Tag - archeologie del presente

Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro
Un critico letterario che sia anche insegnante nelle scuole secondarie resta perplesso quando vede programmi di italiano delle classi quinte che si fermano a Ossi di seppia. Beninteso, ci sono docenti di italiano che proseguono imperterriti, ma non è infrequente che la narrazione della storia delle patrie lettere si arresti sul limitare della Seconda guerra mondiale. Può darsi che quei colleghi si siano dilungati a spiegare Manzoni Leopardi Verga Carducci Pascoli ecc. finendo così il tempo a disposizione. Un dubbio malizioso però sorge: che, dato il numero di studenti (e genitori) fascistelli che ci si ritrova in classe, si preferisca evitare di presentare Fenoglio, Meneghello, Revelli, Viganò et similia per evitare polemiche, discussioni, e-mail di denuncia ai dirigenti scolastici e quant’altro. Se poi è il docente ad avere nostalgie del ventennio o a identificarsi coi camerati di oggi, gli andrà di presentare quegli scrittori che scelsero di combattere contro invasori nazisti e collaborazionisti fascisti? Insomma, la Seconda guerra mondiale è ancora un oggetto problematico che alcuni preferiscono aggirare, così negano agli studenti la conoscenza di una parte importante della nostra letteratura. Inoltre – e qui si apre un’altra questione, ancor più problematica, che ci avvicina all’argomento di oggi – quando si parla di letteratura della Seconda guerra mondiale in Italia, gli autori precedentemente citati sono sempre visti nella prospettiva della Resistenza. Ma quest’ultima – sia esaltata acriticamente stile vecchio PCI che vituperata stile Pansa e seguaci – è solo il secondo atto della tragedia, quello che va dal 1943 al 1945. Le narrazioni resistenziali hanno avuto più spazio e più attenzione, certo non senza merito: nel mazzo ci sono autentici capolavori della letteratura italiana, come I piccoli maestri di Meneghello e Una questione privata di Fenoglio. Ma il primo atto, quello che va dal 1940 al 1945, ce lo siamo perso? Se si va a vedere cosa si è scritto sugli anni in cui l’Italia (anzi, il Regno d’Italia) combatteva contro gli Alleati a fianco dell’alleato germanico, si esce dal novero dei titoli che conoscono tutti (anche chi li ha solo sentiti nominare), e si entra in una zona meno illuminata. L’unico titolo che gode di una certa notorietà è Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (1953); mentre non sono certo capisaldi della nostra storia letteraria opere come Il deserto della Libia (1952) di Mario Tobino, Primavera di bellezza (1959) di Fenoglio, Centomila gavette di ghiaccio (1963) di Giulio Bedeschi, o Guerra in camicia nera (1955) di Giuseppe Berto. A parte Bedeschi (il cui memoriale è anche dubbio dal punto di vista letterario), si tratta di autori di spicco del secondo Novecento (pur se meno, ma i titoli sopra riportati non sono certo i più considerati. Figuriamoci poi se andiamo a leggere un romanzo di un personaggio noto sì, ma non come scrittore: Ugo Pirro. Per gli appassionati della settima arte, questo è uno pseudonimo prestigioso (si chiamava Ugo Mattone): è lo sceneggiatore di pietre miliari del cinema italiano quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Il giardino dei Finzi-Contini, A ciascuno il suo, Ogro, Metello. Meno nota è la sua attività di scrittore, che annovera quattordici titoli pubblicati tra il 1956 e il 2001; di questi ci interessa disseppellire l’opera di esordio, Le soldatesse – esordio, beninteso, letterario, perché come sceneggiatore Pirro aveva cominciato già nel 1951, all’età di trentun anni, lavorando con altri al soggetto di Achtung! Banditi! diretto da Carlo Lizzani. La lettura dell’opera prima di Pirro romanziere rivela subito come mai questo romanzo sia finito nella soffitta della memoria letteraria nazionale (una sola ristampa risalente al 2000, per i tipi di Sellerio, con postfazione di Andrea Camilleri; fortunatamente ancora disponibile online). La Seconda guerra mondiale fu