Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI
È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro.
Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente
trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”.
Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola
località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la
campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni.
È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben
integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata
alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai
tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No.
Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di
quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni:
> “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le
> strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”.
Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno
passato, ma più futuro di noi.
La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei
è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo
più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e
tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre
associazioni.
Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e
dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e
interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario
ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è
quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle
organizzazioni, come esplicita il sottotitolo.
Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono
sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e
fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne?
Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la
comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre:
andatelo a leggere, è semplice ma illuminante.
È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato
fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i
conflitti e vogliono cambiare davvero.
Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al
linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare
una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha
fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei
ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente
abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione:
da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini
che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati
oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme
organizzative adeguate per reagire.
Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla
prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a
maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena
Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per
riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo.
> “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi
> mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse:
> la voce entra, la presenza no.”
Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e
l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura.
Ettore Macchieraldo