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I Sud del mondo. In Amazzonia una vittoria dei nativi per l’ambiente
“Hanno vinto il fiume, la foresta e la memoria dei nostri antenati”, hanno dichiarato i nativi dell’Amazzonia quando il governo brasiliano ha cancellato il piano che prevedeva di privatizzare uno dei corsi d’acqua più belli al mondo, per trasformarlo in un canale per il trasporto della soia. La battaglia era impari. Da una parte c’erano i difensori del fiume, mille attivisti dei popoli munduruku, arapiun e apiakà, dall’altra un gigante del commercio globale, la Cargill che gestisce più del 70% della soia e del granturco che passa per il porto di Santarém, città dello stato del Parà, e vuole trasformare il fiume in un megacanale per poter meglio trasportare i propri prodotti. I nativi hanno occupato il terminal della Cargill per vari giorni, paralizzando uno degli snodi del commercio alimentare mondiale, con la Cina come destinazione finale di gran parte della soia. La federazione dei popoli indigeni del Parà è consapevole che lo sfruttamento economico dei fiumi amazzonici “minaccia i territori indigeni, lo stile di vita tradizionale, la sicurezza alimentare, la biodiversità e l’equilibrio ambientale dell’intera regione”. Il fiume Tapajós, famoso per le sue acque cristalline, è già adesso inquinato dall’arsenico usato dai minatori illegali e dalla nafta persa dalle chiatte che trasportano la soia. Molte culture sono morte, e – dopo la siccità causata da El Niño – il livello del fiume si è molto abbassato. La situazione non potrà che peggiorare se si lascerà che gli interessi dell’industria agroalimentare prevalgano su quelli della foresta e dei suoi abitanti. Ma c’è qualcosa, in questa storia, che riguarda anche tutto il resto del mondo. Proteggendo i loro fiumi, le loro foreste, la loro terra, gli indigeni stanno facendo un enorme favore a tutti noi. L’Amazzonia regola il clima di tutto il pianeta assorbendo CO2, raffreddando la regione e garantendo la regolarità dei monsoni. > Secondo uno studio recente le precipitazioni generate dalla foresta pluviale > valgono da sole venti miliardi di dollari all’anno in termini di irrigazione > agricola, acqua potabile per i centri urbani e per i servizi igienici Anche le attività estrattive e l’allevamento distruggono pesantemente queste risorse globali essenziali. L’unico strumento per mettere i potenti davanti alle loro responsabilità è l’attivismo a livello locale. Siamo tutti debitori nei confronti degli attivisti munduruku e degli altri popoli nativi che hanno sfidato l’industria agroalimentare brasiliana, gli interessi delle multinazionali statunitensi e i compratori cinesi ed europei. La battaglia non è ancora finita. Il nostro sostegno non dovrebbe mancare. TRATTO DA, “UNA VITTORIA DEI NATIVI PER IL FIUME TAPAJÓS” DI JONATHAN WATTS. THE GUARDIAN, RIPRESO DA INTERNAZIONALE (6 MARZO 2026) Redazione Italia
March 16, 2026
Pressenza
Maya e palestinesi, due genocidi con un elemento in comune: Israele
Che cos’ha in comune il genocidio dei Maya degli anni Ottanta del secolo scorso con quello dei palestinesi? Maya e palestinesi, geograficamente quasi agli antipodi del globo, si somigliano per la relazione speciale che intrattengono con la loro terra. Non hanno bisogno di alcuna propaganda per sentirsi patrioti: semplicemente nascono con questo legame. Gli uni intrecciati alle radici degli ulivi, gli altri al respiro possente della montagna. È il luogo che sceglie; imporsi con la forza per dominarlo, per sfruttarne le risorse, è comportarsi da ladri e quella terra mai li accoglierà. Cercando in rete si trova molto materiale sul genocidio in Guatemala. Per chi è interessato ad approfondire suggerisco la video intervista fatta da Chris Hedges a Jennifer K. Harbury. A questo link si trova la trascrizione in italiano. La popolazione del Guatemala è per quasi il 75% costituita da indios (e fra questi l’etnia più corposa è riconducibile geneticamente e linguisticamente ai maya; un altro 25% viene definita ladino, ossia un misto di maya e colonizzatori europei e una parte infinitesima del totale è rappresentata dall’etnia caucasica. Verso la fine di quella che nelle pagine di storia è conosciuta come la guerra civile, dal 1960 al 1996, la popolazione indigena subì un genocidio che è