Giorgio Mariani / Odissea americana: un viaggio nel romanzo statunitense
Ogni manuale, dizionario, progetto enciclopedico reca in sé un’ambizione –
contenere un mondo. Sintesi, certo, impossibile, poiché ogni mappatura che non
sia la biblioteca di borgesiana memoria implica scelte, valutazioni, inclusioni
ed esclusioni. Il nuovo studio pubblicato dall’editore Carocci, Il romanzo
americano. Storie, forme, canoni, non fa dunque eccezione. Ma il suo curatore,
Giorgio Mariani, già docente di letterature anglo-americane all’Università di
Roma La Sapienza, nell’introduzione non si nasconde dietro un dito: il volume,
nella struttura, non ha «alcuna pretesa di originalità». L’idea che lo anima non
è tuttavia di poco conto, poiché con esso «si vuole offrire anche uno strumento
che possa dare densità storica, culturale e letteraria alla riflessione sul
romanzo americano». Una mappa plurale e pluralistica, consapevolmente
provvisoria e in divenire, di un oggetto che per definizione sfugge ai confini:
il romanzo americano, o meglio, i romanzi americani, con tutto i significati di
quel plurale – etnico, di lingua, di genere, di classe.
Per raggiungere lo scopo il curatore ha riunito una trentina di studiosi,
giovani e meno giovani, la crema della critica storica, culturale e letteraria
sugli Stati Uniti nel nostro Paese, e ha organizzato lo studio lungo «tre
direttrici principali»: storico-culturale, storico-letteraria, di
approfondimento testuale. La prima parte segue pertanto un filo cronologico e
storiografico: dalle origini coloniali al cosiddetto Rinascimento americano
ottocentesco, quindi realismo e naturalismo, modernismo, il dopoguerra e il
Vietnam, il postmoderno, fino all’orizzonte del nuovo millennio. Sei tappe, sei
studiosi diversi, un percorso che non mira all’enciclopedismo ma si pone
l’obiettivo dell’orientamento critico, poiché questa vuole essere «una guida: un
punto di partenza, non un arrivo».
Nella seconda parte, la più nuova e prismatica, si passano in rassegna i generi
che compongono il complesso mosaico della narrativa statunitense. Accanto ai
canonici – il romanzo gotico, lo storico, il sentimentale, il bellico, il
poliziesco, il western, di fantascienza – trovano spazio le tradizioni che per
decenni il canone dominante ha ignorato, nei migliori casi relegato ai margini:
la narrativa afroamericana, dei nativi americani, il romanzo chicano, ebraico
americano, l’asiatico, l’italoamericano, sinanco l’arabo americano. Da quella
che Mariani definisce la «tentazione eccezionalistica» che ha a lungo segnato
gli studi della storia americana, si è progressivamente passati, con la
cosiddetta «svolta transnazionale», a una prospettiva che inserisca la
produzione letteraria statunitense in un universo in grado di contenere e di
riflettere i mutamenti culturali, etnici e di genere, per una visione
autenticamente pluralistica. La terza parte, «quella che farà più discutere», è
dedicata ai «grandi romanzi americani», quelli considerati più rappresentativi:
ventisei titoli trattati in altrettanti capitoli, da The Last of the Mohicans
(1826) di James Fenimore Cooper ad American Pastoral (1997) di Philip Roth,
transitando, per citarne solo alcuni, per i capolavori di Hawthorne, Melville,
Twain, Chopin, Hemingway, Faulkner, Kerouac, Pynchon, Morrison, King, De Lillo.
Dunque, il volume si articola in quarantasei sezioni, seguite da una nutrita
bibliografia, dall’indice dei nomi e degli autori, come si conviene ad uno
strumento critico di livello.
