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Viviamo in una guerra perenne ma la chiamiamo pace
Riflettere sull’attualità attraverso la letteratura e l’antropologia In Europa c’è la pace; altrove, c’è la guerra. I social media e la TV rimandano immagini di territori bombardati e di corpi dilaniati, ma riguardano altre persone, altri luoghi. Anche se vicinissimi come l’Ucraina, quei luoghi non sono qui e quei corpi non siamo noi. Non piovono bombe sulle nostre teste, pensiamo quindi di vivere in pace. Ma è così? Oggi guerra e pace non sono termini contrapposti, ma assumono la caratteristica della contemporaneità: anche se la guerra non è qui, vi siamo immersi fino al collo e, per quanto riguarda l’Italia, ne siamo anche committenti. Del resto, altrimenti, il Parlamento europeo non investirebbe nel programma ReArm Europe, ma in sanità e istruzione. Per capire il nostro presente è necessario usare approcci multidisciplinari, poiché multipolari sono i contesti che osserviamo. Vale la pena integrare le categorie della geopolitica con altri strumenti interpretativi che abbiamo a disposizione ma che spesso trascuriamo, pensando che le nostre vite dipendano unicamente dai rapporti di forza fra gli Stati. Tra questi, la letteratura. In “1984”, George Orwell descrive un futuro in cui la guerra cambia obiettivo: non serve a vincere ma diventa strumento del potere costituito e dell’economia, che la perfezionano come sistema di controllo delle masse. Il titolo nasce dall’inversione delle ultime cifre dell’anno in cui Orwell stava terminando il romanzo, il 1948, ma l’opera è sorprendentemente profetica. È infatti al 1990 che possiamo far risalire il mutamento dell’ordine mondiale. L’autore britannico, però, non usò una sfera di cristallo, ma attinse alla ricerca storica. Ed è qui che, rileggendo il libro con rinnovato interesse, si innesta un’altra lente utile a comprendere il mondo che ci circonda e le sue prevedibili evoluzioni: l’antropologia. Orwell arrivò a concepire il racconto dopo un’approfondita analisi dei sistemi di potere scaturiti dalla ristrutturazione geopolitica postbellica e degli impatti che essi avevano sui comportamenti delle persone. Li traspose poi su un piano distopico, realizzando una delle opere di letteratura politica più famose al mondo. La dimensione antropologica, cioè il modo in cui gli individui organizzano la società e le relazioni tra loro, è parte costitutiva della storia. La guerra perenne Fu Orwell a creare la definizione di guerra perenne. Quella che oggi, travestita da pace, è la nostra realtà. Il lavoro dello scrittore irrompe nel presente: ci stiamo abituando alla distopia, tanto da non distinguerla più dalla realtà. Finto diventa sinonimo di falso e quindi contrario di vero. La confusione tra i termini alimenta una condizione allucinatoria. La guerra, il genocidio e la crisi climatica sono reali, lo sappiamo, ma ciò che diventa falsa è la nostra percezione dei fatti: l’ingiustizia esiste, ma noi ci abituiamo a essa come componente dell’esistenza. In poche parole, la normalizziamo. E poi accade una cosa ancora più rischiosa, ma estremamente umana: desideriamo diventare immuni dal dolore che ci provocano le immagini dei bambini di Gaza dissezionati senza anestesia. È a questo punto che i contenuti generati con sistemi di intelligenza artificiale si mischiano con il vero e il falso: tutti risultano verosimili. La colpa non è dell’IA, che fa il suo lavoro di macchina (in proposito si vedano i contributi di Francesco Russo su Pressenza), né di chi ha bisogno di fidarsi della notizia falsa per superare lo stato di dissociazione generato dal vivere una vita tutto sommato normale mentre in Palestina i sionisti sparano alla testa di chi chiede il pane. È la componente più fragile, quella che cerca conforto nel complottismo. Questa interpretazione dà risalto ai presupposti che inducono le persone a restare a guardare e farà montare su tutte le furie i militanti armati di moralismo da usare per giudicare chi non si impegna nella lotta politica. Eppure, a mio avviso, è l’unica strada per superare la fase di stallo. Per questo ci serve l’antropologia. Ce lo ha insegnato Franz Boas all’inizio del secolo scorso. Usare l’antropologia per capire la geopolitica Se le persone non si attivano è perché hanno dei motivi. Affermarlo non significa trovare loro delle attenuanti, ma comprendere il nostro contesto. Ogni giorno scrolliamo contenuti di morte intervallati da post che indicano la felicità come obiettivo, notizie sullo sfruttamento dei bambini nel mondo alternate a pubblicità di prodotti irrinunciabili per la skincare. Tutto è così banale. Lo è anche il male, che si radica in noi e intorno a noi non quando ci mettiamo a odiare, ma quando smettiamo di pensare. Lo diceva Hannah Arendt, pensatrice iper-citata ma forse mai così incompresa come