una vergognosa sconfitta; non mancò solo la fortuna, come recita un menzognero monumento in Africa, ma quasi tutto il resto; dopo vent’anni di retorica nazionalista, guerrafondaia, militarista, l’Italia del fascio arrivò al conflitto male attrezzata, senza una vera strategia complessiva, mal comandata, poco motivata, senza risorse, con un apparato industriale poco sviluppato. A chi ancora si sforza di trovare le cose buone fatte dal fascismo, bisogna ricordare, sempre sia in grado di capire, che la preparazione militare del paese era l’obiettivo principale sbandierato da Mussolini, e che al momento in cui sarebbe servita semplicemente non c’era. Questo lo ammette persino uno scrittore che restò fascista anche dopo la resa e dopo il 25 aprile, come Bedeschi. Nel dopoguerra si cercò di compensare la vergogna della disfatta nazionale, e di quel che seguì l’otto settembre con l’epopea della Resistenza. Di qui la maggiore importanza attribuita alla letteratura resistenziale, vista come guerra di popolo e riscatto nazionale: le narrazioni della guerra fascista finivano così col diventare storie di un’altra Italia, non quella nata dalla Resistenza. La guerra fino all’otto settembre era quindi una sorta di appendice del Ventennio, come se nel 1943 il paese avesse subito una sorta di palingenesi, come se gli italiani del 1940 non fossero quelli del 1945. Mentre Fenoglio, più lucido di tanti altri, aveva originariamente concepito il suo grande romanzo sulla Resistenza, come si vede nella ricostruzione operata da Gabriele Pedullà, seguendo un percorso che parte da prima della dichiarazione di guerra, con i giorni di scuola e universitari di Johnny, poi passa per il suo addestramento nel Regio Esercito (la parte che poi sarebbe diventata Primavera di bellezza), infine narra lo sfascio del regime e la guerra civile. Soprattutto, Fenoglio mette in chiaro che non si spiegherà mai quel che succede dopo l’otto settembre se non si tiene conto di quel che è accaduto prima (in questo è assolutamente in sintonia con Meneghello, che a I piccoli maestri ha fornito un indispensabile prequel, Fiori italiani, e un altrettanto necessario sequel, Bau-sète). Per questo è dunque il caso di riscoprire le narrazioni, memorialistiche e finzionali, della guerra fascista, come appunto Le soldatesse, un testo, riletto oggi, senz’altro imbarazzante, e per due motivi. Siamo in Grecia durante l’occupazione italiana: regna la fame, il pane sembra introvabile per i greci; gli occupanti invece la farina e il pane bene o male ce l’hanno, e questo dà loro un potere di fatto sugli elleni occupati. Ci si sposta tra città e villaggi dai nomi altisonanti che richiamano la tragedia classica, ma non ne resta molto: “Intanto ci avvicinavamo a Tebe. Poche case lungo la camionabile ed in fondo all’abitato un pezzo di muro antico dimenticato e troppo anonimo per sbalordirci”. Ed è proprio nella città di Edipo che il protagonista e io narrante del romanzo deve prendere in carico una squadra di ragazze greche affamate, destinate a prostituirsi ai soldati italiani per avere di che mangiare tutti i giorni. L’imbarazzo provato da chi si trova a leggere queste pagine è, come dicevo, duplice: vedere gli italiani come tutt’altro che “brava gente”, bensì come invasori che approfittano del loro potere (derivante in realtà dall’intervento dei tedeschi che piegarono la Grecia, dopo che noi non ne fummo stati capaci); ma anche vedere all’opera il vero maschilismo, la vera cultura patriarcale, incarnati nell’idea che i conquistatori (noi) abbiano diritto a godersi le donne dei conquistati. Ripetutamente Pirro ci presenta i soldati e gli ufficiali italiani che cercano di comprarsi il sesso con un tozzo di pane – letteralmente. Ma il destino delle “soldatesse” è per certi versi ancor più disumanizzante, e lo spiega sinteticamente un tenente dei Carabinieri: “Le prostitute servono a tener su il morale delle truppe, fanno parte dell’armamento morale del soldato”. La prostituta come parte della macchina bellica