sconosciuto ai più. Ne parliamo con Carlos, figlio di Carlos Ovalle (maya Qʼeqchiʼ), che a soli dieci anni si trovò catapultato da un giorno all’altro da Città del Guatemala a Long Beach, nel Sud della California. Raccontami la vostra storia Mio padre era un gran lavoratore e un uomo pacifico, ma c’erano due cose che non sopportava: la burocrazia e la corruzione. Era la fine degli anni Sessanta e nel Paese il clima era teso. Mio padre era un cartografo e aveva un buon lavoro in un’agenzia governativa; vedeva quotidianamente corruzione e abusi ai danni degli indigeni e non stava zitto. Denunciava pubblicamente i fatti di cui veniva a conoscenza. Iniziarono ad arrivare avvertimenti, ma lui tirò diritto per la sua strada, fin quando un giorno un suo superiore gli disse che doveva partire per fare un rilievo in una zona sperduta della foresta. Carlos Ovalle Mio padre si apprestò a preparare la sua solita squadra, ma gli fu comunicato che avrebbe dovuto lavorare con uomini nuovi. Si insospettì, ma partì lo stesso. Sul ciglio di un dirupo gli legarono mani e piedi, intenzionati a tagliargli la testa con un machete, ma riuscì a saltare all’indietro, nel vuoto e miracolosamente si salvò. La lama era però riuscita ad aprirgli mezza faccia. In qualche modo riuscì a risalire la valle, dove fu soccorso da un gruppo di taglialegna. Quando uscì dall’ospedale un amico americano che lavorava al consolato lo aiutò a scappare in California. Ero piccolo, ma ricordo bene che tutto accadde molto velocemente. Che cosa è successo in Guatemala prima e dopo la vostra fuga? Dopo decenni di terrore e governi dichiaratamente fascisti, nel 1954 fu democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che iniziò un programma di riforme socialiste, ridistribuzione della terra e nazionalizzazione di compagnie e infrastrutture. Finalmente per il popolo guatemalteco sembrava aprirsi un tempo di rinascita e giustizia sociale, ma i grandi investitori privati, come la United Fruit Company, che possedeva immensi latifondi, andarono su tutte le furie e costrinsero gli Stati Uniti a intervenire provocando una serie di colpi di Stato, assassinii, violenze e caos in tutto il Paese. Ma il popolo, soprattutto il 75% indios, non mollava, anzi si organizzò facendo dell’impervia montagna la propria sede e conducendo azioni di guerriglia. E così arriviamo alla fine degli anni Settanta, quando venne eletto presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che amava definirsi un’anima semplice, un devoto cristiano (era stato anche ordinato pastore), un amante della pace e un difensore dei diritti umani. Carter non voleva avere niente a che fare con il brutto affare del Guatemala e dunque qualcuno (Chi? La CIA? Qualche altra entità segreta?) decise di passare la palla al Mossad, il servizio segreto israeliano; di lì a poco la guerra civile entrò in una spirale di barbarie e violenze che causò 200.000 morti (di cui l’83% erano civili inermi), 620 villaggi maya completamente spazzati via, 15.000 scomparsi e un milione di sfollati. È chiamato il genocidio silenzioso, perché allora quasi nessuno sapeva che cosa stesse accadendo nel Paese centroamericano. Neanche voi lo sapevate? Nemmeno noi guatemaltechi all’estero riuscivamo ad avere notizie complete, era tutto frammentario e confuso. Cominciammo a capire che stava succedendo qualcosa di molto brutto quando qualcuno di noi iniziò ad andare sul posto e non fece più ritorno. Solo vent’anni dopo grazie alle Ong internazionali furono trovate le fosse comuni. Sei tra coloro che nel 2023 hanno iniziato la pratica di calare striscioni dai cavalcavia sulle autostrade per denunciare il genocidio dei palestinesi. Come ti sei sentito quando le notizie dei massacri dell’IDF sulla popolazione civile di Gaza hanno iniziato a circolare? Ho capito subito dove si stava andando; ho visto le stesse tecniche all’opera. I militari israeliani all’epoca del nostro genocidio arrivarono e istruirono l’esercito del Guatemala in modo nuovo, più efficiente e riuscirono anche a renderlo molto più feroce e senza scrupoli. I palestinesi per me sono fratelli e sorelle: ci accomuna la qualità della resilienza. I maya sono sempre riusciti a preservare la loro cultura attraverso dominazioni e tirannie esterne proprio per questo viscerale attaccamento alla propria