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Conferenza di Santa Marta, verso una transizione giusta; intervista a Renato Di Nicola
La  Prima conferenza internazionale interamente dedicata all’abbandono dei combustibili fossili, si è conclusa da pochi giorni a Santa Marta. Convocata da Colombia e Paesi Bassi ha coinvolto altre 57 nazioni, quelle più “volenterose” verso una transizione giusta.  La ministra colombiana dell’Ambiente Irene Vélez Torres nel discorso di apertura ha spiegato che questo vuole essere uno spazio diverso rispetto alle Cop, dove i Paesi disposti ad accelerare possano farlo senza aspettare altri poco propensi. Ne parliamo con Renato Di Nicola, noto attivista abruzzese che ha partecipato con una delegazione della Campagna per il Clima Fuori dal Fossile.   Tu sei stato anche a Belem, alla COP30 nel novembre 2025, che differenze hai trovato anche a livello organizzativo?  Alla conferenza di Santa Marta non hanno partecipato solo governi, ma anche movimenti, associazioni, scienziati e accademici, sindacati, comunità indigene, tutti insieme a discutere. Ho visto quella parte del mondo che si è trovata a discutere seriamente l’abbandono delle fonti fossili. A Belem, al contrario, c’erano tanti spazi chiusi, blindati, inaccessibili, tutto il movimento civile era lasciato fuori dalle contrattazioni tra governi, qui invece la conferenza era fluida, le discussioni venivano fatte in luoghi pubblici accessibili. A Santa Marta gli incontri si son tenuti in strutture già esistenti, non in cattedrali nel deserto costruite appositamente, con impatto ambientale ed economico.  Cos’altro ti ha colpito positivamente? Molto importante è stata la presenza dei sindacati internazionali che hanno preso posizione sulla necessità di decisioni vincolanti, ma hanno anche posto attenzione sulla transizione giusta e socialmente sostenibile, sulla necessità di fare piani di reinserimento insieme e non contro i lavoratori. Inoltre è stato puntualizzato il fatto che l’energia è un bene comune e un diritto umano, e come tale va trattato. Interessante anche che in tutte le aree sociali o istituzionali sia emerso il problema del debito dei Paesi del Sud, collegato alla dipendenza dal fossile: il fossile non è solo un problema climatico e che alimenta la guerra, ma è un problema anche perché alimenta il debito. Crea una dipendenza insormontabile, una vera e propria monocoltura, che non pone alternative all’economia locale. Così ci troviamo con Paesi poveri che si sostengono solo grazie al petrolio abbandonando ogni altra economia locale. È stata molto importante anche la presenza degli accademici, scienziati di rilevanza internazionale i quali hanno costituito un comitato operativo di sostegno ai Paesi che vogliono iniziare seriamente la transizione. Permane una visione globale del tema ma si sottolinea che i problemi vanno agiti concretamente nei territori e Paesi affinché la transizione  giusta inizi a camminare per davvero.  Si è parlato anche di guerre? Il fossile alimenta le guerre e le guerre vengono fatte per il fossile, la relazione è stretta e indissolubile. La guerra contro l’Iran ha svegliato molti Paesi, facendo capire che non c’è più tempo.  E l’Italia era presente a livello istituzionale? L’Italia è stata invitata a partecipare, non si è  mossa di propria iniziativa. La presenza italiana (e questo secondo me era un grande limite) non era politica, ma tecnica. La delegazione italiana era composta da una sola persona: Francesco Corvaro, l’inviato speciale per il clima.  Ha detto cose sensate giuste, ma  non c’è stata nessuna presa di posizione politica dal nostro governo che invece continua a investire nelle infrastrutture fossili (rigassificatori, metanodotti, etc) e addirittura ritarda la chiusura delle centrali a carbone.  In definitiva cosa si è deciso? Una riduzione globale dell’utilizzo e produzione del petrolio e fonti fossili, ma con politiche studiate in base al contesto, affinché si possa incidere concretamente senza danneggiare l’economia locale ed i lavoratori. Il compito che si sono dati gli stati è quello di mappare i sussidi al fossile, per poi iniziare ad attuare una loro progressiva eliminazione. Io penso che ciò che è accaduto a santa Marta sia positivo ed aiuterà le lotte anche dei movimenti per il clima per un cambiamento dei rapporti di forza. Molte discussioni giravano attorno alla frase “vincolante” che però non è stata inserita, in quanto la si vuole rapportata al contesto. Anche l’energia rinnovabile va contestualizzata perché in certi territori, come nei crinali, nelle zone naturali integrali, nelle zone sacre agli indigeni gli impianti industriali di energia rinnovabile potrebbero essere impattanti e creare più problemi di quelli che risolvono.  Prossimi appuntamenti? La prossima conferenza sarà nel 2027 in Polinesia (Tuvalu), coorganizzata dall’Irlanda, ma intanto c’è da continuare la lotta nei nostri territori anche in vista della prossima COP che si terrà in Turchia, Paese sicuramente poco interessato alla transizione.  Linda Maggiori
