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La Costa Rica chiude la propria ambasciata a Cuba
“Il 17 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica della Costa Rica ha informato la nostra Cancelleria attraverso una nota diplomatica e senza offrire alcun argomento, della decisione unilaterale di chiudere la propria ambasciata a Cuba,” si legge in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cubano. “Inoltre, senza alcun tipo di giustificazione e invocando una presunta e infondata reciprocità, ha chiesto a Cuba di ritirare il personale diplomatico dalla sua Ambasciata a San José, sottolineando che ciò non include il personale consolare e amministrativo, che potrà continuare a svolgere le sue funzioni”, continua la nota del Ministero degli Esteri cubano. Viene notificato che “a partire dal 1° aprile il governo della Costa Rica manterrà le relazioni con Cuba a livello consolare”. Secondo la nota emessa dal governo cubano “si tratta di una decisione arbitraria, evidentemente adottata sotto pressione e senza tener conto degli interessi nazionali di quel popolo fratello. Con questo passo, il governo costaricano, che mostra una storia di subordinazione alla politica degli Stati Uniti contro Cuba, si unisce ancora una volta all’offensiva del governo statunitense nei suoi rinnovati tentativi di isolare il nostro Paese dalle nazioni della Nostra America e partecipa alla sua escalation aggressiva contro la Rivoluzione cubana, respinta dalla comunità internazionale. Come sessant’anni fa, fallirà nell’impegno. Niente potrà allontanare i popoli di Cuba e Costa Rica, uniti da legami indissolubili di una storia comune, onorata da grandi eroi dell’indipendenza cubana come Martí e Maceo”, conclude il comunicato. La decisione del governo della Costa Rica arriva dopo la riunione della nuova creatura voluta da Donald Trump denominata “Scudo delle Americhe” tenutasi il 7 marzo a Miami. All’alleanza politico-militare sono stati invitati i presidenti di destra ed estrema destra che governano in America Latina. Lo scopo formale è quello di combattere il narcotraffico e l’emigrazione clandestina, ma in realtà “l’obiettivo è quello di riorganizzare la sicurezza dell’emisfero attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel cortile di casa”, come fa notare Marco Consolo. Alla prima riunione erano presenti Javier Milei per l’Argentina, il boliviano Rodrigo Paz, José Antonio Kast per il Cile, Rodrigo Chaves per la Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, il neo eletto presidente dell’Honduras Nasry Asfura, José Raúl Mulino per Panama, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Durante l’incontro si è ovviamente parlato anche di Cuba e Trump ha dichiarato che l’isola è arrivata alla fine del suo percorso politico. La decisione di chiudere l’ambasciata da parte della Costa Rica arriva dopo che il 4 marzo il governo dell’Ecuador di Daniel Noboa, senza fornire alcuna giustificazione, aveva dichiarato persona non gradita l’ambasciatore cubano Basilio Gutierrez e i membri della rappresentanza diplomatica, intimando loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Quindi immaginare che dietro le due decisioni ci sia una regia statunitense non è una fantasia. Ci dovremo aspettare altre ambasciate chiuse nei prossimi giorni, magari proprio in uno dei Paesi che il pacifista della domenica ha chiamato al suo cospetto? Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cuba fra menzogne e propaganda
Osservate bene l’immagine sotto il titolo dell’articolo: questa è solo una parte dell’enorme galassia di piattaforme web, televisioni, radio, pagine social ecc. create e finanziate direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti per diffondere nell’isola ed all’estero ogni tipo di menzogna e falsità contro Cuba e la sua rivoluzione. Il principale ente finanziatore di questo apparato è l’USAID, il paravento utilizzato dall’impero del male per mascherare i propri interventi nei Paesi stranieri, ma spesso i finanziamenti arrivano direttamente dal Dipartimento di Stato. In questo panorama di guerra mediatica uno in particolare, El Toque, è quello che si incarica di danneggiare maggiormente l’economia dell’isola; si tratta di un presunto sito di analisi economiche, ovviamente con base a Miami, dove ha sede la peggiore mafia anticubana, che ogni giorno, a sua discrezione, stabilisce il valore di cambio del peso cubano (CUP) nel mercato nero dell’isola, valore che non ha nulla a che vedere con il cambio ufficiale. Per fare un esempio fino allo scorso anno il cambio ufficiale era di 140/150 CUP per un euro e poco meno per un dollaro, quindi lo straniero che intendeva cambiare ad esempio 100 euro a Cuba si recava in una banca o in una Cadeca (casa de cambio) e riceveva 14.000 CUP; contemporaneamente però nelle strade si trovavano persone con le tasche gonfie di pesos cubani che offrivano un cambio molto, molto più alto, attorno ai 300/350 CUP per un euro/dollaro e quindi 30/35.000 CUP. Personalmente mi sono sempre rifiutato di cambiare euro nelle strade, perché questo significa inflazionare ulteriormente il già scarso valore della moneta cubana, ma questo scrupolo sono ben pochi a farselo e la maggioranza delle mie conoscenze mi ha sempre dato dello stupido; è possibile che io sia stupido, ma di sicuro non sarò mai complice. Quel valore di cambio al mercato nero lo stabilisce El Toque, obbedendo agli ordini dei finanziatori nordamericani, con il chiaro intento di deprezzare la moneta nazionale.  Vista la situazione il governo cubano, nel tentativo di estirpare questo chiarissimo disegno criminale, ha elevato il valore di cambio ufficiale portandolo attorno ai 530/540 CUP per un dollaro/euro, così da spazzare via qualunque tipo  di contrattazione illegale. Qualcuno vuole provare a indovinare cosa è accaduto? In meno di dodici ore El Toque ha pubblicato i nuovi importi da applicare al mercato nero, che in questo momento rasentano i 600 CUP per un dollaro/euro e non cessano di salire. Nella situazione del Paese non era cambiato nulla perché un vero portale di analisi economiche potesse esprimere valutazioni differenti da quelle del giorno prima; è quindi del tutto evidente che il compito di El Toque è unicamente quello di distruggere l’economia interna cubana. Un portale straniero che si arroga il diritto di stabilire quale debba essere il valore di cambio illegale della moneta di un’altra nazione: questo è El Toque. Occorre però porsi una domanda: El Toque può scrivere quello che vuole, ma se non ci fossero i cambiavalute illegali nelle strade rimarrebbe solo uno dei tanti portali anticubani. Dove vanno quindi questi cambiavalute illegali a riempirsi di pesos da offrire agli stranieri se lo stipendio di un lavoratore qui non supera i 10.000 CUP? E’ fin troppo evidente che si tratti di un traffico organizzato, diretto e finanziato da chi ha come unico scopo quello di causare il default economico del Paese, e chi sono gli unici a volere questo? Sempre loro, quelli che si trovano a 90 miglia a nord dell’Avana…. Tutti gli altri siti web ed organi di (dis)informazione di cui sopra hanno lo scopo di diffondere ogni sorta di falsità contro Cuba, alcune della quali risultano persino patetiche tali sono le assurdità che propinano