#Nato 3.0: l'ascesa dei signori della #Guerra #donaldtrump
Ad #Ankara il vincolo transatlantico cambia forma. Non più una strategia per la
difesa comune, ma impegni di miliardi di dollari per rafforzare e ampliare la
"base industriale" dell'apparato bellico dell'Alleanza. Nella NATO 3.0 non ci
sono più alleati, ma ci sono produttori, soci e clienti.
Questa nuova configurazione di forze ed equilibri penalizzerà l'Italia?
https://www.youtube.com/watch?v=5JMZ6NfzOLU
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La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica”
Mercoledì 3 giugno la Camera dei deputati USA ha deliberato che le truppe
attualmente impegnate in Medio Oriente nella guerra all’Iran devono essere
immediatamente ritirate dal fronte e sollecitato il presidente della nazione ad
attenersi alla Costituzione e alla War Powers Resolution del 1976, ovvero ad
astenersi da ogni attività bellica che non sia stata prima autorizzata dal
Congresso federale.
Nel post pubblicato il 4 giugno su Truth.com Trump ha reagito definendo tale
delibera “insignificante”, perché la considera un patetico tentativo di
mettergli i bastoni tra le ruote (“limitare i miei poteri di guerra”) mentre il
conflitto in Iran si sta concludendo proprio per merito suo (“le mie
negoziazioni”) e, specificando che è stata approvata da “4 repubblicani corrotti
e tutti i democratici”, commentando:
> Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?
>
> I democratici sono affetti dalla sindrome anti-Trump. Piuttosto che ammettere
> un’altra, dopo le tante altre, mie vittorie, preferirebbero che il nostro
> Paese fallisse.
>
> Tutt’altra storia invece è quella dei quattro repubblicani. Sono dei buffoni!
> E dovrebbero vergognarsi di se stessi.
>
> MAGA!!!
In effetti la mozione era stata proposta molto tempo fa, ma la votazione è stata
rimandata più volte e, come evidenzia Associated Press (AP), “È la quarta volta
che la Camera tenta di frenare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran … man
mano che cresceva il malcontento politico, ogni volta che i democratici hanno
presentato la mozione sui poteri di guerra il numero di voti a favore è
aumentato”. L’approvazione infatti è stata raggiunta con l’assenso di 215
deputati, pochi più dei 208 contrari, però sufficienti a sbilanciare gli
equilibri.
Politico specifica che i quattro deputati repubblicani che Trump accusa di
averlo tradito sono Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell’Ohio, Brian
Fitzpatrick della Pennsylvania e Thomas Massie del Kentucky (in foto), che aveva
già accusato il leader del proprio partito di aver omesso di pubblicare la
documentazione sul caso Epstein e contrario all’operazione “furia epica” contro
l’Iran fin dall’inizio dell’offensiva.
E, siccome al voto della Camera dei deputati seguirà quello del Senato, in
questa fase rileva anche il fatto, nel frangente evidenziato da AP, che “Il
Senato ha approvato una propria risoluzione sui poteri di guerra il mese scorso,
quando alcuni senatori repubblicani si sono dissociati dal presidente
repubblicano”.
L’iter però potrebbe venire bloccato da Trump, che – come riferisce ADN Kronos –
“ha ripetutamente manifestato l’intenzione di contrastare qualsiasi tentativo
del Congresso di limitare i suoi poteri di guerra” e, come presidente degli
Stati Uniti, “potrebbe porre il veto” all’attuazione del provvedimento e così
non procedere al ritiro delle truppe dal Medio Oriente.
«Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico –
osserva Lorenzo Noto di Limes nell’intervista pubblicata da Affaritaliani – Sul
piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa
visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro
mesi di guerra».
“Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non voler riprendere una guerra su
vasta scala contro l’Iran a meno che Teheran non provochi nuove vittime tra i
militari statunitensi schierati nella regione – riferisce Vatican News –
Formalmente la Casa Bianca continua a considerare valida la tregua entrata in
vigore ad aprile, nonostante gli scontri e gli attacchi registrati nelle ultime
settimane. Sul fronte dei rapporti con Israele, il presidente USA ha inoltre
cercato di ridimensionare le recenti tensioni con il premier, Benjamin
Netanyahu, definendolo «un grande partner». Trump ha rivendicato il ruolo
decisivo svolto dagli Stati Uniti nelle operazioni militari contro l’Iran,
sostenendo che Israele «non avrebbe potuto farcela senza di noi»”.
