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Cultura e pace: riaperta la Sezione Simón Bolívar della Biblioteca Nazionale di Napoli
È stata finalmente riaperta a Napoli, nella Biblioteca Nazionale, dopo oltre sei anni di chiusura, la storica Sezione Simón Bolívar, uno degli spazi più significativi dell’intero complesso bibliotecario, e l’evento è stato celebrato con l’inaugurazione di un nuovo ciclo di letture, avviato con la presentazione del libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, recente (gennaio 2026) pubblicazione della Multimage, la casa editrice per la pace, la nonviolenza, i diritti umani. La Biblioteca Nazionale di Napoli è uno dei luoghi della cultura più importanti del Paese. Avviata sin dal 1784, la Biblioteca fu aperta ufficialmente al pubblico il 13 gennaio 1804 sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone. Per la straordinaria ampiezza del suo patrimonio (circa 19.000 manoscritti, 4.563 incunaboli, oltre 1.800.000 volumi a stampa e oltre 8.300 testate di periodici) e per l’eccezionale ricchezza di fondi e raccolte (biblioteca borbonica; raccolte Brancacciana, Zagari, Villarosa, Piccirilli, Palatina, San Martino, San Giacomo, Provinciale; sezioni Manoscritti e Rari, Emeroteca, Periodici, Napoletana, Lucchesi Palli, Fondo Aosta, Sezione Americana, Sezione Venezuelana, e la straordinaria Sezione dei Papiri Ercolanensi, con 1.792 papiri, ove sono studiati i papiri rinvenuti nella Villa dei Pisoni a Ercolano) è la più grande biblioteca del nostro Paese, dopo le due nazionali centrali di Roma e Firenze.  Al suo interno, la sezione Simón Bolívar, inaugurata il 14 ottobre 1998, frutto di una collaborazione istituzionale per la diffusione della conoscenza e la promozione della lettura, è uno spazio di grande interesse, ospitando circa 4.000 volumi e oltre 100 periodici su argomenti scientifici, storici e culturali relativi al Venezuela, alla sua cultura e alla sua storia, ed anche uno spazio dotato di una singolarità che lo rende quasi un unicum nel panorama bibliotecario italiano: è infatti uno dei pochissimi spazi istituzionali, all’interno di una Biblioteca pubblica, ad essere co-gestito con un altro Paese, vale a dire, nello specifico, con la rappresentanza diplomatica di un Paese terzo, in questo caso appunto la Repubblica Bolivariana del Venezuela.  Si può dunque, fatte queste premesse, facilmente comprendere il calore e l’emozione che hanno accompagnato questa inaugurazione. L’evento non è stato solo l’occasione per richiamare e confermare lo storico legame di amicizia che lega il popolo italiano al Venezuela, in particolare, nella stagione storica che caratterizza il Paese, con l’originale vicenda e le straordinarie conquiste, non solo sul piano politico e istituzionale, ma anche sul piano sociale e culturale, della rivoluzione bolivariana, ma è stata anche una preziosa circostanza di confronto e dialogo con un pubblico, in buona parte, costituito da giovani studenti e studentesse universitarie, in particolare, di lettere e storia dell’arte.  Si è avuto così modo, con la presenza, tra gli altri, del Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Javier José Gómez Betancourt, di riflettere insieme proprio sull’importanza dei luoghi della memoria e dei luoghi della cultura (quale luogo meglio di una Biblioteca Nazionale, per il suo patrimonio e per le sue attività, può corrispondere a questa designazione?) e sulla necessità di attivare la cultura come eminente funzione pubblica e sociale, per poterne esprimere tutto il potenziale civico e politico, come luogo di democrazia e cittadinanza, e potente, per quanto ambivalente e complesso, strumento di promozione della partecipazione, di costruzione della pace, di contrasto alla violenza e alla guerra.  L’articolo 101 del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio designa espressamente i luoghi della cultura come “i musei, le biblioteche e gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali”; essi “sono destinati alla pubblica fruizione ed espletano un servizio pubblico”; in essi, tanto nei luoghi della cultura quanto negli intorni dei beni riconosciuti del patrimonio storico, artistico e culturale, si dipana una eminente funzione di carattere pubblico e sociale, che fa della cultura un’istanza di trasmissione di saperi, pratiche e contenuti necessari ai fini dell’avanzamento della comunità e della costruzione del profilo identitario, culturale, memoriale, e, al tempo stesso, della comunità dei cittadini e delle cittadine un fattore essenziale ai fini della attivazione del patrimonio, come elemento presente e dinamico della vita sociale.  A questi presupposti, ampiamente richiamati nel corso della presentazione, fa esplicito riferimento, tra le altre, la Convenzione di Faro (Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società) del 2005, in virtù della quale cultura, in quanto patrimonio ed eredità culturale, è “un insieme di risorse, ereditate dal passato, che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione; essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione, nel corso del tempo, fra le popolazioni e i luoghi”; e la comunità stessa si attiva come comunità di patrimonio, vale a dire “un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future”.  