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Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica
Papa Francesco è stato un pontefice dall’importante impegno pacifista dichiarato senza mezzi termini.  Fu proprio lui a considerare «inammissibile» anche la «pena di morte» perché «attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona» (1) -, sancendo con una parola definitiva che «nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace»(2). Nel suo bellissimo libro «Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace» (Solferino), Francesco scriveva: «Tante guerre sono in atto in questo momento nel mondo, che causano immane dolore, vittime innocenti, specialmente bambini. Sono le tante guerre dimenticate. Queste guerre ci apparivano lontane. Fino a che, ora, quasi all’improvviso, la guerra è scoppiata vicino a noi…». In perfetta linea con le posizioni ecopacifiste prese nel 2016 nell’enciclica Laudato Sì e nel 2023 nell’esortazione apostolica Laudate Deum, questo è un libro importantissimo in cui Papa Francesco prende consapevolezza della Terza Guerra Mondiale “a pezzi” in giro per il mondo, puntando il dito – con schiettezza latinoamericana – contro il principale artefice delle guerre nel mondo, la NATO, e il suo allargamento ad Est dai patti di Varsavia ad oggi, che si concretizzano in una volontà di inglobare ad essa i famosi “Paesi cuscinetto” dei Paesi Baltici. Quella di Francesco fu una presa di posizione netta sia contro le politiche del democratico Joe Biden sia del tycoon repubblicano esponente dell’alt right Donald Trump. Durante il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV ha subito parlato del suo intento di portare avanti una “pace disarmata e disarmante”. In questi giorni è stato emblematico lo scontro verbale tra Papa Leone XIV e Trump. Un Donald Trump senza freni si è scagliato contro Leone XIV, il primo papa nordamericano della storia. “Non sono un suo grande fan” – ha tuonato nella notte fra domenica e lunedì in un lungo post su Truth, affermando che è un “debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”. La replica non si è fatta attendere: “Non mi fa paura” – ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa – “non voglio aprire un dibattito”. Papa Leone XIV ha risposto a Trump dalla capitale del Camerun, Bamenda, affermando: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Ed aggiunge: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni(«a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».  Una risposta decisa che in tanti aspettavamo dopo un anno di pontificato e dopo l’interessante ed innovativa – sulle tracce del predecessore – esortazione apostolica ed “umanistica” dal titolo Dilexi te sull’ “amore verso i poveri”. Tutto questo però non basta per opporsi strutturalmente alla guerra, come non è bastato in passato. La Chiesa cattolica oggi non può parlare di “guerra” come se fosse un elemento estraneo alla sua storia passata ed attuale. Serve una svolta radicale della Chiesa che qualcuno potrebbe definire giustamente “divisiva”, ma soprattutto necessaria. L’amministrazione degli Stati Uniti (Trump e Vance) non si è inventata da sola la “guerra giusta”. Essa è stata nel passato il motore delle crociate (“Deus vult”, “Dio lo vuole”), delle tante guerre in nome della fede, delle colonizzazioni tout court “contro i barbari” ed è stata la giustificazione del missionaresimo cristiano e delle evangelizzazioni forzate. La “guerra giusta” affonda le sue radici storiche – come concetto non scritto, ma implicito – anche nella Dottrina della Scoperta, un principio giuridico e teologico del XV secolo, basato su bolle papali (come la Inter Caetera del 1493), che giustificava l’acquisizione di terre indigene non cristiane da parte delle potenze coloniali europee. Utilizzata per legittimare l’esplorazione, la conquista e la colonizzazione delle Americhe e di altre terre da parte di Spagna, Portogallo e successivamente altre potenze europee, sosteneva che la “scoperta” di terre non abitate da cristiani conferisse il diritto di sovranità e proprietà alle nazioni cristiane. Il Vaticano ha