May 5, 2026
Pressenza
Conferenza internazionale di Santa Marta: tagliare le armi per salvare la vita
Durante il quinto giorno della Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili viene presentato il Rapporto Il doppio dividendo: come la riduzione della spesa militare può finanziare una transizione giusta. Redatto dalla Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà (WILPF) e dalla Fossil Fuel Treaty Initiative, il Rapporto sostiene che la riduzione delle spese militari sia una delle leve più significative – e politicamente più evitate – a disposizione per finanziare una transizione globale equa verso l’abbandono dei combustibili fossili. Esamina i profondi legami strutturali tra militarismo, dipendenza dai combustibili fossili e crisi climatica.  Il rapporto sottolinea che nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2,7 trilioni di dollari da parte di 100 Paesi.  Nel 2025, questa cifra è salita a 2,88 trilioni di dollari e potrebbe raggiungere dai 4,7 ai 6,6 trilioni di dollari entro il 2035.  La spesa delle forze armate più grandi era 30 volte superiore ai finanziamenti per il clima attualmente destinati alle nazioni più vulnerabili del mondo. Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore della giustizia climatica e della pace e formula raccomandazioni per i governi e la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un trattato sui combustibili fossili. Al centro del report alcuni risultati principali. Ridurre la spesa militare per finanziare una transizione globale equa rappresenta una soluzione vantaggiosa per tutti nell’attuale contesto mondiale. Il pianeta si sta riscaldando a un ritmo senza precedenti e gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati. Allo stesso tempo, anche i conflitti armati e gli sfollamenti forzati hanno raggiunto il livello più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con 62 conflitti in 36 Paesi nel 2024 e oltre 117 milioni di persone sfollate con la forza a metà del 2025. Questa cifra non riflette nemmeno i costi umani, ecologici ed economici dei conflitti in espansione e del genocidio in Medio Oriente e in Ucraina. A marzo 2026, più di 240.000 persone erano state uccise dalla violenza legata ai conflitti e dai genocidi nei dodici mesi precedenti.  Si tratta di una crisi di priorità, non di risorse.  I Paesi più ricchi del mondo dedicano alla guerra 30 volte più risorse di quelle fornite ai Paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. La guerra e le attività militari, alimentate dalla spesa militare, sono tra i fattori più rilevanti, sistemici e sottovalutati della crisi climatica. Se fossero un Paese, le forze armate mondiali sarebbero il quarto maggior responsabile delle emissioni di carbonio, dopo Cina, Stati Uniti e India. Un solo jet militare – il B-52 Stratocruiser – consuma in un’ora la stessa quantità di carburante che un automobilista medio impiega in sette anni. Le guerre hanno inoltre un impatto devastante sull’ambiente, compreso il degrado del suolo, dell’acqua, del territorio e dell’agricoltura. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico e la distruzione ambientale stanno causando dislocazioni e disordini che, a loro volta, impongono ulteriori spese militari come risposta. Oltre all’inquinamento, la militarizzazione compromette le condizioni necessarie allo sviluppo sostenibile. L’aumento delle spese militari rafforza la competizione geopolitica, erode la fiducia, indebolisce le istituzioni multilaterali e riduce lo spazio per la cooperazione internazionale di cui hanno bisogno lo sviluppo sostenibile e una transizione equa verso l’abbandono di petrolio, gas e carbone. Dare priorità alle questioni militari e di sicurezza significa anche che le risorse vengono dirottate verso tali scopi a scapito di altre necessità, come l’utilizzo di minerali critici per le energie rinnovabili. Nel 2024 il costo globale della violenza per l’economia ammontava a 19,97 trilioni di dollari USA. Al contrario, si stima che porre fine alla fame nel mondo entro il 2030 costerà solo 40 miliardi di dollari USA all’anno. Non esiste una via credibile per rendere più ecologiche le forze armate. I combustibili fossili sono la linfa vitale dei sistemi militari e i cicli di approvvigionamento consolidano questa dipendenza per decenni. Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore della giustizia climatica e della pace, e formula raccomandazioni per i governi e la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un trattato sui combustibili fossili. Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-la-marcia-dei-popoli-chiude-tre-giorni-di-lotta-impegni-per-la-vita-non-per-la-morte/       Redazione Italia