adesso. Sì, va tutto a rotoli, ma ci siamo abituati. Ad altri va peggio di noi: secondo la FAO, nel rapporto 2025, sulla base dell’indice di povertà multidimensionale — che considera il reddito e altri fattori come l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie — circa 1 miliardo e 100 milioni di persone vivono in povertà in 109 Paesi e oltre la metà sono bambini. Che ne parliamo a fare? Ne parliamo perché non ci sta bene. Forse questa è la nostra unica speranza: partire dalle frustrazioni e trasformarle in rivendicazioni. Arriviamo al nocciolo della questione: in prospettiva non sembrano crescere movimenti in grado di rovesciare questo sistema. Le piazze fluttuano peggio della marea del Tamigi: un anno siamo un milione, l’anno dopo non raggiungiamo le 10.000 presenze alle manifestazioni convocate per le stesse motivazioni. E allora, pur senza abbandonare gli sforzi di costruzione di un piano di lotta collettivo, dobbiamo ripensare anche a quello individuale. Chi siamo dentro le geometrie sociali? Chi sono gli altri intorno a noi? Ci accorgiamo di avere altri intorno a noi? La banalità del male è un concetto che descrive un tipo di comportamento umano tutt’altro che straordinario, le cui caratteristiche Arendt estrapolò dopo aver assistito al processo di Eichmann. Le descrisse nel suo libro “Eichmann in Jerusalem”: «Non fu stupidità ma una curiosa, autentica incapacità di pensare». E ancora: «Egli non aveva mai capito che cosa stesse facendo». In pratica, l’alto funzionario delle SS non vedeva altri che se stesso e il proprio zelo nel perseguire gli obiettivi assegnati. La burocrazia sostanziò le sue azioni, le giustificò e lo tenne al riparo da ogni pensiero critico. La tesi continua a convincerci e la richiamiamo spesso, ma forse resta un riferimento teorico. La sua utilità è invece nella pratica: non serve a farci prendere le distanze dal male o a convincerci che noi non saremmo capaci di compierlo. Serve a capire in quali tratti di quel male possiamo riconoscerci. Uno di essi è proprio il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Se il malessere sociale è così diffuso è certamente a causa del sistema di sfruttamento e oppressione. Tuttavia non siamo impotenti di fronte a esso e, per questo, va recuperata la lezione transfemminista di soggettività complesse come bell hooks — scritta in caratteri minuscoli come lei desiderava — e Audre Lorde, che esplorarono l’amore e la cura delle relazioni come pratiche di lotta al capitalismo e al patriarcato. Usare il materno come pratica di lotta Se la Rivoluzione d’Ottobre è lontana, è però vicinissima la possibilità di un cambiamento culturale: credere nell’opportunità di una resistenza personale alle pressioni esterne che ci vogliono individualità separate. A questa visione si contrappone chi ritiene che la dimensione soggettiva non sia così determinante e che lo status quo dipenda esclusivamente dai rapporti di forza fra i giganti finanziari. Lo sforzo collettivo da compiere è allora quello di non posizionarsi né sull’uno né sull’altro argine, ma di scendere a nuotare controcorrente nel fiume, tenendosi per mano. Lavorare a un’agenda politica radicale senza usare la postura muscolare per fare a braccio di ferro tra noi. Contrastare la guerra non con la parola pace, ma prendendo amorevolmente posizione contro ogni ingiustizia. Usare il materno come forza di generazione di istanze politiche. La radice del genocidio parte anche da qui. Parte anche da noi. Fonti: ✓ Hannah Arendt – The New Yorker ✓ Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem (Feltrinelli) ✓ 1984, il capolavoro di George Orwell – Rai Cultura ✓ Palantir e il manifesto della guerra infinita – Pressenza ✓ FAO – Global Multidimensional Poverty Report 2025 ✓ L’antropologia di Franz Boas: un pioniere della modernità Nives Monda
June 13, 2026
Pressenza
Paul Grüninger: il coraggio di disobbedire
  di Bruno Lai 12 maggio 1938: Paul Grüninger viene licenziato per aver fatto del bene. Paul Grüninger è una figura straordinaria, un uomo che paga un prezzo altissimo per seguire la propria coscienza anziché gli ordini burocratici. Prima di diventare un poliziotto ed un eroe, è un calciatore di ottimo livello. Grande appassionato di calcio, all’inizio del Novecento gioca
Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? L’ economia attuale  ha portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte. Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere? Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa. Anche Tiziano Terzani  si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è,  secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2] L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto… Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”… Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse. Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi. Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm. Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione? E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi. Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3]. Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione. Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo? Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale-globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso. Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche. Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura? Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre  secondo Latouche  e il suo Lavora meno,lavorare tutti avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo (p.29) [4]. L’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, mia grande amica, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato la campagna The Real Economy che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73)[4]. Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.   [1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del 2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”. https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8 [2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr.G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015. [3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano [4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023 Lorenzo Poli
May 11, 2026
Pressenza
Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? La nuova economia di rapina ha  portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte. Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere? Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa. Anche Tiziano Terzani  si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è la  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è,  secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2] L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto… Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”… Nell’era moderna, l’intersezione tra scienza, economia (industria e finanza) e “illusione di benessere” sta diventando sempre più evidente. Questo sistema ci porta “naturalmente” a credere che la crescita economica sia un fenomeno inarrestabile ed un caposaldo indiscutibile. Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse. Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi. Se questo sistema genera sempre più disuguaglianze socio-economiche, mercifica, consuma e spreca tanto, vuol dire che il PIL non è una misura di “benessere” ma di “benavere”. Il “benavere” dipende solo da “ricchezza materiale consumata”, mentre il “benessere” dipende solo dalla “ricchezza sociale” e dai “beni relazionali”: come può il PIL misurare il nostro grado di felicità? Forse – come dice Latouche – per decenni abbiamo confuso il benessere con il benavere, collassando in una profonda illusione. Se il “benavere” è sempre per pochi, il “benessere” è solo un mito a cui ambire nelle nostre società consumiste e rimane un moto regolatore a cui ambisce trasversalmente ogni essere umano di ogni classe sociale. Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione? E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi. Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3]. Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione. Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo? Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale- globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso. Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche. Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura? Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo (p.29) [4]. La mia maestra, l’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato una campagna (The Real Economy) che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73)[4] . Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.   [1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del 2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”. https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8 [2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr. G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015. [3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano [4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023 Lorenzo Poli
May 11, 2026
Pressenza
Terni: per la Giornata internazionale di rom e sinti
OLTRE IL SILENZIO: mercoledì 8 aprile appuntamento alla «Casa delle donne». Qui sotto l’intervento di Rita Sorina Sein. Con una poesia di Magda Bordea. In coda alcuni link utili.     Oltre il Silenzio Storia, memoria e resistenza delle minoranze Rom, Sinti, Kale e Romanichal Un momento di incontro e riflessione per conoscere, ascoltare e costruire insieme uno sguardo più