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Gioco, corpi e politica nelle aura battle
Riprendiamo da Effimera.org – in versione esemplificata – l’interessante articolo di Francesco Demitry sulle originali pratiche di comunicazione e di lotta che si sono registrate nelle grandi manifestazioni studentesche dilaganti nelle città d’oltralpe e che non sembrano arrestarsi anche di fronte alla dura azione repressiva delle forze di polizia[accì] _________________ Da qualche tempo, sui social e poi sempre più spesso nello spazio fisico, si parla di aura (aura points, aura farming, fino alle aura battle): due persone al centro di un cerchio cercano di imporsi attraverso pose, gesti, sguardi, movimenti, mentre il pubblico decide chi possiede più aura. È facile sorriderne. È quasi inevitabile che chi è cresciuto prima dei social, o anche soltanto prima di TikTok, sia tentato di vedere in tutto questo una nuova forma di narcisismo o una gara di vanità o ancora il sintomo di una generazione costretta a trasformarsi continuamente in immagine. Ma proprio qui comincia il problema, anche perché questa pratica sta dilagando come un virus in tutte le proteste studentesche che stanno attraversando la Francia in questi giorni. Le prime domande da porsi, per affrontare la questione, sono forse queste: come parlare di queste pratiche senza assumere automaticamente lo sguardo paternalistico dell’adulto che spiega ai giovani che cosa stanno davvero facendo? e come osservarle senza trasformarle nell’ennesima prova della degenerazione della società o, al contrario, in una nuova forma di autenticità generazionale che noi adulti non sapremmo più comprendere? Anch’io, inizialmente, ho guardato queste scene con una certa diffidenza. Poi, confrontandomi e osservandole, mi sono sempre più convinto che valesse la pena approfondire la questione senza fermarmi alla superficie. Così mi sono detto che forse bisogna partire da una cosa molto semplice: guardarli gioire. Non per idealizzare quella gioia, ma per non perderne la realtà. C’è anche, ed è evidente, qualcosa di piacevole, di liberatorio e perfino di esilarante in queste scene. Gli studenti si muovono, si espongono, si imitano e si sfidano mentre il pubblico ride, urla e, in qualche modo, partecipa. In mezzo alla produzione incessante di contenuti digitali compare una cosa sorprendentemente antica: un gruppo di persone che si raccoglie attorno a due corpi e attribuisce insieme un valore a ciò che accade. E lo fa dal vivo. Ma forse dovremmo guardare a quello che succede quando si forma il cerchio e questa pratica si produce. Per qualche minuto, un cortile, una piazza, una strada, o un corteo, comincia a funzionare diversamente: c’è un centro in cui ci si espone, un bordo da cui si guarda, si ride, si incita; qualcuno entra, qualcun altro torna tra gli altri. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma nemmeno sottratto magicamente ai rapporti di potere che lo attraversano. Qualcosa però cambia: il modo di usarlo, le relazioni che vi si stabiliscono e le possibilità di apparire e di partecipare. E qui Lefebvre può essere d’aiuto: non perché il cerchio produca di per sé uno spazio liberato o differenziale, ma perché permette di interrogare la tensione fra l’organizzazione dello spazio e gli usi che le persone ne fanno. Sono usi che possono riprodurre le relazioni esistenti, ma anche modificarle, piegarle