formalmente ripudiato questa dottrina nel marzo 2023, dichiarando che tali decreti non riflettono la fede cattolica, ma è risultato flebile il silenzio in merito a qualsiasi responsabilità politica per quelle bolle papali, vecchie di 500 anni, che autorizzavano le potenze coloniali a impadronirsi delle terre indigene (definite “terra nullius”). Le bolle, infatti, sono state emanate dai «rappresentanti di Dio sulla Terra» e non prendere atto di questo significa che la battaglia è vinta solo a metà. Ancor più negativamente, il fatto che il Vaticano abbia evitato ogni riferimento al collegamento tra Dottrina della Scoperta e i crimini di massa coloniali avallati contro i non-cristiani e le loro conseguenze, indica che il bersaglio è stato mancato. Il tema della “guerra giusta” in tempi moderni ha riguardato la Dottrina Sociale della Chiesa (3) nel suo servizio alla città dell’uomo e viene contemplato per la prima volta in forma scritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica (che si può liberamente consultare online), riprendendo l’insegnamento tradizionale di Agostino e Tommaso d’Aquino. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), ai paragrafi 2307-2317, tratta la guerra nell’ambito del quinto comandamento (“Non uccidere”), condannandone la distruzione ma riconoscendo la legittimità della difesa armata. Le condizioni rigide per la “guerra giusta” includono l’aggressione durevole e certa, l’inefficacia di altri mezzi, fondate condizioni di successo e la proporzionalità dei danni: « 2309. Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per lasua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. […] Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “ guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. » Un occhio poco attento potrebbe leggere tra le righe che la legittimità morale della difesa armata sia legata a quella dell’oppresso contro l’oppressore, ma in realtà la difesa armata legittima la potrebbe usare solo chi detiene l’autorità per farlo, ovvero il potere costituito: « 2265. La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità. » Al punto 2310 si specifica che la difesa armata legittima, secondo il Catechismo della Chiesa ce l’ha chi concorre al “bene comune della nazione e al mantenimento della pace”, che in questo caso non è l’oppresso, ma il potere vigente: « 2310. I pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace.» Nel nome del “bene comune” si affida ai “legittimi detentori dell’autorità” la legittimità morale di esercitare ambiguamente la “difesa armata” contro un “nemico” che sostanzialmente è il potere costituito a decidere quale sia e contro il quale è “giusto” scagliarsi. Ecco spiegato e legittimato nella storia il sostegno della Chiesa Cattolica ad ogni classe dominante in altre parti del mondo, che fu la causa del mancato sostegno della Chiesa ai teologi della liberazione in America Latina contro le dittature dei gorilla del Piano Condor; del mancato sostegno di Giovanni Paolo II ad Oscar Romero contro gli squadroni della morte a El Salvador; dell’amicizia di Giovanni Paolo II con il dittatore fascista cileno Pinochet (assai criticata dalla teologa Adriana Zarri), della diffidenza della Chiesa verso i preti operai e della comunità cristiane di base, oltre il rifiuto categorico di Giovanni Paolo II di ricevere il guatemalteco “Vescovo dei poveri” Juan Josè Conedera che si impegnò contro il genocidio dei Maya Ixil ad opera del generale e dittatore guatemalteco di stampo cristiano José Efraín Ríos Montt. C’erano “guerre giuste” che, più che combattute, andavano silentemente sostenute. Ciò che risulta strano è che il concetto di “guerra giusta”, per quanto continuamente praticato, sia da anni rifiutato e considerato superato nella teoria dagli stessi Papi della Chiesa cattolica. