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La scuola è un’impresa – di Cristina Morini
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati […] Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.   Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13. Forse il problema potrebbe [...]
May 18, 2026
Effimera
Cappellani militari, il lato vergognoso della Chiesa
(… prosegue dall’articolo Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica)   Sicuramente uno degli aspetti strutturali che la Chiesa deve rivedere con lucidità è la presenza dei cappellani militari, figura di un sacerdote cattolico che fornisce “assistenza spirituale al personale delle Forze Armate italiane e alle loro famiglie”. Così viene definito. In realtà si tratta di una piccola casta di clero privilegiata completamente a carico dello Stato, avente pari trattamento dei membri dell’apparato militare. Presenti al fianco dei militari già prima dell’unità d’Italia, il ruolo dei cappellani militari è stato via via sempre più formalizzato e strutturato. Il 6 marzo del 1925 nasce l’Ordinariato militare per l’Italia, al quale è stato assegnato il compito dell’assistenza spirituale nelle forze armate. I cappellani godevano di status ufficiale e di grado militare (tenente o capitano), integrandosi pienamente nella catena gerarchica dell’esercito. La figura del cappellano militare ha rappresentato, durante la Seconda Guerra Mondiale, un elemento complesso e controverso della vita dei soldati al fronte. Sebbene svolgessero un ruolo pragmatico attraverso funzioni religiose tradizionali volte a rispondere ai bisogni immediati dei soldati (conforto nelle lettere, celebrazione di matrimoni in trincea, sepolture improvvisate, celebrazione della messa, l’amministrazione dei sacramenti e l’accompagnamento dei morenti), erano chiamati anche ad incarnare un punto di riferimento morale, politico e ideologico in un contesto segnato dalla violenza e dall’orrore bellico. Secondo Franzinelli (1991), questa istituzionalizzazione della religione castrense rispondeva a una duplice esigenza: offrire conforto spirituale ai soldati e legittimare, attraverso il linguaggio religioso, la violenza della guerra. La funzione pastorale si intrecciava inevitabilmente con la propaganda di regime. Attraverso prediche, catechesi e pubblicazioni, i cappellani contribuivano a rafforzare l’immagine della guerra come “crociata” per la patria e la civiltà cristiana. In ciò, la Chiesa cattolica collaborò a legittimare la mobilitazione di massa e i cappellani militari diventarono, in gran parte, strumenti di legittimazione della violenza. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, una parte dei cappellani aderì alla Repubblica Sociale Italiana, continuando a svolgere assistenza alle truppe tedesche e repubblichine; altri, invece, di stampo antifascista scelsero fortunatamente la via della Resistenza. In virtù di una legge del 1961, non rivista neanche dopo la riforma del Concordato del 1984 da parte di Craxi, oggi i cappellani militari sono equiparati a ufficiali delle Forze Armate. Oggi assimilato a una diocesi, l’Ordinariato è guidato da un arcivescovo ordinario militare (ruolo ricoperto dall’aprile scorso dall’arcivescovo Gian Franco Saba), designato dal Papa e nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno. L’Ordinario militare è coadiuvato da un vicario generale militare e da tre ispettori. Anche i cappellani militari vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica ma su proposta del ministro della Difesa, previa designazione dell’Ordinario Militare. L’istituzione ecclesiastica di cappellano militare e il conferimento della missione canonica sono, invece, di competenza propria dell’Ordinario Militare. Essendo anche lui arruolato il cappellano militare, nell’assumere servizio, presta giuramento con la formula e secondo le modalità previste per gli ufficiali delle Forze armate dello Stato. Di regola indossa solo l’abito ecclesiastico previsto, salvo situazioni speciali dove è necessario indossare la divisa militare. La gerarchia prevede anche per loro i gradi militari: l’ordinario militare è equivalente al grado di generale di corpo d’armata; il vicario generale militare al grado di generale di divisione; l’Ispettore al grado di generale di brigata. Poi ci sono il 3º cappellano capo, equivalente al grado di colonnello; il 2º cappellano capo equivalente al grado di tenente colonnello; il 1º cappellano capo equivalente al grado di maggiore; il cappellano capo, equivalente al grado di capitano; il cappellano addetto, equivalente al grado di tenente e, infine, il cappellano di complemento equivalente al grado di sottotenente. Dal 1998 è stato istituito anche il Seminario Maggiore dell’Ordinariato Militare per l’Italia, denominato “Scuola Allievi Cappellani Militari”: qui i giovani possono prepararsi per essere sacerdoti al servizio pieno dell’Ordinariato. Ai cappellani militari spetta, oltre ai gradi, anche un trattamento economico, che corrisponde integralmente a quello degli ufficiali della Forza armata presso la quale prestano servizio, secondo il grado di assimilazione. Lo stesso vale per gli altri: all’Ordinario militare, ad esempio, compete il trattamento economico previsto per il grado di generale di corpo d’armata. Stipendi che sono a carico delle casse dello Stato italiano e quindi della fiscalità generale. Oggi sono circa 177 i cappellani attivi all’Ordinariato militare che, sommati a quelli che li hanno preceduti e sono già in quiescenza, costano agli italiani 17 milioni di euro l’anno. Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima (i dati sono presi dai bilanci dei Ministeri della Difesa e dell’Economia). Sapere che siamo noi italiani a pagare 10 milioni l’anno per soddisfare esigenze terrene di uomini posti al confine tra Chiesa ed Esercito, fa pensare molto. Un “Don Tenente” o un “Don Capitano di Corvetta”, ad esempio, guadagnano circa 4/5mila euro al mese. Sono 10mila, invece, quelli destinati al “Don Generale di Corpo d’Armata”. Secondo L’Espresso l’arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario militare, il cosiddetto vescovo castrense, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno. Niente male per chi aveva scelto di percorrere da viandante dell’anima la via di Cristo. Il cappellano militare siede in prima classe ed ha persino l’auto con autista che lo trasporta. Con lucidità, don Tonino Bello, in un’intervista del 28 giugno 1992 a Panorama sui costi economici relativi all’integrazione organica dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ecclesiale. Per lui era necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri” osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”. Pax Christi ha affrontato il problema a partire dal Convegno sui cappellani militari del novembre 1997 e, nel novembre 2013, nella rivista “Mosaico di pace” è stato pubblicato il dossier “Sacerdoti, padri e generali”. Il 7 novembre 2015, un seminario presso la Casa per la pace ha affrontato la questione proponendo al Convegno della Chiesa italiana, svoltosi a Firenze pochi giorni dopo, il superamento della figura del “prete soldato” o, meglio, del “prete ufficiale”. Nel 2019 sarà Papa Francesco a riportare il dibattito sulla figura dei cappellani militari, esortandoli ad un scelta di campo irreversibile per la pace e il disarmo, ma ciò non è bastato perchè nulla ne ha conseguito a livello istituzionale. A novembre 2025 i Radicali Italiani hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di verificare la legittimità e l’economicità della spesa pubblica destinata ai cappellani militari. “Ogni anno lo Stato spende oltre dieci milioni di euro per finanziare un servizio religioso interno alle Forze Armate, con preti in uniforme e elevati stipendi a carico dei contribuenti” – ha dichiarato il segretario dei Radicali Filippo Blengino. Sottolineando le recenti modifiche ai limiti di età “in modo da consentire un ampliamento dell’organico e una permanenza più lunga nel servizio religioso militare”, per Blengino c’è il rischio “di aumentare ulteriormente la spesa pubblica e di rafforzare un privilegio confessionale incompatibile con la laicità della Repubblica”. “La fede è una scelta personale; la laicità è un dovere dello Stato. Chiediamo che la Corte dei Conti del Lazio accerti se questo uso di fondi pubblici sia conforme alla Costituzione e all’interesse generale dei cittadini”, conclude la nota del segretario del Radicali. A dicembre 2025 – su un altro fronte – è stata la Cei ad aprire una riflessione sul ruolo dei cappellani militari. L’argomento è stato affrontato dalla Conferenza Episcopale Italiana nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante”, approvata dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi. Dopo aver criticato la corsa al riarmo, parlato di obiezione di coscienza e servizio civile obbligatorio, i vescovi hanno anche dedicato un paragrafo della nota proprio alla “testimonianza ecclesiale di pace entro le Forze armate”. La Cei ha aperto una riflessione chiedendo che i cappellani siano meno legati all’esercito per parlare di più di pace: “Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare“. In questo modo, si legge nella nota pastorale, le nuove figure “consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”. Come scriveva padre Alex Zanotelli nell’editoriale di marzo 2018 di Mosaico di Pace:  “Chi ha voluto questa Intesa? Forse la Conferenza Episcopale Italiana? O forse l’Ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in contrasto con il magistero di papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma stride soprattutto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. È questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo contrasta con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture.” L’annuncio evangelico è conciliabile con l’appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti?.  E ancora: Come conciliare Vangelo e stellette, coscienza e obbedienza a ordini militari e di guerra? Si può benedire una guerra? Si possono benedire le armi oggi come nel Medioevo, come ai tempi delle crociate e della Dottrina della Scoperta? Ma soprattutto, oggi si posso benedire le armi e le azioni militari? Perché una Diocesi Militare? E il comandamento non uccidere? L’amore per il nemico e il “porgere l’altra guancia”? Queste evidentemente, vanno bene fin quando fan parte del “folklore” popolare, della cultura di massa e della retorica, in parte, istituzionale all’interno della Chiesa; ma quando si tratta scendere nella realpolitik, questi temi non si affrontano. I cappellani militari sono uno dei retaggi obsoleti e vergognosi della Chiesa moderna. Ciò fa ritornare alla mente la famosa Lettera ai cappellani militari del 1965 di Don Lorenzo Milani, che nel 1968 finì sotto processo per aver scritto quella lettera aperta pubblicata su Rinascita: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona”. Da anni il movimento cattolico internazionale pacifista Pax Christi si batte per la smilitarizzazione dei cappellani militari, sottolineando l’insensatezza della nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano. L’enfasi sulla “militarità” come condizione necessaria per svolgere il ministero sacerdotale nelle Forze armate (S. Marcianò, Radio Vaticana, 29 aprile 2016) risulta inadeguata rispetto all’universale impegno per la pace, motivato dal Vangelo, unica fonte della testimonianza cristiana e dell’azione ecclesiale (per i credenti). In questo senso si evidenzia l’anacronismo ecclesiologico tra la struttura di “Chiesa castrense” e i nuovi compiti affidati a credenti per organizzare “il disarmo integrale”, come insegna proprio Giovanni XXIII nella sua Pacem in terris. Il Concilio Vaticano II  invitava i sacerdoti presenti tra i soldati a operare in ambito diocesano territoriale (Christus dominus 43). Sarà bene rileggere i testi del Concilio, la Pacem in terris, l’Evangelii gaudium così come l’Appello alla Chiesa italiana sottoscritto da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e da altre istituzioni e organizzazioni per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica con il fine di smilitarizzare o abolire questo ordine obsoleto per riconvertirlo in azione di pace e fratellanza.   Fonti: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/06/cappellani-militari-cei-riforma-gradi-stipendi-notizie/8218391/ > Cappellani sì, militari no https://www.lecodelsud.it/vorrei-sposare-un-cappellano-militare-non-posso-e-mio-fratello > CAPPELLANI MILITARI: TAGLI PER 4,5 MILIONI DI EURO > Papa Francesco riapre il dibattito sui cappellani militari con un discorso > potente, che li esorta a una scelta di campo irreversibile per la pace e il > disarmo https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-05/ucraina-missione-cappellani-militari.html > I Cappellani Militari e l’Ordinariato per l’Italia: Storia, Fede e Servizio > nella coscienza dei Soldati https://www.paxchristi.it/?p=11896 > I cappellani militari nella Seconda Guerra Mondiale: tra assistenza > spirituale, propaganda e resistenza   BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE * Chiesa, P. (2011). Dio e patria. I cappellani militari lombardi nella Seconda Guerra Mondiale. Milano: Unicopli. * Coulter, D. G. (1998). Church of Scotland Army Chaplains in the Second World War. Tesi di dottorato, University of Edinburgh. * Franzinelli, M. (1991). Il riarmo dello spirito. I cappellani militari nella seconda guerra mondiale. Brescia: Morcelliana. * Franzinelli, M. (1993). I cappellani militari italiani nella Resistenza all’estero. Roma: Commissione per lo studio della Resistenza dei militari italiani all’estero. * Franzinelli, M. (1995). La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica. In: Italia contemporanea, n. 200, pp. 567-590. * Robinson, A. (2008). Chaplains at War: The Role of Clergymen During World War II. London: I.B. Tauris. * ResearchGate (2006). Totalitarianism: German Military Chaplains in World War II and the Dilemmas of Legitimacy. Disponibile su: researchgate.net. * Ordinariato Militare per l’Italia (1925-1945). Documenti e relazioni. * 1940-1945. I Cappellani militari della Seconda guerra mondiale. Cronografia degli incarichi – Mobilitati – Caduti – Dispersi – Decorati. Statistica completa. A cura di Don F. Marchisio. Scarica PDF   Lorenzo Poli
April 28, 2026
Pressenza
Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di coloro che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso una elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Essi hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! (In fondo trovate le slide dell’intervento). Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. CARLO GREPPI: «IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine, e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’ importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto (in basso) che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà, infatti, tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola: sono la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. LUIGI DANIELE: «NON ESISTE UNA GUERRA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA. GUERRA E DEMOCRAZIA SI COMBATTONO SEMPRE, TALVOLTA ALL’ULTIMO SANGUE. LA GUERRA È IL TERRENO PIÙ FERTILE DEI TOTALITARISMI». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Infine, Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, dunque, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Qui alcune immagini del Convegno Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi a Torino. Convegno Torino 2026 In fuga dalla guerraDownload Il trauma della guerra_Torino 2026Download economia_guerra_torino SchettinoDownload UN SENTITO RINGRAZIAMENTO VA ALLE RELATRICI E AI RELATORI CHE HANNO ACCETTATO DI PARTECIPARE AL NOSTRO CONVEGNO NAZIONALE, MA ANCHE ALLE CIRCA 600 PERSONE CHE HANNO SEGUITO E APPREZZATO L’INIZIATIVA. IL VOSTRO SUPPORTO, ANCHE CON UNA PICCOLA DONAZIONE, È FONDAMENTALE PER CONTINUARE A LAVORARE NELLA DIREZIONE PACIFISTA E ANTIMILITARISTA. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.cobas-cesp-veneto.eu -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Paulo Freire oggi. Alleanze popolari, femministe e decoloniali»
Recensione al libro di Mariateresa Muraca dedicato all’attualità dell’educatore brasiliano; il testo è scaricabile gratuitamente. di David Lifodi (*)   Paulo Freire oggi. Alleanze popolari, femministe e decoloniali ha il merito di ricordare quanto la lettura dell’educatore brasiliano sia ancora oggi necessaria nel contesto in cui viviamo. Come ricorda Paolo Vittoria, docente dell’Università Federico II di Napoli, il volume di