Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro
Un critico letterario che sia anche insegnante nelle scuole secondarie resta
perplesso quando vede programmi di italiano delle classi quinte che si fermano a
Ossi di seppia. Beninteso, ci sono docenti di italiano che proseguono
imperterriti, ma non è infrequente che la narrazione della storia delle patrie
lettere si arresti sul limitare della Seconda guerra mondiale. Può darsi che
quei colleghi si siano dilungati a spiegare Manzoni Leopardi Verga Carducci
Pascoli ecc. finendo così il tempo a disposizione. Un dubbio malizioso però
sorge: che, dato il numero di studenti (e genitori) fascistelli che ci si
ritrova in classe, si preferisca evitare di presentare Fenoglio, Meneghello,
Revelli, Viganò et similia per evitare polemiche, discussioni, e-mail di
denuncia ai dirigenti scolastici e quant’altro. Se poi è il docente ad avere
nostalgie del ventennio o a identificarsi coi camerati di oggi, gli andrà di
presentare quegli scrittori che scelsero di combattere contro invasori nazisti e
collaborazionisti fascisti? Insomma, la Seconda guerra mondiale è ancora un
oggetto problematico che alcuni preferiscono aggirare, così negano agli studenti
la conoscenza di una parte importante della nostra letteratura.
Inoltre – e qui si apre un’altra questione, ancor più problematica, che ci
avvicina all’argomento di oggi – quando si parla di letteratura della Seconda
guerra mondiale in Italia, gli autori precedentemente citati sono sempre visti
nella prospettiva della Resistenza. Ma quest’ultima – sia esaltata acriticamente
stile vecchio PCI che vituperata stile Pansa e seguaci – è solo il secondo atto
della tragedia, quello che va dal 1943 al 1945. Le narrazioni resistenziali
hanno avuto più spazio e più attenzione, certo non senza merito: nel mazzo ci
sono autentici capolavori della letteratura italiana, come I piccoli maestri di
Meneghello e Una questione privata di Fenoglio. Ma il primo atto, quello che va
dal 1940 al 1945, ce lo siamo perso?
Se si va a vedere cosa si è scritto sugli anni in cui l’Italia (anzi, il Regno
d’Italia) combatteva contro gli Alleati a fianco dell’alleato germanico, si esce
dal novero dei titoli che conoscono tutti (anche chi li ha solo sentiti
nominare), e si entra in una zona meno illuminata. L’unico titolo che gode di
una certa notorietà è Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (1953);
mentre non sono certo capisaldi della nostra storia letteraria opere come Il
deserto della Libia (1952) di Mario Tobino, Primavera di bellezza (1959) di
Fenoglio, Centomila gavette di ghiaccio (1963) di Giulio Bedeschi, o Guerra in
camicia nera (1955) di Giuseppe Berto. A parte Bedeschi (il cui memoriale è
anche dubbio dal punto di vista letterario), si tratta di autori di spicco del
secondo Novecento (pur se meno, ma i titoli sopra riportati non sono certo i più
considerati. Figuriamoci poi se andiamo a leggere un romanzo di un personaggio
noto sì, ma non come scrittore: Ugo Pirro.
Per gli appassionati della settima arte, questo è uno pseudonimo prestigioso (si
chiamava Ugo Mattone): è lo sceneggiatore di pietre miliari del cinema italiano
quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia
va in paradiso, Il giardino dei Finzi-Contini, A ciascuno il suo, Ogro, Metello.
Meno nota è la sua attività di scrittore, che annovera quattordici titoli
pubblicati tra il 1956 e il 2001; di questi ci interessa disseppellire l’opera
di esordio, Le soldatesse – esordio, beninteso, letterario, perché come
sceneggiatore Pirro aveva cominciato già nel 1951, all’età di trentun anni,
lavorando con altri al soggetto di Achtung! Banditi! diretto da Carlo Lizzani.
