11-12#04 – Assemblea meridionale: Non esiste un solo Sud!
Pubblichiamo il comunicato diramato da diverse soggettività meridionali che
hanno promosso l’assisse in quel di Cosenza nelle giornate di sabato 11/04 (ore
17, La Base – via Macallè 17) e domenica 12/04 (ore 10, CS Rialzo – via Popilia
/ v.le Mancini). Scrivono gli organizzatori: “Esistono una pluralità di Sud,
attraversati dalla medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento,
abbandono e speculazione. Questa assemblea nasce da una necessità impellente.
Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da
amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico:
un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del
modello capitalistico estrattivista. Rifiutiamo le lenti deformanti del
cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta arretratezza endemica dei territori
meridionali. Una retorica tipica dei processi coloniali, che serve soltanto a
mascherare una realtà ben più brutale: il Sud (e le isole) non sono un vagone
lento da agganciare alla locomotiva del Nord, ma un laboratorio in cui è stato
collaudato un modello di sviluppo parassitario e mortifero, pensato altrove e
per interessi totalmente estranei a chi queste terre le abita. Interrogarsi sui
Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il
rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra istituzioni e
comunità”_
Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle
regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione,
all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a
meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato
militare-industriale.
È un modello che procede sistematicamente in direzione contraria agli interessi
di chi questi territori li vive. Anche la fragilità delle nostre terre, palesata
dai più recenti eventi climatici estremi, non è un fatto esclusivamente naturale
ma fa parte delle conseguenze di questo processo.
Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e
le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria
programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi
fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate
per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori
senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura
inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di
sopravvivenza.
In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come
quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte
reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una
dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare
un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a
pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il
futuro.
Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio
violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più
evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società,
dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla
messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare.
Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle
aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa
scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse
problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e
prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio
dei territori.
Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue
ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente
non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle
condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che
impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse
famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali.
I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio,
delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di
sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi
dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera
dignitosa.
Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo. Non
bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione
ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né
tantomeno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e
rassegnato. Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti
coloniali per iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile,
da contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione.
Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e
l’organizzazione.
Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a
Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile.
Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo
avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo
Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche
coloniali sul Sud.
Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le
realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori.
Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione,
capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi
per forme di opposizione concreta.
Il Sud non è un problema da amministrare. È una forza collettiva che si
organizza.
Redazione Italia