terra. Siamo un popolo pacifico e molto paziente, come credo siano i palestinesi. Com’è la situazione oggi in Guatemala? In apparenza va abbastanza bene. Gli indigeni, almeno sulla carta, hanno ottenuto dei diritti, ma siamo ancora molto lontani da una loro reale rappresentanza politica. L’infinitesima minoranza bianca tiene ancora in mano le fila del Paese; il sistema si è ammorbidito, ma è sempre quello. Te ne accorgi se parli troppo: se sei un giornalista d’inchiesta e malauguratamente scrivi qualcosa di scomodo, puoi ancora sparire da un giorno all’altro, come tentarono di fare con mio padre. Gli indios di oggi però hanno imparato meglio le regole del gioco e cascano meno nei tranelli dell’uomo bianco, per esempio stanno nascendo le “corporazioni maya” che sanno dare filo da torcere ai colonialisti. Negli Stati Uniti, ormai da più di un anno, l’ICE perseguita i migranti. Mi sono commossa quando l’altra sera hai raccontato dei bambini deceduti in detenzione. Che cosa sai in proposito? Purtroppo poco, perché è molto difficile ottenere risposte chiare dall’agenzia federale; offrono sempre la stessa scusa di “patologie pregresse”. Erano nove bimbi di età compresa tra i nove e i quattordici anni, di cui sei indio guatemaltechi. Dietro quei muri può succedere di tutto, ma è facile che siano morti per incuria. Nella nostra zona è attiva la “Rapid Response”. Siamo un gruppo di volontari che aiuta famiglie in difficoltà a causa delle operazioni dell’ICE. In quest’ultimo anno, ho scoperto che le loro strutture sono delle miserabili prigioni: non hanno medici interni, ma solo un presidio infermieristico e per uscire da lì ci vuole una burocrazia infinita. Un nostro assistito ha avuto ben due infarti e non lo portano in ospedale. Sta male e siamo molto preoccupati per lui. Che cosa fa la Rapid Response? Al momento stiamo sostenendo e proteggendo quattro famiglie. Solo una è in una condizione drammatica e dobbiamo aiutarli in tutto. Le altre riescono parzialmente ad arrangiarsi, dunque gli offriamo un aiuto mirato. Per esempio a una coppia abbiamo procurato una macchina usata perché possano raggiungere i posti di lavoro evitando di usare i mezzi pubblici; per un’altra siamo riusciti a ottenere una tutela legale sui figli piccoli nati negli Stati Uniti, cosicché se dovesse accadere il peggio ai genitori verrebbero affidati a noi e non sequestrati dai federali. Inoltre usiamo le nostre residenze private come loro copertura. Mi piace terminare la nostra chiacchierata con un pensiero positivo, qualcosa che offra speranza. Nel periodo di grande turbolenza che stiamo attraversando noti qualcosa di nuovo? Sì. Da un po’ di tempo, quando dichiaro di essere socialista, spesso mi sento rispondere: “Anch’io”. Fino a qualche anno fa le persone si stupivano ed erano imbarazzate, oggi invece dimostrano molta più apertura. Credo che molti stiano capendo che un sistema socialista non gli toglierebbe la libertà, come credevano, e nemmeno li appiattirebbe come esseri umani, anzi dovrebbe favorire una rinascita umanista.     Marina Serina
March 15, 2026
Pressenza
L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli
Raúl Zibechi ha scritto un altro articolo sulla protesta contro la privatizzazione dei fiumi in Brasile, segnalata su Comune il 24 febbraio (Rivolte indigene) e ripresa da Pressenza. Non solo perché, in un tempo di angosce, si tratta di una straordinaria vittoria dal basso contro una delle più grandi multinazionali del mondo, la Cargill, e contro un governo progressista come quello di Lula, ma perché, come altre vittorie delle comunità indigene e nere vengono ignorate o sottovalutate Mi ha sempre colpito il fatto che qualsiasi sciopero dei lavoratori, da quelli che chiedono salari più alti a quelli che cercano di impedire una serrata, domini i titoli dei media progressisti e di sinistra, e a volte persino dei media mainstream, mentre le vittorie delle comunità indigene e nere vengono ignorate. Qualcosa di simile è accaduto di recente in Brasile, con l’impressionante mobilitazione di quattordici comunità lungo le rive del fiume Tapajós. Sono riuscite a impedire la privatizzazione di tre importanti fiumi amazzonici (il Tocantins, il Madeira e il Tapajós), dove erano previsti dragaggi e la costruzione di porti e terminal merci per trasformarli in corsi