«Sul piano militare – spiega Lorenzo Noto – il quadro è l’opposto di un
negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli
episodi più gravi dall’inizio della tregua. È plausibile un memorandum
interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto
meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. Il rischio
principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta
dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica
permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più
preoccupante. Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a
rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi
davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente
confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le
dinamiche regionali».
«La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso –
precisa Lorenzo Noto – Il voto rappresenta quindi il primo tentativo
istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica
condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui
potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire. Il
voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più
difficile invertirla. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di
partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno
sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine».
Perciò per convincere gli americani che la sua furia epica si sta concludendo a
buon fine grazie alle trattative da lui stesso condotte, un trionfo che lui
vorrebbe celebrare in una data emblematica – il prossimo 4 luglio, 250°
anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America – il leader scaglia la
sua ‘ira funesta’ contro i suoi avversari: democratici e contestatori che si
oppongono a lui, repubblicani che lo smentiscono… e star che disertano il
palcoscenico della festa per la sua gloriosa vittoria.
Infatti, a ribadire di essere l’invitto e invincibile MAGA-leader, ieri Trump ha
annunciato:
> Mercoledì 24 giugno, alle 19:00, nella magnifica Washington, DC, ora
> completamente rinnovata e una delle città più sicure al mondo, e per celebrare
> i 250 anni di storia del nostro Paese, vi offriremo, DAL VIVO, il più grande
> raduno di SEMPRE! Sarà speciale sotto ogni punto di vista: un raduno che porrà
> fine a tutti i raduni! Non vogliamo cantanti senza talento, ma ben pagati per
> farvi addormentare, abbiamo detto a tutti di restare a casa. Tutto ciò che
> vogliamo siamo voi, io, alcuni oratori e la musica più bella mai suonata, la
> stessa musica che avete ascoltato per anni! Avremo il favoloso Lee Greenwood
> che mi introdurrà con quello che si è rivelato uno dei più grandi successi di
> tutti i tempi, GOD BLESS THE USA, e lo straordinario Christopher Macchio, che
> canterà Nessun Dorma, Hallelujah, Ave Maria, God Bless America e altri brani:
> dai tempi del leggendario Luciano Pavarotti non si sentiva una voce simile! Il
> raduno vedrà anche la partecipazione della meravigliosa banda dell’esercito
> americano “Pershing’s Own” e del coro delle forze armate, nonché della banda
> dei Marine degli Stati Uniti “The President’s Own”, con il coro congiunto
> delle forze armate, tutti i vostri successi preferiti, PIÙ un distinto e
> stimatissimo gentiluomo noto come il Presidente DONALD J. TRUMP! – Donald J.
> Trump (@realDonaldTrump – Truth.com) / 4 giugno 2026
Ma oltre che la guerra in Iran e le sue ricadute nell’economia statunitense, sui
festeggiamenti per l’Independence Day e sulle consultazioni politiche autunnali
incombono molte altre questioni, in particolare quella sulla legittimità
dell’operato dell’ICE e dell’US Citizenship and Immigration Services (USCIS).
E proprio oggi il quotidiano della capitale, la cui redazione ha sede in Capitol
street di Washington DC, The Hill, informa che, confermando la sentenza del
giudice John McConnell del tribunale distrettuale degli Stati Uniti nel Rhode
Island, un giudice federale “ha annullato una serie di provvedimenti emanati da
Trump” e così imposto di “riesaminare le domande di cittadini provenienti da
quasi 40 paesi”.
In specifico la sentenza del giudice John McConnell aveva sancito che “lo stato
di diritto deve applicarsi a tutti in modo equo e, come dimostra questo caso,
l’USCIS non ha né ‘rispettato la legge’ né ‘agito correttamente’. Anzi,
l’agenzia ha violato le stesse leggi sull’immigrazione che il Congresso le ha
affidato il compito di amministrare” e aveva ammonito l’amministrazione Trump
per “aver intrapreso azioni volte a sconvolgere la vita di coloro che sono
immigrati legalmente negli Stati Uniti”.