del regime: è un’idea che predata il fascismo, perché i bordelli per soldati e ufficiali (rigorosamente separati) erano stati già gestiti efficientemente dal Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale. Le ragazze greche, insomma, vengono prese per fame diventando ingranaggi spersonalizzati dell’apparato militare italiano che opprime il loro stesso paese, uccidendo quei greci che osano resistere. Nel romanzo Pirro inserisce anche una storia d’amore, che a tutta prima sembra un tentativo di trovare qualcosa di gratificante in una situazione che non lo è affatto: il narratore è fortemente attratto da Eftichia, la più scontrosa e taciturna delle ragazze. Man mano che l’ufficialetto si strugge per l’aspirante meretrice, chi legge viene colto dal timore che la storia sfocerà in qualche finale alla volemose bene, anticipando lo zuccheroso Mediterraneo di Salvatores (quanto a rappresentazione della Seconda guerra mondiale, più fasullo di quello soltanto La vita è bella di Benigni). Pirro però evita di precipitare nella melassa, insinuando il dubbio che Eftichia sia in realtà una partigiana infiltrata tra le future prostitute, e che l’agguato nel quale perde la vita Elenitza sia stato innescato dalle informazioni che Eftichia ha passato alla resistenza – una tragedia greca nella commedia all’italiana. Verso la fine del romanzo la passione tra l’ufficiale italiano e la prostituta greca si consuma, ma il rapporto sessuale non aggiusta niente, e una battuta del narratore mette tutta la vicenda sotto una luce inquietante: “Vorrei sapere se io sono stato il tuo primo uomo o il tuo primo cliente”. Era passione autentica, quella di Eftichia, o simulata? L’esternazione del narratore, del resto, si può leggere in più modi: anche come espressione dell’amara consapevolezza di essere stato usato dalla ragazza, di aver pagato il sesso con informazioni utili per i partigiani greci che l’ufficiale si è fatto sfuggire. In un contesto di guerra, non ci sono passioni “pure”, l’amore non vince su tutto, e non è mai del tutto chiaro chi conduca veramente il gioco. Forse, in ultima analisi, sono tutti vittime del meccanismo inesorabile del conflitto, e solo in questo senso si può citare la vecchia formula “una fazza una razza”. Nella chiusa del romanzo il narratore, tornato alla base, si trova a tavola con gli altri ufficiali nella mensa a loro riservata: il menù è ricco, perché c’è un generale in visita, e l’ospite d’onore va trattato bene. L’abboffata degli ufficiali contrasta nettamente con la fame che attanaglia la Grecia, e nel raffigurarla Pirro esprime implicitamente un giudizio morale. Ed è significativa la scelta del narratore di non sedersi al tavolo degli ufficiali suoi superiori, ma di accomodarsi con altri due tenenti, due pecore nere che “facevano di tutto per lasciar capire a chiunque osasse avvicinarli che non credevano ad una parola di quanto era scritto nei nostri bollettini di guerra”. La radio, a questo punto, annuncia la presa di Tobruk da parte delle truppe italo-tedesche al comando del feldmaresciallo Rommel; scoppiano gli applausi, si inneggia alla vittoria, ma il narratore è consapevole “che non era una vittoria, perché qualcosa crollava intorno a noi anche in quel giorno, senza nostra colpa, senza che potessimo impedirlo, senza che fosse giusto impedirlo”. La catastrofe finale viene solamente accennata, e forse per questo fa ancor più colpo; nonostante l’esultanza obbligata degli ufficiali che ancora credono – o fingono di credere per convenienza – alla guerra del fascio, alla fine “tutti sentivano rabbia, come se il nostro scetticismo li defraudasse della ingenua speranza di un felice e vittorioso ritorno”. Indubbiamente un libro da recuperare, questo di Pirro; da recuperare e da meditare. In questa istantanea impietosa degli italiani in guerra, ci trovi già qualcosa dei tanti puttanieri di oggi – letterali e, ancor peggio, metaforici. L'articolo Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro proviene da Pulp Magazine.
