Rami, palestinese-americano: “Faccio attivismo per l’umanità e per me stesso”
La chiacchierata con Rami ci offre uno squarcio su quel che significa essere un
palestinese della diaspora: vivere all’interno del sistema complice di chi sta
uccidendo il tuo popolo, avere pezzi di cuore impazziti che cercano
disperatamente di congiungersi con altre parti di te che stanno là, in un luogo
dove non ti è mai stato permesso di mettere piede e che ti sei accontentato di
guardare attraverso reti di filo spinato, mentre venivano sparati proiettili
sulla folla e gas lacrimogeni cercavano di disperdervi.
Era il 15 maggio del 2011 e Rami era tra quelli che dal Libano erano arrivati
sul confine israeliano per celebrare il “DayLand (la Naqba)”. L’IDF quell’anno
uccise 15 persone, di cui alcuni bambini e ne ferì quasi 150. Ma soprattutto
Rami ci insegna come sia possibile rinascere e riconsolidare quelle parti
profonde e traumatizzate di noi stessi per diventare esseri umani evoluti,
solidi e pronti per un mondo migliore.
Quando hai iniziato a fare attività politica?
Avevo tredici anni. Ero a conoscenza della colossale ingiustizia commessa contro
i palestinesi e vedevo come avessero manipolato e indotto in errore il mondo
intero, portandolo a credere che fosse Israele la vittima. Ciò accese in me la
determinazione a dire la verità, ma avevo anche capito che la battaglia per la
verità deve essere fatta in nome di tutti. Non sono uno che crede nei confini,
nelle nazioni, nel patriottismo a tutti i costi; vorrei che raggiungessimo la
consapevolezza di essere tutti abitanti di uno stesso pianeta, che è la nostra
casa comune. Ho imparato che dobbiamo sforzarci di portare a un livello
superiore ogni cosa che intraprendiamo, anche l’attività più semplice; dobbiamo
guardarla con gli occhi futuri dell’intera umanità.
Per esempio sto lavorando a una App che vorrei aiutasse bambini, uomini e donne
di ogni nazionalità a curare i propri traumi. L’urgenza è scaturita dal mio
vissuto personale, poiché per anni mi sono astenuto dal raccontare la mia
verità; in gran parte perché nessuno mi aveva fornito gli strumenti giusti per
farlo e così mi ero spento. In quel periodo mi pareva che il mondo intero fosse
contro di me. Quando, nel 2023, sono scoppiate le grandi proteste, ho capito che
dovevo tornare a impegnarmi in una forma di resistenza visibile e rumorosa; l’ho
fatto, tuttavia, con un nuovo bagaglio di strumenti e ora desidero condividerli.
Raccontami del percorso di crescita e degli strumenti che servono
Mi sono interessato alla malattia mentale e ho compiuto studi da psicoterapeuta.
Per diversi anni ho lavorato presso un rinomato centro di riabilitazione dove,
per uno strano scherzo del destino, i miei assistiti erano per lo più benestanti
sionisti. Per mia scelta li informavo che ero palestinese e spesso grazie al
processo messo in moto dal dialogo terapeutico riuscivano a guardare il loro
sistema di valori diversamente. Le cose più comuni che emergevano erano sensi di
colpa mescolati alla paura di perdere il privilegio di far parte di
quell’ambiente. In quanto cittadino americano, parte del mio ruolo qui consiste
nel tentare di smantellare il sionismo confrontandomi con esso e guardandolo
dritto negli occhi.
Fammi un esempio
Eravamo accampati nel campus dell’University of California e in diverse
occasioni dei sionisti locali venivano a provocarci; l’ordine tra noi era di
ignorarli. Io, però, gli andavo incontro sorridente e gli offrivo la mano per
stringerla. Una volta un giovane ci stava urlando le cose peggiori, ma dopo che
scambiammo qualche parola, si rese conto che la persona che aveva di fronte non
corrispondeva all’immagine che si era costruito. Gli squillò il telefono e
rispose; era sua madre. Le disse: «Indovina un po’, mamma? Sto parlando con un
palestinese». Dopo una pausa, aggiunse: «No, no, mamma… questo è uno bravo».