ed aprire possibilità impreviste. Gli utenti non sono semplicemente gli occupanti di uno spazio organizzato da altri: contribuiscono a produrlo, senza per questo controllarlo interamente. Lo spazio (sociale) è un prodotto (sociale)! E qui la questione dello spazio incontra quella della performance: il gesto non esprime soltanto una qualità individuale, ma acquista efficacia attraverso i corpi che lo guardano, lo riconoscono, lo deridono o lo rilanciano. Il cerchio non è soltanto il luogo in cui la scena avviene; è parte di ciò che la rende possibile. Forse dovremmo stare attenti anche a non psicologizzare troppo rapidamente tutto questo. Se diciamo che questi ragazzi fanno questa pratica perché hanno bisogno di attenzione, di riconoscimento o di autostima, abbiamo già deciso che dietro c’è una mancanza che dobbiamo spiegare. Forse qui vediamo anche un’eccedenza: una quantità di energia, di gioco, di imitazione, di esposizione e di desiderio di stare insieme che cerca semplicemente un modo per comporsi. Non possiamo chiederci che cosa manca a questi ragazzi, senza domandarci che cosa sono capaci di fare insieme. Il fatto però che una pratica produca gioia non significa che debba essere sottratta alla critica. Ho pensato che forse bisogna provare a tenere insieme entrambe le cose: la gioia e la contraddizione. L’aura sembra essere anzitutto una proprietà individuale, poiché è qualcosa che uno possiede mentre l’altro no. È interessante, inoltre, che una parola come aura sia riemersa in un uso popolare, entrando nel linguaggio quotidiano attraverso i codici dei social e dei video brevi. La parola evoca qualcosa di impalpabile, una presenza, un alone di carisma che sembra distinguere una persona dalle altre. Eppure, nel gioco, questa qualità viene immediatamente profanata: diventa un punteggio, qualcosa che si può accumulare, perdere o attribuire a qualcun altro. Ma forse non perde del tutto il proprio carattere enigmatico. Anche quando viene tradotta in una misura, l’effetto di un gesto continua a dipendere da qualcosa che non si lascia misurare interamente. Il gioco desacralizza l’aura e, nello stesso momento, la rimette in circolazione. Il soggetto sembra così diventare una piccola impresa di se stesso: lavora e guadagna (punti) attraverso il corpo, la postura, la voce, il movimento e il modo di apparire. L’aura farming sembra la forma più ironica e compiuta di questo lavoro. Ma c’è subito un paradosso: l’aura non può essere posseduta individualmente perché esiste solo attraverso gli altri. Non basta sentirsi carismatici: qualcuno deve riconoscerlo. Un po’ come avviene coi like sui social, o su altre piattaforme. Un gesto funziona soltanto se esiste un linguaggio comune capace di leggerlo. Una posa può produrre aura in una situazione e imbarazzo in un’altra. L’aura, così, non è una cosa che sta dentro il soggetto, ma ciò che emerge fra il soggetto, gli altri, lo spazio e i codici che si condividono. Per questo la battle in sé è più interessante dell’aura farming. La gara rende visibile la relazione che normalmente resta nascosta, ma ci obbliga anche a chiederci come siano organizzate le condizioni del riconoscimento. Chi può occupare il centro del cerchio?, i protagonisti si propongono spontaneamente o vengono chiamati?, chi decide chi può partecipare e secondo quali regole?, quali gesti, quali immaginari, quali modi di esibirsi attirano più