e quindi dubito che abbiano molto seguito. L’ultima in ordine di tempo di questa montagna di menzogne è quella secondo la quale gli aiuti umanitari provenienti dal Messico giunti all’Avana circa una settimana fa sarebbero stati venduti dal governo cubano per ingrassare le tasche non si sa bene di quali e quanti politici…. Ve li mostro io, eccoli qui: Héctor, il “fratello” cubano che mi ospita, sua moglie e sua figlia ricevono regolarmente gli aiuti alimentari che vengono prontamente distribuiti dal governo alla popolazione tramite la “libreta” o “canasta basica”. Cos’è la libreta, o canasta basica? Nel mondo occidentale abituato alla mentalità capitalista questo è un concetto praticamente sconosciuto, mentre nella società socialista cubana è il fondamento della vita civile della nazione: lo Stato si fa carico di fornire ad ogni suo cittadino, qualunque sia il suo reddito, un’abitazione e una fornitura di alimenti di base secondo la composizione di ciascun nucleo familiare, per garantirne la sussistenza; senza dimenticare che a Cuba l’istruzione è universale e gratuita fino alla laurea ed egualmente universale e gratuita è la sanità. E’ sempre stato così dal giorno del trionfo della rivoluzione; la solidarietà sociale di questo straordinario popolo esprime così la propria umanità. Chi ha qualche anno sulle spalle come me ricorderà (perché lo abbiamo studiato, non perché lo abbiamo vissuto) che anche in Italia esisteva qualcosa di simile, anche se non uguale, la famosa tessera annonaria istituita in piena Seconda Guerra Mondiale. Il sistema cubano di assegnazione delle abitazioni, della sussistenza alimentare e delle prestazioni sanitarie purtroppo negli ultimi anni ha subito gravi ridimensionamenti a causa del bloqueo, ma se andate a leggero quello che diffondono gli scrivani sotto dettatura che formano l’esercito mediatico dei servi dell’impero troverete scritto che no, il bloqueo non esiste, che è una invenzione del “regime” cubano, che la responsabilità della situazione dell’isola è da attribuire all’incapacità del governo di guidare il Paese, o che il sistema socialista è una sventura per il popolo cubano, che dovrebbe invece gettarsi fra le braccia amorevoli del capitalismo. Fortunatamente il 98% del popolo cubano sa benissimo come stanno realmente le cose, perché le vede e le vive, mentre il rimanente 2% sono i soliti “gusanos”, persone di scarse se non nulle conoscenze, molto facilmente manipolabili e quindi servi sciocchi dell’impero. Alcuni sono addirittura nostalgici della dittatura di Batista, quando L’Avana era la casa dei divertimenti di ricchi gangster e mafiosi newyorkesi e il Paese era spartito fra ricche oligarchie e grandi aziende nordamericane, mentre il popolo era solo carne da lavoro. Spessissimo qui mi capita di sentir ripetere una frase del Che pronunciata all’Università Alma Mater dell’Avana di fronte agli studenti e poi divenuta famosa: “No se puede confiar en el imperialismo ní tantito así, nada!”, ossia “Non ci si può fidare dell’imperialismo nemmeno un pochino, per niente!” Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cuba, splendide spiagge deserte per il crollo del turismo
Il 16 marzo 2026, ultimo giorno della mia permanenza a Trinidad, avrei dovuto fermarmi in questo splendida cittadina altri quattro giorni, ma il giorno 21 in un orario imprecisato è previsto l’arrivo della Flotilla Nuestra America alla bahía dell’Avana, avvenimento al quale non posso assolutamente mancare. Essendo i trasporti molto limitati il bus di domani è l’ultimo trasferimento utile del quale possa usufruire. Oggi quindi ho voluto visitare quella che universalmente viene descritta come una delle perle più preziose dei Caraibi, la penisola di Playa Ancón…. La penisola era facilmente raggiungibile con qualunque mezzo pubblico o privato, in quanto dista solo una dozzina di chilometri dal centro di Trinidad, ma purtroppo oggi non è più così, perché la carenza di combustibili che il maledetto bloqueo porta con sé rende molto difficile e costoso effettuare qualsiasi spostamento, anche quelli su brevi distanze come questo. Playa Ancón mantiene quanto promette: il mare cristallino, la spiaggia di sabbia finissima e la natura silvestre che le fa da anfiteatro sono di una bellezza straordinaria. E’ chiaramente un luogo dalla grandissima attrazione turistica, ma nonostante ciò le strutture nelle immediate vicinanze dell’arenile non sono assolutamente invasive; ci sono alcuni chioschi all’ombra della splendida vegetazione nei quali è possibile trovare frutta tropicale di ogni sorta e pranzi tipici, soprattutto a base di pesce, mentre per godere di questo sole e di questo mare unici al mondo si bastano i caratteristici ripari realizzati con foglie di palma. Lungo tutta la penisola alle spalle di questa che sembra una cartolina illustrata si trovano solo tre splendide e discrete strutture alberghiere armoniosamente inserite nel paesaggio, che dimostrano quanta attenzione e rispetto vengono riservati ai territori. Cuba non ha mai permesso nessun tipo di speculazione edilizia selvaggia perché le sue bellezze naturali sono la sua ricchezza e proteggerle a ogni costo dallo sfruttamento indiscriminato è il primo impegno di questo stupendo Paese. Si potrebbe parlare di un angolo di paradiso, che l’impero del male non si è fatto scrupolo di trasformare in inferno. Venendo qui oggi si tocca con mano quanto malvagio, perfido, crudele e cinico sia il bloqueo: questo luogo da sogno dovrebbe accogliere ogni giorno ospiti provenienti da ogni latitudine e contemporaneamente dare lavoro a centinaia di lavoratori di questo settore, così come tutte le “casas particulares”, ossia le normali abitazioni civili, appositamente normate ed adattate, che ai cubani è consentito utilizzare come B&B. Ebbene, tutto questo oggi è completamente paralizzato. Con il divieto per i cittadini statunitensi di recarsi sull’isola, il diniego del visto di ingresso negli Stati Uniti per ogni persona che abbia viaggiato a Cuba e l’attuale blocco delle forniture di combustibile, Trump è riuscito a imporre l’ennesimo giro di vite all’ultima forma di ingresso di valuta nell’isola; dopo decenni trascorsi ad impedire le transazioni commerciali con qualsiasi istituto bancario, cosa che inevitabilmente ha compromesso importazioni ed esportazioni, ora con la paralisi del settore turistico l’economia cubana subisce l’ennesimo affronto. Soffermarmi a scrutare questi splendidi luoghi praticamente deserti, i lettini prendisole in attesa di un ospite che non arriverà, l’assenza della festante moltitudine colorata di ospiti ai chioschi desolatamente chiusi mi infonde una tristezza infinita, ma ma soprattutto rabbia, perché tutti sanno chi sia il responsabile di tutto questo. Il paventato terrorismo, o l’assurda “inusuale minaccia contro gli Stati Uniti”, sono solo i più recenti pretesti per portare a termine la loro opera di distruzione. Fanno così da sempre e chi lo nega dovrebbe studiarsi la storia di Paesi come il Vietnam, l’Iraq, la Libia e recentemente il Venezuela e l’Iran per capire l’osceno metodo a stelle e strisce. Denunciare l’imperialismo non è vuota retorica, è guardare il male assoluto negli occhi.         Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Cuba, futuro segnato?