Se riusciamo a guardare da fuori la relazione tra oppressi e oppressori
scopriamo di essere spesso noi oppressi i responsabili della regolazione emotiva
e dello sviluppo morale dei nostri oppressori; ciò accade perché siamo in
presenza di uno squilibrio di potere di grandi proporzioni, che non può a lungo
andare non influenzare la parte che domina. Abbiamo bisogno che essi si
risveglino alla propria umanità, se non altro perché ci permettano di
sopravvivere. Tuttavia, mentre li aiutiamo a ritrovarsi —fermi nel nostro
impegno per la verità e la giustizia — cresciamo anche noi e lo sbilanciamento
di potere diminuisce.
Sono molti i palestinesi della diaspora impegnati?
Ce ne sono alcuni, ma altri, a causa dei traumi subiti, cercano di tenersi alla
larga dall’attivismo; si sforzano di diventare emotivamente insensibili, ma non
è possibile nascondersi davanti al genocidio dei tuoi fratelli e sorelle. Ci si
illude di poter condurre una vita normale; si crede di aver sviluppato degli
anticorpi, di essersi fatti la “pelle dura”, ma la rimozione cova al di sotto e
finisce per presentare il conto.
Che cosa possono fare i palestinesi americani per curare le loro ferite?
Non devono cedere alla sonnolenza e scivolare nell’apatia; è quando reagisci che
inizi a sentirti meglio. Devono capire che l’attivismo è la nostra prima cura,
perché ci fa rinascere come persone integre e stabilizza un sistema di valori
morali universali in cui riconoscersi. Come può un essere umano vivere sereno se
nel suo intimo traballa? Al contrario se sei solido, centrato e con gli
strumenti giusti non starai più zitto e saprai parlare al mondo con cognizione
di causa.
Lo strumento più potente per evolvere e raggiungere la pace è il dialogo?
Per aiutare davvero i singoli popoli dobbiamo prima sviluppare il concetto di
umanità e integrarlo in noi stessi – per questo nel mio gruppo di attivisti
stendiamo tante bandiere e non solo quella palestinese, cerchiamo di non
dimenticare nessuno. E certamente il dialogo gioca un ruolo fondamentale nel
processo di crescita personale e collettiva ma, non fraintendermi, per me è più
efficace se lo applichiamo al conflitto e non a un generico desiderio di pace.
In primo luogo perché non dobbiamo trasformare la pace in un dogma — non può
esserci pace senza giustizia, e non può esserci giustizia senza porre confini
fermi! — e in secondo luogo perché il conflitto è una realtà concreta più dello
stato di pace (spesso ideale), che va affrontata e utilizzata come punto di
partenza.
Credo nel conflitto e credo che ce ne servano di più. Non mi sto riferendo a
quelli armati, che sono la forma estrema, ma alla conflittualità che si presenta
in nuce e che la maggior parte di noi considera giusto evitare. Invece no:
bisogna entrare nel conflitto per risolverlo. Per farti capire: nel mondo
dell’attivismo ci sono tante micro-conflittualità che, proprio perché vengono
ignorate, spingono le parti deboli, o incomprese, ad andarsene, con perdita di
risorse per l’intero gruppo. Lo stesso fenomeno si ripete nelle coppie, nelle
famiglie, nei gruppi di lavoro, a scuola ecc. Se una parte sopporta e tace
l’altra prevarica; è la nostra natura. Io insegno a mettere dei paletti e a dire
“no” senza che ci sia distruzione nel sistema. Bisogna trasformare il conflitto
in qualcosa di costruttivo Da qualche tempo mi ritrovo a svolgere il ruolo di
mediatore in situazioni di questo genere all’interno dei gruppi di attivisti,
poiché non possiamo permettere che obiettivi a breve termine frammentino le
nostre fila; la vera liberazione non è una battaglia che si combatte e si vince,
bensì il processo del compiere ogni passo con integrità, allineandosi di volta
in volta alla verità che si scopre.
Come vedi i palestinesi che resistono in Palestina?
Sono i miei eroi e lo sono per l’umanità. Quando siamo nelle piazze urliamo
“Palestina libera!”, ma credo che la Palestina sia già libera e per questo
motivo la attaccano; la Palestina non è solo terra, sassi e ulivi; è anche un
luogo della mente, e chi entra in questa dimensione diventa invincibile e
libero. Lotta per tutti gli altri che ancora non lo sono.
Camminiamo per il parco fino alle macchine. Osservo Rami brillare nella bruma
dell’oceano che ha coperto leggera le punte degli alberi. In quella che ho
scelto come mia cultura d’elezione, lo yoga, gli dèi esistono e camminano tra
noi; li riconosci da come si muovono e dalla luce che emanano, ispirano coraggio
e altruismo nel cuore di chi li incontra.
Marina Serina