partecipazione degli altri?. Sono domande apparentemente semplici, ma non secondarie: il gioco non si svolge in uno spazio privo di regole, e anche quando le regole non vengono dichiarate apertamente qualcuno può imparare a usarle meglio di altri. Chi riesce a sostenere lo sguardo?, chi riesce a trasformare il proprio gesto individuale in entusiasmo collettivo?, chi viene riconosciuto come portatore di forza? – tutte questioni che riguardano anche la politica nel senso più classico: chi può apparire, chi ha diritto a essere visto, chi riesce a far sì che un gesto individuale diventi un segno capace di muovere altri corpi? Per comprendere davvero il fenomeno, però, bisognerebbe osservare anche le differenze tra le diverse situazioni: non dare per scontato che tutte le battle funzionino nello stesso modo, che tutti i partecipanti siano mossi dalle stesse ragioni o che ogni forma di esibizione venga accolta allo stesso modo. Redazione Italia
October 14, 2026
Pressenza
Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump
 L’INCESSANTE LOTTA DEL CAPITALE CONTRO LA LIBERTÀ_   Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli Stati Uniti d’America è già cominciata, è divenuta pratica istituzionale. Che questo avvenga proprio negli Stati Uniti d’America, uno dei luoghi e dei simboli del capitalismo mondiale e del neoliberismo, presidiati dalla Statua della Libertà nella baia di New York, negando la libertà di movimento attraverso la pratica della deportazione dei migranti, è epifania della falsa coscienza del capitale. Non si tratta di un inganno da smascherare, ma del modo stesso in cui il rapporto capitalistico si presenta a chi vi è immerso: una società di produttori liberi che scambiano equivalenti sul mercato, dove la mediazione dello sfruttamento resta occultata — non per artificio retorico, ma perché è la forma necessaria in cui il capitale si manifesta, come ha mostrato Annibale Raineri (1982) nella sua lettura de Il Capitale di Marx (1970)[3]. Le politiche antimmigrazione non deformano questa rappresentazione: ne rivelano la verità, che va sottoposta alla critica dei rapporti sociali da cui nasce, non trattata come eccezione o degenerazione. Allo stesso modo in cui lo scambio di equivalenti è effettivo per chi vi partecipa, senza che questi veda come in realtà quello scambio nasconda lo sfruttamento del lavoro, così la libertà è effettiva, è principio supremo per il capitale e per il neoliberismo, ma selettiva: e questa selettività si maschera proprio nella criminalizzazione della mobilità umana, che tiene la forza lavoro disponibile al mercato ma sottomessa al comando del capitale. Le pratiche di controllo della mobilità, comprese le più crudeli, come la deportazione o la remigrazione, oggetto del nostro contributo, non rivelano dunque un inganno nascosto dietro la narrazione neoliberista del principio liberale: ne rivelano la verità. La libertà selettiva non tradisce il principio della sovranità individuale sul mercato, lo realizza — perché quel principio è sempre stato la forma di manifestazione di un rapporto che ha bisogno di forza-lavoro insieme mobile e disciplinata. Non a caso: è proprio per rispondere a questa possibilità di resistenza e di lotta insita nella mobilità che il capitale è costretto a rivoluzionare ed estendere continuamente i propri rapporti di dominio (Bihr, 2006, p. 39). Deportazione e remigrazione sono