d’acqua. È stata una vittoria contro una delle più grandi multinazionali del mondo, la Cargill, e contro un governo progressista come quello di Lula da Silva. Dopo un accampamento durato un mese davanti al terminal della multinazionale, e dopo che erano state indette manifestazioni in tutte le principali città a sostegno delle comunità, il governo ha ritirato il decreto che autorizzava i lavori. A sostegno della popolazione, si sono mobilitati piccoli gruppi di solidarietà, ambientalisti, libertari, donne e giovani anticapitalisti e una vasta gamma di collettivi locali sparsi in tutto il paese, scarsamente coordinati e operanti al di fuori delle principali burocrazie sindacali, dei partiti politici e dei movimenti sociali più ampi. Vorrei offrire alcune riflessioni preliminari per spiegare sia l’assenza del sindacato centrale e del movimento dei lavoratori senza terra, sia la scarsa attenzione data a questa straordinaria lotta dai media di sinistra. Il primo punto è che si è trattato di una lotta contro il capitalismo, in prima linea, dove il sistema avanza con maggiore forza. La lotta contro il capitalismo non gode di grande sostegno al momento, forse perché la sinistra e i movimenti a essa affiliati cercano solo una posizione comoda all’interno del sistema, avendo abbandonato ogni desiderio di trascenderlo. In altre parole, la tensione anticapitalista si è rifugiata nei popoli del colore della terra, nei contadini e nelle periferie urbane, coloro che Fanon definiva “i dannati della terra”. Non sono ambientalisti in senso stretto, ma piuttosto lottano per la vita contro la morte, per evitare di scomparire come popoli inghiottiti dal progresso. Il secondo punto è che si tratta di popoli non bianchi, non urbani, non istituzionalizzati, non protetti da grandi burocrazie. Questo rivela la natura coloniale e razzista di quasi tutti i movimenti di sinistra e dei “grandi” movimenti. Alcuni hanno offerto solo una semplice nota di sostegno, quando sfamare e sostenere 600 persone per 33 giorni avrebbe richiesto un ampio movimento di solidarietà. Sono state le comunità stesse a sostenersi in quel periodo, utilizzando tutte le risorse necessarie per un accampamento di grandi dimensioni, lontano dalle loro case. Non dovrebbe sorprendere che la sinistra sia razzista, ma è esasperante che parli con eloquenza contro la destra e poi non riesca a mobilitare le sue enormi risorse per sostenere le lotte che cercano davvero di frenare il capitalismo. Una terza questione è legata all’azione diretta, guidata dai giovani, con una partecipazione particolarmente forte delle donne. Nonostante le loro negazioni, la sinistra è diventata profondamente patriarcale e istituzionalizzata. Idolatra leader come Lula e non trova modelli di riferimento tra la gente, perché quest’ultima è guidata dalla comunità e avversa all’individualismo, sebbene a volte alcuni imitino la leadership del sistema e cerchino di riprodurla. Il capitalismo è proprio questo: ha articolato razzismo e patriarcato per cinque secoli. Ciò che è doloroso è che così tante persone siano ingannate da questi esponenti della sinistra, da questi movimenti e da questi intellettuali che si sono integrati nel sistema ma mantengono un discorso “critico”. Si definiscono femministe e difensori del dissenso, ma lo fanno per rafforzare il dominio. Dovremmo concludere con un riferimento al pensiero critico. È così addomesticato che non riesce a guardare oltre lo Stato, dando priorità agli interessi nazionali rispetto all’oppressione di classe, colore della pelle e genere. È diventato parte del sistema, che lo usa per domare le lotte e reprimere la resistenza. Comune-info
March 15, 2026
Pressenza
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
La biografia della donna-medicina ‘scudo’ della resistenza dei nativi americani