April 29, 2026
Pressenza
A Santa Marta le donne indicano la trasformazione oltre il fossile
Alla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste, rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di vita, memoria e futuro. Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali, autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia, suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono. Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale: perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una costruzione già in corso nelle comunità. Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione. La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere, infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center, militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare, ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo ciclo di saccheggio. La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola: immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne cambino soltanto il linguaggio. Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica. Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni deve poter decidere sul futuro della terra. Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere. Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali. Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita. Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e sfruttamento. In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza. La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso, soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso, capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la vita. Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista. Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni, nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica, ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi. Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/     Redazione Italia
April 27, 2026
Pressenza
La conferenza di Santa Marta per l’uscita dall’economia dei fossili si avvicina
Mancano nove giorni all’inizio della prima Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili convocata dal governo colombiano e da quello olandese, che si terrà a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile. Un percorso inedito in cui popoli indigeni, afrodiscendenti, contadini, collettivi in prima linea, giovani, donne, movimenti sociali, ONG, mondo accademico, governi subnazionali, Paesi, sindacati, parlamentari e settore privato si troveranno insieme con l’obiettivo di costruire azioni concrete per un’uscita rapida, giusta ed equa dall’economia dei fossili. Da febbraio questi soggetti hanno seguito un calendario di lavoro molto fitto su tre assi tematici: 1) superare la dipendenza economica dai combustibili fossili; 2) trasformare domanda e offerta; 3) promuovere la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica. Questo ha portato alla produzione di documenti di analisi condivisa del contesto globale, individuazione di barriere e soluzioni comuni per la riconversione, proposte tecniche e politiche concrete e, infine, tabelle di marcia per realizzarle. Un dialogo innovativo, orizzontale e in divenire che rimette al centro la cooperazione internazionale in un momento storico drammatico in cui multilateralismo e diritto internazionale rischiano di essere seppelliti dalle bombe e dalle guerre di un’oligarchia che non vuole rispettare nessuna regola e nessun limite. Con questo percorso si vuole rilanciare un’azione internazionale che mette insieme le questioni del lavoro, della salute e della pace per migliorare le condizioni di vita di tutta l’umanità. L’abbandono dei fossili può avvenire solo attraverso un processo di regolamentazione che possa limitare l’estrazione, con impegni e tempistiche precise, rimuovendo i sussidi alle fonti inquinanti, smantellando le infrastrutture non necessarie, difendendo i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità colpite, investendo sulle alternative e sulle energie rinnovabili. Di questo si parlerà alla conferenza stampa che si terrà il 20 aprile presso la sala ISMA del Senato della Repubblica in Piazza Capranica 72 Roma alle ore 11:00, con le rappresentanti e i rappresentanti delle forze politiche e delle realtà sociali che hanno sottoscritto la campagna per il Trattato in Italia e saranno a Santa Marta. Interverranno: Angelo Bonelli, AVS; Giuseppe De Marzo, Fossil Free Rising Italia; Elisa Sermarini, Gea; Alex Zanotelli, Comboniani Italiani. Saranno presenti alcune delle realtà che hanno sottoscritto la campagna, tra cui: LAV Italia, Stop ReArme Europe – Italia, Rete dei Numeri Pari, Salviamo la Costituzione, Comitato Piazza Carlo Giuliani e Unione Inquilini. Per partecipare è necessario accreditarsi scrivendo a: geascuola.comunicazione@gmail.com   Elisa Sermarini
