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La famiglia senza centro
La famiglia è quella realtà sociale che si presta troppo spesso a guerre culturali mosse da un furore ideologico – si pensi al ritorno in auge di una triade primitiva come Dio, patria, famiglia – che inquina gli argomenti a sostegno delle tesi sostenute, finendo per screditare una nozione altamente etico-politica come quella d’impegno militante. Chi aprisse il libro di Maria Rosaria Marella, sul Diritto di famiglia nella società contemporanea e prendesse mano mano gusto nell’addentrarsi in quelle pagine belle ed esigenti, si renderà conto come la militanza per l’argomentazione tecnica è l’esatto opposto della partigianeria ideologica e si coniuga senza attrito con le posizioni teoriche e politiche dell’autrice, senza che queste ultime inquinino il ragionamento proprio della giurista. L’approccio mentale dell’autrice combacia a pieno con un militantismo senza ideologia, cioè col rifiuto di una visione unilaterale e precostituita delle cose da far valere a ogni costo. Direi che riecheggia in questo libro l’espressione genuina di uno stile problematico caro a una figura che ha profondamente marcato Marella come Stefano Rodotà. Per rendere l’idea conviene dare direttamente la parola all’autrice quando discute dell’essere genitore alla luce della possibile estensione del numero dei soggetti convolti in questo ruolo oltre il fatidico “due”. La materia è quella sintomatica della maternità surrogata: «La genitorialità può essere declinata in termini di autodeterminazione procreativa o invece se ne possono denunciare le implicazioni “mercatiste’” Assumere l’una o l’altra opzione come vessilli da agitare in contrapposizione l’uno dell’altro, come in un palio finto-medievale, non è utile. Più utile è invece capire, in questa come in altre materie, quali sono I dispositivi messi in campo dal diritto, come essi funzionano nel governo delle vite, in che misura ce ne si può avvalere senza rimanere schiacciati. La genitorialità realizzata con l’ausilio di terzi è una chance e un affare economico dagli esiti distributivi complessi e nebulosi» (p. 146). Si coglie qui la cifra di uno spirito laico che non chiude la porta a una combinazione aperta dei possibili, facendo prova di accoglienza di un “altro” giuridico esattamente come l’antropologia, sulla stesso tema, ha liberato il suo stupore costruttivo affermando che «il faut toujours plus qu’un homme et une femme pour faire un enfant» (Godelier). Se quanto appena detto delinea l’approccio mentale di Marella al diritto di famiglia, il metodo che lo mette in opera è dichiaratamente realista, sulla scia dei Critical Legal Studies, perché privilegia l’analisi delle norme giuridiche per le loro ricadute sui rapporti sociali e le relazioni di potere tra individui e gruppi. Qui si apre una riflessione di carattere generale sull’autonomia del diritto nel determinare l’ordine delle soggettività e delle relazioni: «Il diritto non solo stabilisce le regole del gioco, ma distribuisce anche la posta ai giocatori» (p. 4). Nella comprensione di chi scrive questo enunciato va inteso accompagnato dalla precisazione seguente: a condizione di tener presente che gli strumenti giuridici non sono veicoli di un’ideologia intrinseca ma prestano il loro servizio agli attori in gioco, senza essere appannaggio esclusivo di una classe, di un genere, di una razza o di qualsiasi centro di riferimento precostituito. È il gioco dei rapporti di forza politici, sociali, culturali a orientare il diritto verso un certo esito, di qui le necessità di ritornare sull’annosa questione della neutralità del diritto su cui occorre intendersi: il fatto di postulare una neutralità potenziale dei dispositivi giuridici è la premessa per costatarne invece la non neutralità in atto. Ciò, tuttavia, significa anche che quegli stessi strumenti sono reversibili se si offrono le condizioni storiche in grado di ribaltare i rapporti materiali e culturali di forza preesistenti e che hanno orientato fino a quel momento un certo uso del diritto. In questo senso il diritto attribuisce poteri e contropoteri, le sue tecniche possono servire diversi padroni, di estrazione socio-economica e ideologica assai distanti tra loro. Esiste una dialetticità intrinseca agli strumenti giuridici, poiché il diritto non è in sé proprietà di classi o gruppi economicamente e socialmente dominanti, ma la posta in gioco di un rapporto di forza politico e sociale che si determina anche attraverso il controllo su quell’arsenale di mezzi. Proprio per la sua nobiltà genealogica che lo pone alla base del processo storico di giuridificazione del sociale, il diritto privato incarna al meglio questo ruolo di regione mediana che mette in rapporto soggetti e mondo astraendo dalla loro qualità sensibile e riducendoli a termini di riferimento per l’applicazione di regole che producono effetti pratici sulla vita sociale. > Solo perché gli strumenti del diritto stanno “in mezzo”, nella mischia dei > rapporti sociali, appaiono per ipotesi intermedi, e grazie a questo loro > status di risorsa che non appartiene a nessuno è possibile dare il giusto peso > ai rapporti di forza che si determinano nella società dall’esito dei quali il > diritto può essere impiegato in un modo o in un altro, e diventare quindi > strumento di parte. Fermo restando che ogni nuova creazione giuridica sfugge, per la sua artificialità intrinseca, al dominio esclusivo del suo inventore ed entra nel campo di una razionalità strategica che non può escludere a priori questo o quell’utente. Un realismo giuridico maturo, per essere coerente con le proprie premesse, deve accogliere la distinzione tra neutralità di principio e non neutralità in concreto di quei dispositivi. Il secondo passo che segue naturalmente è la necessità di congedarsi una volta per tutte dalla teoria del riflesso che, bisogna ammetterlo, non ha rappresentato il capitolo più longevo della critica marxista della società: il diritto costruisce i rapporti sociali, ma non ne è lo specchio. E la famiglia è forse il laboratorio in cui meglio è visibile questa capacità performativa degli attrezzi giuridici nel plasmare posizioni e poteri (p. 7). Non è solo un certo marxismo tralatizio a fare le spese di questo torsione dello sguardo, ma più in generale le scienze sociali e in particolare la storia sociale, basti pensare ai protocolli fondatori della scuola delle “Annales”, doviziosamente scettici sulla capacità del diritto di avviare il cambiamento nei rapporti umani. Anzi, l’idea guida è stata per tanto tempo quella di rappresentare l’arrivo del diritto a cose fatte, cristallizzando col suo marchio un movimento i cui risultati accadevano grazie alla capacità auto-organizzativa degli attori, alla spinta dei loro bisogni e interazioni, al lavorio dei processi mentali e