Con Madre Rossa • Red Mother, Mauna Kea Edizioni pubblica l’edizione italiana di Red Mother: The Life Story of Pretty-Shield, a Medicine Woman of the Crows (1932) di Frank B. Linderman, testo fondamentale della letteratura nordamericana e documento raro di testimonianza femminile indigena. C’è un gesto che attraversa il tempo più di molte dichiarazioni ufficiali: un pollice premuto sull’inchiostro, un’impronta lasciata su un foglio. È con quell’impronta che Pretty Shield (Bello Scudo), donna Apsáalooke – Crow, affida la propria memoria alla scrittura e compie un atto di sovranità narrativa. Non è folclore: è politica. È il diritto di dire “io” in un secolo che ha spesso negato alle donne indigene la possibilità di essere soggetti della storia, riducendole a figure mute, simboliche, decorative. Nelle pagine di Madre Rossa • Red Mother la storia non resta nei manuali: entra nelle tende, cammina nei villaggi, si posa sui dettagli che fanno un mondo. Pretty Shield racconta l’infanzia, la vita quotidiana, i riti, la maternità, il lutto, il peso delle relazioni comunitarie; ma racconta anche l’onda lunga del conflitto e dello sradicamento, fino agli anni delle guerre delle Pianure e alla battaglia del Little Big Horn — non come leggenda da cartolina, ma come ferita vissuta, che continua a vibrare nella memoria collettiva. Il valore contemporaneo di questo libro è evidente: Pretty Shield mostra come la colonizzazione non sia stata solo occupazione militare o perdita territoriale, ma anche frattura culturale, pressione assimilazionista, riscrittura delle identità. È una storia che parla al presente perché illumina i meccanismi con cui si producono silenzi: chi ha il diritto di raccontare? Chi viene ascoltato? Chi viene trasformato in “oggetto” di narrazione altrui? La sua biografia dialoga con un altro titolo di Frank B. Linderman già in catalogo Mauna Kea, Plenty Coups, Capo dei Crow. La vita di un grande Indiano. Se la figura di Plenty Coups consegna al lettore la voce pubblica e politica della nazione Apsáalooke — il capo chiamato a guidare il suo popolo nel passaggio traumatico verso la riserva e la modernità imposta — Madre Rossa•Red Mother, Pretty Shield, donna-medicina dei Crow ne rappresenta il controcampo necessario: la parte femminile della memoria, la prospettiva domestica e spirituale, la trama invisibile che regge una comunità quando la Storia travolge ogni cosa. Due opere che, lette insieme, compongono un affresco più completo e meno stereotipato del mondo Crow. La nuova edizione è curata da Raffaella Milandri (prefazione, traduzione e note), scrittrice, giornalista e antropologa di formazione impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni e nella decolonizzazione dello sguardo europeo sulle culture native. Milandri è membro adottivo della Crow Nation (Montana) e della Four Winds Cherokee Tribe (Louisiana), un riconoscimento che nasce da un percorso di relazione e collaborazione diretta con le comunità. Il suo apparato critico accompagna il lettore distinguendo con chiarezza la voce di Pretty Shield dalla mediazione di Linderman, offrendo contesto storico, precisione terminologica e strumenti interpretativi utili anche a chi oggi interroga il tema della rappresentazione: non basta “parlare di” un popolo, bisogna interrogarsi su come si parla, con quali fonti, da quale posizione. In un tempo in cui la parola “decolonizzazione” rischia spesso di diventare moda, Madre Rossa•Red Mother propone un gesto concreto: rimettere al centro una testimonianza indigena e femminile, sottraendo la storia delle Pianure alla monocromia dell’epica. È un libro che parla di memoria come resistenza, di identità come continuità, di cultura come relazione. E, soprattutto, ricorda che la cancellazione non avviene solo quando si tolgono le terre, ma anche quando si sottraggono le parole. Firmata con un’impronta del pollice, questa non è una leggenda. È una vita che chiede ascolto — e che, ascoltata, cambia il modo in cui guardiamo il presente. https://www.facebook.com/photo/?fbid=1326189716219406&set=a.618601526978232 Pretty Shield, Crow medicine-woman – Kathryn S Gardiner, 2025 Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
Cinque anni dall’ultimo colpo di stato militare in Myanmar
