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Il traguardo di Lelia Doolan, 92enne il 7 maggio prossimo
Dopo aver attraversato a piedi l’Irlanda per dare il suo contributo alla pace nel mondo e in particolare in Medio Oriente, un po’ stanca, ma felice per i tanti compagni di strada, l’ex attrice e produttrice televisiva, appassionata di sport e giardinaggio, festeggerà 92 anni giovedì 7 maggio. La sua marcia, parte dell’iniziativa civile “Walk with Lelia”, è cominciata il mese scorso dall’aeroporto di Shannon, nella contea di Clare, in riva all’Atlantico, e si è conclusa 220 chilometri più a est, al Dáil, il Parlamento di Dublino. Ad accompagnarla c’erano gli attivisti del gruppo Shannonwatch insieme a tanti cittadini. L’obiettivo? Chiedere uno stop agli atterraggi di voli cargo militari degli Stati Uniti, potenzialmente coinvolti in operazioni belliche. “Nessuno sa cosa trasportino, e Shannon è un aeroporto civile – spiega Lelia al telefono all’agenzia Dire – L’Irlanda è un Paese neutrale, che ripudia la guerra: proprio come l’Italia, dove pure c’è il nodo della base aerea di Sigonella e dove mi sembra di capire si sia fatta la scelta giusta, seguendo l’esempio della Spagna o dell’Austria”. Shannon ha peraltro un secondo problema. Le ong Amnesty International e Human Rights First hanno scritto una lettera aperta al governo irlandese denunciando come lo scalo sia utilizzato anche per le deportazioni di migranti coordinate dall’ICE, l’agenzia del presidente Donald Trump accusata di abusi e violenze. Per festeggiare i suoi 90 anni, Lelia si era lanciata con il paracadute. Le chiediamo se ha programmi particolari questa volta o se si aspetta regali. “Nuoterò nell’oceano – risponde, senza dare coordinate troppo precise – Abito in un villaggio a nord di Kinvara, sull’Atlantico: non dico il nome perché non voglio dare seccature ai vicini”. Intanto, il primo ministro irlandese Micheál Martin non esclude la possibilità di incontrarla, anche se continua a negare qualsiasi responsabilità nelle guerre americane. “Vedremo, il capo dei laburisti glielo ha chiesto”, minimizza Lelia. Dice di averne viste tante ed è convinta che la questione sia molto più grande: “L’accordo per l’utilizzo di Shannon con gli Stati Uniti fu firmato nel 1974, in un mondo che era molto diverso da quello di oggi. Gli americani e Israele non invadevano la Striscia di Gaza e non bombardavano l’Iran come hanno fatto adesso; e nessuno poi andava a rapire presidenti in Venezuela”. Ma gli Stati Uniti non sono nostri alleati? “Certo, e noi amiamo gli americani – risponde Lelia – Da quelle parti ci sono anche 20 milioni di irlandesi, ma agli amici bisogna dire la verità, che la guerra non è una buona idea”. Tra qualche giorno, il 9 maggio, nell’anniversario della Dichiarazione Schuman del 1950, sarà celebrata la festa dell’Europa. Con Lelia, che ha studiato in Germania e parla sia tedesco che francese, torniamo ai regali e alle speranze. “Mi torna in mente il boicottaggio della frutta del Sudafrica dell’apartheid da parte dei lavoratori irlandesi, quelli della catena Dunnes Stores – ricorda l’attivista – Alla fine vinsero loro: incontrarono Nelson Mandela uscito di prigione dopo che il governo di Dublino era divenuto il primo in Europa a prendere misure contro il regime segregazionista”. Una storia da celebrare in riva all’oceano, da sola e con i parenti. “Non ho figli ma ho una vita piena, come in una grande famiglia italiana di un secolo fa – dice Lelia – Mia madre era l’ultima di 12 bambini, mio padre aveva cinque fratelli, io ho tantissimi nipoti”. Agenzia DIRE
May 5, 2026
Pressenza
Niscemi due mesi dopo, tra frana Muos e guerre