Sono cioè le persone ad attribuire significato ai contenuti culturali, a curarne la vitalità nello spazio pubblico e la trasmissione alle generazioni future, e a stabilire, nella loro interazione, quelle connessioni e quelle relazioni, essenzialmente di natura sociale, che sono il fondamento stesso del farsi artistico, della produzione culturale, laddove alla cultura si assegni appunto il potenziale di rappresentare produzioni significative della creatività umana, con il loro potenziale estetico e la loro fruibilità pubblica, maturate proprio nel contesto, eminentemente sociale, dell’interazione tra l’artefice e lo spazio sociale circostante.   È qui che la cultura diventa, dunque, potenziale di pace, ed è ciò che attraversa la galleria degli esempi che la conferenza ha proposto: dai monumenti indigeni del Venezuela, che mettono in luce la resistenza, la spiritualità e l’eredità dei popoli nativi, combinando siti storici con sculture moderne, promuovendo l’unità culturale e la convivenza pacifica, come ad esempio la straordinaria “Pietra di Kueka”, la “sacra pietra ancestrale” del popolo Pemón, simbolo della loro cultura e della loro visione del mondo, o, come anche si ripete in Venezuela, della loro “cosmo-visione”; alle grandi manifestazioni del patrimonio culturale intangibile, dai Diavoli Danzanti di Yare, grandiosa celebrazione simbolica e allegorica della vittoria del bene contro il male, patrimonio Unesco dell’umanità, alla Parranda di San Pietro, anch’essa riconosciuta patrimonio mondiale dell’umanità, e legata alla “leggenda di María Ignacia”; per arrivare poi alle manifestazioni monumentali e contro-monumentali del continente europeo, a partire dal caso, perfino iconico, del Monumento contro il Fascismo di Harburg (Amburgo), opera del 1986 di Esther Shalev-Gerz e Jochen Gerz, il cui messaggio non potrebbe essere più pertinente e attuale: “Un giorno scomparirà del tutto e il sito del monumento sarà vuoto. Alla fine soltanto noi stessi restiamo in piedi contro l’ingiustizia”.  Gianmarco Pisa
May 14, 2026
Pressenza
Pressenza Italia al Liceo Gigli di Rovato (BS) per parlare di giornalismo e nonviolenza
Un percorso educativo che intreccia editoria, memoria e partecipazione attiva: è quello realizzato dalla Multimage APS insieme all’Istituto Lorenzo Gigli di Rovato, con il coordinamento della giornalista Simona Duci. Un progetto che si inserisce con coerenza nella lunga tradizione culturale di Multimage, attiva dal 1995 nella promozione dell’umanesimo universalista, della nonviolenza e della comunicazione etica. L’iniziativa si è articolata in quattro incontri, costruiti con una chiara intenzione pedagogica: superare la didattica trasmissiva per favorire un apprendimento partecipato, in cui gli studenti diventano protagonisti e co-creatori di contenuti. Tre appuntamenti online hanno introdotto i temi, mentre l’incontro in presenza ha rappresentato il momento laboratoriale e di restituzione. Il primo incontro, “Storie di pace: dai conflitti alla speranza”, ha aperto uno spazio di riflessione profonda sulle dinamiche del conflitto e sulle possibilità di trasformazione. Attraverso testimonianze, narrazioni e letture, Daniela Bezzi e Fiorella Carollo hanno guidato gli studenti in un percorso che ha messo al centro il valore delle scelte individuali, della resilienza e della responsabilità morale. Con il secondo appuntamento, “Editoria di base: come essere un editore nonviolento”, Daniela Annetta e Olivier Turquet hanno offerto uno sguardo inedito sul mondo editoriale: non solo come industria culturale, ma come pratica etica. Gli studenti sono stati stimolati a riflettere su come si costruisce un contenuto editoriale capace di promuovere pace e consapevolezza, sperimentando anche forme di creatività digitale. Il terzo incontro online, ha affrontato un tema di stringente attualità: il ruolo dei media nella costruzione o nella distorsione della realtà. In “Comunicare la pace: giornalismo nonviolento e media responsabili”, la professoressa Nicoletta Senco del Gigli di Rovato in supporto al contributo a distanza dell’editore Olivier Turquet, ha coinvolto i ragazzi in un laboratorio di scrittura giornalistica, mettendo a confronto linguaggi sensazionalistici e approcci equilibrati. Un esercizio critico che ha reso evidente quanto il linguaggio possa essere strumento di conflitto o di riconciliazione. Il percorso si è concluso il 25 marzo con l’incontro “Pace visibile: editoria, arte e memoria”, momento culminante di grande intensità emotiva e creativa. Con la partecipazione di Gianmarco Pisa, Lorenzo Poli e Olivier Turquet, gli studenti hanno vissuto un’esperienza immersiva, in cui la parola scritta si è intrecciata con l’immagine e la sensibilità artistica. La giornata finale si è distinta per il forte coinvolgimento degli studenti, chiamati a lavorare direttamente sui testi del catalogo Multimage. Attraverso disegni, scritture poetiche e interpretazioni visive, i ragazzi hanno rielaborato i contenuti dei libri, trasformando temi complessi in espressioni personali e autentiche. Ne è emersa una pluralità di sguardi, capace di restituire la pace non come concetto astratto, ma come esperienza vissuta, immaginata e condivisa. Il valore del progetto risiede proprio in questa capacità di costruire un ponte tra teoria e pratica, tra riflessione e azione. L’editoria diventa così uno strumento vivo, un dispositivo culturale capace di attivare pensiero critico, creatività e consapevolezza. In un contesto spesso segnato da narrazioni conflittuali e polarizzate, iniziative come questa dimostrano come la scuola possa essere luogo privilegiato di costruzione di una cultura della pace, fondata sul dialogo, sulla responsabilità e sulla partecipazione attiva delle nuove generazioni. Simona Duci
April 2, 2026
Pressenza