April 25, 2026
Pulp Magazine
«Una perla nascosta» di Lino Cascioli
A girar per bancarelle, a prestare ascolto a lettori avvertiti, a gettare sguardi predatori a biblioteche altrui, ci si può imbattere in autentiche gemme letterarie. È il caso di un breve romanzo, in otto capitoletti, dal titolo evocativo che promette quel che il testo poi mantiene: L’isola nel mare del tempo (Edizioni Il Parnaso, pp. 99, Euro 10 a stampa). Ne è autore Lino Cascioli (1935-2011), brillante giornalista sportivo, firma di punta del quotidiano «Il Messaggero», prima ancora della «Gazzetta dello sport» e di altre testate. Ne ricordo le apparizioni agli albori della popolarissima trasmissione televisiva «Il processo del lunedì», che allora – primi anni ’80 del secolo passato – attirava come mosche gli invasati dello sport nazionale. Di quel giornalista dalla fronte stempiata mi colpiva l’eloquio colto, la posa rilassata, che contrastavano con gli accesi interventi degli iracondi suoi colleghi dalle lingue al vetriolo. Prima di approdare al giornalismo, Cascioli insegnava italiano greco e latino ai licei e a scorrerne la bibliografia si mette a fuoco un intellettuale dall’estesa varietà di interessi: pubblicazioni sul calcio (notevole la Storia fotografica del calcio italiano edita da Newton Compton) e su altri sport (il tennis, per il quale ideò dei premi, l’automobilismo), ma anche di storia, arte, pittura, tradizioni culturali e linguistiche capitoline, cinema, vinificazione, paesaggistica, e così via, libri pubblicati in solitaria o in collaborazione con affermati studiosi, per lo più con la casa editrice da lui fondata, dall’eloquente nome «Il Parnaso», attiva dal 1990 – una delle numerose realtà messe in piedi nell’inesausta attività di animatore culturale. Orbene, proprio al Parnaso affidò il volumetto in esame, apparso nel 2009. Difficile conchiuderlo in un genere preciso: giallo metafisico? romanzo ecologista? d’ambiente? Vale la pena dilungarci nella sua lettura. La trama procede su un doppio registro: da una parte si narra con impetuosa plasticità la vita dell’isola di Giannutri – gli abitanti, i traffici, la flora e gli animali, le stagioni –, dall’altra si procede con andamento giallo, in una sequela di morti violente che paiono chiamare in causa la natura stessa, violata e distrutta dalla speculazione edilizia, simboleggiata dai perturbanti gabbiani reali. La scena si apre in un’atmosfera pregna di presagi, con un mare livido e un vento gelido che recano la bettolina del primo, memorabile personaggio, l’acquaiolo Raimondo, detto Omar, «zingaro del mare» dispensatore di acqua potabile e merci, col suo carico di insulti e bestemmie. Figlio di una donna di Talamone e di un pescatore tunisino di passaggio, ha ereditato «lo spirito di avventura» e una «tremenda voglia di vendetta» per le umiliazioni patite dalla madre: questo il primo tema, l’emarginazione, rappresentata più che narrata, secondo la prescrizione show, don’t tell. Figura liminare tra mare e terra, tra commercio e contrabbando, vitalismo e disperazione, è protagonista di aneddoti sanguinosi e grotteschi (una murena attaccata allo scroto d’un pescatore di Orbetello da lui liberato), e con fisicità esuberante attraversa il romanzo come un controcanto comico e osceno all’ipocrita rispettabilità dei borghesi di terraferma. Il rito collettivo del suo arrivo a Cala Maestra introduce alla quotidianità aspra dell’isola, con i radi abitanti in fila con otri e damigiane, i contratti improvvisati, le zanzariere vendute come ancore di salvezza. Intorno, personaggi come il ciarliero «maremmano» (ma «forse era nato in Abruzzo o in Umbria»), anni prima lì approdato «per sfuggire alle carestie e alla podagra»; il saggio e silenzioso Giuseppe, guardiano dell’isola, e su tutti, Emanuele Filiberto Falcone, il baricentro morale e narrativo del racconto, «un