anche questo — la risposta sempre rinnovata a una libertà di movimento che il capitale non può sopprimere, ma solo tentare, di volta in volta, di disciplinare. Il razzismo che accompagna le politiche antimmigrazione, anziché essere un pregiudizio che precede la gerarchizzazione e la segmentazione razziale della forza lavoro, ne è semmai la legittimazione ex post: stabiliti i rapporti di forza, li giustifica, rivelandosi un dispositivo che mantiene basso il costo del lavoro e minimo il conflitto. Come sostiene Immanuel Wallerstein: «[…] Se si vuole massimizzare l’accumulazione del capitale, è necessario contemporaneamente minimizzare i costi di produzione (di conseguenza i costi della forza-lavoro) e minimizzare i costi del disordine politico (di conseguenza minimizzare – e non eliminare, perché non è possibile – le proteste della forza-lavoro). Il razzismo è la formula magica che concilia tutti questi obiettivi» (Wallerstein, 1992, p. 45). È negli Stati Uniti di Trump, dove una destra ormai «tecnologica» — sostenuta da capitale di rischio, think tank e piattaforme digitali — funge da laboratorio ideologico del volto più aggressivo del neoliberismo globale, che questo meccanismo riemerge nella sua forma più esplicita: vi si intrecciano un inquietante ritorno delle teorie eugenetiche, una nuova ideologia pronatalista e la retorica di una “meritocrazia genetica” che aggiorna gli antichi incubi malthusiani del capitale con un immaginario propriamente coloniale, quello dell’umanità come risorsa da classificare, valutare e gerarchizzare, per stabilire chi valorizzare e chi scartare (Pirrone, 2026). Il razzismo e la violenza istituzionale che lo accompagna — arresti, detenzioni, deportazioni, remigrazione — non sono allora un eccesso, ma funzionano proprio come quella che Hall (2026) chiama crudeltà come deterrenza: punire pubblicamente chi viene espulso serve a intimidire, e dunque a disciplinare, chi resta — sempre, ancora una volta, in funzione del controllo della forza lavoro. Il neoliberismo, in questo modo, lascia chi non si piega al comando alla tanatopolitica (Palidda, 2021). È in questo quadro che la remigrazione statunitense si è fatta dispositivo istituzionale. Le deportazioni dall’interno del paese sono cresciute in modo esponenziale, e la detenzione amministrativa dei migranti ha assunto dimensioni di massa: secondo TRAC[4], l’11 luglio 2026 l’ICE deteneva 65.765 persone, il 70,6% delle quali senza alcuna condanna penale. A chi lascia volontariamente gli Stati Uniti il governo offre un incentivo di 1.000 dollari, mentre minaccia chi resta di arresto e multe. Il dispositivo si estende ormai oltre i confini della cittadinanza: nel solo luglio 2026 sono stati depositati almeno 50 ricorsi di denaturalizzazione in 23 Stati[5], un record storico, di cui il Dipartimento di Giustizia rende pubblici solo una minoranza dei casi. E proprio in queste ore l’amministrazione Trump si prepara a quella che sarebbe la più grande revoca di visti della storia americana[6]: fino a 200.000 permessi turistici e di lavoro (B1/B2) verrebbero annullati a chi, entrato regolarmente, ha poi presentato domanda d’asilo — trasformando per decreto in irregolare proprio chi cercava protezione. Si aggiunga la pratica, sempre più diffusa, delle deportazioni verso paesi terzi con cui la persona non ha alcun legame — un meccanismo che, quando questi paesi a loro volta