Maddalena Brunasti
Anatoly Kolodkin, il giurista sovietico che ruppe il blocco e ripristinò l’elettricità all’Avana
L’Avana si illuminò completamente dopo la raffinazione del petrolio greggio
russo giunto a Cuba a bordo della petroliera “Anatoly Kolodkin”. L’immagine fece
il giro del mondo. Il Malecón si illuminò. Il Campidoglio risplendette
nell’oscurità. Per qualche ora, i cubani tirarono un sospiro di sollievo, senza
il rumore di un generatore né l’ansia di un blackout.
Dietro quello splendore non c’era alcuna beneficenza imperiale né autorizzazione
della Casa Bianca. C’era una nave. E dietro la nave, un nome che è una
dichiarazione di principi: Anatoly Kolodkin.
Perché Kolodkin non è solo una leggenda dipinta su un elmetto. È un giudice. È
un giurista. È l’uomo che ha dedicato la sua vita a difendere l’idea che i mari
non appartengono a nessuno, men che meno al Pentagono.
Chi era il giudice che sconfisse gli Stati Uniti senza sparare un colpo?
Esaminando gli archivi del diritto internazionale, ci si imbatte in un gigante
sovietico. Anatoly Lazarevich Kolodkin nacque il 27 febbraio 1928 a Leningrado
(oggi San Pietroburgo) e morì a Mosca il 24 febbraio 2011, appena tre giorni
prima del suo 83° compleanno.
Formazione di alto livello: si è laureato in Giurisprudenza all’Università
Statale di Leningrado nel 1950. Ha poi conseguito il dottorato e l’abilitazione,
diventando professore presso la stessa università e successivamente
all’Università Statale Lomonosov di Mosca.
Una carriera impeccabile: ricercatrice presso centri di ricerca sulla flotta
navale e sui trasporti marittimi. Un’autorità mondiale nella codificazione del
diritto marittimo. Il culmine della sua carriera: è stato giudice presso il
Tribunale internazionale per il diritto del mare con sede ad Amburgo, dove ha
prestato servizio dal 1996 al 2008. Una posizione riservata alle menti più
brillanti del pianeta. Ha ricevuto l’Ordine dell’Amicizia e l’Ordine della
Medaglia d’Onore, ed è stato nominato Scienziato Onorario della Federazione
Russa.
Ciò che l’impero non comprende è che il fatto che una petroliera sanzionata
dagli Stati Uniti porti il nome di un giudice specializzato in diritto marittimo
è una lezione di dignità. È il diritto internazionale che si oppone
all’arroganza yankee.
Il viaggio di chi ha rotto il blocco: nessuno ha chiesto il permesso
La nave, gestita dalla compagnia di navigazione statale russa Sovcomflot (sì, la
stessa che Washington ha sanzionato senza alcuna base legale), è salpata dal
porto russo di Primorsk il 9 marzo. Le sue stive contenevano 100.000 tonnellate
di petrolio greggio (circa 730.000-740.000 barili).
Non ha avvisato la Guardia Costiera statunitense. Non ha richiesto
“l’autorizzazione umanitaria”. Perché il diritto internazionale è chiaro: nelle
acque internazionali, nessun Paese ha l’autorità di fermare una nave mercantile
di un’altra nazione sovrana.
La Anatoly Kolodkin attraversò l’Atlantico, scortata dalla corvetta russa
Soobrazitelny, e attraccò nella baia di Matanzas. Il petrolio greggio fu
lavorato nella raffineria di Cienfuegos. Entro il 17 aprile, benzina, gasolio e
combustibile per la produzione di energia elettrica venivano distribuiti in
tutta l’isola.
Il 19 aprile, L’Avana si è svegliata – e si è addormentata – con tutte le luci
accese.
La tragica commedia di Washington: quando l’impero finge di lasciare vincere gli
altri. Mentre le luci si accendevano all’Avana, a Washington risuonavano gli
allarmi della propaganda.
La Casa Bianca si è affrettata a dichiarare che non sarebbe intervenuta. Lo
stesso Donald Trump ha affermato di non avere “alcun problema” con l’arrivo
della nave perché “la gente ha bisogno di riscaldamento”.