vecchio magro e vigoroso che portava da sessant’anni quel nome ingombrante con una naturalezza priva di imbarazzo, che sconfinava nell’ironia». In questo incipit realistico giunge il primo dei flashback strutturanti il testo, che sa di epica, quella di uomini che di fronte alle avversità della vita non si piegano, ma anzi rinvigoriscono. Nel nuovo capitolo s’introduce un’altra figura cardine, dal nome pirandelliano, quel Famiano Pirri sprezzantemente soprannominato «la Cozza» per indossare sempre lo stesso vestito. Ex segretario comunale, licenziato per traffico di foto pornografiche, giunge a Giannutri in qualità di assistente del sindaco di Porto Santo Stefano, maleodorante «come un topo morto». Simbolo di una burocrazia meschina e provinciale, è il personaggio più satirico del libro: recita la parte dell’uomo d’ordine ma dispensa permessi falsi, favorisce cacciatori di frodo, ed è il primo a temere e alimentare il panico collettivo che prende gli isolani quando la tranquillità del luogo viene turbata dal cadavere di una donna rinvenuto da alcuni pescatori tra gli scogli, col volto divorato da topi e gabbiani, la mammella squarciata, il corpo sfregiato da morsi e beccate. Novello Watson, il funzionario corrotto insinua una violenza sessuale e ne accusa i pescatori, ma il saggio Emanuele Filiberto, Sherlock Holmes dell’isola, sa interpretare gli indizi: l’ipotesi, inquietante ma plausibile, è quella di una morte provocata da un gabbiano reale incattivito, a difesa del nido. In pochi, sapidi tocchi, con uso sapiente del dialogo, il fraseggio lungo e ondoso che mima il movimento del pensiero e del mare, lo scorrere del tempo (presenze pervasive sin dal titolo, con l’insularità), la voce narrante costruisce la giusta tensione, le relazioni tra i personaggi, i loro caratteri e il loro passato: in meno di dieci pagine è già lampante l’abilità dell’autore. Dal terzo capitolo, la struttura corale del testo piega sul protagonista, del quale, con mirate analessi, viene resa la vicenda: un sacerdote che ha smesso la tonaca per amore di una popolana del quartiere romano di San Lorenzo, Matilde (con la quale «gli era capitato di trovarsi faccia a faccia con l’Assoluto»), che vive la musica come una fede (in particolare quella del venerato Rossini, i cui dischi avventurosamente raccolti ascolta su un vecchio grammofono a manovella «che rappresentava la sua ricchezza più grande»); un uomo confinatosi a Giannutri in una «strana casa» che è poco più d’una capanna, luogo di esilio e di rinascita dopo una dolorosa esistenza trascorsa tra studi ecclesiastici, il matrimonio consumato in estrema miseria e nella vana speranza d’un figlio, cocenti disillusioni umane e politiche – siamo al tempo del fascismo e nel dopoguerra –, «uno spretato che non poteva piacere ai cattolici, un cattolico che non poteva piacere ai marxisti, un antifascista convinto che non poteva piacere alla destra»: ancora una volta, un individuo condannato all’emarginazione. Intanto la scena si popola: ecco la vedova Marietta, donna «indurita dal sole e dal vento» e «pesantemente ingannata dalla vita», che incarna la femminilità ferita, incartocciata nel rancore, ma ancora aperta al desiderio e capace di una forma carnale di tenerezza. E ancora, una galleria di figure minori ben scolpite: il guardiano del faro Firmino, figlio illegittimo di una nobildonna senese, abbandonato in fasce sul molo di Porto Ercole, che aveva accolto e istruito sui misteri dell’isola Emanuele, poi arrestato per aver sparato ai pescatori di frodo che devastano il mare; il contadino Felice detto «Idrolitina», i muratori sopravvissuti alla ritirata di Russia, i «fondaroli» a caccia di antichità romane, i burocrati regionali portatori di un tardivo e fumoso progetto di parco naturale, turisti, speculatori; pennellate che fanno dell’isola un microcosmo sociale