quindi al mutamento delle sensibilità (cfr.A. Bourguière, La famille comme enjeu politique (de la Révolution au Code civil), “Droit et société”, 14, 1990, pp. 25-38). Tre matrici, secondo Marella, cooperano nel definire il discorso giuridico sulla famiglia: quella comunitaria classica che concepisce la sfera familiare come meritevole di un diritto speciale; quella più d’impronta privatistica in cui irrompe l’autonomia individuale e la contrattazione tra coniugi; quella espressione dei diritti individuali e del moltiplicarsi delle identità che si afferma sempre più nel nostro presente. Ripercorrendo le tappe maggiori che dall’Ottocento hanno scandito la riflessione dei giuristi sulla materia, il libro parte dal sigillo organicista impresso da Savigny alla famiglia, istituzione particolare che esiste come unità completa e non lascia spazio al suo interno alle regole del diritto privato, mentre sono piuttosto i precetti morali, espressione del Volksgeist, a organizzare i rapporti tra coniugi e con i figli. Di qui il carattere di specialità a metà strada tra pubblico e privato che la famiglia non riuscirà mai più a scrollarsi del tutto di dosso. Non sarà pertanto l’idea di famiglia tradizionale partorita dal Code Civil napoleonico, che secondo il discorso di presentazione di Portalis doveva costituire la pépinière de l’Etat, il vivaio dello Stato, ma per Savigny la famiglia si svincola dal dominio dei rapporti patrimoniali tipici del diritto privato e si colloca in uno spazio d’indifferenza tra la dimensione pubblica (via lo spirito del popolo) e la dimensione circoscritta dei rapporti tra i suoi membri regolabili per via metagiuridica. Comincia già a stagliarsi quella che poi diventerà la dicotomia delle dicotomie e alla quale l’autrice non intende affatto credere, quella tra famiglia e mercato che fa da pendant a all’altra falsa opposizione tra famiglia e Stato, che del resto Antonio Cicu nella prima metà del XX secolo rigetterà con forza poiché, secondo l’ideale tipicamente fascista ma già hegeliano, la famiglia come lo Stato sono le due leve per realizzare la solidarietà nazionale e sovraindividuale. In un caso come nell’altro in realtà l’ambito familiare non è mai rimasto impermeabile alle pressioni del mercato e dello Stato, cosicché suona quanto meno mistificatoria la pretesa di Jemolo di costruire un argine intorno all’isola della famiglia, che il mare del diritto deve appena lambire. Del resto il mito del non intervento statale è declinabile da opposte ideologie, accanto a quella cattolica alla Jemolo va ricordata quella di ispirazione libertaria, ma anche quella più prettamente privatista che punta a una regolamentazione leggera imposta dal legislatore (Hohfeld), fermo restando che ogni cospicua dose di laissez faire applicata alla famiglia comporta una legittimazione dello status quo e quindi un avallo di fatto delle più tenaci incrostazioni patriarcali. Russ Allison Loar – Flickr E a proposito di visioni consolidate c’è da chiedersi se l’evidente sgrammaticatura ideologica dell’art. 29 della Costituzione che concepisce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio abbia deliberatamente messo tra parentesi la verità storica che, invece, ci restituisce da sempre una costruzione artificiale dettata da precisi regimi giuridici e dalle visioni culturali sottostanti. Sembra quasi che il costituente nel declamare questa formula abbia quasi invitato il legislatore futuro ad applicarla attraverso differenti forme e gradi di presa di distanza, quasi negandola. Rovesciando il noto assunto spinoziano secondo cui omnis determinatio est negatio, si potrebbe dire che omnis negatio est determinatio nella misura in cui la definizione dell’articolo 29 enuncia una verità ontologica che più che valere come idea regolativa segna uno spartiacque tra teoria e realtà. Andava data quell’indicazione generale affinché fosse normativamente realizzabile il suo contrario, di qui l’unico modo di esistenza possibile di quel principio che è quello del suo contrasto progressivo, di un commiato positivo che il legislatore sarebbe stato chiamato a interpretare sfruttando la potenza del negativo di cui la storia si fa portatrice. Occorreva un respingente per innescare la differenza, e questo respingente “oggettivo” su cui le scienze sociali si sono facilmente esercitate è stata la famiglia intesa come società naturale fondata sul matrimonio. Il diritto di famiglia dell’Italia repubblicana storicizza, in tempi successivi e modalità diverse, l’infondatezza naturale della famiglia. Di questo processo si fa carico la giurisprudenza costituzionale chiamata a legittimare e dar voce ai regimi giuridici che progressivamente contestualizzano quell’aggettivo “naturale”, riorientandolo sul registro del cambiamento storico e svincolandolo da ogni abbraccio con un’essenza immutabile. In questo senso l’evoluzione normativa, sociale e culturale della famiglia non potrebbe essere meglio esemplificata dall’irruzione della responsabilità civile tra le pareti domestiche, con la mercificazione dei valori che ne consegue, ma anche col riconoscimento del ruolo acquisito dalla persona rispetto al tradizionale blocco dell’entità familiare i cui componenti sono chiamati in causa, a titolo individuale, per riparare il c.d. danno endofamiliare. Il quadro d’insieme che se ne ricava è così descritto da Marella: «La storia di questi ultimi decenni – la sfida all’eterosessualità e il trionfo sempre più generalizzato del matrimonio same sex, oggi la sfida lanciata dalle varie espressioni della poligamia e del poliamore – mostra come il modello tradizionale di famiglia, quello monogamico, eterosessuale, fondato sul matrimonio, sia stato forzato e in gran parte superato proprio facendo riferimento ai principi fondamentali delle Costituzioni : l’uguaglianza, la dignità, la libertà di autodeterminazione» (p.63). Ora da questo scenario sembra trovare nuova linfa un istituto come il matrimonio che, archiviate le aspettative confessionali del consortium omnis vitae, si fa congegno adattabile a domande sociali di diverso tipo e in questo modo sembra scoprire una seconda vita istituzionale e un rinnovato quanto inatteso prestigio. Sulla sua scia vanno egualmente lette riforme come la legge 76 del 2016 sulle unioni civili omoaffettive volte a riconoscere la piena dignità giuridica alle persone LGBT +. A tale riguardo è lecito porsi qualche interrogativo. Riforme come la Cirinnà si collocano nell’orizzonte della coniugalità come perno concettuale dello stare insieme, l’ordinamento guarda con favore politico, sociale e culturale il fatto di accordare protezione alla relazione amorosa tra due partner qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Si tratta di una scelta tanto chiara quanto restrittiva giacché si potrebbe adottare come parametro dello «stare insieme» tutelato