A Niscemi “il rischio per la frana nel suo complesso rimane elevato e il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente”: questo è il quadro complessivo delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari. La frana, in particolare la sua scarpata principale che costeggia il paese, è suscettibile di evoluzione. Confrontando la frana del 1997 e l’evento del 1970, è possibile un’ulteriore evoluzione del fenomeno franoso e l’arretramento del ciglio della scarpata per diverse decine di metri, soprattutto in caso di nuove piogge significative. L’evoluzione potrebbe coinvolgere altri fabbricati e compromettere ulteriormente in modo permanente la viabilità strategica. Il fenomeno iniziato lo scorso gennaio fa parte di una stabilità di lungo periodo, caratterizzata da movimenti di eccezionale entità. Nel 1997 si era riattivato un corpo di frana profondo che è il precedente diretto della frana del 26 gennaio scorso. Gli eventi di gennaio 2026 hanno provocato un fronte franoso di quasi cinque chilometri lungo il margine del paese, con un volume di 80 milioni di metri cubi di materiale. Quindi una frana eccezionale, che nella sua fase acuta ha provocato uno scivolamento che è durato una intera giornata, con una velocità di un metro all’ora. Hanno giocato un ruolo fondamentale i processi erosivi alla base della collina di Niscemi, determinati dall’acqua che scende dal paese incanalandosi nel torrente sottostante, il tutto unito al contrasto fra le sabbie e le argille. In modo rapido bisognerebbe riorganizzare la rete fognaria e l’acquedotto, realizzare pozzi per estrarre acqua dalle falde sotterranee, costruire gallerie drenanti, sistemare le reti idrauliche torrentizie, effettuare interventi di ingegneria naturalistica. Questo il minimo necessario per il contenimento e la stabilizzazione della frana e la messa in sicurezza del versante. Attualmente nulla si sta muovendo in tal senso e nessuna sicurezza è stata data alle centinaia di niscemesi costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, né alle decine di esercenti che hanno dovuto chiudere le loro attività lavorative. Drammatica rimane la condizione dei coltivatori che hanno avuto la devastazione degli appezzamenti agricoli colpiti dal fenomeno franoso e che di conseguenza hanno perso sia il raccolto stagionale che il podere. Mentre a più di due mesi dall’inizio del fenomeno il movimento franoso non si è ancora fermato, mentre con le ferite ancora aperte e sanguinanti si piangono le conseguenze del disastro, Niscemi si ritrova improvvisamente ad essere anche obiettivo militare sensibile per via del criminale attacco di Stati Uniti d’America e Israele all’Iran. A sud-est, a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi si estende non solo un bosco, ma un vero e proprio monumento naturale: la Riserva Naturale Orientata della Sughereta. È l’ultimo grande relitto delle antiche e maestose foreste di querce da sughero (Quercus suber) che un tempo ammantavano la Sicilia centro-meridionale. Il suo straordinario valore è riconosciuto a livello europeo come sito di interesse comunitario. A otto chilometri di distanza dalla frana, all’interno della Riserva Sughereta di Niscemi è stata costruita la base MUOS statunitense. Adesso anche il MUOS rischia di franare. Il fenomeno franoso che interessa il MUOS è indipendente da quello che ha interessato il paese di Niscemi, anche se geologicamente simile. Il crollo del MUOS sarebbe una bella notizia. Se non fosse che il cambiamento minimo della traiettoria di quelle parabole diventerebbe un grave problema per l’incolumità umana e non umana. Se per ipotesi le parabole improvvisamente perdessero stabilità e di conseguenza il fascio elettromagnetico, diretto solitamente ai satelliti, finisse sul centro abitato o sulla attigua riserva della Sughereta non si sa con precisione che danni potrebbero esserci per la salute. Da almeno tre anni smottamenti di terreno interessano le parabole nord americane del MUOS, che garantiscono la comunicazione a tutte le forze armate degli Stati Uniti sparse nel mondo (comprese quelle impegnate in Iran). Gli stessi nord americani hanno presentato una corposa documentazione alla Regione Sicilia scrivendo che attorno alla base MUOS c’è la presenza di movimenti franosi, illustrando le cause e le possibili soluzioni, per mettere in atto gli interventi necessari di consolidamento dell’area. I documenti forniti dai nord americani descrivono come la situazione sia già grave, sia nella zona delle tre parabole del MUOS sul versante meridionale della base che nell’area dove sorgono le altre antenne preesistenti. Nella relazione è evidenziato che “nell’area delle antenne uno dei plinti di calcestruzzo è franato congiuntamente al terreno, con conseguente perdita di funzionalità e, parzialmente, delle condizioni che assicurano