trasferiscono i migranti verso luoghi dove rischiano persecuzioni o torture, Hall (2026) definisce triangular refoulement, un modo per aggirare di fatto il divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale. Chi guarda a tutto questo come a un’anomalia americana rischia di non vedere ciò che davvero rivela: che la libertà di movimento resta un privilegio di pochi, non un diritto universale. Il migrante deportato non è una minaccia da cui difendersi: è lo specchio dei confini che limitano la libertà di tutti. Per questo la sua lotta — per restare, per muoversi, per non essere ridotto a merce disponibile o a scarto — riguarda, in ultima istanza, chiunque sia costretto a vendere la propria forza lavoro per vivere. Rilanciare oggi la lotta per la libertà significa partire da qui. NOTE [1] CON REMIGRAZIONE SI INTENDE LA RISEMANTIZZAZIONE IN CHIAVE IDENTITARIA DEL RIMPATRIO FORZATO E SELETTIVO DI CHI È GIUDICATO INCOMPATIBILE, PER CULTURA, RELIGIONE O PRESUNTA INTELLIGENZA, CON LA CIVILTÀ OCCIDENTALE. IL TERMINE HA LE SUE ORIGINI IN AMBITO DEMOGRAFICO E STATISTICO, PER INDICARE IL RITORNO VOLONTARIO DEI MIGRANTI NEL LORO PAESE DI PROVENIENZA. SULLA RISEMANTIZZAZIONE DEL TERMINE IN CHIAVE RAZZISTA E XENOFOBA SI VEDA GIRAUDO (2025). IN REALTÀ ESISTEVA GIÀ UN PRECEDENTE STORICO IMPORTANTE, PROPRIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA, QUANDO WICKLIFFE PRESTON DRAPER, FONDATORE DEL PIONEER FUND – UNA FONDAZIONE CHE FINANZIAVA E DIFFONDEVA LE COSIDDETTE SCIENZE DELLA RAZZA E L’EUGENETICA – NEGLI ANNI ‘30-’40 FINANZIÒ ATTIVAMENTE CAMPAGNE PER LA SEGREGAZIONE RAZZIALE E PER QUELLA CHE ALLORA VENIVA CHIAMATA REPATRIATION — TERMINE CHE APPUNTO ANTICIPAVA L’USO DELL’ATTUALE “REMIGRAZIONE” — DEGLI AFROAMERICANI IN AFRICA, IN RAPPORTO CON IL SUPREMATISTA EARNEST SEVIER COX E CON IL SENATORE SEGREGAZIONISTA THEODORE BILBO (PIRRONE, 2026, P. 26). [2] IL PRECEDENTE PIÙ SIGNIFICATIVO PER LA PROPOSTA DI USARE E RILANCIARE IL TERMINE DI REMIGRAZIONE È STATO L’INCONTRO RISERVATO DI POTSDAM DEL 25 NOVEMBRE 2023, DOCUMENTATO DA UNA INCHIESTA DI CORRECTIV, NEL QUALE ESPONENTI DI ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (AFD) – PARTITO POLITICO TEDESCO DI ESTREMA DESTRA – NEONAZISTI E IDENTITARI DISCUSSERO CON MARTIN SELLNER UN PROGETTO DI «REMIGRAZIONE» RIVOLTO ANCHE A RESIDENTI REGOLARI E CITTADINI TEDESCHI RITENUTI «NON ASSIMILATI» (CORRECTIV, 2024). IL TEMA È SUCCESSIVAMENTE ENTRATO APERTAMENTE NEL DIBATTITO POLITICO EUROPEO: AL REMIGRATION SUMMIT DI GALLARATE DEL 17 MAGGIO 2025, CUI ADERIRONO ANCHE ESPONENTI DELLA LEGA, SONO SEGUITI NEL 2026 UN ANALOGO APPUNTAMENTO A MILANO, IL 18 APRILE, E LA SECONDA EDIZIONE INTERNAZIONALE DEL REMIGRATION SUMMIT, SVOLTASI IL 30 MAGGIO IN PORTOGALLO. COME SI VEDE DAI SUMMIT CITATI, L’ITALIA GIOCA UN RUOLO DI PRIMO PIANO IN QUESTO LAVORO POLITICO, SPALLEGGIATA ANCHE DA DIVERSI EDITORIALISTI E DIRETTORI DI GIORNALI ITALIANI: L’EDIZIONE ITALIANA DEL VOLUME DI SELLNER, REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA (2025), È STATA PUBBLICATA CON LA PREFAZIONE DI FRANCESCO BORGONOVO, VICEDIRETTORE DEL QUOTIDIANO LA VERITÀ. [3] ANNIBALE RAINERI LEGGE LA RAPPRESENTAZIONE BORGHESE DELLA SOCIETÀ — QUELLA DI PRODUTTORI LIBERI E INDIPENDENTI CHE SCAMBIANO EQUIVALENTI SUL MERCATO — NON COME UN ERRORE DA CORREGGERE, NÉ COME UNO STADIO STORICO PRECAPITALISTICO, MA COME LA FORMA NECESSARIA IN CUI LA