londra, con la Flotilla, con lo sciopero internazionale dei portuali chiamato per il prossimo 30 ottobre, vediamo il trasformarsi di quella che era un’opinione pubblica mondiale in quello che vogliamo essere un “soggetto politico mondiale”: i popoli in solidarietà fra essi, contro la guerra e contro l’oppressione, vigili e capaci di “difendersi”. È questo il contributo che dal mondo vogliamo portare qui oggi e nelle nostre scuole a settembre. UN’OBIEZIONE TOTALE E COLLETTIVA PER DIFENDERE. DIFENDERE NON LA PATRIA, MA L’UMANITÀ. DIFENDERE NON DAL NEMICO, MA DALLA GUERRA. Miria Pericolosi e Luca Alberti Archetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Per contattarci: osservatorionomili@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fine vita, un anno fa moriva Martina Oppelli
Il suo ultimo videomessaggio alla politica: “Fate una legge che abbia un senso, una legge che tenga conto di ogni dolore possibile” Associazione Luca Coscioni: “Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, smentito dalla Consulta sull’incostituzionalità della legge regionale ‘Liberi Subito’ proposta da oltre 8.000 cittadini, ne riprenda subito la discussione. A livello nazionale, si approvi la legge “Eutanasia legale” A un anno dalla morte di Martina Oppelli, 50enne triestina affetta da sclerosi multipla, avvenuta il 31 luglio 2025, l’Associazione rilancia il suo ultimo videomessaggio, registrato poco prima della sua morte tramite “suicidio assistito” in Svizzera, dove era stata accompagnata dai disobbedienti civili Claudio Stellari e Matteo D’Angelo. Entrambi, insieme a Marco Cappato che è il responsabile civile di Soccorso Civile, e Felicetta Maltese, che ha fornito supporto logistico ed economico per il viaggio, si sono poi autodenunciati. Nel suo ultimo video messaggio, riportando la sua esperienza personale, segnata dai tre dinieghi ricevuti dalla sanità regionale e da oltre trent’anni di battaglia contro la malattia, Martina Oppelli rivolgeva un appello al Parlamento, chiedendo l’approvazione urgente di una legge “sensata” sul fine vita che garantisca a chiunque una fine dignitosa senza costringere le persone malate a estenuanti calvari burocratici o a dolorosi e costosi viaggi all’estero. “Martina Oppelli ha chiesto per mesi che venissero verificate le sue condizioni secondo quanto previsto dalla Corte costituzionale. Di fronte a dinieghi e ritardi, è stata costretta ad andare in Svizzera. Questa attesa e questa incertezza non possono diventare la normalità per altre persone”, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretaria nazionale o Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. “A distanza di un anno, il confronto in Parlamento sul fine vita resta aperto. La politica nazionale deve approvare la legge di iniziativa popolare “Eutanasia legale”, che parte dal giudicato costituzionale, e che è capace di tutelare realmente le persone che vivono condizioni di sofferenza intollerabile, senza cancellare o comprimere diritti già esistenti. Nel frattempo, le Regioni hanno il dovere di organizzare procedure capaci di rendere concretamente esercitabili i diritti già riconosciuti. Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, smentito dalla Consulta sull’incostituzionalità della legge regionale ‘Liberi Subito’ proposta da oltre 8.000 cittadini, ne riprenda subito la discussione”. Sul piano regionale, in Friuli-Venezia Giulia manca ancora una legge che disciplini le procedure per la verifica delle condizioni di accesso all’aiuto medico alla morte volontaria e i tempi, nel rispetto delle sentenze della Corte costituzionale. Ad agosto 2023, con oltre 8.200 firme raccolte a fronte delle 5.000 richieste, in Regione è stata presentata la proposta di legge regionale di iniziativa popolare “Liberi Subito”, per definire tempi senza ingiustificati ritardi e procedure chiare e certe per l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria. Il