Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings,
gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in
tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le
migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha
scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha
conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una
kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per
i lavoratori immigrati vessati e deportati.
L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre
tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per
mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi.
Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non
si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare
più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente
direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il
pericolo è vicino.
La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne
scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal
NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il
sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le
deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le
aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili.
Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call:
What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare
avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di
partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per
scuotere il potere. Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la
bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista;
ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro.
Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte
voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi.
Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per
una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore
sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema
capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito
dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni
modo, è per paradosso onnipresente.
All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto
attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si
tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo
si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera,
quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per
il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli
sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media
ufficiali, è passata decisamente in secondo piano.
L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una
possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur
non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico
all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in
ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto
aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo
sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a
un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne
ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema?
Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per
salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti
cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del
capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita
democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il
movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera
per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano
potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a
quella.
Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno,
pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver
capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico
d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce
l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il
libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia.
Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità,
che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro
lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi
né esaltarsi.
Marina Serina