SOCIETÀ CAPITALISTICA NON PUÒ CHE APPARIRE A CHI VI È IMMERSO, PRIVATA DELLA PROPRIA DETERMINATEZZA SPECIFICA. LA FALSA COSCIENZA, IN QUESTA LETTURA, NON STA NEL CREDERE IL FALSO, MA NEL PRENDERE PER VERA L’IMMEDIATEZZA DELLO SCAMBIO SENZA POTERNE VEDERE LE MEDIAZIONI OCCULTATE (RAINERI, 1982, PP. 84-143). [4] I DATI SULLA POPOLAZIONE DETENUTA DA ICE SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), CENTRO DI RICERCA INDIPENDENTE DELLA SYRACUSE UNIVERSITY: IMMIGRATION DETENTION QUICK FACTS (DATI AGGIORNATI ALL’11 LUGLIO 2026). [5] I DATI SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), AS DENATURALIZATION LAWSUITS SURGE, THEIR BASIS LACKS TRANSPARENCY, 21 AGOSTO 2026. [6] ASSOCIATED PRESS, U.S. SET FOR LARGEST MASS VISA REVOCATION IN HISTORY TARGETING UP TO 200,000 FOREIGNERS, OFFICIALS SAY, 24 AGOSTO 2026.   BIBLIOGRAFIA BIHR, A. (2006). LA PRÉHISTOIRE DU CAPITAL. 1: LE DEVENIR-MONDE DU CAPITALISME. PAGE DEUX. CORRECTIV. (2024, 15 GENNAIO). SECRET PLAN AGAINST GERMANY. GIRAUDO, G. (2025, 19 MAGGIO). SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE. JACOBIN ITALIA. HALL, A. T. (2026). THIRD-COUNTRY DEPORTATIONS: LEGAL AND ETHICAL PROBLEMS. JOURNAL ON MIGRATION AND HUMAN SECURITY. ADVANCE ONLINE PUBLICATION. MARX, K. (1970). IL CAPITALE (3 VOLL.). EDITORI RIUNITI. PALIDDA, S. (2021). IL CAMBIAMENTO RADICALE DELLE POLITICHE MIGRATORIE: DAL LASCIAR VIVERE AL LASCIARE MORIRE (DALLA BIOPOLITICA A SEMPRE PIÙ TANATOPOLITICA). REMHU: REVISTA INTERDISCIPLINAR DA MOBILIDADE HUMANA, 29(61), 33-48. PIRRONE, M. A. (2025). GUERRA AI MIGRANTI. NEOLIBERISMO E NEOSCHIAVITÙ NEL XXI SECOLO. PM EDIZIONI. PIRRONE, M. A. (2026). LE TANTE EPIFANIE DELLA RAZZA: L’EUGENICA NELL’AMERICA DI DONALD TRUMP E IL RAZZISMO COME RAPPORTO SOCIALE (POSTFAZIONE DI V. MATTEUCCI). MEDITER. RAINERI, A. (1982). FENOMENOLOGIA E LOGICA DEL CAPITALE. RIFLESSIONI SULL’IMPIANTO INIZIALE DEL CAPITALE. IN AA.VV., IL CAMALEONTE E L’ISCRIZIONE (PP. 84–143). ILA PALMA. SELLNER, M. (2025). REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA. PASSAGGIO AL BOSCO. WALLERSTEIN, I. (1992). UNIVERSALISMO CONTRO RAZZISMO E SESSISMO: LE TENSIONI IDEOLOGICHE DEL CAPITALISMO. IN E. BALIBAR & I. WALLERSTEIN, RAZZA NAZIONE CLASSE. LE IDENTITÀ AMBIGUE (P. 45). EDIZIONI ASSOCIATE.   MARCO A. PIRRONE È RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza
#02 Apocalypse Prompt | Il futuro è solo una storia che raccontiamo a noi stessi – di Alessandro Verna
Un nuovo appuntamento, il numero #2, con il diario di auto-analisi di Alessandro Verna che sta uscendo a puntate su Effimera. Il progetto esplora le profonde trasformazioni nella soggettività e nel lavoro cognitivo generate dall'interazione quotidiana e dalla dipendenza dall'Intelligenza Artificiale generativa. In questo episodio, il protagonista si confronta con le differenze tra le soluzioni [...]
July 20, 2026
Effimera
#01 Apocalypse Prompt | L’inno di lode di un uomo si trasformò nelle maledizioni di altri uomini – di Alessandro Verna
Ed eccoci al nostro appuntamento settimanale con la serie scritta da Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, che si propone di scandagliare, passo dopo passo, le trasformazioni della soggettività e del lavoro nel rapporto con l'AI. Un diario in presa diretta, un'auto-inchiesta, un'indagine sui fatti e sui sintomi che si generano nell'inedita interazione tra essere umano [...]