percorso legislativo, però, è stato bloccato: il 10 aprile 2024 la terza commissione regionale ha respinto il testo e il 20 giugno il Consiglio regionale ne ha impedito la discussione attraverso una votazione pregiudiziale. Alla luce anche della sentenza 204/2025 della Corte costituzionale, che ha chiarito la possibilità per le Regioni di intervenire sull’organizzazione del Servizio sanitario per rendere effettivi i diritti già riconosciuti dalla Consulta, l’Associazione Luca Coscioni ha chiesto al Consiglio regionale di riprendere l’esame della proposta di legge. L’assenza di una disciplina regionale continua infatti a produrre incertezza, disuguaglianze e mancanza di garanzie per le persone malate, per le famiglie e per gli operatori sanitari. Redazione Friuli Venezia Giulia
August 4, 2026
Pressenza
Da oggi un numero gratuito in FVG aiuta i cittadini a far valere il diritto di ottenere visite ed esami nei tempi previsti
L’Associazione Luca Coscioni amplia il Numero Bianco, nato sui diritti sul fine vita, per informare le persone anche su uno strumento di tutela ancora poco conosciuto: il modulo scaricabile  per chiedere una soluzione alternativa quando l’attesa supera i limiti previsti La regione Friuli Venezia Giulia è tra le regioni che registrano le maggiori difficoltà nel rispetto dei tempi delle liste d’attesa. Molti cittadini, però, non sanno che quando la prestazione viene fissata oltre i termini previsti possono chiedere una soluzione alternativa all’attendere mesi per una visita specialistica o un esame diagnostico. È la situazione in cui si trovano molte persone che, davanti a liste d’attesa sempre più lunghe, non conoscono gli strumenti previsti per far rispettare i tempi indicati nella propria prescrizione medica. Ogni richiesta di primo accesso per una prestazione sanitaria deve infatti riportare una classe di priorità, alla quale corrisponde un tempo massimo entro cui la prestazione dovrebbe essere garantita. Se la data proposta supera quel termine, il cittadino può chiedere l’attivazione delle procedure previste per ottenere la prestazione entro i tempi stabiliti. Un diritto che però, nella pratica, resta poco conosciuto: molte persone non sanno che questa possibilità esiste, non sanno a chi rivolgersi o non riescono a orientarsi tra moduli e procedure. Per colmare questo vuoto informativo, il Numero Bianco dell’Associazione Luca Coscioni (06 9931 3409) impegnata a livello internazionale nella tutela del diritto alla salute, amplia oggi il proprio servizio: accanto alle informazioni sui diritti nel fine vita, offre ai cittadini orientamento anche sulle liste d’attesa, spiegando come muoversi per far valere i propri diritti. «Un diritto non conosciuto rischia, nei fatti, di non essere esercitato. Questo vale quando una persona deve affrontare una scelta delicata sul fine vita, ma anche quando deve accedere a una prestazione sanitaria in tempi congrui. Su entrambi i temi, la complessità delle procedure e la difficoltà nel reperire informazioni chiare possono generare tempi incerti, confusione e impedire ai cittadini di conoscere e utilizzare pienamente i propri diritti», spiega l’Associazione Luca Coscioni. Chiamando il Numero Bianco, i cittadini possono ricevere informazioni su come attivare il percorso previsto per le liste d’attesa e su quali passaggi seguire per presentare la richiesta alla struttura sanitaria. La chiamata è gratuita. Se gli operatori sono impegnati, è possibile lasciare un messaggio e ricevere un richiamo. L’Associazione invita inoltre tutti i cittadini a segnalare eventuali difficoltà o inadempienze scrivendo a informazioni@associazionelucacoscioni.it, così da poter valutare eventuali azioni legali o iniziative di tutela collettiva. Per maggiori informazioni e per scaricare il modulo: www.associazionelucacoscioni.it/liste-attesa Redazione Friuli Venezia Giulia
July 23, 2026
Pressenza