complesso, mai ridotto a idillio naturalistico, per quanto la natura sia essa stessa un formidabile personaggio, resa con precisione botanica e sensoriale. A metà romanzo irrompe il mutamento: «L’isola stava cambiando». La modernità è ormai sbarcata a infrangere stagioni uguali da millenni. La società «Sole d’Oro» lottizza Giannutri, gettate di cemento, mine nella roccia basaltica, villette abusive spuntate come funghi, un progettato aeroporto a Punta San Francesco, l’arrivo di facoltosi attirati come cavallette dallo slogan Compratevi una casa, vi regaleremo un’isola. E l’isola diviene teatro di una violenza radicale: gli animali si rifugiano nella macchia, i gabbiani abbandonano le antiche zone di nidificazione, i topi proliferano nutrendosi di rifiuti organici interrati nelle forre. In questo scenario, le morti si susseguono, la dimensione “gialla” guadagna terreno, sempre però sapientemente fusa con l’andamento meditativo del protagonista, costretto suo malgrado a trasformarsi in detective per svelare con ragionata interpretazione degli indizi la «misteriosa minaccia mortale che gravava sopra la testa di tutti». L’agognata solitudine, la pace interiore che credeva finalmente raggiunta svaniscono: Emanuele Filiberto si aggrappa alla musica come ad un Santo Graal, costretto a fronteggiare il cambiamento. Finché, all’ennesimo cadavere scarnificato, dopo una notte di verità e di lutto condiviso da parte della comunità radunata nella taverna dell’isola, decide «di affrontare l’incubo» inoltrandosi armato d’una vecchia doppietta e d’un coltello nella macchia a caccia del responsabile delle morti. Siamo al cuore della vicenda, una rimarchevole sequenza narrativa di lotta con le forze arcane della natura. Braccato da uno stormo impazzito di gabbiani reali, ferito, trova rifugio in una garitta abbandonata di cacciatori. E nella pece della notte interminabile, scosso da una paura ancestrale alternata a momenti di lucidità, il vecchio fronteggia «rivelazioni inquietanti». La chiusa giunge improvvisa a sciogliere la tensione narrativa, ma latrice di una sconfitta interiore. Emanuele comprende infine che «il gioco della vita gli era sfuggito nuovamente di mano», e quanto distante fosse stato dall’afferrare la verità – su se stesso, sullo spirito dell’uomo, sulla natura, sul mistero di quelle morti. A ben vedere, la struttura pseudo-poliziesca – i cadaveri orrendamente mutilati, il sospetto di un «gabbiano mannaro», l’ansia della comunità, l’arrivo del magistrato – organizza una riflessione sul male che sfugge alle semplificazioni. Tutti cercano il colpevole, ed Emanuele Filiberto si fa guerriero di una crociata immaginaria. Il «giallo» è un intelligente pretesto, a interessare l’autore è la discesa nei meandri della memoria e della colpa (la moglie deceduta di stenti con lui nascosto per sfuggire alle retate dei tedeschi, la morte di un giovane pescatore), della scoperta di sé, con la Storia – quella con la S maiuscola – a tirare le fila. E quando la verità emerge impietosa, la sua sconfitta interiore è tremenda: «Aveva combattuto per tutta la vita i pregiudizi e lui stesso se ne era fatto latore». Se nell’«isola nel mare del tempo» aveva trovato rifugio, l’irruzione del reale lo sconfigge due volte, rivelando l’impossibilità di una solitudine assoluta: anche chi ha scelto di «morire al mondo» come un eremita prima o poi rientra, suo malgrado, nel gioco sociale, con le sue responsabilità e i suoi abbagli. Con questo folgorante racconto Cascioli si può ben inserirsi in una precisa linea narrativa, quella che da Cassola a Bianciardi, da Volponi a Meneghello, ha interrogato i margini – geografici e sociali – come luoghi privilegiati per misurare la violenza della modernizzazione, la corruzione del potere, il consumarsi delle utopie. Come i tanti reduci sconfitti del miracolo economico raccontati