la stabilità dell’antenna e la sicurezza nell’area”. Per il “piazzale del MUOS sono stati rilevati dei franamenti del terreno sottostante al sedime del piazzale, con conseguente dislocamento e perdita di funzionalità di vari cordoli che supportano la recinzione interna dell’area”. Una delle cause è “l’erosione accelerata prodotta dall’azione delle acque pluviali selvagge, che favorisce la formazione di dissesti localizzati ed il conseguente arretramento delle testate. Questi dissesti provocano pericolose forme di scalzamento al piede del versante, causando la formazione di falesie in corrispondenza degli affioramenti sabbioso-calcarenitici”. Per questi motivi il governo degli Stati Uniti aveva chiesto il supporto alla Difesa italiana che a sua volta si era rivolta all’Ispra. L’ufficio lavori pubblici di Sigonella, da cui dipende la base di Niscemi, il 23 aprile 2025 ha presentato la richiesta di Valutazione d’Incidenza Ambientale alla Regione; a luglio viene investita la Commissione tecnico-scientifica, che nel giro di due mesi acquisisce tutte le autorizzazioni necessarie e rilascia parere positivo. Il 15 settembre l’assessora al Territorio Giusi Savarino dichiara chiuso favorevolmente il procedimento. Quindi per il consolidamento della base militare di un Paese straniero la macchina burocratico/amministrativa si è mossa con grande celerità e nel giro di pochi mesi ha approvato gli interventi di salvaguardia. Cosa ben diversa per la messa in sicurezza delle opere civili e delle abitazioni dei cittadini che non hanno visto nessun intervento da quasi trent’anni. Protezione Civile e Regione Siciliana penseranno adesso alla sicurezza delle persone, o si darà precedenza al consolidamento della base di guerra nord americana? Appare evidente l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare delle dimensioni del MUOS. La presenza del MUOS a Niscemi, in un momento di acuta crisi bellica fra USA e IRAN, aumenta ulteriormente i pericoli per la popolazione. Da questo territorio passano quotidianamente le comunicazioni che sostengono le guerre degli Stati Uniti. Niscemi, come qualsiasi territorio che ospita infrastrutture militari strategiche, diventa automaticamente un potenziale bersaglio nei conflitti. Il territoro siciliano è segnato dalle basi militari italiane, Nato e USA: Trapani-Birgi base aerea e prossima sede per l’addestramento per gli F35, Pantelleria (Tp) base aerea, Augusta (Sr) e Messina basi navali, Sigonella (CT) base aeronavale, Niscemi MUOS. Dai cieli siciliani, dal 28 febbraio, si alzano in volo droni spia Triton, aerei da guerra come il P8 Poseidon decollati da Sigonella per arrivare sul Golfo Persico. I Triton sono droni spia escogitati per identificare gli obiettivi e che mandano segnali in tempo reale ad altri aerei per coordinare gli attacchi e i bombardamenti di precisione. Il P8 Poseidon è un aereo armato che porta missili anti nave e siluri. Tutto questo in violazione palese dei trattati Italia USA. La guerra tecnologica moderna vede coinvolto il MUOS di Niscemi, che coordina, a distanza, i bombardamenti sull’Iran che partono da piattaforme militari anche lontane dall’Italia. Le basi statunitensi sul territorio siciliano sono attualmente coinvolte in modo diretto nella guerra con l’Iran. Sabato 14 e domenica 15 marzo ci sono state mobilitazioni antimilitariste contro l’uso delle basi di Birgi e di Sigonella. Sabato 28 marzo una grande mobilitazione a Niscemi ha chiesto a gran voce la chiusura della base USA MUOS e l’attivazione degli interventi necessari contro la frana che ha colpito il paese. La mobilitazione del 28 marzo a Niscemi non ha interessato solo una città o una base militare. Riguarda una questione molto più ampia: la restituzione dei territori alla sovranità popolare e la liberazione dei luoghi dalla militarizzazione permanente. Niscemi, Sigonella, la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo. I nostri territori devono tornare alle comunità che li abitano e non devono essere trasformati in nodi operativi di conflitti fra stati imperialisti. Le risorse economiche devono essere spese per la messa in sicurezza del territorio e per sostenere la popolazione colpita dal disastro ambientale. Renato Franzitta
April 1, 2026
Pressenza