Testamento biologico, Friuli-Venezia Giulia tra le prime regioni italiane per diffusione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento: una DAT ogni 144 abitanti, ottava regione italiana
QUI la dashboard che riepiloga tutti i dati. QUI per scaricare il modello del Testamento biologico Il Friuli-Venezia Giulia rientra tra le regioni italiane con una diffusione medio-alta delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), il cosiddetto biotestamento. Con una DAT ogni 144 abitanti, la regione si colloca al 8° posto della classifica nazionale. Le DAT consentono a ogni persona maggiorenne di indicare anticipatamente quali trattamenti sanitari accettare o rifiutare nel caso in cui non sia più in grado di esprimere la propria volontà. In mancanza della Relazione del Ministero della Salute, l’Associazione Luca Coscioni attraverso il suo Osservatorio DAT ha promosso un accesso agli atti generalizzato sui 7.677 Comuni italiani, aggiornata a dicembre 2025, per chiedere quante DAT sono state ricevute dai Comuni dall’entrata in vigore della legge a oggi. I dati evidenziano una diffusione significativa delle DAT nel territorio regionale. A trainare il Friuli-Venezia Giulia sono soprattutto le province di Udine, Pordenone, Gorizia e Trieste. In particolare, Pordenone risulta tra le province più virtuose con una DAT ogni 137 abitanti e 1.855 DAT depositate, seguita da Udine con una DAT ogni 144 abitanti e 2.907 DAT. Più distaccate Gorizia con una DAT ogni 150 abitanti e 710 DAT e Trieste con una DAT ogni 151 abitanti e 1.308 DAT. Nel dettaglio, le province friulane occupano queste posizioni nella classifica nazionale: Pordenone: 29° posto – una DAT ogni 137 abitanti – 1.855 DAT Udine: 35° posto – una DAT ogni 144 abitanti – 2.907 DAT Gorizia: 40° posto – una DAT ogni 150 abitanti – 710 DAT Trieste: 42° posto – una DAT ogni 151 abitanti – 1.308 DAT Dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato, Segretaria Nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: “Senza il diritto alla conoscenza, gli altri diritti restano solo sulla carta. Da sette anni il popolo italiano è tenuto all’oscuro del diritto, che esiste, a scegliere le modalità del proprio fine vita. Per quanto riguarda la conoscenza delle disposizioni anticipate di trattamento, la situazione sta finalmente migliorando, anche se troppo lentamente, grazie esclusivamente all’attività di organizzazioni, come l’associazione Luca Coscioni e poche altre, e singole persone che non si rassegnano all’ignoranza imposta dallo Stato italiano. I risultati ottenuti ci spingono a insistere con ancora più determinazione”. Invitiamo i cittadini friulani a informarsi sulle DAT, scaricare gratuitamente il modulo per il biotestamento e contattare il Numero Bianco 0699321349, il servizio gratuito di informazione e orientamento dell’Associazione dedicato ai diritti di fine vita. Attraverso il Numero Bianco è possibile ricevere supporto sulle DAT, informazioni sulle modalità di deposito nel proprio Comune e assistenza per conoscere i diritti previsti dalla legge sul consenso informato e sulle cure di fine vita.” A livello nazionale, prendendo in esame i 4.822 Comuni che hanno fornito i dati aggiornati sia per il 2023 che per il 2025, risultano depositati, dall’entrata in vigore della legge del gennaio 2018, 228.151 testamenti biologici. Limitatamente a questi Comuni, la crescita è del 18,2% rispetto al 2023. Aggiungendo anche il numero di DAT depositate nei 1.780 Comuni che nel 2025 non hanno risposto, ma che avevano risposto negli anni precedenti, il numero di DAT certamente depositate su un totale di 6.602 Comuni è di 278.329 DAT. Questo è dunque un dato parziale, privo delle DAT non comunicate quest’anno, a cui vanno aggiunte le DAT depositate presso notai, strutture sanitarie e uffici consolari, per le quali non esistono dati pubblici disponibili. Redazione Friuli Venezia Giulia
June 20, 2026
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