da Bianciardi, Emanuele è un intellettuale che ha attraversato la storia (fascismo, guerra, dopoguerra, lotte di potere) e ne è uscito con un giudizio di irrimediabile ostilità verso la società organizzata, «che gli era e gli sarebbe stata sempre nemica». Anche lui, come il protagonista de La vita agra, ha conosciuto il lavoro editoriale e tipografico (correttore di bozze a cottimo), il precariato, l’umiliazione salariale, la migrazione interna, e si porta addosso un feroce disincanto verso la politica. Ma a differenza delle figure bianciardiane schiacciate dal rancore sociale in contesti urbani, Cascioli sposta la sua in un paesaggio isolano, distillando quell’astio in una forma di ascetismo, in una teologia personale della natura, in un culto della musica che sostituisce la militanza. E come i protagonisti di Cassola, Emanuele è legato alla terra, alla concretezza dei lavori umili, alla ciclicità delle stagioni, subisce il lento logorarsi del tessuto contadino, pur con uno sguardo che, vista la natura del personaggio, tende al metafisico. Vi è poi una componente pasoliniana nel modo in cui egli guarda al mondo moderno: un’accesa nostalgia per forme di vita pre‑industriali (il paese pugliese dell’infanzia, la neve sul maiale scannato, la piazza dell’Assunta con la banda che suona Bellini e Verdi), un acre disgusto per la «civiltà dei consumi» che trasforma tutto in merce, una mutazione antropologica che cancella saperi, legami, tradizioni, e sostituisce all’esperienza l’immagine e il consumo. Il suo radicalismo è tuttavia meno politico, più intimamente spirituale, centrato sull’idea che «ogni progresso tecnologico è un regresso ai fini della vera natura delle cose». Volendo poi scavallare la tradizione italiana, il romanzo sembra dialogare anche con altri mondi letterari: innanzitutto, con la matrice narrativa dell’uomo civilizzato che si ritrova su un’isola sperduta, moderno Robinson Crusoe; e poi la figura del «mostro» che non si rivela tale, nel rovente epilogo, della comunità isolana in cerca di un capro espiatorio, nella lunga sequenza della caccia ai gabbiani, con la nebbia che sale dal mare, lo stormo aggressivo che si compatta nel cielo, il rifugio nella garitta: tutte suggestioni del viaggio nel «cuore di tenebra» di conradiana memoria, non in una giungla africana ma nel folto della macchia mediterranea. Come in Conrad, l’isolamento, la paura e la solitudine producono una distorsione interpretativa: il protagonista è convinto di leggere «i segni della natura» ma proietta su di essi le sue angosce e il bisogno di un nemico esterno. Quando infine scopre il proprio errore, la «vergogna» che prova è la presa d’atto che la tenebra non è al di fuori ma dentro di lui. Ancora, il tema del vecchio cacciatore all’inseguimento di un nemico che coincide con i propri fantasmi, quello della lotta metafisica tra Bene e Male, rimandano all’ineludibile Moby Dick melvilliano. Detto ciò, la forza narrativa risiede anche nella costruzione di un piccolo pantheon di figure che, pur sbozzate nel realismo dell’osservazione minuta, assurgono ad un rilievo quasi mitico. Personaggi resi con un lessico concreto e sensoriale basato sull’intreccio di registri diversi, spesso nella stessa frase: il basso/plebeo/osceno, il medio-colto, l’alto, liturgico e poetico, così da produrre un effetto di attrito ironico, fra i tratti più originali del romanzo. Una prosa che alterna in scioltezza il tono filosofico al realistico, il formulaico al dialogico. Temi e motivi, si sarà capito, s’accavallano in una fitta rete che tiene insieme cronaca, ecologia, metafisica, eros, politica, nell’alveo della grande dicotomia natura/modernizzazione, di cui l’invasione del cemento è il simbolo più appariscente. Cascioli tuttavia non indulge in un ambientalismo di maniera, com’è evidente nello scontro tra Emanuele e i funzionari