dal diritto più che la coniugalità l’idea della “formazione sociale” in cui si svolge la personalità di cui parla l’art. 2 della Costituzione. In questa ottica più ampia si è mosso ad esempio il legislatore francese introducendo i PACS (Patti civili di solidarietà), contratti sempre tra due individui maggiorenni che decidono di organizzare la loro vita in comune in piena libertà, dove la coniugalità non è affatto essenziale poiché il vincolo strutturante è il principio di solidarietà, al punto che l’accordo può essere stipulato anche da persone legate da rapporti di parentela, o di vicinato o di simpatia fiduciaria per così dire. Ovviamente anche i Pacs prevedono misure fiscali, di successione patrimoniale, nell’alloggio in caso di morte di uno dei due, congedi di assistenza per partner e figli, scioglimento ecc. Ma la vera posta in gioco di una riforma sulle unioni civili come quella francese, pur sempre confinata nella relazione a due, resta l’immaginazione di un legame sociale tra persone che non devono necessariamente condividere la sfera della loro intimità. Si potrebbe persino sostenere che con i Pacs il diritto non si limita a lambire ma dà forma e schiude frontiere a qualcosa che per principio è sempre sfuggito alla sua influenza: l’amicizia, una categoria ben più profonda ma anche più volatile della famiglia. In un’epoca in cui si chiede l’amicizia a distanza senza mai aver incontrato l’interlocutore sociale, i Pacs la istituzionalizzano assortendola di diritti e obblighi tra i partner. Il perimetro della forza connettiva delle relazioni si amplia considerevolmente, lo stare insieme regolato dal diritto si arricchisce di possibilità affettive che esorbitano la simbiosi matrimoniale. > In una materia come questa sarebbe il caso che il diritto italiano, > tradizionalmente poco incline a slabbrare i propri ordini discorsivi in nome > di una vieta autoreferenzialità, si apra seriamente all’ascolto delle scienze > sociali e s’interroghi su quali basi si forma il legame tra le persone. La risposta tardo-ottocentesca dei giuristi, calata sulla nozione jheringhiana di diritto soggettivo, è che il legame sociale si fonda sull’interesse e la buona fede: stringo accordi con qualcuno per realizzare un mio scopo e coltivo l’aspettativa che questo accordo sia rispettato dall’altro. Nella costruzione del rapporto familiare il fattore amoroso introduce un parametro irriducibile all’interesse utilitaristico del singolo, ma non si può dire che sterilizzi ogni altra aspettativa non in fase con quella corrente affettiva. In ogni caso storicamente non lo è mai stato e la tipologia del matrimonio d’interesse, appannaggio delle classi aristocratiche, ne è la prova storica più lampante. Così come lo è, e in misura nettamente superiore non foss’altro per la sua rilevanza attuale, l’arrembaggio dell’art. 2043 al fortino dell’organicità familiare, grazie al quale si tutelano richieste riparatorie avanzate dai singoli nei confronti di altri membri della famiglia in nome, come argomenta la Cassazione civile (10 maggio 2005) in un caso d’impotenza maschile celata prima delle nozze, della tutela dei diritti fondamentali ma anche della lealtà dei comportamenti tra coniugi (p. 158). Dinanzi alla sfida decisiva per legittimare il suo ruolo di sapere moderno applicato allo studio della società, la sociologia può offrire risposte molto più diversificate per spiegare come si formi il legame sociale, e forse non è un caso che questa disciplina dei Pacs sia stata adottata in Francia dove la sociologia è una disciplina di governo molto più che in Italia. Da noi, invece, per tradizione il diritto tende a mantenere un ruolo egemonico nell’orientare le politiche pubbliche e tratta molto spesso con una certa accondiscendenza, se non con disprezzo, i tentativi della sociologia di dire la sua. Per questa ragione l’idea di accogliere la famiglia nel quadro teorico e pratico più ampio della “formazione sociale”, di cui la coniugalità è solo una delle possibili espressioni, ci sembra un orizzonte di vita più avanzato di quello inalberato sotto il segnacolo in vessillo del matrimonio per tutti. Questo approccio non mette affatto in discussione la portata antidiscriminatoria del matrimonio egalitario che Marella giustamente riconosce (p. 67), cerca solo di ricentrare culturalmente e praticamente la relazione a due in un orizzonte più ampio della coniugalità, sia questa sancita dal matrimonio strictu sensu o da un’unione civile. Del resto, il libro lo spiega molto bene in quello che sembra essere un protocollo di lettura generale dell’organizzazione dei rapporti in società quando sottolinea, a proposito del pensiero queer, la forza di denuncia della performatività delle norme sociali (Butler): «Le varie forme di normatività che intervengono nelle relazioni sociali sono responsabili dell’invenzione dei soggetti che normano. Non diversamente le riforme, il legal change, il diritto in generale […] creano i propri soggetti. E dispositivi del diritto di famiglia offrono esempi […] nel loro concorrere alla creazione di soggettività sessualizzate secondo il binarismo maschile-femminile e etero-monosessualità» (p. 67). Se si fuoriesce dalla feritoia inevitabilmente riduttrice dello sguardo giuridico, è difficile sottrarsi a un’analisi della società in termini di normatività comparate di cui il diritto è uno dei linguaggi, anche se quello tecnicamente più attrezzato in termini formali e per tale motivo, direbbe Weber, più incline ad affermarsi sugli altri. È ciò che l’autrice sostiene, a proposito della legge Cirinnà, quando osserva che «la legittimazione ottenuta sul piano legale tende di norma a trovare un riscontro in termini di accettazione sociale. Detto in altri termini ci si può ragionevolmente attendere che la nuova legge contribuisca alla sconfitta dell’omo-lesbo-transfobia diffusa nella società» (p. 71). > Fa bene leggerle certe affermazioni perché controbilanciano il deflazionismo > giuridico alla Montesquieu secondo il quale la società non si cambia mai per > decreto. D’altra parte rivendicare l’influenza delle leggi sul modo di pensare > delle persone non significa avallare il formalismo demagogico dell’attuale > Ministro dell’istruzione e del merito per il quale il patriarcato in Italia > non esiste più da quando la riforma del 1975 ha abolito la nozione di > capo-famiglia. Il diritto influisce sugli atteggiamenti mentali, ma non può > con un tratto di penna smontare un’antropologia ancestrale. A PROPOSITO DEL SOGGETTO DI DIRITTO Parlando dei nuovi regimi giuridici della famiglia, della comparsa di identità e status lanciati sulla scena dalle nuove configurazioni che ridimensionano il modello fondato sull’unione duale, eterosessuale ecc. l’occasione è buona anche per ritornare su un tema classico come il soggetto di diritto. Questa nozione sembra