La lettura dell’opera prima di Pirro romanziere rivela subito come mai questo
romanzo sia finito nella soffitta della memoria letteraria nazionale (una sola
ristampa risalente al 2000, per i tipi di Sellerio, con postfazione di Andrea
Camilleri; fortunatamente ancora disponibile online). La Seconda guerra mondiale
fu una vergognosa sconfitta; non mancò solo la fortuna, come recita un
menzognero monumento in Africa, ma quasi tutto il resto; dopo vent’anni di
retorica nazionalista, guerrafondaia, militarista, l’Italia del fascio arrivò al
conflitto male attrezzata, senza una vera strategia complessiva, mal comandata,
poco motivata, senza risorse, con un apparato industriale poco sviluppato. A chi
ancora si sforza di trovare le cose buone fatte dal fascismo, bisogna ricordare,
sempre sia in grado di capire, che la preparazione militare del paese era
l’obiettivo principale sbandierato da Mussolini, e che al momento in cui sarebbe
servita semplicemente non c’era. Questo lo ammette persino uno scrittore che
restò fascista anche dopo la resa e dopo il 25 aprile, come Bedeschi.
Nel dopoguerra si cercò di compensare la vergogna della disfatta nazionale, e di
quel che seguì l’otto settembre con l’epopea della Resistenza. Di qui la
maggiore importanza attribuita alla letteratura resistenziale, vista come guerra
di popolo e riscatto nazionale: le narrazioni della guerra fascista finivano
così col diventare storie di un’altra Italia, non quella nata dalla Resistenza.
La guerra fino all’otto settembre era quindi una sorta di appendice del
Ventennio, come se nel 1943 il paese avesse subito una sorta di palingenesi,
come se gli italiani del 1940 non fossero quelli del 1945. Mentre Fenoglio, più
lucido di tanti altri, aveva originariamente concepito il suo grande romanzo
sulla Resistenza, come si vede nella ricostruzione operata da Gabriele Pedullà,
seguendo un percorso che parte da prima della dichiarazione di guerra, con i
giorni di scuola e universitari di Johnny, poi passa per il suo addestramento
nel Regio Esercito (la parte che poi sarebbe diventata Primavera di bellezza),
infine narra lo sfascio del regime e la guerra civile. Soprattutto, Fenoglio
mette in chiaro che non si spiegherà mai quel che succede dopo l’otto settembre
se non si tiene conto di quel che è accaduto prima (in questo è assolutamente in
sintonia con Meneghello, che a I piccoli maestri ha fornito un indispensabile
prequel, Fiori italiani, e un altrettanto necessario sequel, Bau-sète).
Per questo è dunque il caso di riscoprire le narrazioni, memorialistiche e
finzionali, della guerra fascista, come appunto Le soldatesse, un testo, riletto
oggi, senz’altro imbarazzante, e per due motivi. Siamo in Grecia durante
l’occupazione italiana: regna la fame, il pane sembra introvabile per i greci;
gli occupanti invece la farina e il pane bene o male ce l’hanno, e questo dà
loro un potere di fatto sugli elleni occupati. Ci si sposta tra città e villaggi
dai nomi altisonanti che richiamano la tragedia classica, ma non ne resta molto:
“Intanto ci avvicinavamo a Tebe. Poche case lungo la camionabile ed in fondo
all’abitato un pezzo di muro antico dimenticato e troppo anonimo per
sbalordirci”. Ed è proprio nella città di Edipo che il protagonista e io
narrante del romanzo deve prendere in carico una squadra di ragazze greche
affamate, destinate a prostituirsi ai soldati italiani per avere di che mangiare
tutti i giorni. L’imbarazzo provato da chi si trova a leggere queste pagine è,
come dicevo, duplice: vedere gli italiani come tutt’altro che “brava gente”,
bensì come invasori che approfittano del loro potere (derivante in realtà
dall’intervento dei tedeschi che piegarono la Grecia, dopo che noi non ne fummo
stati capaci); ma anche vedere all’opera il vero maschilismo, la vera cultura
patriarcale, incarnati nell’idea che i conquistatori (noi) abbiano diritto a
godersi le donne dei conquistati. Ripetutamente Pirro ci presenta i soldati e
gli ufficiali italiani che cercano di comprarsi il sesso con un tozzo di pane –
letteralmente.
Ma il destino delle “soldatesse” è per certi versi ancor più disumanizzante, e
lo spiega sinteticamente un tenente dei Carabinieri: “Le prostitute servono a
tener su il morale delle truppe, fanno parte dell’armamento morale del soldato”.