Analizziamo senza timore cosa è successo lì:
Il falso potere dello zio Sam – Per decenni, gli Stati Uniti hanno tracciato una
mappa in cui le loro sanzioni e i loro blocchi sono legge universale. Hanno
minacciato Cuba, la Russia, l’Iran, la Cina… Ma quando questi paesi decidono di
reagire, coordinarsi e confrontarsi tra loro – come è accaduto con il passaggio
della Anatoly Kolodkin – l’impero scopre che il suo potere ha dei limiti.
La realtà sul campo – Due motovedette statunitensi si trovavano nella zona. Non
intercettarono la nave. Non potevano. Non avevano alcuna base legale e qualsiasi
tentativo di abbordaggio sarebbe stato un atto di pirateria internazionale in
alto mare. La Russia, inoltre, aveva inviato una corvetta di scorta. Il diritto
prevalse sulla forza.
L’alibi dell’“autorizzazione” – Per evitare di apparire sconfitti, gli strateghi
di Washington inventarono una narrazione: “Abbiamo permesso l’ingresso per
ragioni umanitarie”. Ma tale autorizzazione non esisteva. Nessuno a Mosca o
all’Avana l’aveva richiesta. Ciò che accadde fu che l’impero, messo alle strette
dalla propria menzogna di controllare i mari, preferì fingere di concedere
qualcosa piuttosto che ammettere che Russia e Cuba avevano infranto il blocco
proprio sotto i suoi occhi.
La sconfitta più umiliante – Non si tratta di aver perso una battaglia navale.
La cosa peggiore per un impero è dover inscenare una farsa in cui si dichiara
vincitore di una battaglia che non ha mai combattuto perché sapeva di perdere.
Questa è la crisi dell’egemonia americana: non può più imporre la sua volontà,
può solo fingere di sospenderla per “generosità”.
Una tregua agrodolce (ma una vittoria strategica)
Il governo cubano, con la sua proverbiale onestà, è stato chiaro: questa
fornitura durerà solo fino alla fine di aprile.
Il ministro dell’energia ha avvertito che Cuba avrebbe bisogno di almeno otto
navi come la Anatoly Kolodkin ogni mese per soddisfare il suo fabbisogno minimo.
Ma il messaggio politico è innegabile: finché ci saranno paesi disposti ad
affermare la propria sovranità, il blocco troverà delle crepe.
Gli aiuti russi non rappresentano la soluzione definitiva alla crisi energetica
causata da oltre sessant’anni di blocco criminale. Ma sono una dimostrazione di
fattibilità: l’embargo statunitense non è insormontabile. Con la volontà
politica, il coordinamento internazionale e il rispetto del diritto, può essere
infranto.
E quella lezione spaventa Washington per oltre 100.000 barili di petrolio.
Cosa ha lasciato dietro di sé la notte del 19 aprile
L’Avana illuminata era l’immagine del trionfo del popolo. Anatoly Kolodkin,
giurista sovietico, divenne un simbolo della resistenza antimperialista. La
Russia ha dimostrato che la sua amicizia strategica con Cuba è reale e si
traduce in azioni concrete. Gli Stati Uniti sono stati smascherati: non possono
impedire il passaggio di una nave, ma fingono di permetterlo per salvare la
propria narrativa.
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Cuba risponde alle continue minacce degli Stati Uniti
Donald Trump continua a minacciare Cuba: ha affermato che dopo l’Iran potremmo
iniziare con l’isola caraibica, come si trattasse di una routine attaccare altri
paesi.
Alla domanda sul motivo per cui aveva smesso di minacciare i paesi che
decidevano di inviare carburante sull’isola, ha risposto: “Cuba è un’altra
storia”.
Alle recenti minacce ha risposto il ministro degli esteri cubano, Bruno
Rodriguez Parrilla, che su X ha scritto: “Le ultime dichiarazioni
contraddittorie del governo degli Stati Uniti al riguardo mirano a creare
confusione per continuare a impedire l’ingresso di carburanti in territorio
cubano”.
Nel mezzo dell’offensiva militare contro l’Iran, il presidente statunitense ha
ipotizzato la possibilità di aprire un altro fronte di conflitto contro l’isola.
“Potremmo passare per Cuba dopo aver finito questo”, ha detto lunedì dalla Casa
Bianca dimostrando come per lui l’uso della forza sia una cosa naturale, come
pare lo sia anche per i paesi occidentali che non si scandalizzano affatto delle
sue dichiarazioni bellicose.