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris scrisse: «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (4), utilizzando un’espressione latina che la traduzione italiana sfuma: pensare alla guerra come soluzione dei conflitti, cioè, «alienum est a ratione», è “fuori dalla ragione”. Il Concilio Vaticano II ha condannato «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, delitto contro Dio e contro la stessa umanità» (5). Condanna che si ripete negli insegnamenti dei Pontefici: dall’«inutile strage» di Benedetto XV, all’«avventura senza ritorno» (6) di San Giovanni Paolo II, al Discorso all’ONU di Paolo VI che sottolinea come la gestione dei conflitti non vada affidata alla guerra ma all’opera di organismi internazionali: «Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità» (7). Queste parole si sposano perfettamente con il pensiero del grande teologo brasiliano Leonardo Boff, che subì un processo dottrinario in Vaticano per la sua adesione alla teologia della liberazione, che rigetta completamente il concetto di “guerra giusta” del Catechismo della Chiesa cattolica del 1997 ed afferma, riprendendo Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955 contro i pericoli della guerra nucleare e per la pace: “La guerra non può essere umanizzata, deve essere abolita”. Per questo motivo oggi serve una risposta più strutturale da parte della Chiesa-istituzione contro le guerre soprattutto se si tratta di guerre agite dai potenti della terra contro i deboli del mondo. (segue prossimo approfondimento…)   Note: (1) Cfr. Nuova redazione del n. 2667 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, 11 maggio 2018 (2) Cfr. Politique et societé, Libro-intervista con il sociologo Dominique Wolton, Edizioni L’Observatoire, 2017 (3) Richiamando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa ricorda quali fossero «gli elementi tradizionali» di tale dottrina: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 500) (4) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terries, 67 (5) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, 80 (6) Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 gennaio 1991 (7) Paolo VI, Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965   Fonti intro articolo: > Papa Francesco, un esempio di umanesimo e coerenza contro la polarizzazione > delle guerre culturali > La rivoluzione di Francesco, una “Chiesa povera per i poveri” https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/04/13/trump-attacca-il-papa-debole-e-pessimo-sulla-politica-estera.-leone-risponde_8e91ffa4-c131-4e83-a9a8-f95a84cf16a5.html   Fonti su Dottrina della Scoperta: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-03/dottrina-scoperta-doctrine-discovery-nota-sviluppo-umano.html https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-03/quo-075/la-dottrina-della-scoperta.html Cristiana Fiamingo, La Santa Sede e il ripudio della dottrina della scoperta tra riduzionismo e negazione di responsabilità https://air.unimi.it/retrieve/68364269-5323-4059-ab76-5b7e6a96201b/Vol.6No.1.2024_FiamingoV2.pdf Dicasteri per la cultura e l’educazione e per il servizio dello sviluppo umano integrale, La «dottrina della scoperta» non è cristiana https://ilregno.it/articles/Regno-documenti-9-2023-257-suphq7.pdf https://www.humandevelopment.va/it/news/2023/nota-congiunta-sulla-dottrina-della-scoperta.html   Fonti su “guerra giusta”: > La guerra per la Chiesa cattolica https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2023/07/GUERRA-SANTA-GUERRA-GIUSTA-Roberto-De-Mattei.pdf Relazione al Convegno: “Sicurezza, legalità, sviluppo: a 100 anni da Vittorio Veneto”, Università “A. Moro”, dipartimento Scienze Politiche, Bari, 25 ottobre 2018 https://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2019/07/Conferenza-universita-Bari.pdf > La guerra non può essere umanizzata, deve essere cancellata   Lorenzo Poli
April 27, 2026
Pressenza
Susan George, il movimento altermondialista e lo stato del mondo nella crisi globale del sistema capitalistico – di Giorgio Riolo
Susan George, scomparsa di recente, è stata un politologa, una sociologa e un'attivista. Nata negli Stati Uniti, ha studiato anche alla Sorbona e successivamente si è trasferita in Francia, ottenendo la cittadinanza francese. Ha trasformato l'analisi economica in uno strumento di resistenza, criticando duramente il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le politiche [...]