April 15, 2026
Pressenza
Dal 24 al 29 aprile si terrà in Colombia la prima Conferenza internazionale per l’abbandono dei combustibili fossili
Per tre decenni i negoziati globali sul clima si sono concentrati sulla gestione dei sintomi della crisi – le emissioni – ignorandone la causa principale: la proliferazione incontrollata dell’estrazione di petrolio, gas e carbone. Questo ha generato una policrisi devastante: collasso climatico, instabilità economica, conflitti, imperialismo energetico, disuguaglianze, migrazioni e povertà. Non questioni separate, ma incendi interconnessi, tutti causati dalla stessa scintilla: il modello tecno-capitalista alimentato dai combustibili fossili. In 10 anni petrolio, gas e carbone sono stati responsabili dell’86% delle emissioni di CO₂ che riscaldano il pianeta e contribuiscono a 1 decesso su 5 nel mondo a causa dell’inquinamento atmosferico. Nonostante ciò, i piani governativi e industriali prevedono di aumentare l’estrazione portandoci a produrre entro il 2030 il 120% di combustibili fossili in più rispetto a quanto compatibile con il limite di +1,5 °C. L’intero ciclo di vita dei fossili, dall’estrazione alla combustione, mina salute, sicurezza e giustizia globale, provocando impatti devastanti senza precedenti su biodiversità, comunità locali, mezzi di sussistenza e culture. Il loro commercio dà vita a instabilità economica dovuta alla volatilità dei mercati energetici, agli shock dell’offerta e alle trappole del debito, nonché a pressioni geopolitiche, conflitti e guerre per risorse obsolete, finite e pericolose. Dobbiamo allontanarci rapidamente dall’era dei fossili progettando un futuro basato sul rispetto dei limiti della Terra e del diritto all’autodeterminazione di tutte le entità viventi. Solo così potremo affrontare la crisi ecologica, sociale, economica, industriale, alimentare, migratoria e culturale in cui siamo. Sarà possibile solo attraverso una riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica pianificata pubblicamente, inclusiva per lavoratrici e lavoratori, fondata sulla giustizia ambientale, finanziata da chi inquina, decentrata, partecipata dalle comunità, capace di rafforzare la sovranità energetica senza lasciare indietro nessun@. Poiché la produzione di combustibili fossili è così strutturalmente radicata nei mercati globali, nei sistemi finanziari e nella geopolitica, nessun Paese può gestire questa riconversione da solo. Con questa consapevolezza, dopo il fallimento della COP30 di Belém, il governo colombiano e quello olandese hanno lanciato l’appuntamento per la prima Conferenza internazionale per l’abbandono dei combustibili fossili, che si terrà a Santa Marta, in Colombia. Un’occasione decisiva per rafforzare la cooperazione internazionale e il multilateralismo, affrontando finalmente queste crisi interconnesse alla loro radice comune. Più di 50 governi si riuniranno, pronti a passare da impegni graduali ad azioni concrete, condivise con una coalizione globale di oltre mille soggetti accreditati nel percorso: popoli indigeni, movimenti, Ong, società civile, università, centri di ricerca, Premi Nobel, partiti e governi subnazionali. Una svolta storica nella diplomazia climatica. Gea – scuola di alta formazione gratuita per giovani ecoattiviste ed ecoattivisti sui temi dell’Ecologia integrale – ha rilanciato in Italia la campagna per il trattato di non proliferazione dei combustibili fossili declinando le ragioni per cui anche il nostro Paese dovrebbe sottoscriverlo e partecipare alla Conferenza. Ad aprile parteciperà alla conferenza a Santa Marta portando il punto di vista dei tanti conflitti ecologico distributivi che nel nostro Paese sono schiacciati tra disastri ambientali, disuguaglianze e ricatto lavoro/salute da un lato, e autoritarismo, criminalizzazione ed espulsione dal dibattito politico dall’altro. È un percorso orizzontale, partecipativo e in divenire del quale la conferenza di Santa Marta sarà solo il primo passo. Non possiamo più delegare: se non agiamo per fermare la guerra contro la Terra e contro il futuro dell’umanità non lo farà nessun altr@. Solo così potremo unire il grido di chi è esclus@ a quello della Terra, alimentando un’azione globale capace di farci sentire parte di una comunità di destino che si batte per tutte le comunità della Terra. Unisciti anche tu e agiamo insieme! Per sottoscrivere la campagna www.fossilfueltreaty.org/endorsements Per sapere di più della Conferenza di Santa Marta transitionawayconference.com Per unirti alla campagna italiana www.geascuola.org/la-campagna-in-Italia Per approfondire le argomentazioni del percorso www.geascuola.org/GENERALBRIEFING-ITA Per scaricare i materiali di comunicazione www.geascuola.org/Perche-e-utile-firmare.zip Elisa Sermarini, Presidente di Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale   Redazione Italia
April 2, 2026
Pressenza