Tra i meriti di questa impresa ermeneutica collettiva v’è senz’altro quello di
aver provato a scardinare il «canone» – questo monstrum critico-filologico di
cui più d’uno ha provato a liberare la critica letteraria – senza disfarsene del
tutto, in taluni casi accogliendo quello che una consolidata tradizione
considera come “classico”, nel senso di alto raggiungimento qualitativo sempre
attuale. L’approccio critico più interessante non è tanto l’inclusione delle
«voci marginali» – operazione ormai accolta nei moderni manuali –, ma il modo in
cui tali voci dialogano con il canone senza che né le une né l’altro perdano di
peso, di significatività. Per fare un esempio: l’opera della scrittrice
nativo-americana Leslie Marmon Silko non è un’appendice esotica ai romanzi di
Faulkner: ne è casomai una risposta, una contronarrazione che comunica una
diversa ontologia del tempo e della terra. Il romanzo dei nativi americani
rivela certo la profondità della tradizione orale su cui si fonda, ma anche la
vitalità di una narrativa sospesa (incerta?) tra fedeltà ai valori tribali e
assimilazionismo alla cultura bianca: una sorta di contro-epica, di odissea
americana fra le riserve e la città. I n tale contesto, più delle
periodizzazioni storiografiche, delle analisi testuali, uno dei maggiori
raggiungimenti di quest’opera è il riconoscimento della tensione tra il romanzo
come forma universale e il romanzo come campo di negoziazione identitaria.
Un altro apprezzabile aspetto è l’attenzione alla profondità storica
(corollario, mi pare di intravedere, di un implicito sospetto verso la cancel
culture): gli studiosi sono ben consapevoli che la vuota contemporaneità
imperante rende incapaci di immaginare un mondo diverso da quello attuale, che
una critica appiattita sull’oggi è incapace di cogliere la profondità e la
vastità della letteratura espressa dal passato. È un’idea guida che attraversa
la varietà degli interventi, conferendo unitarietà di visione alla silloge e
mettendo nel giusto contesto i grandi temi peculiari dell’esperienza americana –
frontiera, guerra, conquista – focalizzandone gli aspetti più problematici:
schiavitù, genocidio, razzismo, ingiustizia sociale, emarginazione. Con un tale
approccio, si dimostra che il romanzo americano, nelle sue espressioni più
riuscite, non si sottrae alla storia: di essa fa la sua stessa sostanza.
Quello che tuttavia è un punto di forza, la pluralità di voci critiche, la
struttura a mosaico, è per un verso anche una debolezza: va da sé che decine di
interventi critici, per quanto ben coordinati, non formano una voce distinta.
Una certa disomogeneità di registro, di profondità analitica, è lo scotto insito
nella struttura dell’opera collettiva. È poi inevitabile, come avverte Mariani
nell’introduzione, che la selezione di generi, autori, opere, sia discutibile;
ma la scelta non intacca l’ambizione di rendere e di aggiornare una tradizione
critica, restituire un patrimonio intessuto su un orizzonte storico-culturale:
la dichiarazione di fallibilità è incorporata nel progetto, un atto di onestà
intellettuale non frequente nei manuali che aspirano all’autorevolezza. Imputare
al volume delle assenze, costituirebbe comunque una sua fruizione attiva.
In definitiva, il volume è un’ottima bussola critica aggiornata – storicista,
inclusiva, multiprospettica, attenta ai margini e alle dinamiche del potere
culturale – per studenti di letteratura angloamericana, ma il suo target
travalica l’ambito accademico. Chiunque voglia orientarsi nell’affascinante
universo del romanzo statunitense, scoprire nodi tematici e opere memorabili, vi
troverà stimoli e riflessioni, magari compulsando secondo i propri interessi, le
proprie curiosità, come in una sorta di atlante: si apre uno spazio, ci si
orienta, si passa ad un altro, per poi scoprire le contiguità, la tela
intrecciata di personaggi, motivi, significati. Dunque, un libro riuscito nei
suoi obiettivi, prezioso nel panorama degli studi sulla letteratura, non solo
americana.
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