March 9, 2026
Effimera
El Salvador: le parole per dirlo
Storie di donne salvadoregne, dalla guerra civile alle lotte femministe, pensando alla nostre lotte di liberazione e di resistenza Alba Marisol Galindo è una donna salvadoregna di 75 anni, una figura chiave nella storia recente di El Salvador. Partecipò attivamente alla guerriglia durante il conflitto armato degli anni Ottanta, nel 2019 è stata una delle fondatrici della Asociación de Mujeres Veteranas de la Guerra. (Foto tratta dall’articolo apparso su Alharaca, https://www.alharaca.sv/derechos-de-las-mujeres/marisol-galindo-las-mujeres-no-solo-luchamos-en-la-guerra-tambien-construimos-la-paz/) Le sue parole ci aiutano a ripercorrere la storia di un paese dilaniato da una guerra civile e da un periodo di pace senza pace reale e giustizia sociale. Innanzitutto, un riferimento preciso al ruolo della nuova esperienza di fede calata nella realtà: “Quando ero adolescente, studiavo in un collegio cattolico diretto da suore; loro, poco alla volta, presero coscienza delle ingiustizie, della mancanza di opportunità e della mancata soddisfazione delle molte necessità della popolazione più povera. Questa sensibilità, combinata con l’ambiente circostante, fece sì che iniziassi un cammino di partecipazione attiva in quegli anni di fermento sociale. Così, mi incorporai nelle lotte studentesche e delle cooperative contadine, grazie anche allo studio intrapreso nel ramo del Lavoro Sociale”(1). Per comprendere ciò che successe in El Salvador prima e durante la guerra civile, è necessario sottolineare l’intreccio tra fede e politica, a partire dalla Conferenza Episcopale di Medellín del 1968, considerata come l’inizio della cosiddetta Teologia della Liberazione in America Latina. Un Gesù storico che porta dalla conversione religiosa alla conversione nella politica: El Salvador non sarà esente da questo movimento e nasceranno vere e proprie organizzazioni che coniugano Fede e Politica, riconoscendo il peccato nella storia quotidiana e prima di tutto nel sistema capitalista oppressore. Poi per Alba ecco l’immergersi nel cosiddetto Frente de masa, parallelo all’azione di guerriglia vera e propria. “Mi impegnavo ad organizzare riunioni con differenti settori della società civile, formando collettivi e gruppi di studenti, contadini, sindacalisti e appartenenti alle comunità religiose, tanto cattoliche come battiste. Promuovevamo circoli di studio, in cui si rifletteva insieme sulla realtà nazionale. Realizzavamo alla luce del sole settimanali per informare e creare coscienza, completando queste attività con manifestazioni, distribuzione di volantini, scritte nelle strade e piccoli comizi. In questi ultimi, con un megafono, denunciavamo le situazioni di ingiustizia e le problematiche politiche del momento. Svolgevamo queste attività soprattutto nella capitale, ma anche in altre città, da Suchitoto a San Vicente, da Santa Ana a Aguilares”. La capacità della guerriglia salvadoregna di resistere per dodici anni (1980-1992) non si potrebbe comprendere senza tener conto dell’appoggio popolare: la creazione nel 1985 della UNTS, Unión Nacional de Trabajadores Salvadoreños, sarà il coronamento delle lotte della società civile, che hanno attraversato i diversi settori: studenti, contadini, comunità di base, maestri, dirigenti sindacali, attivisti e attiviste del gruppi sorti in difesa dei Diritti Umani. Un aspetto troppo spesso poco studiato è l’essere madre nella guerriglia “Quando scelsi di entrare nella guerriglia vera e propria, ero già madre di tre figli, due maschi e una femmina. Dalla fine del 1980, i miei figli furono affidati alla mia famiglia, due alla nonna e uno alla zia; la più piccola nacque nel 1979 e ho potuto tenerla con me soltanto per undici giorni. Recentemente la Colectiva feminista ha sviluppato un progetto proprio sull’esperienza delle donne madri clandestine, costrette ad abbandonare i propri figli. Il libro Maternidades Interrumpidas, edito alla fine del 2024, racconta la storia di 68 madri guerrigliere e dei loro figli, alcuni dei quali sono cresciuti credendo che le loro madri erano altre persone”. Una esperienza di sofferenze, una ferita troppe volte individuale, senza un confronto collettivo, in una guerra di liberazione che ha coinvolto quattromila donne in armi. Gli Accordi di Pace del 1992 non contemplavano le donne. “Dopo la firma degli Accordi, noi donne ci trovammo di fronte alla necessità di costruire realmente la pace, perché una cosa è firmare un accordo di pace e altra cosa è costruire una società di pace. Si parla molto di quanto sia difficile per le donne guadagnare uno spazio