Pare proprio che permettere agli Stati Uniti di usare la forza per i loro
capricci o per i loro interessi sia per gli occidentali un fatto assodato che
non provoca alcuna reazione. Cuba potrebbe essere attaccata e nessuno alza un
dito per difendere la sua sovranità, nonostante tutti si riempiono la bocca con
questa parola quando si avvicinano le elezioni.
Di fronte alle costanti minacce statunitensi il ministro degli Esteri cubano ha
ribadito che il suo paese “ha il pieno diritto di commerciare carburante” con
qualsiasi altra nazione, “senza ostacoli, condizioni o domande contrari alla
libertà di commercio internazionale”.
“Ogni paese ha il diritto di esportare carburante a Cuba e di sviluppare
relazioni commerciali, senza l’interferenza di una potenza straniera”, ha
aggiunto il capo della diplomazia cubana, dopo aver ripudiato l’assedio
energetico imposto dagli Stati Uniti, che internazionalizza il blocco ed
evidenzia il suo carattere extraterritoriale.
Rodríguez ha sottolineato che questo “assedio energetico”, al di là di una
questione bilaterale, “intimidisce, fa pressione ed è una forma di estorsione
nei confronti di coloro che commerciano sovranamente con Cuba”.
A suo parere, le recenti dichiarazioni di Trump sono “contraddittorie” e mirano
a “creare confusione per continuare a impedire l’ingresso di carburanti in
territorio cubano”.
(RT)
Andrea Puccio
Sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele
Giorgia Meloni lo ha annunciato mentre si trovava a Verona, in visita alla 58a
edizione di Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati.
L’ANSA riferisce che la sospensione degli accordi in vigore dal 13 aprile 2016 e
‘automaticamente’ rinnovati ogni cinque anni sarebbe stata decisa dalla premier
insieme ai vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e al ministro della
difesa, Guido Crosetto, e che la lettera che informa il governo israeliano
sarebbe stata inviata al ministro della difesa israeliana, Israel Katz.
”Non abbiamo un accordo di sicurezza con l’Italia. Abbiamo un memorandum
d’intesa di molti anni fa che non ha mai avuto un contenuto concreto”, ha
asserito il portavoce del ministero degli esteri israeliano intervistato dai
reporter dell’ANSA precisando che la sua sospensione ”non danneggerà la
sicurezza di Israele”.
Al ‘punto stampa’ nella fiera veronese Giorgia Meloni è stata interpellata su
molte questioni.
In particolare ha risposto alle domande sulle difficoltà affrontate dal settore
vitivinicolo italiano per effetto del blocco dello Stretto di Hormuz e
dell’aumento dei costi di fertilizzanti e combustibili.
E, replicando alle sollecitazioni, ha dichiarato di ritenere inaccettabili le
dichiarazioni su Leone XIV di Trump, che a sua volta a Il Corriere della Sera ha
proclamato: “Io inaccettabile sul Papa? Meloni lo è, non le importa se l’Iran ha
una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse
la possibilità. Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla
per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono
scioccato. Pensavo che Giorgia Meloni avesse coraggio, mi sbagliavo” – ANSA /
Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera sulle parole di
Giorgia Meloni dopo l’attacco del presidente americano al Papa.
«Voi non me lo avete chiesto – afferma Giorgia Meloni al minuto 7,15 della
registrazione della conferenza stampa estemporanea a Vinitaly 2026 – Ma in
considerazione della situazione attuale il governo ha deciso di sospendere il
rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele».
Maddalena Brunasti
“Trump si rassegni”: papa Leone XIV non fa polemiche
A differenza della quasi totalità dei quotidiani italiani, L’Osservatore
Romano relega a pagina 5 – e non in apertura – le intemperanze farneticanti e le
posture da bullo di Donald Trump contro il Papa. Una scelta editoriale che è
già, in sé, un giudizio: ridimensionare il rumore per restituire dignità alla
parola.
Così si conferma, con stile evangelico, quanto il Pontefice aveva chiarito: non
intende “entrare in un dibattito” con chi riduce tutto a scontro, ma continuare
piuttosto ad annunciare il Vangelo della pace.
La verità non ha bisogno di urlare. Il presidente degli Stati Uniti si rassegni:
non troverà nel Papa un avversario politico da provocare né un pretesto per
trasformare anche il Vaticano in terreno di conquista retorica o geopolitica. La
logica dell’intimidazione, che minaccia popoli e terre, qui si infrange contro
una libertà più grande: quella del Vangelo.