Da settimane Cuba è sotto il tallone di Trump e il relativo strangolamento messo in atto dall’amministrazione statunitense, che sta comportando condizioni di vita terribili per tutta la popolazione. Sulla situazione in corso nell’isola caraibica abbiamo intervistato Roberto Livi, corrispondente de Il manifesto, profondo conoscitore delle dinamiche sociali e politiche del Paese, dato che vi abita da alcuni decenni. Ci puoi dare un quadro della crisi in corso? La situazione è da tempo drammatica, aggravata dalla mancanza di carburante. Tutti i giorni, per molte ore, ci sono interruzioni per quanto riguarda l’erogazione dell’ elettricità. Alle quali si aggiungono  l’aumento dei prezzi con costi insostenibili per la maggior parte della popolazione, la dollarizzazione dei generi di prima necessità, il collasso dei trasporti, per cui ormai all’Avana ci si muove con tricicli elettrici o in bicicletta.  Questo è il quadro terribile. Molti dei miei vicini di casa cucinano con il carbone o con la legna, parallelamente esiste un malcontento generale non organizzato politicamente, dato che in tutta la fase post rivoluzionaria a Cuba non c’è mai stata una vera società civile, perché quelli così definiti, come l’Unione delle donne, dei giornalisti, sono in realtà cinghie di trasmissione del partito. Così come è evidente una crescente sfiducia nei confronti dello Stato, incapace di risolvere i problemi materiali della gente.  Non c’è una società civile organizzata, però ci sono stati momenti di autorganizzazione nei quartieri popolari o quant’altro? Non si tratta di gruppi di quartiere, bensì di momenti di protesta con alcuni che escono di casa, scendono in strada e cominciano a fare i cacelorazo, altri si uniscono. Nelle zone più periferiche dell’Avana ci sono veri e propri movimenti popolari. Ma non c’è una opposizione in grado di proporre un programma di transizione. Quindi si tratta di focolai spontanei che nel migliore dei casi vengono sedati con l’intervento dei responsabili del partito o dei “comitati di difesa della rivoluzione che cerca di convincere le persone di sperare in un miglioramento, oppure con la repressione poliziesca.  Il contesto è reso ancora più problematico dal fatto che ci sono sostanzialmente due soggetti che si fronteggiano, quello dei “contra” che punta all’abbattimento del governo, e lo Stato che resiste, perché non è vero che sia fallito. Hai fatto riferimento alla questione energetica. La dipendenza dal petrolio è stata una prerogativa del modello economico. In queste settimane più volte si è fatto cenno alle rinnovabili che gradualmente negli ultimi anni sono state scelte come alternativa. Che ci puoi dire a proposito? Sulle rinnovabili Díaz Canel ha informato che oggi – grazie all’aiuto cinese- con il solare – si copre circa il 50% dell’energia richiesta durante il giorno. I problemi sorgono con il calar del sole  perché mancano batterie-  Di accumulazione, manca il carburante per le centrali. Inoltre le micro centrali di quartiere non funzionano a causa della mancanza di diesel.  Per le rinnovabili sono stati già installati circa  500 pannelli in altrettanti policlinici e in qualche ospedale. Stessa cosa nelle zone dove abitano  persone bisognose di cure, o in  luoghi isolati. Quali sono i motivi per cui  si è avviati verso questo finale? Stanno venendo al pettine nodi strutturali? Il dopo Fidel ha accelerato la crisi di un modello che, al di là delle attenuanti dovute allo storico embargo Usa, aveva sin dalle origini dei “difetti” cronici di vario tipo? Sulla crisi del modello è evidente che da tempo la struttura burocratizzata non funziona: il Paese non produce, è in recessione da quattro anni, il Pil pro capite è il più basso dell’America latina. Molto dipende dal blocco, ma vi sono stati tragici errori di programmazione come Tarea ordenamiento, cioè l’unificazione monetaria e l’eccessivo investimento in alberghi a scapito della produzione elettrica, sanità e scuola.  Da anni molti economisti amici ripetono che il problema non è la proprietà statale, ma l’efficienza. Sarebbe necessario decentrare e dare autonomia, nonché favorire una maggiore partecipazione dal basso. Recentemente è stata approvata la legge che permette l’associazione tra privato e statale.  Il partito e il governo come stanno reagendo? Cosa potrebbe accadere? E’ possibile uno scenario venezuelano? E’ difficile da dire, perché non essendoci trasparenza ed informazione da parte dei mass media, non si conoscono gli equilibri del potere. Si sa che ci sono delle divergenze, la situazione di crisi è evidenziata dall’ammissione da parte di Diaz Canel di trattative in corso con gli Usa, scenario che cambia il panorama politico. Inoltre i negoziati in corso sembrano  sotto il controllo dell’entourage di Raùl, dunque dei militari. Questo fa pensare che l’attuale leadership abbia le settimane, se non giorni, contati. Si prevede anche che prossimamente inizieranno le prime aperture verso la diaspora cubano- americana. Insomma è possibile un periodo di transizione con aperture economiche e magari una nuova dirigenza legata a Raùl e i militari.  Comunque è difficile pensare a qualcosa che vada al di là di una fase d’urgenza: Cuba ha bisogno di petrolio per sopravvivere, gli Usa possono darglielo per un periodo intermedio, ma avendo ben chiaro che strategicamente vi dovrà essere un cambio di governo. Gli uomini di Raùl possono guadagnare tempo.  Non penso vi sarà una resa alla venezuelana, i due paesi hanno storie diverse, ma data la difficile situazione, a meno di sorprese in Iran e nelle elezioni di medio termine negli Usa, sarà difficile un negoziato a schiena dritta e difendendo la sovranità come è nella storia delle rivoluzione.  Sergio Sinigaglia
March 17, 2026
Pressenza
Maya e palestinesi, due genocidi con un elemento in comune: Israele
