L’irregolarità non è casuale
I.CLAIM è un progetto che studia le condizioni di vita e di lavoro delle persone
migranti in condizioni di precarietà giuridica nel contesto dell’Unione Europea
e in 6 dei suoi Stati-membri, ossia Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi,
Polonia e Regno Unito.
A febbraio 2026, ha pubblicato il report Racial Logics of Irregular Migration in
Europe 1, in cui dimostra che le politiche migratorie europee e nazionali (in
riferimento ai 6 contesti statuali considerati) sono dominate e perciò dettate
da un razzismo strutturale che produce e riproduce marginalizzazione e
precarietà tra le popolazioni migranti percepite come meno desiderate.
La ricerca si basa su dati raccolti nel periodo compreso tra settembre 2023 e
agosto 2025 e derivati da numerosi fonti diverse.
L’esperienza delle persone migranti è stata raccolta attraverso l’osservazione
(estate ‘24 – primavera ‘25) della loro vita e attraverso una ricerca
etnografica condotta sulle interviste di 244 di loro, impiegati nei tre settori
chiave del lavoro migrante (agricoltura, lavoro domestico, consegne a
domicilio).
A queste si affiancano interviste complementari di datori di lavoro, personale
legale, staff di ONG e sindacalisti.
L’analisi della narrazione sull’immigrazione (irregolare) si è fondata su un
corpus di 40.683 testi (articoli giornalistici, dibattiti parlamentari, discorsi
ministeriali, manifesti partitici e pubblicazioni del terzo settore) usciti tra
2019 e 2023.
Le risposte del pubblico sono state raccolte attraverso un sondaggio
somministrato da YouGov in febbraio 2025 a un campione di 6.322 persone
rappresentati della popolazione adulta in ciascuno dei Paesi coinvolti.
Infine, il quadro legale entro cui si muovono migranti e narrazioni è stato
ricostruito attraverso 65 interviste con esperti e l’analisi dei cambiamenti
legislativi e normativi degli ultimi 20 nei contesti considerati.
Figure 1 Scenarios and their link to irregularity in the I-CLAIM countries.
Source: I-CLAIM survey (2025)
Da tutta questa massa di informazioni, emergono 3 punti fondamentali.
Il primo (in realtà una conferma di quanto già conosciuto), razzismo e
discriminazione sono parte integrante delle politiche migratorie europee.
L’Unione Europa si dipinge, all’interno e all’esterno, come uno spazio regolato
da principi di uguaglianza e parità, di non-discriminazione, di accoglienza e
possibilità.
Questo quadro è determinato e garantito da due direttive dell’UE: la 2000/43/EC,
sull’uguaglianza razziale 2, e la 2000/78/EC 3, sulla parità di trattamento e in
materia di occupazione e condizioni di lavoro. Tuttavia, entrambe escludono
nazionalità e status migratorio dalla materia da loro trattata, tracciando un
confine netto tra la tutela dell’uguaglianza e la gestione della mobilità
nell’Unione Europea.
Esistono quindi due Europe: quella che punta all’uguaglianza universale degli
europei “bianchi” e quella che produce differenziazione razziale attraverso
leggi, politiche e pratiche amministrative. L’irregolarità di alcune (molte)
persone migranti è frutto della relazione di questi due sistemi socio-politici
ed è manifestazione di come l’Europa bianca gestisce male la mobilità delle
persone che provengono dal suo esterno.
L’Unione Europea, così come i 6 contesti particolari monitorati dal report, sono
spazi di razzismo sistemico. Questo non si esprime attraverso un discorso che
esplicita odio, ostilità e discriminazione, ma piuttosto si fonda su razionali
politici e pratiche amministrative che pongono la migrazione come un problema di
sicurezza, controllo, gestione del rischio.
Si rende manifesta per vie traverse, facendo leva sulle tendenze politiche più
securitarie. Quindi, uno dei modi più evidenti in cui il razzismo sistematico
europeo si manifesta è il controllo dello spazio: le persone che visibilmente
possono essere inserite nella categoria “migrante” sono più spesso fermate e
interrogate o private della possibilità di accedere a servizi. E a proposito di
accesso ai servizi, un’altra forma del razzismo sistematico è la discrezionalità
negli iter burocratici.
I tempi per processare le “richieste migranti” sono volutamente più lunghi, le
richieste di documenti e i rimpalli tra uffici molto più frequenti, allo scopo
di ritardare o negare l’aiuto.
A livello nazionale, poi, la legislazione costruisce una piramide gerarchica
degli aventi diritto alla possibilità di immigrare e di restare, documentati,
sul territorio. Dall’alto al basso, si trovano i migranti europei, i residenti
di lunga data, i migranti temporanei o senza documenti.
Per funzionare, il razzismo sistemico ha bisogno di essere formalmente
invisibile.