D’altra parte è vero che, cercare una strategia coerente dietro parole così
scomposte sarebbe illusorio, quasi pretendere da un sasso una lezione su Martin
Heidegger.
Non tutto ciò che fa rumore è pensiero; non tutto ciò che colpisce è verità.
In un tempo che premia la forza ostentata, egli ricorda la forza più difficile:
quella di chi si alza per dire che esiste una via migliore. Grazie a Papa Leone
che sente il dovere di alzarsi e di dire che c’è una via migliore. Quella che va
esattamente nella direzione opposta delle politiche trumpiane.
La pace non è debolezza, ma la più alta forma di responsabilità verso l’umanità.
Tonio Dell’Olio, 14 aprile 2026
Mosaico di pace
Donald Trump e Marco Rubio stanno ingannando il mondo riguardo a Cuba
Il Presidente degli Stati Uniti e il suo Segretario di Stato stanno ingannando
il mondo sulla verità riguardo a Cuba, diffondendo false idee secondo cui il
sistema rivoluzionario cubano sarebbe un fallimento, mentre nascondono la realtà
dei fatti.
Ora vogliono far credere a tutti che il socialismo sia responsabile della crisi
economica che affligge il popolo cubano, quando la verità è ben diversa da
quanto affermano le loro campagne mediatiche.
Perché non menzionano che il 23 dicembre 1958, quando la Rivoluzione non aveva
ancora trionfato, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli
Stati Uniti, il direttore della CIA dichiarò: “Dobbiamo impedire la vittoria di
Castro” e il Segretario di Stato, Christian A. Herter, sottolineò: “Sembra che
l’opinione contraria al sostegno del regime di Castro sia unanime”?
In risposta a questi criteri, il presidente Dwight Eisenhower dichiarò: “Nutro
speranza per una terza forza che possa crescere in forza e influenza, se
organizzata attorno a un uomo capace, dotato di finanziamenti e armamenti”.
Fidel Castro non era ancora salito al potere, né aveva nazionalizzato le
proprietà degli americani, tanto meno aveva proclamato un sistema socialista a
Cuba, e già il governo degli Stati Uniti cercava di ostacolare il trionfo
rivoluzionario e di mettere a capo di Cuba un uomo che avrebbe risposto senza
esitazione agli ordini di Washington.
Ora Marco Rubio, con assoluta sfrontatezza, cerca di far credere al mondo che la
politica criminale degli Stati Uniti nei confronti di Cuba non abbia alcuna
responsabilità per le sofferenze del popolo, come se potesse magicamente far
sparire le leggi in vigore dal 1960 che costituiscono la guerra economica,
commerciale e finanziaria, il cui obiettivo è strangolare l’economia cubana,
come spiegato nel Progetto Cuba, approvato dal Gruppo Allargato del Consiglio di
Sicurezza nel novembre 1961:
“L’azione politica sarà supportata da una guerra economica che indurrà il regime
comunista a fallire nel suo tentativo di soddisfare i bisogni del paese, le
operazioni psicologiche aumenteranno il risentimento della popolazione contro il
regime e le operazioni militari forniranno al movimento popolare un’arma per il
sabotaggio e la resistenza armata a sostegno degli obiettivi politici.”
Quindi, chi è responsabile della crisi economica cubana?
Rivediamo quanto affermato dal direttore della CIA Allen Dulles quando presentò
la valutazione dell’intelligence contro l’URSS alla Commissione Intelligence del
Senato, criteri che ora sembrano essere stati ripresi da Donald Trump e Marco
Rubio nella loro politica anti-cubana:
“Grazie al suo sistema di propaganda diversificato, gli Stati Uniti devono
imporre la propria visione, il proprio stile di vita e i propri interessi
specifici al resto del mondo.”
«L’obiettivo ultimo della strategia su scala planetaria è sconfiggere, nel regno
delle idee, le alternative al nostro dominio, attraverso l’abbagliamento e la
persuasione, la manipolazione dell’inconscio, l’usurpazione dell’immaginario
collettivo e la ricolonizzazione di utopie redentrici e libertarie, al fine di
ottenere un risultato paradossale e inquietante: che le vittime giungano a
comprendere e condividere la logica dei loro carnefici.»