La prostituta come parte della macchina bellica del regime: è un’idea che
predata il fascismo, perché i bordelli per soldati e ufficiali (rigorosamente
separati) erano stati già gestiti efficientemente dal Regio Esercito durante la
Prima guerra mondiale. Le ragazze greche, insomma, vengono prese per fame
diventando ingranaggi spersonalizzati dell’apparato militare italiano che
opprime il loro stesso paese, uccidendo quei greci che osano resistere.
Nel romanzo Pirro inserisce anche una storia d’amore, che a tutta prima sembra
un tentativo di trovare qualcosa di gratificante in una situazione che non lo è
affatto: il narratore è fortemente attratto da Eftichia, la più scontrosa e
taciturna delle ragazze. Man mano che l’ufficialetto si strugge per l’aspirante
meretrice, chi legge viene colto dal timore che la storia sfocerà in qualche
finale alla volemose bene, anticipando lo zuccheroso Mediterraneo di Salvatores
(quanto a rappresentazione della Seconda guerra mondiale, più fasullo di quello
soltanto La vita è bella di Benigni). Pirro però evita di precipitare nella
melassa, insinuando il dubbio che Eftichia sia in realtà una partigiana
infiltrata tra le future prostitute, e che l’agguato nel quale perde la vita
Elenitza sia stato innescato dalle informazioni che Eftichia ha passato alla
resistenza – una tragedia greca nella commedia all’italiana.
Verso la fine del romanzo la passione tra l’ufficiale italiano e la prostituta
greca si consuma, ma il rapporto sessuale non aggiusta niente, e una battuta del
narratore mette tutta la vicenda sotto una luce inquietante: “Vorrei sapere se
io sono stato il tuo primo uomo o il tuo primo cliente”. Era passione autentica,
quella di Eftichia, o simulata? L’esternazione del narratore, del resto, si può
leggere in più modi: anche come espressione dell’amara consapevolezza di essere
stato usato dalla ragazza, di aver pagato il sesso con informazioni utili per i
partigiani greci che l’ufficiale si è fatto sfuggire. In un contesto di guerra,
non ci sono passioni “pure”, l’amore non vince su tutto, e non è mai del tutto
chiaro chi conduca veramente il gioco. Forse, in ultima analisi, sono tutti
vittime del meccanismo inesorabile del conflitto, e solo in questo senso si può
citare la vecchia formula “una fazza una razza”.
Nella chiusa del romanzo il narratore, tornato alla base, si trova a tavola con
gli altri ufficiali nella mensa a loro riservata: il menù è ricco, perché c’è un
generale in visita, e l’ospite d’onore va trattato bene. L’abboffata degli
ufficiali contrasta nettamente con la fame che attanaglia la Grecia, e nel
raffigurarla Pirro esprime implicitamente un giudizio morale. Ed è significativa
la scelta del narratore di non sedersi al tavolo degli ufficiali suoi superiori,
ma di accomodarsi con altri due tenenti, due pecore nere che “facevano di tutto
per lasciar capire a chiunque osasse avvicinarli che non credevano ad una parola
di quanto era scritto nei nostri bollettini di guerra”.
La radio, a questo punto, annuncia la presa di Tobruk da parte delle truppe
italo-tedesche al comando del feldmaresciallo Rommel; scoppiano gli applausi, si
inneggia alla vittoria, ma il narratore è consapevole “che non era una vittoria,
perché qualcosa crollava intorno a noi anche in quel giorno, senza nostra colpa,
senza che potessimo impedirlo, senza che fosse giusto impedirlo”. La catastrofe
finale viene solamente accennata, e forse per questo fa ancor più colpo;
nonostante l’esultanza obbligata degli ufficiali che ancora credono – o fingono
di credere per convenienza – alla guerra del fascio, alla fine “tutti sentivano
rabbia, come se il nostro scetticismo li defraudasse della ingenua speranza di
un felice e vittorioso ritorno”.
Indubbiamente un libro da recuperare, questo di Pirro; da recuperare e da
meditare. In questa istantanea impietosa degli italiani in guerra, ci trovi già
qualcosa dei tanti puttanieri di oggi – letterali e, ancor peggio, metaforici.
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