Che cos’ha in comune il genocidio dei Maya degli anni Ottanta del secolo scorso con quello dei palestinesi? Maya e palestinesi, geograficamente quasi agli antipodi del globo, si somigliano per la relazione speciale che intrattengono con la loro terra. Non hanno bisogno di alcuna propaganda per sentirsi patrioti: semplicemente nascono con questo legame. Gli uni intrecciati alle radici degli ulivi, gli altri al respiro possente della montagna. È il luogo che sceglie; imporsi con la forza per dominarlo, per sfruttarne le risorse, è comportarsi da ladri e quella terra mai li accoglierà. Cercando in rete si trova molto materiale sul genocidio in Guatemala. Per chi è interessato ad approfondire suggerisco la video intervista fatta da Chris Hedges a Jennifer K. Harbury. A questo link si trova la trascrizione in italiano. La popolazione del Guatemala è per quasi il 75% costituita da indios (e fra questi l’etnia più corposa è riconducibile geneticamente e linguisticamente ai maya; un altro 25% viene definita ladino, ossia un misto di maya e colonizzatori europei e una parte infinitesima del totale è rappresentata dall’etnia caucasica. Verso la fine di quella che nelle pagine di storia è conosciuta come la guerra civile, dal 1960 al 1996, la popolazione indigena subì un genocidio che è sconosciuto ai più. Ne parliamo con Carlos, figlio di Carlos Ovalle (maya Qʼeqchiʼ), che a soli dieci anni si trovò catapultato da un giorno all’altro da Città del Guatemala a Long Beach, nel Sud della California. Raccontami la vostra storia Mio padre era un gran lavoratore e un uomo pacifico, ma c’erano due cose che non sopportava: la burocrazia e la corruzione. Era la fine degli anni Sessanta e nel Paese il clima era teso. Mio padre era un cartografo e aveva un buon lavoro in un’agenzia governativa; vedeva quotidianamente corruzione e abusi ai danni degli indigeni e non stava zitto. Denunciava pubblicamente i fatti di cui veniva a conoscenza. Iniziarono ad arrivare avvertimenti, ma lui tirò diritto per la sua strada, fin quando un giorno un suo superiore gli disse che doveva partire per fare un rilievo in una zona sperduta della foresta. Carlos Ovalle Mio padre si apprestò a preparare la sua solita squadra, ma gli fu comunicato che avrebbe dovuto lavorare con uomini nuovi. Si insospettì, ma partì lo stesso. Sul ciglio di un dirupo gli legarono mani e piedi, intenzionati a tagliargli la testa con un machete, ma riuscì a saltare all’indietro, nel vuoto e miracolosamente si salvò. La lama era però riuscita ad aprirgli mezza faccia. In qualche modo riuscì a risalire la valle, dove fu soccorso da un gruppo di taglialegna. Quando uscì dall’ospedale un amico americano che lavorava al consolato lo aiutò a scappare in California. Ero piccolo, ma ricordo bene che tutto accadde molto velocemente. Che cosa è successo in Guatemala prima e dopo la vostra fuga? Dopo decenni di terrore e governi dichiaratamente fascisti, nel 1954 fu democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che iniziò un programma di riforme socialiste, ridistribuzione della terra e nazionalizzazione di compagnie e infrastrutture. Finalmente per il popolo guatemalteco sembrava aprirsi un tempo di rinascita e giustizia sociale, ma i grandi investitori privati, come la United Fruit Company, che possedeva immensi latifondi, andarono su tutte le furie e costrinsero gli Stati Uniti a intervenire provocando una serie di colpi di Stato, assassinii, violenze e caos in tutto il Paese. Ma il popolo, soprattutto il 75% indios, non mollava, anzi si organizzò facendo dell’impervia montagna la propria sede e conducendo azioni di guerriglia. E così arriviamo alla fine degli anni Settanta, quando venne eletto presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che amava definirsi un’anima semplice, un devoto cristiano (era stato anche ordinato pastore), un amante della pace e un difensore dei diritti umani. Carter non voleva avere niente a che fare con il brutto affare del Guatemala e dunque qualcuno (Chi? La CIA? Qualche altra entità segreta?) decise di passare la palla al Mossad, il servizio segreto israeliano; di lì a poco la guerra civile entrò in una spirale di barbarie e violenze che causò 200.000 morti (di cui l’83% erano civili inermi), 620 villaggi maya completamente spazzati via, 15.000 scomparsi e un milione di sfollati. È chiamato il genocidio silenzioso, perché allora quasi nessuno sapeva che cosa stesse accadendo nel Paese centroamericano. Neanche voi lo sapevate? Nemmeno noi guatemaltechi all’estero riuscivamo ad avere notizie complete, era tutto frammentario e confuso. Cominciammo a capire che stava succedendo qualcosa di molto brutto quando qualcuno di noi iniziò ad andare sul posto e non fece più ritorno. Solo vent’anni dopo grazie alle Ong internazionali furono trovate le fosse comuni. Sei tra coloro che nel 2023 hanno iniziato la pratica di calare striscioni dai cavalcavia sulle autostrade per denunciare il genocidio dei palestinesi. Come ti sei sentito quando le notizie dei massacri dell’IDF sulla popolazione civile di Gaza hanno iniziato a circolare? Ho capito subito dove si stava andando; ho visto le stesse tecniche all’opera. I militari israeliani all’epoca del nostro genocidio arrivarono e istruirono l’esercito del Guatemala in modo nuovo, più efficiente e riuscirono anche a renderlo molto più feroce e senza scrupoli. I palestinesi per me sono fratelli e sorelle: ci accomuna la qualità della resilienza. I maya sono sempre riusciti a preservare la loro cultura attraverso dominazioni e tirannie esterne proprio per questo viscerale attaccamento alla propria terra. Siamo un popolo pacifico e molto paziente, come credo siano i palestinesi. Com’è la situazione oggi in Guatemala? In apparenza va abbastanza bene. Gli indigeni, almeno sulla carta, hanno ottenuto dei diritti, ma siamo ancora molto lontani da una loro reale rappresentanza politica. L’infinitesima minoranza bianca tiene ancora in mano le fila del Paese; il sistema si è ammorbidito, ma è sempre quello. Te ne accorgi se parli troppo: se sei un giornalista d’inchiesta e malauguratamente scrivi qualcosa di scomodo, puoi ancora sparire da un giorno all’altro, come tentarono di fare con mio padre. Gli indios di oggi però hanno imparato meglio le regole del gioco e cascano meno nei tranelli dell’uomo bianco, per esempio stanno nascendo le “corporazioni maya” che sanno dare filo da torcere ai colonialisti. Negli Stati Uniti, ormai da più di un anno, l’ICE perseguita i migranti. Mi sono commossa quando l’altra sera hai raccontato dei bambini deceduti in detenzione. Che cosa sai in proposito? Purtroppo poco, perché è molto difficile ottenere risposte chiare dall’agenzia federale; offrono sempre la stessa scusa di “patologie pregresse”. Erano nove bimbi di età compresa tra i nove e i quattordici anni, di cui sei indio guatemaltechi. Dietro quei muri può succedere di tutto, ma è facile che siano morti per incuria. Nella nostra zona è attiva la “Rapid Response”. Siamo un gruppo di volontari che aiuta famiglie in difficoltà a causa delle operazioni dell’ICE. In quest’ultimo anno, ho scoperto che le loro strutture sono delle miserabili prigioni: non hanno medici interni, ma solo un presidio infermieristico e per uscire da lì ci vuole una burocrazia infinita. Un nostro assistito ha