de tempo mostrare la corda, l’essere disincarnato perde sempre più quell’alone di universalità così funzionale alla logica del capitale e all’egemonia del verbo neo-liberale che assegna al soggetto il suo teatro prediletto: il mercato. L’utile artefatto ha ormai smarrito la sua neutralità, perché già ai suoi albori ottocenteschi offriva copertura al reale soggetto proprietario, geloso dei suoi diritti e di quelli della famiglia intesa come blocco unitario strutturato su base gerarchica. La questione sociale che irrompe a inizio Novecento, e di cui la costituzione di Weimar è la portavoce principale, rompe l’identità tra soggetto borghese e soggetto di diritto e percorre due terzi del secolo prima di farsi affiancare e spiazzare dalla critica femminista che rispetto al parametro della classe introduce un ulteriore elemento identitario legato alla riproduzione sociale e alla cura. Nell’approccio intersezionale il presunto “vuoto” del soggetto di diritto finisce poi per riempirsi di un numero così importante di elementi (classe, genere, razza) da rendere evidente che il costrutto ottocentesco è pura finzione ideologica. Marella procede in maniera convinta su questo versante della critica al soggetto di diritto, nozione per troppo tempo oberata di prestazioni giuridiche da renderla esausta e perciò bersaglio prelibato delle rivendicazioni giuridiche che emanano sempre più dai corpi in carne e ossa e dalla varietà dei bisogni e desideri che veicolano. Pur riconoscendo a pieno i meriti della critica femminista del diritto, a giudizio di chi scrive forse sarebbe utile riflettere un momento in più prima di liquidare il soggetto di diritto che resta pur sempre un’astrazione istituita, anche se nella mentalità del giurista è sovente assunta come dato immediato della conoscenza alla stregua del fatto naturale. Nel linguaggio del diritto “istituire” significa isolare quella sequenza di passaggi che compongono la messa in forma della realtà in maniera tale che, a processo compiuto, non si potrà più tornare indietro perché la riqualificazione di persone, cose, azioni e funzioni che segue a quella messa in forma ha prodotto un’astrazione concreta che soppianta istantaneamente il dato empirico preesistente. La ben nota “seconda natura” prodotta dalle categorie giuridiche ci consegna un modello artificiale di diritto che non rivela tanto il riflesso dell’istituzione come elemento sociologico preesistente quanto la pratica nominalistica che, come ha rilevato Balibar a proposito di Foucault, è quel «supplemento di materialismo che evita a ogni realtà materiale di irrigidirsi in una metafisica» (Foucault et l’enjeu du nominalisme, in AA.VV., Michel Foucault philosophe, Seuil, Paris 1989, p. 75). Il soggetto di diritto è pertanto il frutto della compenetrazione tra nomen e res iuris, cosicché la visione della res come dato esterno – ciò che per l’empirismo è l’out there della realtà – non è più pertinente. Nel diritto romano questo processo è stato mostrato magistralmente da Yan Thomas per il quale «la res subisce una riduzione analitica che comporta un’estrazione a opera del soggetto della sostanza dell’oggetto [… ] Questo metodo proietta sull’oggetto una struttura artificiale che è riconosciuta come la sua struttura reale» (Le droit entre les mots et les choses. Rhétorique et jurisprudence à Rome, “Archives de philosophie du droit”, 23, 1978, p. 109). > In altri termini non c’è resistenza che la realtà possa opporre a questa opera > di estrazione di valore che produce simultaneamente una selezione di senso e > un inedito oggetto sociale. Lezione strutturale, nominalismo e materialismo si > combinano qui in una rappresentazione in cui la res del diritto non è > riducibile a oggetto materiale e sociale, ma anche a soggetto materiale e > sociale. Il soggetto di diritto, in quanto res nel senso classico del termine, > allora non è altro che la messa in forma della realtà secondo il procedimento > qui appena accennato. In Leggere il capitale, Althusser ha offerto una spiegazione illuminante del movimento che il pensiero compie creando e separando l’oggetto della conoscenza dall’oggetto reale:«Quando Marx ci dice che il processo di produzione della conoscenza, dunque del suo oggetto, distinto dall’oggetto reale di cui essa si vuole appropriare sul “modo” della conoscenza, si sviluppa interamente nella conoscenza, nella “mente”, o nel pensiero, egli non cade nemmeno per un istante in un idealismo della coscienza, dello spirito o del pensiero, perché il “pensiero” di cui si tratta non è la facoltà d’un soggetto trascendentale o d’una coscienza assoluta, cui il mondo reale si contrapporrebbe come materia; tale pensiero non è nemmeno la facoltà di un soggetto psicologico, sebbene gli individui umani ne siano gli agenti. Tale pensiero è il sistema storicamente costituito di un apparato di pensiero, fondato e articolato nella realtà naturale e sociale. Esso è definito dal sistema delle condizioni reali che fanno di esso, se posso arrischiare la formulazione, un modo di produzione determinato di conoscenze. Come tale, esso pensiero è costituito da una struttura operante una connessione (Verbindung) tra il tipo d’oggetto (materia prima) su cui opera, i mezzi di produzione teorica di cui dispone (la sua teoria, il suo metodo e la sua tecnica sperimentale o altro) e i rapporti storici (a un tempo teorici, ideologici e sociali) nei quali essa produce. È questo Sistema definito dalle condizioni della pratica teorica che assegna a tale o talaltro soggetto (individuo) pensante il suo posto e la sua funzione nella produzione delle conoscenze. Questo sistema di produzione teorica, sistema tanto materiale quanto “spirituale”, la cui pratica è fondata e articolata sulle pratiche economiche, politiche e esistenti che gli forniscono direttamente o indirettamente l’essenziale della sua “materia prima”, possiede una realtà obiettiva determinata» (prefazione a L. Althusser, J. Rancière, P. Macherey, Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 42-43). Dooley – Flickr Ecco, anche il soggetto di diritto è il risultato di questo sistema di produzione teorica che si è affermato nel XIX secolo e che acquista un’esistenza obiettiva di astrazione realizzata all’interno di una logica del capitale che lo trova perfettamente funzionale al suo scopo. Non bisogna tuttavia dimenticare che, generata in una precisa fase storica, la “forma” astratta del soggetto di diritto può emanciparsi da quel contesto e dispiegare le sue risorse altrove. E questa potenzialità migratoria delle costruzioni giuridiche, com’è quella per antonomasia del soggetto di diritto, si rivela essere un espediente dagli effetti inesauribili. Prendiamo l’esempio di una famosa sentenza della Cassazione (15138/2015) che ha autorizzato il cambio di sesso all’anagrafe in Italia anche senza interventi