in strutture di potere dominate dagli uomini. Anche se qualcuna di noi è riuscita ad essere dirigente e partecipare agli organismi più importanti, tutto questo si inserisce sempre in un sistema basato su un autoritarismo patriarcale”. Già, il patriarcato. Non si può dimenticare che durante la guerra civile la piattaforma politica del movimento sociale di opposizione non includeva nemmeno un punto sui diritti delle donne, completamente trascurate. D’altra parte, era coerente con la visione dell’intera società, quella salvadoregna, profondamente machista, in cui non giungevano ancora gli echi delle lotte femministe in altre parti del mondo. “Io ero abbastanza soddisfatta degli Accordi di Pace, però come dirigente donna anche io avevo una visione patriarcale. Quella parte di coscienza che allora ci mancava nacque dopo, con il tempo. Io non credo che il patriarcato possa sparire completamente in una volta sola; sarà invece il risultato di una lotta costante, nella quale bisogna avanzare centimetro dopo centimetro, conquistando diritti e stabilendo nuovi modelli culturali nella società. Per me, la cosa più difficile è cambiare questi modelli. Adesso capisco che durante la guerra e subito dopo c’era un grande vuoto, però penso che si trattava di una omissione dovuta al nostro non sapere”. Fortunatamente, poco alla volta, grazie ad una  apertura politica più generale, iniziarono a nascere organizzazioni come Las Dignas, Las Mélidas e ill Movimiento Salvadoreño de Mujeres,  a cui seguiranno altre realtà più affini ai movimenti femministi contemporanei. Ed oggi, tra le altre, esiste anche la Asociación de Veteranas de la Guerra Civil de El Salvador, di cui Alba fa parte attivamente. “L’associazione nasce come risposta alla mancanza di rappresentatività delle veterane in spazi dominati da uomini e all’assenza di risposte da parte del Governo alle nostre necessità specifiche, come la salute, le pensioni e il riconoscimento politico del nostro ruolo durante la Guerra civile. Il fatto di aver dedicato 15/20 anni alla lotta non ci ha lasciato nelle migliori condizioni per affrontare l’ultima tappa della nostra vita, specialmente senza una sicurezza sociale adeguata. Quando ci riuniamo in queste associazioni di donne veterane, quando ci riattiviamo grazie ai dibattiti, l’organizzazione e la costruzione di nuove iniziative, continuiamo a riaffermare che tutte noi donne, un vero e proprio  contingente,  apportammo un gran contributo al nostro paese e niente può rinchiuderci o ridimensionarci. Sappiamo benissimo che il nostro ruolo non è più quello che avevamo durante la guerra, quando eravamo in prima fila, anche con le armi. Oggi, sono altre le generazioni che hanno la responsabilità di essere creative e trovare le forme per incidere per i cambiamenti necessari”. Vero, perché in El Salvador sono state promulgate alcune leggi, teoricamente capaci di aprire il cammino finalmente verso l’uguaglianza e nuove opportunità paritarie per le donne, come ad esempio la Ley Especial Integral para una Vida Libre de Violencia para las Mujeres (LEIV) o la Ley de Igualdad, Equidad y Erradicación de la Discriminación contra las Mujeres Ma il problema è, come dice Alba, che “queste leggi sono inscatolate”. Ciò significa, conclude Alba, “che se le donne non si organizzano, se le nuove generazioni non scendono in piazza per esigere il rispetto dei loro diritti, queste leggi continueranno a rimanere sulla carta o correranno il rischio di essere cancellate, come già sta capitando con altre leggi che erano state promulgate a favore della società salvadoregna (vedi la legge che proibiva le miniere)”. Bè, se guardiamo alcune delle foto scattate durante l’ultima grande manifestazione dell’8 marzo a San Salvador, possiamo pensare che anche lì, nel Pulgarcito de America (2), le ragazze, le donne, le identità diverse e gli uomini consapevoli vogliono davvero cambiare, per lo meno ci credono.(3) di Maria Teresa Messidoro (*) 1. Questa, come le altre frasi di Alba Galindo riportate nel mio post sono una mia libera traduzione dall’articolo Marisol Galindo: “Las mujeres no solo luchamos en la guerra, también construimos la paz”, che potete leggere qui https://www.alharaca.sv/derechos-de-las-mujeres/marisol-galindo-las-mujeres-no-solo-luchamos-en-la-guerra-tambien-construimos-la-paz/ 2. Il Pollicino d’America è il nomignolo con cui è definito El Salvador, piccolo paese latinoamericano appena grande come il Piemonte. 3. Le foto mostrate qui sono gentile concessione di attiviste e attivisti internazionalistə che vivono attualmente in El Salvador. La Bottega del Barbieri
April 26, 2025
Pressenza