Anche quest’anno, gli esuli birmani, un po’ ovunque nel mondo, hanno commemorato l’anniversario del colpo di stato militare del primo febbraio 2021 che ha posto fine a quell’esperimento di democrazia, sempre sul filo del rasoio, durato quasi un decennio, che ha portato in prigione Aung San Suu Kyi e tanti altri politici del suo partito, e da allora non se n’è più saputo nulla. Centinaia di birmani della diaspora si sono raccolti davanti alle ambasciate del loro paese per protestare in grandi numeri da Londra a Busan nella Korea del Sud a Tokyo a Taipei. L’associazione per i prigionieri politici (AAPP) riporta che all’interno di due prigioni in Myanmar gruppi di donne hanno protestato cantando una canzone rivoluzionaria e sono state poi messe in isolamento. Qui in Thailandia al confine con la Birmania è una ricorrenza che, per tutti quelli che fanno parte o sostengono la Resistenza, segna un momento di condivisione delle lotte, si ricordano i morti e si cerca di fare il punto delle sconfitte e di immaginare una via per il futuro, per un altro anno di rivoluzione. È del 30 gennaio la comunicazione ufficiale di un importante risultato che dovrebbe portare la rivoluzione a dei grandi passi avanti. I rappresentanti di alcuni gruppi armati etnici e alcuni rappresentanti dell’esercito della resistenza per la democrazia, nonché il governo di unità nazionale per la democrazia, il NUG, hanno reso ufficiale che le negoziazioni dei mesi scorsi per creare un fronte comune ha raggiunto finalmente un accordo condiviso. In termini concreti significa che questi gruppi armati saranno coordinati da un’unica leadership. La frammentazione delle lotte dei vari gruppi etnici, è da sempre il principale ostacolo per portare la resistenza vittoriosa su tutto il territorio birmano. Si tratta di un notevole passo avanti anche se in questo “consiglio federato” non partecipano ancora tutti i gruppi armati presenti in Myanmar ma solo la metà degli otto Stati: i Kachin, Karenni, Karen e Chin. L’obiettivo è quello di arrivare a costruire una Birmania confederata, che fu il sogno del padre di Aung San Suu Kyi e dei suoi compagni nel 1947, quando gettarono le basi per un governo democratico dopo aver ottenuto l’indipendenza dal giogo inglese. Una Birmania confederata significa che le numerose minoranze etniche presenti nel paese, potranno convivere con uguali diritti in uno stato confederato. Attualmente la giunta militare del Myanmar riconosce otto minoranze etniche principali che a loro volta raggruppano altre minoranze presenti nel loro territorio. Nel 1962 il generale Ne Win compì il primo dei tre colpi di stato e pose fine a 14 anni di governo democratico e al sogno di una Birmania confederata. Da quel momento le minoranze etniche sono entrate in uno stato di guerriglia permanente con l’esercito del governo militare: si tratta di più di 60 anni di guerra, la più lunga del pianeta. Le minoranze etniche sono distribuite ai confini della Birmania, in zone prevalentemente montuose, il gruppo dominante è quello dei Bamar-da cui il nome Burma (Birmania)- e occupa tutta la piana centrale partendo dal delta fertilissimo dell’Irrawaddy. Ogni minoranza etnica ha la sua milizia e di questa frammentazione ne guadagna l’esercito militare che mette gli uni contro gli altri. Ne approfitta anche la Russia e la Cina che vendono loro le armi. In particolare la Cina le vende sia alla guerriglia sia all’esercito dei militari. Fiorella Carollo
February 7, 2026
Pressenza
Guatemala: incontro internazionale delle donne
In Guatemala si è tenuto l’incontro internazionale “Donne e donne indigene nella regione latinoamericana, verso la parità e la democrazia”. Durante i due giorni dell’incontro, circa un centinaio di leader provenienti dal Paese centroamericano e da Bolivia, Messico, Cile e Costa Rica hanno analizzato come la parità, l’alternanza e l’inclusione delle donne e delle popolazioni indigene siano state una rivendicazione storica. In questo Paese centroamericano le donne costituiscono il 51% della popolazione totale e il 54% degli elettori e, nonostante siano la maggioranza, attualmente su 160 deputati dell’attuale legislatura, solo 32 sono donne e di queste solo una è indigena. Al termine dell’evento internazionale, di cui potete vedere qui sotto un breve video, le leader guatemalteche hanno chiesto l’immediata ed effettiva incorporazione dei principi di parità, alternanza e inclusione delle popolazioni indigene nella legge elettorale e dei partiti politici. Hanno inoltre chiesto la fine della violenza politica contro le donne in tutte le sue forme, compresa la violenza razzista, simbolica e digitale, e hanno sottolineato lo slogan “Poiché siamo la metà, vogliamo la parità! Senza donne e donne indigene, non c’è democrazia!”. Rocizela Pérez
January 28, 2026
Pressenza
COP30: che cosa ci ha lasciato, e che cosa ci aspetta?