chirurgici demolitori o ricostruttivi. Il diritto alla rettificazione del sesso si basa pertanto sull’identità di genere percepita, non più sulla trasformazione fisica. È una Cassazione, verrebbe fatto di commentare, che sembra imbevuta dello spirito di Cartesio perché stabilisce la separazione netta tra res extensa (il sesso) e res cogitans (il genere). Questa operazione non sarebbe possibile se non si postulasse lo schema di un’astrazione concreta come quella del soggetto di diritto che funge da recipiente istituzionale in cui accogliere la mutazione al registro civile. Visto che il soggetto fisicamente rimane lo stesso, la variazione non può che avvenire nell’altro soggetto istituzionalmente disincarnato e astrattamente postulato come è per l’appunto il soggetto di diritto. La discontinuità tra io e l’altro che divengo, nella continuità materiale, non può che aggrapparsi a un’entità fittizia come quella del soggetto di diritto. Per quest’ultimo vale quindi il discorso valido per tutte le costruzioni artificiali del diritto che non hanno un oggetto intrinseco che le caratterizzi stabilmente come un’essenza metafisica, ma al contrario sono forme aperte a un numero indefinibile di contenuti e si adattano proprio per la loro elasticità tecnica alle combinazioni storiche, nel senso sociale e materiale, più diverse. Un altro esempio questa volta ce lo offre direttamente il libro a proposito non del soggetto di diritto, ma del contratto. Trattando della possibilità d’introdurre la contrattazione del lavoro di cura che incombe sulle donne, Marella osserva giustamente che una soluzione di questo tipo «sarebbe un passo avanti verso il superamento dell’eccezionalismo del diritto di famiglia e della relativa narrazione giuridica del lavoro di cura» (p. 200), quella che lo vuole al riparo delle regole del mercato. Un’altra narrazione però sarebbe qui smontata, quella che rappresenta il contratto come un istituto targato ideologicamente (strumento dei padroni borghesi), mentre proprio come il soggetto di diritto è un istituto multiverso, che in questo caso si può impiegare a tutela del lavoro invisibile e dei soggetti deboli che lo forniscono. Insomma il diritto è scatola di attrezzi e non strumento esclusivo di una classe, di un genere, di una razza, ecc. La critica non deve pertanto rivolgersi agli strumenti, la cui utilità non è esclusiva di chi occupa una posizione dominate in una società, bensì ai rapporti politici, sociali ed economici che si mettono in gioco di volta in volta avvalendosi di quegli strumenti che sono peraltro socialmente assai perfomativi. La copertina è di Duncan Rawlinson (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo La famiglia senza centro proviene da DINAMOpress.
June 13, 2026
DINAMOpress
Militari e forze armate nelle scuole: la voce di famiglie e insegnanti
Le circolari che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono di una monotonia amministrativa tale da renderle tutte simili: incontri, eventi dedicati agli alunni e alle alunne, ai/alle docenti, spesso aperti alla partecipazione delle famiglie, con le Forze dell’Ordine, Polizia e Carabinieri soprattutto, anche se non mancano Alpini, avieri dell’aeronautica militare, marinai della marina militare. Viene veicolato con questi incontri il tema della legalità come principio, valore assoluto, da imparare fin dall’infanzia. I dirigenti – in poche parole – indicano ora, luogo, nomi degli/delle insegnanti/sorveglianti, annotano l’importanza delle iniziative inserite – per i clienti che hanno comprato il servizio scolastico all’Open Day –  nel Piano dell’Offerta Formativa,  in osservanza dei protocolli firmati di concerto fra i dicasteri dell’istruzione e della difesa con le forze armate. Ma c’è un risvolto interessante in questo stillicidio di circolari. Sono tantissime le segnalazioni che ci vengono inviate all’indirizzo osservatorionomili@gmail.com. Insegnanti scontente/i? Genitori preoccupati per i venti di guerra? Anche se è difficile risalire alle fonti, l’invio mostra la necessità di render noto al nostro sito che la presenza dei militari nella scuola non a tutti è gradita. Insomma, un modo per disobbedire. Spesso occorre risalire alle cronache dei giornali, cartacei e on line, ai blog locali, sempre prodighi di commenti entusiasti verso queste iniziative. Qualcuno, anche se non compare, disobbedisce, qualcun altro crede e obbedisce, come i redattori della stampa e dei siti diffusi sul territorio (si deve pur campare!). Siamo in Puglia, a Molfetta, in provincia di Bari. La strigata circolare interna (n. 389 del 21 aprile scorso) dell’Istituto Comprensivo Alessandro Manzoni, ci fa sapere che tutti, famiglie, personale della scuola e bimbi delle quarte classi di primaria, sono invitati ad assistere agli incontri previsti da Pista Scuola Competente- Competenze sociali e civiche – Attività 1 – “Educazione alla legalità” (PTOF, offerta per gli anni scolastici 1925/1928). Nel delirio delle competenze ordinate in numero di otto dall’Europa, anche il rispetto della legge è uno dei descrittori di quella più ampia sulla cittadinanza responsabile (clicca qui). Ci spostiamo a Brindisi dove possiamo incrociare altri Percorsi di Legalità. Le city news del sito Brindisireport, ci raccontano, con l’entusiasmo dovuto, che al teatro Giuseppe Verdi il 21 aprile si è svolto il programma della Polizia di Stato – con tutte le autorità del caso presenti – per la campagna di prevenzione della devianza, comunque intesa. La legalità nuovamente protagonista. (clicca qui). Risaliamo verso la Capitale. A Roma, nel quartiere Tor Tre Teste (zona Casilino, di antica memoria, di nuova e feroce urbanizzazione), andiamo alla primaria Sibilla Aleramo, parte dell’IC Olcese, il cui sito si apre con un messaggio di speranza, “a scuola il futuro si costruisce insieme”. Aspettando le sorti progressive, si fanno prove, simulazioni per imparare cos’è la legalità. Con chi, ce lo dice il pezzo pubblicato dal foglio laCapitale: gli istruttori in qualità di insegnanti sono i Carabinieri (clicca qui). Bimbi a bordo mentre suonano le sirene e rombano i motori dei mezzi militari, sistemi antidroga (in certi quartieri si diventa spacciatori-consumatori da piccoli…), esplosivi, caso mai nei terreni abbandonati ci sia ancora qualche resto dell’ultima guerra oppure, chissà, anche nei centri sociali, non ancora evacuati dalle forze dell’ordine, a qualche sconsiderato viene in mente di fare una bottiglia incendiaria. Si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università stiamo diventando paranoici, anche in un semplice gadget (ah, regalati ai bambini, per un ricordo imperituro della giornata) vediamo una manipolazione dell’innocenza infantile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[Chiacchiere al bar] A chi appartiene il primato educativo: Stato o famiglia?