July 13, 2026
Effimera
Effimera: Il triangolo della guerra: Difesa, Università, Industria
DI ROSSANA DE SIMONE SU EFFIMERA DEL 28 MARZO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Rossana De Simone, pubblicato su Effimera il 28 marzo 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in riferimento al rapporto tra Difesa, Università e Indistria. «Un ruolo importante per svelare le complicità fra industria, difesa e università, viene svolto dall’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università/La conoscenza non marcia. Osservatorio, che insieme a tanti altri soggetti, ha contribuito alla creazione delle potenti manifestazioni contro il genocidio realizzato da Israele contro la popolazione palestinese...continua a leggere su Effimera.org. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Effimera: riflessioni sull’alta formazione a partire da “l’università critica come nemico interno”
Pubblichiamo questo interessante contributo di Francesco Pezzulli al dibattito aperto da Gennaro Avallone sulle pagine del Collettivo Internazionale «Effimera», in  merito allo stato dell’arte sull’istituzione universitaria italiana, con particolare riferimento alla autonomia amministrativa e alla libertà di ricerca. Ricordiamo che Pezzulli è autore del saggio L’università indigesta: professori e studenti nell’accademia neoliberale (MachinaLibro/ DeriveApprodi, 2024): libro in cui si “tratta dell’avvento dell’università liberale in Italia e delle sue consegunze sugli studenti e sui professori”_   Il testo di Gennaro Avallone pubblicato recentemente su Effimera è importante per più motivi, mi limito con queste libere riflessioni a sottolinearne soltanto alcuni, augurandomi che la discussione possa estendersi e approfondirsi. Un motivo è quello di aver ribadito il nesso tra protagonismo studentesco (e giovanile) e movimento in solidarietà con la resistenza palestinese, ed allo stesso tempo di aver rilevato che la “costruzione dell’università critica come nemico interno” si presenta come esigenza di governo, come un processo diverso e complementare alla presenza sempre più massiccia dell’industria militare negli atenei (ad intensità differente a secondo delle sedi, paesi e sistemi universitari). Un secondo motivo, ritengo particolarmente utile, è che Avallone stabilisce una linea di demarcazione tra quei docenti che “possono decidere” di costruire e mantenere attivi spazi dedicati alla critica e quei docenti che invece abbracciano (acriticamente o meno) il ruolo di capitale umano assegnatogli dall’università neoliberale. Questa stessa demarcazione è emersa spesso nelle presentazioni de l’università indigesta a proposito della figura del critico insider: da una parte c’è chi ritiene che “dentro e contro” l’università neoliberale sia ancora praticabile ed efficace e da un’altra parte c’è chi, invece, nutre dubbi in proposito, motivati soprattutto dalla pervasività e pregnanza dei sistemi di valutazione e controllo vigenti. Concordo con Gennaro Avallone che la risposta non può che essere pratica e ben vengano dunque quei docenti motivati a costruire e moltiplicare spazi di critica nell’università. Costruirli e metterli in comunicazione, questa è forse la cosa più utile che può fare oggi un docente: da un lato, in vista di una crescita organizzativa degli spazi di critica stessi (cui fa riferimento Osvaldo Costantini nel suo intervento), da un altro lato, tra il serio e il faceto, per allontanare lo spettro di estinzione che rischia la critica universitaria al pensionamento dei docenti formatisi prima delle riforme neoliberali. Un terzo motivo, forse il più critico, è dato dall’attenzione che Avallone pone sul concetto di autonomia… “e la necessità di preservarla”. È una questione dirimente, che andrebbe discussa collettivamente e a fondo, nel senso che l’autonomia universitaria (quella della costituzione per intenderci) mi sembra sia stata superata (svuotata) nei fatti dall’avvento dell’università neoliberale, e che l’unica