avuto ben due infarti e non lo portano in ospedale. Sta male e siamo molto preoccupati per lui. Che cosa fa la Rapid Response? Al momento stiamo sostenendo e proteggendo quattro famiglie. Solo una è in una condizione drammatica e dobbiamo aiutarli in tutto. Le altre riescono parzialmente ad arrangiarsi, dunque gli offriamo un aiuto mirato. Per esempio a una coppia abbiamo procurato una macchina usata perché possano raggiungere i posti di lavoro evitando di usare i mezzi pubblici; per un’altra siamo riusciti a ottenere una tutela legale sui figli piccoli nati negli Stati Uniti, cosicché se dovesse accadere il peggio ai genitori verrebbero affidati a noi e non sequestrati dai federali. Inoltre usiamo le nostre residenze private come loro copertura. Mi piace terminare la nostra chiacchierata con un pensiero positivo, qualcosa che offra speranza. Nel periodo di grande turbolenza che stiamo attraversando noti qualcosa di nuovo? Sì. Da un po’ di tempo, quando dichiaro di essere socialista, spesso mi sento rispondere: “Anch’io”. Fino a qualche anno fa le persone si stupivano ed erano imbarazzate, oggi invece dimostrano molta più apertura. Credo che molti stiano capendo che un sistema socialista non gli toglierebbe la libertà, come credevano, e nemmeno li appiattirebbe come esseri umani, anzi dovrebbe favorire una rinascita umanista.     Marina Serina
March 15, 2026
Pressenza
Cuba, lunghi black out e un commovente incontro con giovani studenti
Sono a Trinidad ormai da tre giorni, ma questo è l’unico momento nel quale posso dedicarmi alla scrittura, non perché non avessi tempo, ma perché in provincia purtroppo la situazione energetica è ancora più grave che nella capitale l’Avana. Da quando sono arrivato la città ha potuto ricevere l’energia elettrica solo quattro volte, prevalentemente durante la notte e per poche ore, il che significa concentrare in quei pochi momenti tutte le necessità energetiche, ricaricando i cellulari e le batterie di riserva. Diversi edifici hanno potuto installare pannelli fotovoltaici con batterie di accumulo. Si tratta per lo più di attività economiche per l’accoglienza turistica (hotel e ristoranti), ma la stragrande maggioranza delle abitazioni civili è di fatto tornata all’epoca preindustriale: si lava la biancheria a mano, si cucina con carbone o legna, si va a dormine all’arrivo dell’oscurità. Quello che potete vedere qui sotto è il panorama della città, storicamente una delle più belle di Cuba, in ordine cronologico la terza a essere fondata; sullo sfondo è possibile intravedere la penisola di Playa Ancón, una delle perle più preziose dei Caraibi. Nessuno può negare che se questo Paese fosse libero di svilupparsi ci troveremmo di fronte ad un paradiso,  mentre purtroppo l’impero del male che dista solo 90 miglia ha deciso di trasformarlo nell’inferno sulla terra. Anche a Trinidad sono già stato in passato, ed è probabilmente qui che metterò le mie nuove radici; la città non è troppo grande, ma neppure troppo piccina e si trova più o meno a metà della lunghezza dell’isola, per cui è possibile raggiungere più facilmente ogni località sia verso est che verso ovest; a una dozzina di chilometri possiede un piccolo porticciolo e una lunghissima e meravigliosa spiaggia caraibica conosciuta in tutto il mondo, ma soprattutto è un pozzo di storia e di cultura, cultura che il popolo cubano difende tenacemente e che si fa carico di trasmettere alle nuove generazioni. In questo senso l’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) spesso organizza incontri con storici, scrittori, giornalisti e altre figure importanti del Paese, ai quali partecipano studenti di quello che qui viene chiamato ciclo di studi pre-universitario, cioè ragazzi dai 15 ai 19 anni; non è raro che a questi incontri vengano invitate a parlare persone di altre nazioni impegnate in progetti di solidarietà con Cuba. Oggi questo onore è toccato a me e ho accettato con enorme orgoglio, perché toccare con mano la sete di sapere di questi ragazzi mi ha realmente commosso. Le narrazioni degli storici che ripercorrono gli eventi della lotta di liberazione di Cuba dagli spagnoli e successivamente della rivoluzione contro la tirannia di Fulgencio Batista, sono affascinanti e coinvolgenti. Chiunque ami Cuba e la sua rivoluzione non dovrà perdere l’occasione di assistervi; inoltre qui è presente uno splendido museo che contiene ogni tipo di reperto riguardante quella che viene definita “la lucha contra el banditismo”, che non è come potremmo erroneamente pensare la lotta contro dei semplici briganti, bensì un lungo periodo, seguito al trionfo della rivoluzione, durante il quale diversi controrivoluzionari sostenitori della dittatura di Batista, finanziati e armati dalla CIA, si resero responsabili di atroci attentati, assassinii, sequestri e quanto di peggio fossero in grado di pianificare contro elementi di spicco della rivoluzione cubana e le loro famiglie. Fu un lungo periodo di dolore e di crudeltà, tutte cose alle quali gli Stati Uniti sono naturalmente avvezzi, che si concluse con la totale eliminazione di tutte queste cellule terroristiche. Tornando al presente, noto che anche a Trinidad si ricorre a ogni mezzo possibile per sopperire alla carenza di combustibili; in ogni angolo della città sono apparsi così molti  veicoli elettrici per il trasporto collettivo . Questo comporta almeno due effetti positivi: il primo è ovviamente la possibilità di non consumare nessun tipo di combustibile e il secondo è la riduzione dell’inquinamento ambientale, perché non bisogna mai dimenticare che, sempre grazie al bloqueo imposto dagli Stati Uniti, il parco veicoli circolante a Cuba è probabilmente il più vecchio del pianeta, che avrà anche il suo fascino, ma è anche molto inquinante. Sono le 23 di venerdì 13 marzo, vorrei scrivere ancora perché sono molte le cose da dire, ma l’ennesimo black-out, che non durerà meno di una ventina di ore, mi riporta alla realtà di questa splendida isola, assediata e strangolata da così tanto tempo che la maggioranza della sua popolazione è nata sotto questa inumana coercizione chiamata bloqueo. In ogni occasione il popolo cubano termina i propri incontri con quella che è l’incitazione più forte alla resistenza, che faccio mia e che recita così: ABAJO EL BLOQUEO! HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! VENCEREMOS!”       Redazione Italia
March 14, 2026
Pressenza
AIUTIAMO CUBA NELL’EMERGENZA
