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Sbarco. Da leggere insieme a Boza free
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 È la parola che segna la fine del mare, quando una traversata diventa presenza. Ma dietro questa parola si raccolgono storie molto diverse: chi è sopravvissuto al viaggio, chi è stato soccorso, chi è arrivato da solo. Le parole che lo sostituiscono – arrivo, evento – cercano di alleggerire o neutralizzare ciò che accade. Sbarco, invece, porta con sé il peso del confine e delle sue paure. Eppure, nessuna di queste definizioni riesce davvero a contenere l’esperienza che descrive. Per gli aventurier, il significato è semplice. Lo sbarco è il momento in cui il mare viene lasciato alle spalle. Un istante breve, spesso spiegato da boza!: il punto in cui un viaggio finisce e un’incertezza nuova comincia. SBARCO Il termine è usato da diversi gruppi sociali, non solo le autorità italiane ma anche gli stessi abitanti di Lampedusa («uno sbarco di turchi») e indica l’arrivo delle persone ai moli in seguito a un’operazione di soccorso in mare. Sbarcati sono coloro che hanno con successo «bruciato la frontiera» e coloro che non sono sopravvissuti alla violenza del tragitto; anche le salme sbarcano. Gli sbarchi si dividono fra autonomi e non autonomi: i secondi sono quelli gestiti dalle autorità attraverso un complesso dispositivo che include interventi sanitari, controlli di polizia e pratiche di prima accoglienza; i primi si verificano invece quando le barche degli aventurier arrivano direttamente sulle coste della Fortezza Europa, eludendo (provvisoriamente) il dispositivo. Il termine è spesso sostituito da altri che hanno lo stesso significato, fra cui «arrivo» ed «evento marittimo» (abbreviato in «evento» e trascritto come Ev, seguito da un’identità numerica apposta sui braccialetti al polso degli sbarcati). In genere attivisti e volontari del Forum Lampedusa Solidale che partecipano all’accoglienza ai moli usano esclusivamente il termine «arrivo» per allontanarsi da un linguaggio militare che tende a disumanizzare le persone soccorse. Viceversa, le forze dell’ordine e altre autorità del dispositivo usano il termine «evento» nelle comunicazioni ufficiali ma prediligono «sbarco» in quelle informali. La scelta di uno a discapito dell’altro non è solo linguistica, rappresenta due diverse concezioni della migrazione. «Sbarco» evoca un’azione che richiama l’idea di invasione, di confine da difendere e spesso viene associato a una narrazione securitaria e reificante. Al contrario «evento» o «arrivo» rischiano di minimizzare l’intensità e la violenza di ciò che accade o è accaduto in mare, trasformando l’esperienza del viaggio in un episodio privo di emozioni e conseguenze sul benessere delle persone. Entrambe le scelte linguistiche, seppure per motivi differenti, contribuiscono a costruire una realtà che in parte oscura le sofferenze, riducendo l’arrivo e/o lo sbarco a Lampedusa a un semplice passaggio, un atto unico, un «mentre» slegato dal resto, dissociato da un prima sempre violento e traumatico e da un dopo ignoto ma che potrà presentare nuove sofferenze e difficoltà. Al contrario degli abitanti locali e delle autorità, gli aventurier celebrano l’arrivo e/o lo sbarco attraverso la ripetizione del grido liberatorio boza! (si veda Boza). ESEMPI DAL CAMPO Capisci? Non uso la parola sbarco, perché è un termine del gergo militare e disumanizza. E noi qui stiamo parlando di persone che arrivano. Intervista con un’operatrice ONG di Lampedusa Alle 18.30 arrivano 22 persone. Comunicazione whatsapp dal forum Lampedusa solidale Arrivando al porto di Lampedusa, ricordo la sensazione di imbarazzo… poi scopri che tu sei un evento. Intervista con Dagmawi Yimer, regista di origine etiope Oggi si sono prodotti molti eventi. Evento sta per evento marittimo… evento, sbarco… è la stessa cosa… E continuerà così, viste le condizioni del mare. E poi se non c’è vento… Intervista con un funzionario di polizia ai moli di Lampedusa
Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse, dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.  Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea, ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste atrocità alle frontiere dell’UE?». La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa 85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto, che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306. Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna, mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58 sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa, stanno cercando di confermarne l’identità. Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento. Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma, portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti versano tuttora in condizioni critiche. Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche, un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi; solo 21 le persone tratte in salvo.  Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – precisa l’organizzazione– ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei». Notizie/In mare GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del sistema Redazione 30 Marzo 2026 A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23 marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive l’organizzazione.  LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE» Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità. Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile». Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto «inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più grave di quanto si immagini. Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro, l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia. Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in Europa».