Un incontro, per fare il punto sul percorso verso la COP30 in Brasile, tra promesse, contraddizioni e sfide ancora aperte, e un momento di confronto e riflessione su uno dei passaggi più delicati dell’agenda climatica globale, l’appuntamento di lunedì prossimo, 27 gennaio, a Milano coinvolge i partecipanti attraverso la ‘collezione’ di video e testimonianze raccolte a cura di ChiamamiMilano, Agenda Verde e Osservatorio Parigi. Sarà un’occasione per discutere di giustizia climatica, responsabilità politiche e ruolo della società civile, mettendo in dialogo esperienze dal territorio amazzonico e prospettive europee. COP30: DALL’AMBIZIONE ALL’AMBIGUITÀ… … CHE COSA CI HA LASCIATO E CHE COSA CI ASPETTA Lunedì 27 gennaio 2026 – dalle 18:00 Negozio Civico – via Laghetto 2, Milano INGRESSO LIBERO     Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Milagro Sala: 10 anni di prigionia politica
Il 16 gennaio 2026 sono passati dieci anni dall’arresto arbitrario di Milagro Sala, attivista per i diritti civili, sindacalista e leader sociale dell’organizzazione di quartiere Tupac Amaru nella provincia argentina di Jujuy, che si è battuta per i diritti delle popolazioni indigene, che in parte vivono in condizioni di estrema povertà. Il caso è uno dei più gravi casi di detenzione per motivi politici a livello mondiale e ha suscitato scalpore anche a livello internazionale. Da Papa Francesco all’allora primo ministro canadese Trudeau, molti, tra cui il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite contro la detenzione arbitraria, Amnesty International e i numerosi comitati per la libertà di Milagro Sala, si sono impegnati per porre fine alla sua detenzione. Sala è stata oggetto di accuse e processi inventati, ha dovuto subire campagne diffamatorie da parte dei media ed è in stato di arresto da dieci anni. Tutto questo perché ha costruito con successo scuole, ospedali, impianti sportivi e mense per i più poveri nella provincia di Jujuy. Secondo il portale di notizie El Destape, nel decimo anniversario del suo arresto, il 16 gennaio, una carovana ha viaggiato da Buenos Aires a La Plata fino al palazzo del governo e del parlamento della provincia di Buenos Aires per denunciare l’uso della giustizia come strumento di disciplina politica e per chiedere giustizia e la libertà di Milagro. “Grazie Milagro per non aver mollato e per aver lottato per la dignità”, si sentiva dire per le strade di La Plata. È la “cronaca di una prigionia che voleva punire una politica, ma anche un intero popolo”, secondo il reportage di El Destape. Anche l’associazione “Madres de la Plaza de Mayo” ha chiesto, il 16 gennaio, durante una manifestazione di protesta nella capitale Buenos Aires, il rilascio di Milagro Salas e giustizia per i “Desaparecidos”, le persone scomparse, i cui familiari attendono ancora chiarimenti e giustizia. “Quello che stanno facendo a questa donna è uno scandalo e una vergogna”, ha dichiarato Carmen Arias, presidente dell’associazione “Madri della Plaza de Mayo”, come riporta un articolo di Página12. L’arresto di Milagro Sala fa parte di una serie di procedimenti giudiziari volti a reprimere la resistenza sociale contro la diffusione del modello estrattivo, in particolare a Jujuy, una provincia importante per l’estrazione del litio, come scrive Telesur. Milagro Sala ha lottato per la dignità e l’autodeterminazione della popolazione indigena. Ora è in cattive condizioni di salute ed è in cura medica. Ma la sua opera, la sua forza e il suo amore per la gente comune, i più poveri tra i poveri, continuano a vivere, sostenuti da migliaia di persone in tutto il mondo. Il giorno della riabilitazione di Milagro Salas arriverà e con esso si chiuderà anche un capitolo oscuro della storia argentina. ***  Il video mostra alcuni estratti della documentazione fotografica “La tupac” (Jujuy, 2010) del fotografo argentino Sebastián Miquel, realizzata alcuni anni prima dell’arresto arbitrario di Milagro Sala il 16 gennaio 2016. Mostra Milagro e le persone che lei ha sostenuto e che, grazie al suo aiuto, hanno acquisito una nuova consapevolezza indigena che non era politicamente gradita. Pressenza IPA
January 25, 2026
Pressenza
La Groenlandia non è vuota: uno sguardo umanista su ghiaccio, potere e autodeterminazione