Iniziative italiane ed europee di aiuto umanitario: “Energia per la vita”, “Let Cuba Breathe” e l’European Convoy for Cuba con Nuestra América Flotilla. Durante la pandemia di Covid‑19, Cuba ha dimostrato un gesto di solidarietà concreto inviando medici e brigate sanitarie in Italia e in Europa per sostenere ospedali in difficoltà, anche nel nostro Paese. Oggi, nel 2026, quella solidarietà merita di essere ricordata – e ricambiata – di fronte a una nuova emergenza umanitaria. L’isola affronta una crisi sanitaria e sociale profonda, stretta da oltre 64 anni di blocco economico imposto dagli Stati Uniti e dal duro impatto di restrizioni recenti che hanno colpito rifornimenti essenziali come carburante, medicinali e dispositivi medici, mettendo in pericolo la vita di migliaia di persone e paralizzando servizi fondamentali come ospedali, scuole e trasporti. Il blocco economico e finanziario è stato condannato da decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma continua a impedire all’isola di acquistare liberamente beni e tecnologie mediche vitali nel mercato internazionale, tra cui i pacemaker per i pazienti cardiaci. Senza questi dispositivi, molte persone restano ricoverate o in lista d’attesa per anni. La solidarietà internazionale può salvare vite concrete, rompendo l’isolamento imposto da politiche che colpiscono direttamente popolazioni vulnerabili. In Italia e in Europa, comunità, associazioni e cittadini hanno già avviato raccolte di farmaci, beni essenziali e fondi, per arrivare con aiuti tangibili a Cuba e sostenere la popolazione nelle sue necessità più gravi. Energia per la vita: iniziativa dall’Emilia‑Romagna La campagna “Energia per la vita – Accendiamo la luce su Cuba” è stata lanciata da CGIL, ARCI, ANPI, Associazione Nazionale Amicizia Italia‑Cuba e Nexus Emilia‑Romagna ETS per sostenere il sistema elettro‑energetico cubano, gravemente compromesso dal blocco economico e dalla carenza di carburante, pannelli solari e attrezzature tecniche essenziali. I fondi raccolti saranno destinati all’acquisto di prodotti e supporti tecnici per il funzionamento di pannelli solari, fondamentali per mantenere in funzione scuole, ospedali, centri di lavoro e cultura sull’isola. Donazioni – Nexus Emilia Romagna ETS IBAN: IT58D 05018 02400 000011318730 Causale: Energia per la vita Per informazioni, adesioni e dettagli sulla campagna: www.nexusemiliaromagna.org/energia-per-la-vita/ Scarica il volantino qui IMPORTANTE: per evitare il blocco automatico dei trasferimenti da parte delle istituzioni bancarie, si raccomanda fortemente di NON includere la parola “CUBA” nella causale del pagamento. La campagna Let Cuba Breathe La mobilitazione internazionale Let Cuba Breathe nasce per rompere il silenzio sull’asfissia economica e sanitaria che affligge il popolo cubano: una crisi aggravata dal blocco economico, dalla carenza di carburante, medicinali e tecnologie mediche, nonché dalle continue difficoltà nei servizi essenziali. Questa campagna chiede il diritto alla cooperazione civile e sanitaria senza coercizioni ed è sostenuta da numerose organizzazioni, associazioni e reti civiche in Europa. La campagna promuove raccolte pubbliche di medicine e beni di prima necessità, iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi per spedire aiuti in accordo con le esigenze indicate dalle autorità cubane, compresi pacemaker e altri dispositivi medici urgenti. Per informazioni, adesioni e dettagli sulla campagna internazionale: https://letcubabreathe.org/ Contatti: info@letcubabreathe.org European Convoy for Cuba e Nuestra América Flotilla In Italia e in Europa si moltiplicano iniziative concrete per sostenere la popolazione cubana in piena emergenza umanitaria. Nell’ambito della campagna internazionale Let Cuba Breathe, è in partenza dall’Europa l’European Convoy for Cuba, una missione umanitaria coordinata da reti civiche, associazioni e partiti politici, con un volo umanitario previsto per il 17 marzo 2026 verso L’Avana, carico di medicinali e beni essenziali raccolti da gruppi italiani e internazionali. Questo convoglio si unirà al Nuestra América Convoy (precedentemente noto come “Nuestra América Flotilla”), un’iniziativa internazionale che riunisce organizzazioni, movimenti sociali e delegazioni da vari paesi per consegnare aiuti umanitari direttamente al popolo cubano. Queste iniziative sono definite dai loro promotori come un modo per “rompere l’assedio economico e politico imposto dagli Stati Uniti”, portando medicinali, attrezzature mediche e beni di prima necessità con l’obiettivo di sostenere ospedali, comunità e servizi sanitari in crisi. Altre iniziative di raccolta farmaci e materiali sanitari Diverse realtà civiche e gruppi sociali stanno organizzando raccolte di medicinali e materiale sanitario da destinare alla popolazione cubana. A Trieste, il Coordinamento No Green Pass e Oltre raccoglie farmaci ogni lunedì (via del Bosco 3) e giovedì (via del Bosco 12/C), dalle 17 alle 19, per sostenere chi è colpito dalla crisi umanitaria. Non portare medicinali che necessitano basse temperature per la conservazione; solo confezioni integre, non scadute né a scadenza breve. A Crema, il circolo Brigata Henry Reeve, in collaborazione con altri circoli dell’Associazione Nazionale Amicizia Italia-Cuba, prosegue la raccolta di farmaci da inviare tramite container in partenza dall’Italia nel prossimo giugno. Dopo quattro mesi di attività, il valore dei medicinali raccolti ha superato i 4.000 euro. La raccolta si svolge ogni mercoledì dalle 17.30 alle 19 presso la sede del circolo, in via Cremona 27 (c/o PRC) e comprende farmaci da banco, generici e prescritti con ricetta, purché non necessitino di frigorifero e siano validi per almeno altri 3-6 mesi. In un momento in cui la cooperazione internazionale non è mai stata così urgente, l’azione concreta di associazioni, cittadini e reti solidali può fare la differenza: facciamo sentire che Cuba può respirare.   Per informazioni sulla raccolta farmaci a Trieste: https://www.pressenza.com/it/2026/03/solidarieta-a-cuba/ Per informazioni sulla raccolta farmaci a Crema: > Italia-Cuba. Avanti tutta con la raccolta dei medicinali Per contatti dei vari circoli Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba: > I Circoli Per altre iniziative di solidarietà e raccolta: > Cuba non è sola: USB lancia raccolta fondi e sarà presente nel Nuestra America > Convoy Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
Cuba non è sola: USB lancia raccolta fondi e sarà presente nel Nuestra America Convoy