Famiglia nel bosco, lo abbiamo detto e non lo diremo più. A partire da uno dei casi che ha più acceso il dibattito pubblico degli ultimi mesi, non ci interessa tanto commentare il caso in sé, quanto affrontare la questione che soggiace: a chi appartiene il primato educativo sull* bambin*? Allo Stato? Alla famiglia? E perché? La domanda è dicotomica ma le risposte presentano molteplici sfumature. Siamo andat* a raccoglierle fuori a una scuola come nei bar, oltre che nelle nostre relazioni. L'invito è quello sempre di arricchire il dibattito chiamando lo 06-491750. Abbiamo affrontato il dibattito a partire dalle voci raccolte, in una chiacchiera leggera, profonda e scomoda allo stesso tempo.
April 26, 2026
Radio Onda Rossa
Tra natura, cultura e cura: a Capri un convegno per restituire complessità al pensare la famiglia
Due giornate di confronto tra psicoanalisi, antropologia e istituzioni per ripensare i legami familiari e la condizione dell’adolescenza contemporanea Capri, 24-25 aprile 2026 — Centro Congressi, Sala Pollio In una fase storica in cui i legami familiari, le pratiche genitoriali e la condizione dell’adolescenza interrogano profondamente le scienze umane e le istituzioni della cura, il Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) dell’Associazione Aristemi Connessioni promuove il convegno “La Famiglia. Tra Natura, Cultura e Cura”, in programma a Capri il 24 e 25 aprile 2026. Due giornate di lavoro presso il Centro Congressi della Sala Pollio, con il patrocinio della Città di Capri, che riuniscono alcune tra le voci più autorevoli del panorama italiano della psicoanalisi, dell’antropologia, della psichiatria, della psicologia clinica e giuridica. UN PROGRAMMA AL CROCEVIA TRA DISCIPLINE Il convegno si apre venerdì 24 aprile alle ore 15.00 con i saluti istituzionali di Giuseppe Esposito, presidente dell’Associazione Aristemi Connessioni, e di Gemma Trapanese, presidente del DPACF. A seguire, Roberto Beneduce e Simona Taliani, antropologi e psicoterapeuti dell’Università di Torino e fondatori del Centro Frantz Fanon, presentano l’intervento: “Le famiglie e i loro complessi. Politiche di riproduzione e culture del desiderio”, una riflessione sulle pratiche istituzionali rivolte alle famiglie nei contesti di migrazione e differenza culturale. Nel pomeriggio, Gemma Trapanese propone “La famiglia in scena”, una lettura del teatro di Emma Dante come dispositivo capace di restituire, attraverso il linguaggio scenico, la complessità dei legami familiari. La giornata si conclude con una sessione di discussione in sala, introdotta da Stefania De Giovanni, psicologa clinica e psicoterapeuta della coppia e della famiglia, membro del DPACF. LA SECONDA GIORNATA: ADOLESCENZA, DIRITTO E CURA Sabato 25 aprile i lavori si aprono alle ore 9.30 con i saluti delle autorità. Seguono gli interventi di: * Giuseppe Esposito e Antonio Pitoni: Legami e loro destini tra Famiglia e Società * Vincenzo Zara: Il Gruppo di Valutazione dei Procedimenti Giudiziari per Minori come spazio transizionale A metà mattina si tiene la tavola rotonda: “GLI ADOLESCENTI SENZA ACCOMPAGNAMENTO ALLA VITA” con Mario Colucci, Patrizia Imperato e Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. La discussione è affidata a Monica Conte. Nel pomeriggio: * Fulvia Grimaldi: Famiglia e Istituzioni: Quale Cura? * Massimiliano Scarpelli: La sfera e le tenebre. Un sogno oscuro del corpo (discute Gemma Trapanese) Segue il contributo del Gruppo di lavoro DAI di Città della Pieve su: Adolescenti e disturbi di alimentazione incontrollata nella relazione di cura: un’esperienza di supervisione di équipe (discute Giovanna Cocchiarella) Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Esposito e Gemma Trapanese. UN CONVEGNO CHE ABITA LE DOMANDE Il convegno si configura come uno spazio di confronto interdisciplinare che attraversa quattro grandi assi: * le trasformazioni dei legami familiari * la condizione dell’adolescenza contemporanea * le pratiche istituzionali della tutela e della cura * il dialogo tra psicoanalisi, antropologia e clinica del soggetto Le tre parole del titolo — natura, cultura, cura — non vengono proposte come categorie chiuse, ma come campi di tensione. È nello spazio del “tra” — tra il legame e la norma, tra l’urgenza dell’intervento e la necessità della comprensione — che si gioca oggi la qualità del pensare e dell’operare con le famiglie. INFORMAZIONI Centro Congressi, Sala Pollio — Via Sella di Orta, Capri Venerdì 24 e sabato 25 aprile 2026 Ingresso libero fino a esaurimento posti Organizzazione: Associazione Aristemi Connessioni — Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) Redazione Napoli
April 21, 2026
Pressenza
Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei confronti dei propri affetti. Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ. > Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle > relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone > lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono > ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare. Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone – etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio. Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre, non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker, le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate sulla base della legge Merlin. Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne – soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale, esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono sull’intera società. È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi, associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare – anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro (remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti? Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che, del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S. (Spazio Mutuo Soccorso). > Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste > rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche > persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e > di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto > plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla > giurisprudenza italiana. Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato. Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Paese che non si guarda allo specchio proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
Tutta la merda 2026
L’oroscopo 2026 di Antonio Cabras                                           Di Antonio Cabras Instagram  facebook in Bottega abbiamo ripreso spesso, già dal 2022, alcuni suoi disegni, sempre puntuali. Ora ci piace “regalarci” questo suo oroscopo, che ci appare molto “organico” rispetto ai tempi.  