regionali che vogliono «ridare il primato alla Natura» asserendo che essa «è più giusta dell’uomo». Il vecchio liquida quelle idee come «balle filosofiche»; per lui «la Natura è profondamente ingiusta perché permette sempre che il più forte uccida il più debole»: non va «lasciata sola», ma «insegnata» agli uomini perché la rispettino. Non è affatto «buona», ma feroce, gerarchica, indifferente; eppure, paradossalmente, proprio nell’indifferenza risiede una forma di giustizia superiore al cinismo umano. È un punto di vista radicalmente anti-idilliaco; sul tema ecologico, il romanzo propone quindi una duplice critica: alla retorica del «ritorno alla natura» e alla violenza della speculazione edilizia. Molto ancora ci sarebbe da dire, come sull’uso del motivo della musica, e in particolare di Rossini, che attraversa il romanzo con una coerenza che trascende la mera suggestione. L’ex prete approda a Giannutri come a un «eremo laico»: cerca Dio nella natura, e finisce per trovarlo nella musica del Cigno di Pesaro, vissuta come un sacramento: sostituisce la messa, lo supporta nella solitudine delle notti d’inverno, mette ordine nella memoria, tiene a freno la paura. La capanna allestita con cura, il grammofono a manovella sullo sgabello, poi il mangianastri a pile, sono il suo altare, l’unione con una dimensione più alta dello spirito. Qui Cascioli dimostra competenza musicale, il protagonista ascolta e commenta con sapienza le opere (L’Italiana in Algeri, La Cenerentola, Il barbiere di Siviglia, lo Stabat Mater), distingue tra «musica che crea estasi» e musica leggera consumabile, detesta i dischi di Claudio Villa, difende l’allegria rossiniana come forma di sapienza mediterranea. Lo stesso uso della paratassi conferisce alla prosa un andamento cantabile, richiama il fraseggio rossiniano, con l’introduzione lenta, l’accumulo, il crescendo, la chiusa rapida e tagliente – soprattutto nelle scene dove l’osservazione meditativa si interrompe per una battuta volgare di Raimondo o della Cozza. Ma quando il vecchio scopre di essersi ingannato, dopo la tremenda epifania, Rossini non è più un solido appiglio, i balli dell’Otello e della Vestale gli risultano insopportabilmente festosi: la musica che aveva medicato la ferita esistenziale non lenisce più. L’arte, pur necessaria, non basta a garantire quella «rettitudine» tanto ricercata dal protagonista: possiamo rammemorare i tanti libri letti, ascoltare capolavori operistici eppure cedere al pregiudizio, votarci alla salvezza di un’isola sacrificando degli innocenti. L’isola nel mare del tempo non è dunque soltanto il racconto di un mistero risolto, di una violenza ambientale, ma la cronaca di un naufragio dell’anima, lo scacco di un uomo che aveva creduto di poter trovare una forma di redenzione personale e civile, e che si scopre invece vulnerabile alle paure e agli abbagli che giudicava negli altri. L’autore ne fa il tramite per una meditazione sulla condizione umana, stretta tra il desiderio di purezza e l’irrimediabile impudicizia del mondo. Nella sua solitudine, nell’esilio che è insieme espiazione e ricerca sempre frustrata di un brandello di verità, nella disfatta, Emanuele Filiberto è personaggio di densità tragica, che non sfigura accanto alle maggiori creazioni letterarie della nostra narrativa. Un’ultima notazione: il testo è “cinematografico”, sicuramente adatto a una trasposizione su grande schermo, e in effetti si è tentato di ricavarne un film, progetto naufragato per difficoltà produttive. Con gli attori giusti, un regista di livello, uno sceneggiatore abile, un direttore delle luci che sappia il fatto suo, ne verrebbe fuori un capolavoro. Be’, attendiamo fiduciosi: che una tale perla rimanga nascosta, mi pare un vero delitto. L'articolo «Una perla nascosta» di Lino Cascioli proviene da Pulp Magazine.
April 2, 2026
Pulp Magazine