Nel discorso politico, amministrativo, sociale, il riferimento all’etnia delle
persone migranti irregolari è assente. La loro diversità viene piuttosto evocata
attraverso criteri deputati, sostitutivi, come quello di “nazionalità”,
“religione”, “genere”, “abitudini sociali” o “comportamenti”, che servono a
sottolineare la distanza sociale e culturale tra un presunto noi (europeo) e un
presunto loro.
Spesso, questi fattori si agganciano a stereotipi che trovano la loro origine
nell’età coloniale o nella storia più recente dei Paesi coinvolti. Basti pensare
alla convinzione per cui tutti i cittadini est-europei sarebbero propensi al
furto, dal momento che la loro condizione di partenza è la povertà e la cultura
dell’illegalità diffuse nella parte d’Occidente meno sviluppato (Europa ex
sovietica).
L’utilizzo del genere come principio discriminatorio ha poi l’effetto di
vittimizzare i soggetti a cui si riferisce, particolarmente e di solito le
donne. Non le trasforma in personaggi negativi della narrazione pubblica sulla
migrazione, ma piuttosto in vittime bisognose di un aiuto a cui non sempre
avrebbero diritto.
Le donne migranti diventano così coloro che subiscono la loro stessa storia,
secondo un processo di deumanizzazione che si applica anche a “i migranti”, le
masse di disperati e disperate che arrivano via mare e terra in Europa.
Le une e gli altri subiscono quindi un processo di oggettificazione che cancella
qualsiasi loro agentività, qualsiasi possibilità di prendere in mano la loro
vita.
I criteri deputati costruiscono anche una gerarchia del merito secondo cui i
migranti più vicini per origine, cultura e abitudini sociali allo spazio
ospitante sono più “degni” di accoglienza e più predisposti all’integrazione.
Lo stesso vale per i gruppi considerati più innocui. Migranti est-europei
(specialmente se donne e/o ucraini), donne e bambini sono i gruppi più
desiderabili. Subsahariani, nordafricani, mediorientali e musulmani di diverse
origini sono invece i meno accettazione.
La gerarchia di meritocrazia migrante disegnata dal razzismo sistematico agisce
sul mercato del lavoro e sull’accesso al welfare. Le persone migranti
considerate più degne di affidabili (ossia quelle più vicine alla comunità
ospitante) sono le preferite dai datori di lavoro, quelle scelte per
un’assunzione non sempre regolare.
Quest’ultima però è essenziale, in quanto avere un contratto di lavoro è
presupposto per accedere a permessi di soggiorno e diritti derivati dalla
residenza: solo chi regolarizza la propria situazione professionale ha diritto a
regolarizzare il proprio status esistenziale.
Significa che la precarietà della propria vita dipende in modo quasi esclusivo
dalla fiducia di datori di lavoro che fondano le proprie decisioni su criteri di
selezione non oggettivi, discriminatori, razzisti.
La co-dipendenza tra accesso al lavoro e accesso alla regolarità trasforma il
lavoro in uno strumento amministrativo informale di controllo e selezione dei
migranti irregolari. Ne fa poi l’origine della possibilità che i migranti hanno
di accedere al welfare, poiché residenza e permesso di soggiorno sono premesse
necessarie per entrare nel circuiti degli aiuti e delle sovvenzioni statali,
comunali, europei.
L’impossibilità di poterne usufruire e la simultanea precarietà delle condizioni
di vita trasforma le persone migranti irregolari in una massa di individui senza
volto bisognosi senza averne diritto.
Ciò significa che l’esclusione infondata dal mondo del lavoro,
l’irregolarizzazione della posizione professionale ed esistenziale di una
persona migrante supporta la narrazione tendenziosa per cui i migranti
irregolari sarebbero una spesa e insieme una minaccia a coesione e ordini
sociali.
Il rapporto Racial Logics of Irregular Migration in Europe di I.CLAIM dimostra
quindi che la legislazione crea un’Europa a due binari in cui disuguaglianza e
discriminazione sistematiche definiscono l’irregolarizzazione dei migranti.
Le pratiche burocratico-amministrative producono nello spazio e nel tempo la
condizione di irregolarità di alcune persone che si trovano nel territorio
europeo, finlandese, inglese, italiano, olandese, polacco e/o tedesco.
Welfare e mercato del lavoro riproducono il sistema di disuguaglianza attraverso
rapporti di dipendenza e condizionalità. Ciò che emerge, in ultima istanza, è
che Unione Europea e almeno 6 dei suoi Stati membri sono spazi dove
l’irregolarità è razzializzata in modo intenzionale dalle istituzioni e dalla
società.
1. Piemontese, S., Sigona, N., Lessard-Phillips, L., & Emmanuel, A. (2026).
Racial logics of irregular migration in Europe. I-CLAIM ↩︎
2. Council Directive 2000/43/EC of 29 June 2000 implementing the principle of
equal treatment between persons irrespective of racial or ethnic origin ↩︎
3. Direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un
quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di
condizioni di lavoro ↩︎