February 5, 2026
La Bottega del Barbieri
Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia: un report di UNICEF e Terre des Hommes
Solo nel 2025, sono arrivate via mare in Italia oltre 63.900 persone. Di queste, il 20% sono minorenni – circa 11.700 – di cui circa 1.000 arrivati insieme alle proprie famiglie. A questi si aggiungono le oltre 1.700 persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, alcuni dei quali facevano parte di nuclei familiari che non sono mai riusciti a portare a fine il viaggio. Nei giorni scorsi UNICEF e Terre des Hommes hanno lanciato il report “Famiglie in viaggio – Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia”, un’indagine sull’accoglienza delle famiglie richiedenti asilo in Italia. Il documento nasce da una raccolta di testimonianze tra Sicilia e Calabria, nei Centri di prima accoglienza e accoglienza straordinaria (CAS), dove UNICEF e Terre des Hommes operano offrendo supporto psicosociale. Attraverso dati aggiornati e le testimonianze dirette di mamme, papà, bambini e bambine raccolte direttamente nei centri di accoglienza, il documento racconta le difficoltà vissute da queste famiglie, con bisogni complessi e vulnerabilità specifiche: la mancanza di alternative, aggravata dal bisogno di fuggire da guerre, violenze, persecuzioni o condizioni di povertà, cambiamenti climatici, sono fra le cause principali che spingono ogni anno molte famiglie a intraprendere viaggi pericolosi via terra e mare. Le famiglie rimangono spesso nei centri di accoglienza straordinaria (CAS) per lunghi periodi – talvolta diversi anni. Il possibile isolamento geografico, la presenza di personale specializzato e l’accesso ai servizi di base quali l’assistenza sanitaria e psicologica o servizi educativi e scolastici possono incidere sui percorsi delle famiglie. Soggiorni prolungati, con percorsi di inclusione sociale fragili, aumentano le difficoltà di accesso a condizioni di vita autonoma e riducono la libertà di scelta del proprio progetto di vita. Questo comporta rischi per la salute mentale, soprattutto per quelle persone che hanno già subito eventi potenzialmente traumatici, legati al percorso migratorio. Questa una delle testimonianze raccolte nel documento: << Le porte che non si chiudono, le stanze sporche e la promiscuità degli spazi non fanno dormire bene B. L’uomo, 59 anni, è originario del Kurdistan Iracheno. Aveva un lavoro, viveva sereno con la sua famiglia fino al giorno in cui un gruppo terroristico irrompe a casa sua uccidendo davanti ai suoi occhi la moglie e i figli. Quando anni dopo si risposa decide di lasciare il Paese. Si sposta con la moglie in Germania, dove i loro 4 figli nascono e crescono, fino a quando nel 2024 con la dichiarazione d’intenti tra Germania e Iraq, teme di poter essere rimpatriato e che la vita sua e della sua famiglia possa essere in pericolo. Così decide che dovevano spostarsi di nuovo. Arrivano in Italia, incontrano un connazionale che suggerisce di spostarsi al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), così continuano fino in Calabria. È proprio al CARA che li incontriamo. Vive in uno dei piccoli container con la moglie e i 5 figli, in uno spazio piccolo e con pochi arredi, dove però restano in attesa dei documenti che possono permettere loro una certa autonomia. Il senso di sicurezza resta un problema. Il figlio più piccolo ha 3 anni, la più grande 14, B. non li lascia mai soli. L’uomo ha un problema alla gamba, si muove con fatica, eppure ogni notte si alza anche solo per accompagnare la figlia al bagno “Non ci sono porte, gli spazi sono utilizzati da donne e uomini, non ci sentiamo al sicuro, non permetterò mai che succeda di nuovo qualcosa alla mia famiglia”. E così intanto restano in attesa, quando possono si spostano vicino al mare per una boccata d’aria, poi rientrano, sperando presto possa andare meglio. “È tutto molto difficile – ci dice – In Germania avevamo una vita normale, i bambini andavano a scuola. Il nostro Paese era, di fatto, la Germania. Ora dobbiamo ricostruire tutto daccapo. Dobbiamo ancora trovare una scuola per i bambini, uno spazio più adatto a loro”. S. parla con un sorriso della Germania, dei suoi amici, le manca tutto. Qui non ha avuto la possibilità di conoscere molte persone, soprattutto della sua età, spera di tornare presto a scuola, e magari ricominciare da lì. B. guarda i suoi figli, ci ripete spesso “Voglio vedere crescere i miei figli, ne ho già persi due, non voglio si ripeta. Vorrei dare loro un futuro” >>. “Le famiglie che giungono in Italia, spesso in fuga da conflitti, violenze o spinte dalla mancanza di cure essenziali per i propri figli e figlie, affrontano viaggi segnati da rischi estremi e gravi vulnerabilità. Non basta rispondere con interventi emergenziali: è necessaria una visione di lungo periodo, che consenta ai nuclei familiari di ricostruire la propria vita in condizioni di dignità e autonomia nell’interesse di quanti arrivano, soprattutto di bambine e bambini, e dell’intera comunità” sostiene Nicola Dell’Arciprete, Coordinatore della Risposta UNICEF in Italia a favore dei minorenni migranti e rifugiati e delle loro famiglie. E Federica Giannotta Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes aggiunge: “Dietro ogni numero c’è una storia, spesso dolorosa, fatta di bambini e genitori che cercano solo di ricominciare in dignità. Terre des Hommes da oltre 10 anni è presente nei luoghi di arrivo e di sbarco per dare il giusto supporto, soprattutto ai più piccoli, e con questo media brief vogliamo anche dare visibilità a quelle famiglie invisibili, perché possano accedere con facilità a tutti quei servizi essenziali per la loro salute e protezione, dopo un viaggio che li ha esposti a innumerevoli pericoli.” Qui il documento Giovanni Caprio
December 28, 2025
Pressenza
Le famiglie italiane e l’“economia della rinuncia”