Donald Trump ha inasprito la politica nei confronti di Cuba sin dal suo primo
mandato, imponendo 244 sanzioni all’isola, principalmente volte a frenare il
turismo e l’afflusso di valuta cubana. Ha abrogato la direttiva presidenziale
approvata da Barack Obama e ne ha imposta una propria per paralizzare
ulteriormente l’economia cubana. Ha inoltre reinserito Cuba nella lista degli
Stati sponsor del terrorismo e imposto altre sanzioni, tra cui pressioni sui
governi che impiegano medici cubani per ostacolare il flusso di valuta estera.
Cuba sta attraversando uno dei periodi più difficili degli ultimi decenni a
causa dell’intensificarsi della guerra economica, alla quale Trump ha aggiunto
il blocco energetico previsto per il 2026, sanzionando i paesi fornitori di
petrolio a Cuba. Questa misura viola il diritto degli altri paesi a commerciare
liberamente con Cuba e accresce le sofferenze del popolo cubano, portandolo ad
attribuire la colpa dei propri problemi al sistema socialista. Come aveva
previsto Allen Dulles, ciò non fa che intensificare la potente macchina
propagandistica utilizzata per plagiare le menti di coloro che sono soggetti
all’influenza nefasta degli Stati Uniti.
Questa escalation della guerra economica mira a provocare una ribellione
popolare, obiettivo che non stanno riuscendo a raggiungere; da qui il pericolo
che, di fronte a questo fallimento, tentino un colpo di stato militare. Trump ha
perso popolarità negli Stati Uniti a causa del suo coinvolgimento nella guerra
contro l’Iran e potrebbe sognare di recuperare terreno attaccando militarmente
Cuba per imporre un governo fantoccio.
Trump fu indotto in errore dai suoi consiglieri, che lo portarono a credere che
gli studenti e il popolo iraniano avrebbero appoggiato l’aggressione per
rovesciare il governo, visti i giorni di protesta provenienti da quel settore
prima dell’inizio del conflitto armato. Ma questo si rivelò un errore colossale,
tra l’altro perché uccisero l’Ayatollah, la guida spirituale degli iraniani, e
coloro che erano scesi in piazza a protestare, che non rappresentavano la
maggioranza della popolazione unita contro gli invasori.
Vogliono estrapolare la stessa realtà a Cuba, dove alcuni, sfiniti dalla
mancanza di elettricità dovuta alle misure di guerra energetica imposte da Trump
e non dal governo cubano, hanno organizzato proteste a base di pentole sbattute,
dirette da Miami attraverso i social network, dove vengono istruiti a vestirsi
di nero senza scritte e a coprirsi il volto per non essere identificati.
Marco Rubio e la mafia terroristica di Miami che finanzia la sua campagna
politica affermano:
“Forse ora a Cuba si presenta un’opportunità di cambiamento.” I milioni di
cubani che soffrono la fame ogni giorno, senza elettricità né trasporti, saranno
in grado di perdonare il governo? “A Cuba, le carenze non sono dovute alle
sanzioni; sono dovute al sistema.” “Le proteste a Cuba non sono organizzate
dall’esterno; sono il risultato della fame e della disperazione.” “Quello che
esiste a Cuba non è un embargo contro il popolo; è il controllo assoluto del
governo sull’economia.” “Il problema di Cuba non è la mancanza di risorse; è la
mancanza di libertà.” “Il loro sistema non funziona; è completamente
disfunzionale. Semplicemente non è un vero sistema e non si può cambiarlo senza
cambiare il governo.”
Se queste affermazioni fossero vere, perché gli Stati Uniti continuano a imporre
senza sosta sanzioni a Cuba e alle nazioni che cercano di investire e
commerciare con l’isola?
Perché ora viene imposto l’embargo energetico? Quali sono le ragioni per cui non
è consentito agli americani investire nell’economia cubana, viaggiare per
turismo o partecipare a scambi accademici e culturali?
Con assoluta sfrontatezza, Marco Rubio afferma che Washington non ha adottato
ulteriori misure punitive contro il governo dell’Avana; tuttavia, Karoline
Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato il 30 marzo 2026 che non vi
è stato alcun cambiamento formale nella politica di sanzioni nei confronti di
Cuba e che a una petroliera russa soggetta a restrizioni statunitensi è stato
consentito di consegnare sull’isola solo 100.000 tonnellate di petrolio greggio
per motivi umanitari.