USB ha lanciato una raccolta fondi in sostegno al popolo di Cuba, stritolato dal bloqueo mentre è sotto la continua e crescente minaccia di intervento americano. È possibile aderire alla campagna “Un farmaco per Cuba” sul crowdfounding a questo link: https://www.produzionidalbasso.com/project/un-farmaco-per-cuba/ e scansionando il QR code. Se non fosse possibile inviare il pagamento, visto che alcune piattaforme come PayPal bloccano i versamenti in solidarietà con Cuba, è possibile contribuire versando al cc: IT22E0200805253000106162030 – intestato a: CONFEDERAZIONE UNIONE SINDACALE DI BASE USB parteciperà al Nuestra America Convoy, sarà a bordo della flotilla con un membro di USB e del Calp Genova che arriverà a Cuba e con una delegazione del dipartimento internazionale a L’Avana il prossimo 21 marzo. La Federazione Sindacale Mondiale, di cui USB è membro, ha lanciato una settimana di mobilitazione internazionale dal 6 al 12 aprile. Ci aspettano settimane di mobilitazione per Cuba, contro le minacce di aggressione americana, al fianco del popolo e della rivoluzione! Aqui no se rinde nadie!   Unione Sindacale di Base
March 11, 2026
Pressenza
Takis Politis da Santa Clara: «A Cuba è evidente il contrasto tra collettività e individualità»
Sabato 7 marzo, la redazione greca dell’agenzia stampa internazionale Pressenza ha organizzato un importante evento nel comune di Halandri, alla periferia di Atene, dal titolo “Cuba non è sola!” Decine di cittadini e residenti di Halandri hanno donato medicinali e generi alimentari in segno di solidarietà con il popolo cubano, che dall’inizio dell’anno sta affrontando le peggiori sanzioni subite dall’imposizione dell’embargo statunitense 66 anni fa. Quella sera, in una sala gremita del Centro giovani del comune, tra gli altri ospiti, Takis Politis, professore del Dipartimento di Sistemi digitali dell’Università della Tessaglia (Grecia), si è collegato tramite video da Santa Clara, Cuba, dove è professore ospite presso l’università locale, e ha raccontato ciò che vede accadere a Cuba sotto il rigido embargo petrolifero. Secondo il professore, Cuba sta attualmente affrontando problemi molto gravi legati alla fornitura di energia elettrica, alle difficoltà di trasporto e persino alla possibilità di cucinare nelle famiglie. Questi problemi contribuiscono alla crescita e allo sviluppo dell’ingegno e della coesione sociale, poiché la coscienza sociale è estremamente sviluppata e permea l’intera società cubana, anche quelle parti che sono più critiche nei confronti del governo cubano. La priorità della collettività rispetto all’individuo è evidente in questo Paese. Il mondo occidentale promuove l’individualismo, mentre gli abitanti dell’isola promuovono la coscienza collettiva e, di conseguenza, l’azione collettiva. Il professor Politis ha affermato che ogni giorno per le strade di Santa Clara le persone utilizzano come mezzi di trasporto carri e cavalli, tricicli elettrici o biciclette. Coloro che possono spostarsi si assicurano di aiutare il maggior numero possibile di concittadini che non hanno questa possibilità. Le università del Paese hanno implementato metodi di apprendimento a distanza per la terza settimana. Il cambiamento nel modello educativo non significa che i processi educativi si siano interrotti. Parallelamente a ciò, gli studenti che non vivono a Santa Clara ma in altre zone, villaggi e città circostanti, sono coinvolti in modelli organizzati di sostegno e servizio alla comunità nei loro luoghi di residenza. Ad esempio, sostengono il lavoro educativo degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, poiché le scuole continuano le lezioni normalmente. Inoltre, sia i dipendenti che gli studenti e gli insegnanti dell’Università di Santa Clara erano presenti la scorsa settimana all’ospedale della città, sostituendo il personale addetto alle pulizie che non poteva recarsi al lavoro perché i mezzi pubblici non funzionavano. > “L’immagine dei professori universitari, compreso il rettore dell’università, > che puliscono con scope in mano l’ospedale della città in cui vivono è > qualcosa che difficilmente si vedrebbe nel mondo occidentale. Questa > situazione, oltre a mettere in evidenza un diverso ethos e una totale assenza > di arroganza da parte degli accademici cubani, mostra chiaramente il diverso > contesto che c’è qui a Cuba rispetto al mondo occidentale. Per Cuba, fornire > servizi alla comunità è considerato un obbligo sociale ovvio, un compito che > tutti i cittadini svolgono con entusiasmo. Nel mondo occidentale, il servizio > alla comunità è una forma alternativa di lavoro assegnata dai tribunali”. Per quanto riguarda la crisi energetica, il professore ha riferito che molti di coloro che disponevano di impianti fotovoltaici li hanno ceduti al governo affinché potesse gestirli nel miglior modo possibile, dando priorità al fabbisogno energetico degli ospedali e di altri luoghi centrali che sono sensibili e richiedono una fornitura ininterrotta di elettricità. Le persone hanno cambiato i loro metodi di preparazione del cibo e utilizzano principalmente il carbone. Allestiscono barbecue in strada e i vicini collaborano per preparare i pasti per sé stessi e per chi ne ha bisogno. Politis ha incluso nel video inviato agli organizzatori un breve estratto di uno degli ultimi discorsi pubblici di Fidel Castro, in cui l’iconico leader cubano ha dichiarato: > “Il nostro Paese non ha mai investito in portaerei o bombe per attaccare le > città altrui. Il nostro Paese non possiede armi nucleari, né armi chimiche o > biologiche. Al contrario, abbiamo creato un esercito di medici con l’obiettivo > di salvare vite umane. Non tenteremo mai interventi preventivi, repressivi o > di altro tipo negli angoli più bui del pianeta. Al contrario, invieremo > squadre mediche in questi luoghi oscuri per salvare vite umane”. Cuba ha dimostrato la coerenza delle parole di Fidel Castro inviando missioni mediche nel 2014 durante la crisi dell’Ebola in Guinea, Sierra Leone e Liberia, così come nel 2020 durante la pandemia di coronavirus, con la prima missione medica di dottori a Bergamo. L’amministrazione Trump sta tentando di mettere in ginocchio questa meravigliosa società cubana, che dimostra resilienza, empatia e dedizione altruistica. L’evento di sabato è stato organizzato dall’Iniziativa di Solidarietà con il Popolo Cubano e dall’Associazione Culturale “José Martí” – Solidarietà con Cuba, ed è stato sostenuto da molte organizzazioni. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Athens
March 10, 2026
Pressenza
Gli Stati Uniti non temono Cuba, ma il suo esempio