autonomia rimasta in piedi sia quella dei bilanci finanziari dei singoli atenei. Per meglio dire, mi sembra che “autonomia”, cosi come “comunità universitaria” e tutta un’altra serie di lemmi, riforma dopo riforma siano diventati come i gusci vuoti di Pirandello, che possono essere riempiti di significati diversi a seconda del momento e degli interlocutori. Dunque, per quale autonomia universitaria vale la pena oggi battersi? per quella che allude all’autogoverno di studenti e docenti? per quella che si esprime per delegati nei parlamentini accademici, oppure per un’altra ancora? Porsi criticamente questi interrogativi può essere proficuo, soprattutto perché la questione dell’autonomia rimanda al cuore del problema: “quale università vogliamo”. Non è una domanda retorica, soprattutto perché l’attuale università neoliberale riesce bene a costringere docenti e studenti a muoversi e pensare dentro un assetto ben definito, come se fosse l’unico possibile. Una sorta di gioco al ribasso, dove il timore del degrado crescente lascia spazio a fantasticherie per cui è digeribile anche l’università targata Gelmini. Contro questa deriva, gli spazi di critica, quelli già costituiti e quelli in via di costituzione, potrebbero simboleggiare e praticare una nuova università radicalmente differente da quella neoliberale, indipendente dagli interessi del mercato del lavoro e dai poteri politici (come voleva la magna charta). Una università che in linea di principio sia in grado di mutare in base alle scelte discrezionali degli studenti, liberati dai percorsi predefiniti (oggi totalizzanti) e liberi di seguire le proprie vocazioni e quei docenti che stimolano maggiormente la loro curiosità. Una università in cui i docenti sanno che «scienza» e «interessi» fanno a cazzotti, ovvero che gli interessi economici nelle scelte scientifiche possono facilmente convertire il «vero» con il «vantaggioso». In altri termini, gli spazi di critica potrebbero restituire senso a ciò che continuiamo impropriamente a definire “comunità universitaria”, potrebbero attualizzare l’antico modello comunitario, perché tornare alle origini non vuol dire tornare indietro, ma ripartire dai principi, per i quali le “missioni” della comunità universitaria sono quelle di formare un individuo sociale completo e di produrre, custodire e condividere il sapere come il più comune dei beni. Il resto è aria fritta. A questo proposito mi sembra utile il suggerimento di Carlo Vercellone, quando sostiene che un percorso di fuoriuscita dall’università neoliberale potrebbe essere tracciato nel prolungamento dei lavori della Commissione Rodotà. L’università come bene comune (a tempo debito potremo discutere se “bene” o “istituzione”) consentirebbe infatti di affermare chiaramente la finalità dell’università pubblica e la sua inalienabilità rispetto a interessi privati; di ridefinire il ruolo dello stato come quello di un amministratore fiduciario (collettore di risorse) e non come autorità in diritto di stabilire regole di governance, programmi, missioni; di dimostrare che il pubblico può essere gestito e organizzato dai docenti e studenti attraverso forme di democrazia diretta. Ed in ultimo, l’università come bene comune ci permetterebbe di interrogare il concetto di conoscenza nel suo senso eminentemente politico: cosa significa conoscere e cosa desideriamo o abbiamo bisogno di conoscere? Tante altre cose importanti si potrebbero dire, ma mi fermo qui, augurandomi, come dicevo al principio che la discussione possa approfondirsi e che avremo anche modo di discuterne di persona e pubblicamente. FRANCESCO MARIA PEZZULLI È SOCIOLOGO E RICERCATORE INDIPENDENTE. HA INSEGNATO PRESSO L’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA E SVOLGE ATTIVITÀ DI INCHIESTA CON IL LABORATORIO «TRANSIZIONI» DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA TRE. CURA LA SEZIONE «SUDCOMUNE» DELLA RIVISTA MACHINA. FA PARTE DEL COLLETTIVO INTERNAZIONALE «EFFIMERA» Redazione Italia
April 8, 2026
Pressenza