Il mondo sa cosa significhi la guerra economica contro Cuba, e la prova di ciò è
il voto favorevole al documento che viene presentato annualmente all’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite.
Le leggi del blocco esistono e sono disponibili online a tutti, ma sembra che
Marco Rubio non le abbia lette o stia facendo finta di niente, perché dal
Trading with the Enemy Act, entrato in vigore il 19 ottobre 1960 per volere di
Eisenhower e prorogato annualmente dal presidente in carica, all’inserimento di
Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, esse spiegano i motivi per
cui il governo cubano non può progredire economicamente come vorrebbe.
José Martí aveva ragione quando affermava: “La verità è una e semplice”.
Di Arthur Gonzalez
Fonte:
https://heraldocubano.wordpress.com/2026/04/01/donald-trump-y-marco-rubio-enganan-al-mundo-sobre-cuba/
Traduzione: italiacuba.it
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Amnesty International: azione globale per fermare le minacce di Trump all’Iran
A seguito delle parole del presidente degli Usa, che ha minacciato “un’intera
civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, la
segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard ha dichiarato:
“Il mero atto di fare queste apocalittiche minacce, come l’avviso della fine di
‘una intera civiltà’, mostra lo sconcertante livello di crudeltà e di disprezzo
per la vita umana da parte di Donald Trump. A rendere il tutto ancora più
terrificante è la sua esplicita minaccia di attacchi diretti contro le
infrastrutture civili per ottenere ‘la completa demolizione’ delle centrali
elettriche e dei ponti dell’Iran”.
“Il diritto internazionale umanitario vieta rigorosamente gli attacchi diretti
contro i civili e gli obiettivi civili. Le minacce del presidente statunitense
di sterminio e di irreparabili distruzioni cozzano palesemente contro le regole
fondamentali del diritto internazionale umanitario, con conseguenze
potenzialmente catastrofiche per oltre 90 milioni di persone. Possono costituire
una minaccia di commettere un genocidio, un crimine definito dall’omonima
Convenzione e dallo Statuto della Corte penale internazionale come commissione
di uno o più atti specifici “con l’intento di distruggere, in tutto o in parte,
un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
“La posta in gioco non potrebbe essere più elevata. La comunità internazionale,
ossia il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli organismi regionali e
tutti gli stati, devono intervenire urgentemente per evitare un’imminente
catastrofe e affermare inequivocabilmente che incitare, ordinare o commettere
crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio comporta responsabilità
penali individuali ai sensi del diritto internazionale”.
“Le minacce del presidente Trump e l’aumento degli attacchi statunitensi e
israeliani che hanno distrutto infrastrutture civili stanno terrorizzando
milioni di persone in Iran e i loro disperati familiari all’estero. La vita di
decine di milioni di persone è in bilico. Chiediamo un’azione immediata per
porre fine ad attacchi illegali che farebbero piombare un intero paese
nell’oscurità e priverebbero milioni di persone dei loro diritti umani
fondamentali alla vita, all’acqua, al cibo, alle cure mediche e a un adeguato
standard di vita”.
“Negli ultimi giorni le forze statunitensi e israeliane hanno attaccato
infrastrutture civili come centrali elettriche, ponti, università, fabbriche per
la produzione di acciaio e impianti petroliferi; hanno ucciso e ferito civili,
condannato la popolazione iraniana ad anni, se non decenni, di acute difficoltà
economiche, inflitto gravi danni alla salute e all’ambiente e causato danni di
lungo periodo alle vite e ai mezzi di sussistenza”.
“Ai sensi del diritto internazionale, attaccare intenzionalmente infrastrutture
civili costituisce un crimine di guerra. Anche nei limitati casi in cui
un’infrastruttura civile sia qualificabile come obiettivo militare, non può
essere attaccata se ciò possa causare danni sproporzionati alle vite civili,
pregiudicando l’accesso ad acqua potabile, cure mediche, forniture di energia
elettrica agli ospedali, distribuzione di cibo e mezzi di sostentamento
basilari. Attacchi del genere sono sproporzionati, dunque illegali secondo il
diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra”.
Amnesty International