Quando vengo a Cuba non mi piace alloggiare negli hotel, perché sono troppo distanti dalla vita quotidiana del popolo; sono cosciente che favorire l’accoglienza e la permanenza degli ormai pochi turisti che arrivano nell’isola sia importante, ma non fa per me e infatti sono ospite del mio “fratello” cubano Héctor e della sua famiglia, nella loro casa umile ma dignitosa. La loro umiltà e la loro dignità si accompagnano a una forza e a un carattere straordinari, caratteristiche che identificano pienamente il 98% della popolazione cubana, mentre il rimanente 2% è composto da quelli che qui vengono comunemente definiti “gusanos” (vermi) ovverossia sostenitori dell’assedio che non vedono l’ora di tornare a essere colonia e schiavi. Un nostro antenato affermava che “non esistono migliori schiavi di quelli felici di esserlo”; ecco, quelli sono i gusanos. Parlare lungamente con Héctor, farsi raccontare ogni avvenimento della rivoluzione e di tutto ciò che ha accompagnato la vita e la resistenza di questo popolo non ha prezzo e spesso abbiamo entrambi gli occhi lucidi quando Fidel entra con prepotenza nei nostri discorsi… anche in questo momento, mentre scrivo di lui e di tutto ciò che mi narra… Le parole non sono sufficienti per descrivere la bellezza di Cuba, ma soprattutto l’atmosfera che la permea; ovunque è possibile incontrare qualunque tipo di espressione a sostegno della Rivoluzione, della solidarietà, del desiderio incrollabile di sovranità e di libertà contro qualunque ingerenza esterna. I cubani sostengono di aver subito già troppe oppressioni dalla Spagna prima e dagli Stati Uniti ora e gli insegnamenti di Fidel e di Che Guevara qui sono cibo per l’anima. In questo momento la situazione è sicuramente difficilissima, peggiore del “periodo especial” seguito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e alla successiva dissoluzione del blocco sovietico, che era il principale partner economico dell’isola. Le soluzioni che il governo cubano mette in atto, come ad esempio l’enorme ampliamento della produzione energetica da fonti rinnovabili e l’adesione a circoli economici alternativi e solidali (BRICS), anche se hanno bisogno di tempi lunghi, danno comunque speranza. Per questo motivo Trump minaccia un giorno sì e l’altro pure di intervenire anche militarmente contro Cuba, cosa che ha già cercato di fare nelle scorse settimane con il fallito tentativo di infiltrare agenti terroristi. Gli Stati Uniti non temono Cuba, ma il suo esempio. Temono che la forza morale del popolo cubano porti finalmente il continente sudamericano a ribellarsi al giogo del loro odioso vicino nordamericano, temono il sentimento che unisce i popoli in un congiunto armonico e solidale, perché la solidarietà fra i popoli è l’arma più potente del mondo. Andiamo ora a vedere come l’ultradecennale assedio, recentemente ulteriormente inasprito, colpisca in modo terribile un popolo che pretende solo di essere felice, come si legge su molti muri nelle strade dell’Avana. Questa frase, “necesitas ser feliz” (tradotto letteralmente “hai bisogno di essere felice” ma il cui significato intrinseco è “il popolo cubano ha bisogno della felicità”) è diventata l’inno dei cubani al diritto di godere della propria felicità decidendo sovranamente e liberamente il proprio futuro e ovviamente il proprio sistema politico. Un diritto che appartiene a tutti i popoli del mondo. Come ho già spiegato, il primo, più grave e più recente problema è quello dei combustibili. Il blocco feroce, dietro minaccia di sanzioni oltre che di aggressioni militari, come già visto nel caso del Venezuela, dell’invio di petrolio e derivati a Cuba colpisce ogni tipo di attività, perché la mancanza di combustibile comporta la mancanza di elettricità e la mancanza di elettricità non spegne solo le luci, spegne tutto. La poca energia disponibile viene garantita solo a ciò che risulta “indispensabile” come gli ospedali; tutto il resto soffre enormemente. Vedere l’Avana al buio dopo le otto di sera incute un’infinita tristezza, ma posso testimoniare che la narrazione fatta dai media mainstream occidentali è un’enorme menzogna (come quasi tutto quello che viene scritto su Cuba): sono qui oramai da una settimana, ho girato moltissimo, ho parlato con la gente, nessuno incolpa né il governo né il sistema socialista (a parte i gusanos), perché tutti sanno benissimo chi sia il responsabile di tutti i problemi che colpiscono Cuba da oltre mezzo secolo. Non c’è alcuna manifestazione antigovernativa, come invece scrivono alcuni media asserviti agli USA. Un altro aspetto evidente del risultato delle varie coercizioni statunitensi è quello dei rifiuti. L’unico sistema per avere una raccolta puntuale e regolare della spazzatura in una città di oltre due milioni di abitanti come l’Avana è quello di possedere un numero adeguato di mezzi adibiti a questo scopo. Non è questo che manca, ma il combustibile per far muovere tali mezzi. All’inizio del razionamento del combustibile sono apparsi cumuli di spazzatura in molti quartieri e le immagini ovviamente hanno fatto il giro del mondo; poi però i cubani si sono resi conto dei rischi che questo comportava e hanno iniziato ad autogestirsi, quantomeno per quanto riguarda la posa in strada in attesa del ritiro della spazzatura, che seppure lentamente ha ripreso ad essere effettuato. Vado a dimostrarvi cosa intendo: Prima: Dopo: Come si può vedere, si stanno sfruttando al massimo i contenitori e i luoghi di raccolta. Di tutto questo però sui media mainstream occidentali è passato solo il “prima”, ovviamente incolpando della situazione il sistema socialista. Un altro problema enorme è la carenza di farmaci, che come è immaginabile vengono dirottati quasi esclusivamente verso gli ospedali. Ho visitato di persona una farmacia tristemente vuota e ho potuto intrattenere una cordialissima conversazione con le farmaciste presenti; non avevo alcun dubbio su ciò che mi avrebbero detto, perché solo coloro che non vogliono vedere, non vogliono sentire e non vogliono capire (i gusanos) possono incolpare il governo cubano della situazione. Infatti mi hanno raccontato che le cose hanno iniziato a peggiorare alcuni anni fa, dopo la timida apertura alla ripresa dei rapporti sotto la presidenza di Obama e quindi, guarda un po’, dal primo mandato Trump. Da quel momento tutto è precipitato con una lista interminabile di sanzioni, minacce, coercizioni e ricatti verso qualsiasi nazione osasse inviare qualunque cosa a Cuba, ma secondo “i gusanos” e i media mainstream niente di tutto questo corrisponde alla realtà. Come dire: “Non dovete credere ai vostri occhi ma a quello che noi vi diciamo.” Redazione Italia
March 10, 2026
Pressenza