Nel 2024 il 60% della popolazione ha sofferto di ansia e stress. E tra le cause troviamo la salute in famiglia (45,2%), le difficoltà economiche (34,7%) e i problemi lavorativi (32,2%). Il benessere personale, la gestione della casa e la salute sono le prime tre voci di spesa a cui le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare. Intanto, le case sono sempre più digitali: il 58% dei nuclei con figli fa uso di ChatGPT quotidianamente. Sono alcuni dei dati del report annuale presentato nei giorni scorsi dal Centro Internazionale Studi Famiglia (https://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/), dal titolo “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”, realizzato in collaborazione con la società Eumetra su un campione di 1.600 famiglie italiane. Dal Report 2025 emerge come la maggior parte delle famiglie italiane si trovi nella categoria economica intermedia. Da qui l’indagine sulle “economie della rinuncia”, ossia le spese che le famiglie italiane non sono riuscite a sostenere nel corso del 2024: il 32,5% ha dovuto rinunciare alle spese dedicate al benessere personale e tempo libero; il 32,4% alle spese per la casa; mentre il 18,5% alle spese sanitarie. Dal punto di vista della salute, emerge una diffusa “vulnerabilità psicologica”: mentre oltre un terzo della popolazione (35,2%) segnala almeno un problema di salute, il 60% dichiara di soffrire di ansia e stress (24,9% “spesso”; 37,3% “a volte”). A causarli, per il 45% del campione sono i problemi di salute personali e familiari, per il 34,7% i problemi economici, per il 32,2% i problemi lavorativi. Infine, secondo l’indagine, il bisogno di migliorare il proprio benessere psichico è decisamente sentito: sempre nel corso del 2024, 4 persone su 10 hanno ricercato supporto o avrebbero voluto farlo, per ansia, depressione e stress. E il futuro non appare certamente roseo: in merito all’Italia e al mondo, il 57% degli italiani esprime un orientamento decisamente pessimista (“peggiorerà”), mentre sulla propria famiglia troviamo previsioni meno sbilanciate, con il 56,7% del campione che lo prevede stabile. Il rapporto evidenzia come i nostri giovani si muovano tra solitudine e difficoltà economiche. Dal punto di vista economico un dato da rilevare è come il 74,1% dei giovani-adulti ancora residenti nella famiglia d’origine si trovi in una condizione di basso o medio-basso status socioeconomico. Per coloro che invece sono riusciti a crearsi una propria indipendenza, uno dei principali fatti di sofferenza identificato è la solitudine (mangiare da soli, vivere da soli e sentirsi soli) intesa come assenza di reti sociali e un “dispositivo strutturale di vulnerabilità emotiva che condiziona profondamente il benessere personale”. C’è poi la difficoltà a costruire una famiglia, nucleo che si viene a formare in età più adulta quando, in contemporanea, la famiglia di origine avanza con l’età e i genitori (futuri nonni) richiedono a loro volta attenzioni e cura. Ecco la nascita della “generazione sandwich”, fortemente esposta a criticità e rischi: nel campione dell’indagine CISF 2025, quasi una famiglia con figli su due (il 42,6%) è interessata anche da compiti di caregiving nei confronti dei familiari non autosufficienti, di cui il 53% dichiara di sentirsi sopraffatta con più frequenza dalle responsabilità di caregiving rispetto ai compiti genitoriali. Se per il 58,7% del campione, il figlio unico sta lentamente diventando prevalente nella struttura familiare – anche monogenitoriale – l’animale domestico sta diventando parte integrante della famiglia: il 59,8% dichiara di avere almeno un animale domestico, dato che sale al 71% per coppie con figli e 74,9% per nuclei monogenitoriali. Una scelta vista come “domanda di legame”, frutto di un vero e proprio bisogno relazionale, ma anche la nascita di fenomeni come il “dog parenting”, in cui l’animale rischia di essere assimilato a un figlio. L’ultimo aspetto indagato dalla ricerca parte da una semplice domanda: quali sono gli ambiti della vita dei figli che generano timori nei genitori? Al secondo posto, dopo la gestione dei soldi (29,3%), troviamo l’uso delle tecnologie (21,7%). Da qui lo sviluppo dell’indagine: tra le famiglie con almeno un figlio minorenne, il conflitto causato dell’uso del cellulare diventa condizione presente per il 55,4% dei casi (d’altra parte non si tratta solo di un problema dei ragazzi: il conflitto si estende al coniuge per il 30,5% dei casi). E come si comportano i genitori? Il report ha fotografato degli stili educativi che vedono, sulla base della maggiore o minori permissività, un 36,7% di genitori “domatori”; 24,4% “disarmati”; 15,7% “accompagnatori”; 23,2% “liberi battitori”. Un dato molto rilevante, infine, è l’uso dell’intelligenza artificiale: in ambito domestico l’utilizzo di ChatGPT riguarda il 58,4% delle famiglie con almeno un minore, per attività informativa dei ragazzi ma anche scopi scolastici. Qui la sintesi della ricerca: https://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/novembre2025/SCHEDA_CISF-Family-Report-2025.pdf.  Giovanni Caprio
November 19, 2025
Pressenza
Individuo, società e svolte autoritarie.
Esistono condizioni psicologiche, familiari, sociali e tecnologiche favorevoli all’instaurarsi di una forma politica autoritaria e totalitaria? Esiste un potenziale fascista in ognuno di noi oppure il “fascismo potenziale” si dà solo in presenza di una determinata struttura di personalità, quella autoritaria studiata dalla scuola di Francoforte nella prima metà del secolo scorso? Un tipo di personalità, quest’ultima, caratterizzata da un insieme di atteggiamenti, credenze e comportamenti che riflettono una forte inclinazione verso l’autorità, la disciplina e il conformismo, insieme a una tendenza a disprezzare o discriminare chi viene percepito come diverso o inferiore. Continua a leggere→
August 13, 2025
Rizomatica
La Procura di Roma decide l’archiviazione del caso Mario Paciolla. Il comunicato della famiglia
Prendiamo atto con dolore e amarezza della decisione del tribunale di Roma di archiviare l’omicidio di nostro figlio Mario. Noi sappiamo non solo con le certezze del nostro cuore, ma con le evidenze della ragione frutto di anni di investigazioni e perizie, che Mario non si è tolto la vita, ma è stato ucciso perché aveva fatto troppo bene il suo lavoro umanitario in un contesto difficilissimo e pericoloso in cui evidentemente non bisognava fidarsi di nessuno. Sappiamo che questa è solo una tappa, per quanto ardua e oltraggiosa, del nostro percorso di verità e giustizia. Continueremo a lottare finché non otterremo una verità processuale e non sarà restituita dignità a nostro figlio. Utilizziamo con rammarico e sofferenza il verbo “lottare”: mai avremmo pensato di dover portare avanti una battaglia per avere una giustizia che dovrebbe spettarci di diritto. Sappiamo però che non siamo e non resteremo mai soli. Grazie a tutte le persone che staranno al nostro fianco fino a quando la battaglia non sarà vinta. Anna e Giuseppe Paciolla con le figlie Raffaella e Paola e con le avvocate Emanuela Motta e Alessandra Ballerini. Redazione Italia
July 1, 2025
Pressenza