> Vista dall’esterno, la Groenlandia appare spesso come uno schermo di > proiezione: enorme, ricoperta di ghiaccio, apparentemente disabitata. Nei > dibattiti geopolitici, l’isola emerge come avamposto strategico, giacimento di > materie prime o fattore climatico. Ciò che viene regolarmente ignorato è una > semplice verità: la Groenlandia non è uno spazio vuoto. È una patria. Questa idea di “terra vuota” non è casuale, ma è una classica narrativa coloniale. Chi pensa che un territorio sia vuoto può rivendicarne più facilmente il possesso, amministrarlo e sfruttarlo. In Groenlandia questo modo di pensare persiste ancora oggi, in modo più sottile rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. UN NOME CHE LA DICE LUNGA Già il nome “Groenlandia” porta tracce coloniali. Risale a Erik il Rosso, un vichingo nordico nato in Norvegia e cresciuto in Islanda. Dopo aver commesso un omicidio, fu bandito da un Thing islandese (antica assemblea di governo, N.d.T.) e, nel corso di questo esilio, giunse in Groenlandia intorno all’anno 982. Lì esplorò la costa sud-occidentale e in seguito dichiarò l’area zona di insediamento. Il nome Groenlandia (“terra verde”) non era una descrizione neutrale della realtà, ma una scelta pubblicitaria consapevole: Erik il Rosso voleva attirare altri coloni nordici. Il nome segna quindi l’inizio dell’egemonia interpretativa europea su una terra che era già abitata da millenni e che da quel momento in poi fu descritta e rivendicata sempre più da una prospettiva coloniale. I primi esseri umani vissero qui millenni prima dell’arrivo dei vichinghi. Gli attuali Kalaallit, parte dei popoli Inuit, discendono principalmente dalla cultura Thule, che si diffuse nelle regioni artiche a partire dal XIII secolo circa. La loro conoscenza del ghiaccio, del mare, degli animali e delle stagioni è il risultato di generazioni di convivenza con un ambiente estremo, non di lotta contro di esso. COLONIALISMO IN VESTE ARTICA Con la colonizzazione danese a partire dal XVIII secolo, la Groenlandia fu sistematicamente integrata nei sistemi di potere e di conoscenza europei. La evangelizzazione, l’amministrazione, la lingua e l’istruzione seguivano standard stranieri. Gli stili di vita indigeni erano considerati carenti, le forme di conoscenza tradizionali obsolete. Il colonialismo si manifestava qui meno attraverso la violenza aperta che attraverso il controllo paternalistico: “modernizzazione” significava adeguamento agli standard europei. Le conseguenze furono profonde, dal punto di vista culturale, sociale e psicologico. Fino a gran parte del XX secolo, le decisioni sulla Groenlandia venivano prese senza riconoscere ai Kalaallit lo status di soggetti politici con pari diritti. AUTONOMIA, MA CON RISERVA Sebbene oggi la Groenlandia goda di un’ampia autonomia amministrativa, la dipendenza dallo Stato danese persiste, dal punto di vista finanziario, giuridico e di politica estera. Il dibattito sulla completa indipendenza è quindi ambivalente: è espressione di un legittimo desiderio di autodeterminazione, ma è anche insito in nuove dipendenze. Infatti, mentre le vecchie strutture coloniali si sgretolano, entrano in scena nuovi attori. Gli interessi delle materie prime, le strategie militari e la competizione globale per il potere, in particolare nel contesto del cambiamento climatico, riportano la Groenlandia al centro delle brame straniere. Lo scioglimento dei ghiacci diventa un invito, non un avvertimento. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO COME IMPOSIZIONE COLONIALE Per molte persone nel Nord del mondo, il cambiamento climatico è uno scenario futuro astratto. Per i Kalaallit è la realtà quotidiana. Il ghiaccio marino instabile, i cambiamenti nelle migrazioni degli animali e gli insediamenti minacciati interferiscono direttamente nel tessuto sociale e culturale. La caccia e gli stili di vita tradizionali diventano difficili o impossibili. Particolarmente problematica è la doppia ingiustizia: le cause del cambiamento climatico risiedono principalmente nei paesi industrializzati del Nord del mondo, mentre le sue conseguenze colpiscono in modo sproporzionato le comunità indigene. Allo stesso tempo, queste comunità – che sono le principali vittime di un cambiamento climatico causato dall’esterno – si trovano tra i fronti degli interessi geopolitici a causa delle nuove ambizioni relative alle rotte marittime, alle materie prime e alla presenza militare. Se oggi la Groenlandia viene discussa come “area di opportunità” per l’espansione economica e strategica, il pensiero coloniale continua sotto il segno dell’ecologia. NONVIOLENZA SIGNIFICA DARE SPAZIO AD ALTRE REALTÀ Una visione umanista della Groenlandia richiede più che semplici riforme politiche. Richiede un cambiamento radicale di prospettiva: dal controllo alle relazioni. In questo contesto, nonviolenza significa anche prendere sul serio il sapere indigeno, invece di folclorizzarlo o ignorarlo. I Kalaallit ricordano che la sopravvivenza non è garantita dal dominio, ma dall’adattamento, dal rispetto e dalla moderazione. In un’epoca di crisi globali, questo non è un romantico sguardo al passato, ma un insegnamento di grande attualità. La Groenlandia non è vuota. È un luogo vivo – culturalmente, storicamente e politicamente. Chi parla della Groenlandia dovrebbe prima ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Reto Thumiger
January 25, 2026
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